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Al procuratore generale iraniano Mohammad Jafar Montazeri, spiace non poter amputare ancora di piu’ di quanto il regime clericale riesca a fare oggi. Parlando all’agenzia di stampa Fars News, infatti, Montazeri ha espresso il dispiacere che – per andare incontro alla propaganda dei diritti umani e alle condanne delle Nazioni Unite – il regime abbia abbandonato alcune “punizioni Divine”, come quella di amputare le mani di coloro che sono accusati di furto.

Nella stessa intervista, Montazeri ha anche ammesso che i furti in Iran sono notevolmente aumentati dallo scorso anno e che questo aumento e’ direttamente connesso con la situazione economica drammatica del Paese. Secondo il comandante Pasdaran Ayoub Soleimani, ci sarebbero oggi in Iran almeno 200.000 ladri e svaliggiatori professionisti, responsabili di oltre il 60% dei furti nel Paese.

Come denunciato dalle Nazioni Unite e da ONG come Amnesty International, le amputazioni sono delle pene crudeli e medievali, che mostrano il lato piu’ inumano del regime iraniano.

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Iran Death Penalty For Juvenile Offenders

Si chiama Yahya Firouzi ed e’ stato condannato nel 2006 prima a 15 anni di carcere e poi a morte, per essere stato coinvolto in un assassinio insieme al fratello (all’epoca ventisettenne).

Nato nel 1998, quando Yahya e’ stato arrestato e condannato a morte aveva ancora 17 anni. Era quindi minorenne. Dopo oltre 10 anni di detenzione, oggi Yahya si trova nel carcere di Raaei Shahr, presso Karaj (Hrana).

Nonostante la condanna a morte decisa, la sua sorte resta ancora sospesa, con una flebile speranza che possa essere tramutata in altra sentenza da parte della Corte Suprema. Speranza ribadiamo estremamente flebile, soprattutto considerando che il regime nega a Yahya l’accesso ad un legale per la sua difesa.

Secondo quanto denunciato da Nessuno Tocchi Caino, ad oggi, ci sono nelle carceri iraniane almeno 90 “juvenile offenders” condannati al patibolo, ovvero detenuti arrestati in eta’ minorile e condannati a morte,  nonostante le normative internazionali lo vietino.

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Il regime iraniano pare aver programmato per domani 3 agosto, l’impiccagione di Alireza Tajiki. Alireza ha oggi 19 anni, ma quando è stato arrestato ne aveva appena 15 anni. All’epoca, il giovane fu accusato di violenza e omicidio di un suo amico. Un crimine che Alireza ha prima confessato e poi negato, accusando gli agenti di averlo torturato per ammettere le sue responsabilità. Va anche aggiunto che, durante tutta la fase investigativa, Alireza non ha avuto il diritto di essere rappresentato da un legale. La sua condanna a morte è stata decisa nell’Aprile del 2014.

Dopo l’emissione della condanna a morte, il caso di Alireza è stato preso in carico dalla nota avvocatessa Nasrin Sotoudeh, nota a livello mondiale per il suo impegno in favore dei diritti umani in Iran. Nasrin ha ottenuto che una sezione della Corte Suprema iraniana chiedesse la revisione del processo, per mancanza di prove sulla colpevolezza del condannato. La Corte Suprema iraniana, ha quindi chiesto un supplement di indagine. Purtroppo, a nulla è servita la decisione della Corte. Cosi come a nulla è servitor che Alireza Tajiki indicasse nel vero esecutore del crimine Reza Jaladat, fratello di un agente di sicurezza di Fassa. Nonostante tutte le lacune della condanna di Alireza, la pena di morte è stata confermata (FIDH).

Il regime iraniano aveva già deciso di eseguire la condanna a morte nel maggio del 2016, nella prigione di Abelabad a Shiraz, ma Nasrin Sotoudeh è riuscita a posticipare la decisione del giudice. Nasrin Sotoudeh ha portato davanti alla Corte suprema ben 10 psicologi e psichiatri che hanno testimoniato come il detenuto non era “pienamente mature”, nell’anno in cui è stato commesso il crimine (2012). A quanto pare, però, la Corte Suprema iraniana ha deciso di tenere conto solamente del parere del Dipartimento di Medicina Forense di Shiraz, favorevole alla condanna a morte di Alireza.

Nonostante lo stesso Codice Penale iraniano non la prevede, la Repubblica Islamica continua a condannare a morte di giovani che hanno commesso crimini in età minorile. Dal 2005, i condannati a morte per reati commessi in età minorile sono stati 73, compresi otto nel 2014, tredici nel 2014 e quattro nel 2015. Secondo il Segretario del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, nelle carceri iraniane ci sono altri 160 detenuti condannati a morte in età minorile, che aspettano di essere impiccati.

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Riportiamo la richiesta di Amnesty International di sostenere la “urgent action” per salvare dal patibolo il prigioniero Himan Uraminejad (Amnesty International).

Secondo quanto reso noto dagli attivisti, la condanna al patibolo per Himad e’ stata confermata dalla Corte Suprema iraniana e verrà eseguita probabilmente il primo Aprile 2016. Questo, nonostante Himad ha commesso il suo crimine in eta’ minorile, quando aveva 17 anni (Hrana).

Ricordiamo che, secondo la Convenzione per la Protezione dei Diritti dell’Infanzia, e’ assolutamente vietato condannare a morte una persona che ha commesso un reato in eta’ minorile (articolo 37 comma A della Convenzione). L’Iran, per la cronaca, ha firmato questa Convenzione ONU nel 1971 e l’ha ratificata nel 1994, ma continua a mantenere il numero più alto di esecuzioni di minori al mondo (Testo Convenzione). Ahmed Shaheed, inviato Speciale dell’ONU per i Diritti Umani in Iran, ha denunciato che tra il 2005 e il 2015, l’Iran ha impiccato oltre 70 detenuti che avevano commesso il loro crimine in eta’ minorile (Iran News Update).

Himad Uraminejad e’ stato condannato a morte per aver causato il decesso di un altro ragazzo, durante una rissa in strada. La sua esecuzione viola ogni minimo standard internazionale e per questo, come denuncia Amnesty, deve essere immediatamente fermata.

Per la commutazione della pena si sta spendendo direttamente anche la Signora Sholeh Pakravan, coraggiosa madre di Reyhaneh Jabbari, la ragazza iraniana impiccata per aver ucciso un uomo dell’intelligence iraniana che voleva violentarla (Freedom Messenger).

 

 

 

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Mentre l’Occidente – prima fra tutti la democratica e antifascista Repubblica Italiana – rincorre il nuovo business con la Repubblica Islamica, in Iran le pratiche medievali non si fermano: secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa per i diritti umani HRANA, una terribile sentenza sarebbe stata eseguita in questi giorni presso Mashhad. Qui, infatti, ad un detenuto imprigionato per una serie di rapine, sono stati amputati due arti, il piede sinistro e la mano destra. L’agenzia iraniana ha reso noto alcuni particolari della storia: nel febbraio del 2014, presso Mashhad, una banda di criminali ha rapinato la sede locale della Banca Nazionale. All’arrivo della polizia, la banda ha provato a fuggire. Nell’inseguimento, e’ scoppiato un vero e proprio conflitto a fuoco tra le due parti. Nel conflitto e’ rimasto leggermente ferito un poliziotto e uno dei rapinatori. Quest’ultimo, quindi, e’ deceduto dopo il trasporto in ospedale. Nell’inchiesta dopo l’arresto dei rapinatori, e’ emerso che la gang era stata responsabile di altre sette rapine.

Per la precisione, in carcere sono finiti due dei ladri che componevano la banda: Rahman K and Mehdi R. Per entrambi, il procuratore Gholam Ali Sadeghi ha chiesto e ottenuto la pena prevista per l’accusa di ‘Moharebeh’. Secondo la shiaria, la legge Islamica, chi e’ accusato di ‘Moharebeh‘ e’ considerato una persona che ha messo in atto una vera e propria guerra contro Dio. Per questo, si tratta di una accusa che prevede punizioni durissime che vanno dall’amputazione di un arto, la crocefissione, l’esilio e – più in generale – la pena di morte. Il 3 agosto, quindi, la sentenza contro uno dei due criminali in arresto, Rahman K., e’ stata eseguita con l’amputazione del piede sinistro e la mano destra. Una pratica medievale che, nel XXI secolo, non dovrebbe avere posto in nessun Paese del mondo.

E’ davvero uno scandalo che, queste pratiche barbare, avvengano nella completa indifferenza delle democrazie Occidentali, ormai totalmente indifferenti alla sorte dei diritti umani all’interno della Repubblica Islamica. Per quanto concerne l’Italia, e’ davvero triste vedere che questo silenzio venga mantenuto mentre lo stesso Ministro degli Esteri Gentiloni si trova personalmente in Iran e mentre la Farnesina organizza interi convegni dedicati al rispetto, alla protezione e alla promozione dei diritti umani.

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La storia che vi raccontiamo è un misto di crudeltà, medievalità e speranza. Poco tempo fa, una corte islamica in Iran ha deciso di condannare un uomo all’accecamento. La pena è parte del cosiddetto Qisas, ovvero il famoso occhio per occhio dei diritto islamico (Sharia). Nel 2005, infatti, un uomo di nome Hamid S., ha gettato dell’acido contro un altro uomo, Davood Roshanayi, per motivi ancora imprecisati. La povera vittima, purtroppo, ha perso la vista ad un occhio, la funzionalità ad un orecchio e ha riportato bruciature in tutto il corpo. Nonostante tutto, secondo quanto riportati dalla stampa, la vittima era disposta a ricevere una compensazione monetaria in cambio del Qisas.

A dispetto delle negoziazioni in corso tra la famiglia dell’aggressore e quella della vittima, il giudice Dashtban ha deciso di condannare Hamid S. alla pena del Qisas. Purtroppo per il regime, però, la medievalità del sistema giudiziario si è scontratta – ancora una volta – con la contemporaneità e l’umanità della popolazione civile. Dopo numerose ricerce, infatti, lo stesso giudice ha dovuto ammettere che, per il momento, non era ancora possibile eseguire la sentenza di accecamento del prigioniero per via chiurgica. Perchè? Semplice: nessun dottore iraniano si era mostrato disponibile a prestarsi a questa brutalità.

A questo dato positivo proveniente dalla società civile, ne possiamo aggiungere un altro. Lo scorso anno, come abbiamo già ricordato, il regime iraniano ha mandato a morte 721 prigionieri (anno solare 2014). Circa nello stesso periodo, secondo i dati forniti dalle autorità iraniane, ben 681 condannati a morte venivano risparmiati grazie al perdono concesso dalle famiglie delle vittime. Un altro simbolo di come, a dispetto di un regime barbaro, la popolazione iraniana sia capace di dimostrare, anche nella sofferenza, profonda umanità.

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Si chiama Reza Safari, ha 42 anni, 17 dei quali passati nelle prigioni iraniane. E’ stato arrestato per la prima volta nel 1995, con l’accusa di aver commesso diversi furti. Reza, da parte sua, ha sempre ammesso le sue resposabilità, ma ha denunciato costantemente di essere stato costretto a rubare per sfamare la sua famiglia. Nella Repubblica Islamica, in ogni caso, poco importano le giustificazioni: seguendo la legge del taglione (il cosiddetto Qisas), Reza Safari venne condannato nel 1997 all’amputazione delle dita degli arti destri, come vendetta per essersi impossessato di oggetti non di sua proprietà.

La sentenza di condanna per Reza Safari

La sentenza di condanna per Reza Safari

Quando mi hanno letto il verdetto” – ha ricordato Reza parlando con gli attivisti per i diritti umani – “pensavo che volessero solamente spaventarmi“. Purtroppo non era cosi. Il 21 agosto del 1997 il boia iraniano mise in atto la sentenza, aumputando le dita della mano e del piede destro del prigioniero. All’epoca, per la cronaca, Reza Safari aveva solamente 26 anni…Il racconto dell’esecuzione della sentenza, come sempre, è ancora più drammatico. “Le mie dita sono state tagliate con una forbice elettrica usata, solitamente, per segare il ferro. Sulla forbice c’erano tracce di altro sangue, segno che l’apparecchio era stato usato già diverse altre volte. Mi hanno tagliato le dita, senza nemmeno farmi una anestesia generale o locale. Ho sempre pensato che era meglio se mi avessero impiccato…“.

Reza Safari è rimasto in carcere sino al 2000. Oggi, consierando gli handicap derivati dalla sentenza, non è più in grado di prendersi cura del suo anziano padre e delle due sorelle più piccole. “Ho provato a trovare un lavoro” – ha gridato Reza – “ma niente da fare, nessuno mi vuole assumere“.  Proprio in considerazione del drammatico danno causatogli dal regime islamico, Reza Jafari ha fatto appello agli attivisti, ai guiristi a alle Ong internazionali, per ricevere un aiuto concreto: il suo obiettivo è portare il regime iraniano davanti alla Corte di Giustizia internazionale e far pagare ai Mullah il prezzo del loro abuso quotidiano dei diritti umani (qui sotto una fotografia recente di Reza Safari).

Vogliamo infine ricordare che, nel febbraio del 2014, un giornale riformista venne chiuso in Iran proprio per aver definito inumana la legge del taglione.

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