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La coraggiosa attivista iraniana Narges Mohammadi ha presenziato ieri alla nuova udienza contro di lei e ha deciso di presentare appello contro la condanna a 16 anni di detenzione inflittale dal regime (Iran Human Rights). Questa durissima condanna le è stata inflitta dai Mullah per aver creato una organizzazione che si batte contro la pena di morte – si chiama “Step by Step to Stop the Death Penalty” – e per aver “minacciato la sicurezza nazionale” e diffuso “propaganda contro il regime”, prendendo parte a manifestazioni in favore dei diritti umani e per la liberazione dei detenuti politici. Tra le imputazioni contro Narges, anche quella di aver incontrato la predecessora di Federica Mogherini, Lady Ashton, durante un suo viaggio a Teheran nel 2014.

Purtroppo il regime iraniano sta punendo in maniera durissima Narges. Non lo sta facendo solamente per mezzo della lunga condanna al carcere, ma colpendola anche come madre di due piccoli bambini. Da quando è stata nuovamente incarcerata, ovvero dal Maggio del 2015, il regime sta negando – quasi totalmente – alla Mohammadi ogni contatto con i suoi figli. Per questa ragione, Narges Mohammadi ha anche scritto una lettera aperta al Capo della Magistratura iraniana Sadegh Larijani, rivendicando i suoi diritti di detenuta e soprattutto di madre. Alla lettera , neanche a dirlo, Narges non ha avuto alcuna risposta (Freedom Messenger).

Il caso di Narges Mohammadi, rappresenta probabilmente uno dei più grandi fallimenti dell’Occidente verso il popolo iraniano, particolarmente dopo la firma dell’accordo nucleare. Non solo Narges non è stata tutelata, nonostante le sue coraggiose battaglie per la democrazia in Iran. Peggio, Narges è stata totalmente abbandonata anche dopo la sua condanna e la stessa Federica Mogherini, nonostante le pressioni e le lettere aperte, non ha mai trovato un momento per chiedere pubblicamente a Teheran di rilasciare l’attivista iraniana.

Nel frattempo, in Italia è arrivato Mohammad Javad Larijani, fratello del capo della magistratura iraniana Sadegh Larijani, a cui finalmente il Ministro Gentiloni, ha fatto presente – flebilmente – la contrarietà italiana all’uso della pena di morte nella Repubblica Islamica. Una critica che i media iraniani hanno semplicemente cancellato o totalmente ignorato la critica, riportando solamente la volontà dell’Italia di guardare all’Iran come “esempio nella lotta al terrorismo”. Nonostante la denuncia della censura imposta da Teheran sulle parole di Paolo Gentiloni, la Farnesina non ha mimimanente pensato di protestare ufficialmente nei confronti della Repubblica Islamica…

Vi invitiamo a sostenere la campagna di “PEN  International” per chiedere l’immediata scarcerazione di Narges Mohammadi e promuovendo l’hashtag #FreeNarges

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Dieci anni di carcere: questa la decisione del giudice iraniano contro Narges Mohammadi, la nota attivista per i diritti umani, da sempre in prima fila per la democrazia e per i diritti civili (Mohammad Nourizad).

Dieci anni di carcere per aver sostenuto la campagna Legam, una battaglia per l’abolizione della pena di morte nella Repubblica Islamica. Veramente, gli anni totali di carcere di Narges Mohammadi potrebbero essere 16, considerando che e’ stata condannata anche a cinque anni di detenzione per “cospirazione” e un altro anno per “propaganda contro il Governo” (RSF.org).

Ricordiamo che, dopo aver già passato anni in carcere, Narges Mohammadi e’ stata riarrestata nel Maggio del 2015. Da allora, senza alcun processo formale, la Mohammadi ha subito una detenzione durissima, privata delle necessarie cure mediche e delle visite dei due figli piccoli. Per questo, Narges e’ anche finita diverse volte in ospedale. 

Una delle ragioni che ha portato all’arresto di Mohammadi, e’ quella di aver incontrato Lady Ashton – precedente Mrs. Pesc – a Teheran nel 2014. Nonostante tutto, colei che ha preso il posto della Ashton, Federica Mogherini, non ha mai speso una parola per la liberazione della prigioniera politica (No Pasdaran).

Ci aspettiamo una dura condanna da parte dell’Occidente, rispetto a questo nuovo abuso dei diritti umani da parte del regime iraniano. In particolare, ce lo aspettiamo dall’Italia, Paese che si considera in prima fila nella promozione della Moratoria Internazionale per l’abolizione della Pena di Morte.

 

 

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L’articolo che Shirin Ebadi ha recentemente pubblicato su Politico, non e’ un pezzo qualunque, ma una vera e propria j’accuse nei confronti dell’Europa, per le modalità con cui sta gestendo le aperture politiche – ma soprattutto economiche – al regime iraniano (Politico.eu).

Piccola premessa: l’avvocatessa Shirin Ebadi, Premio Nobel per la pace nel 2003, e’ ormai da anni rifugiata all’estero, dopo aver passato una vita di esclusione sociale e persecuzione in Iran. Presidente di una sezione del Tribunale di Teheran prima delle Rivoluzione iraniana, la Ebadi ha dovuto lasciare il lavoro perché donna nel 1979 e ha potuto esercitare nuovamente la professione forense solamente nel 1992. Dedicatasi soprattutto a difendere gli attivisti per i diritti umani, la Ebadi e’ stata insignita del Premio Nobel nel 2003. Purtroppo, come noto, l’assegnazione del prestigioso riconoscimento le e’ costata solamente una maggiore persecuzione da parte del regime. Dal 2009, quindi, si e’ rifugiata a Londra, dopo che le forze di sicurezza sono penetrate nel suo appartamento di Teheran, sequestrandole anche lo stesso Premio Nobel.

Nell’articolo scritto per Politico, la Ebadi sottolinea come – mentre la Repubblica Islamica diventa per l’Europa un “Open for Business” – il regime continua senza limiti ad impiccare prigionieri, incarcerare giornalisti, discriminare socialmente e professionalmente le donne e abusare dei diritti umani. 

Molto spesso, denuncia la Ebadi, le stesse società Occidentali sono indettamente responsabili degli abusi dei diritti umani. Il Premio Nobel iraniano, a tal proposito, ricorda il ruolo avuto dalla Nokia nel fornire ai Pasdaran i mezzi tecnologici per intercettare gli attivisti dell’Onda Verde – protagonisti delle proteste popolari del 2009/2011 – molto spesso ancora oggi detenuti e torturati dal regime. Non solo: il business con il regime iraniano favorisce la corruzione interna e spesso legittima norme discriminatorie, come quelle che impediscono ai Baha’i di esercitare una serie di professioni (No Pasdaran).

Il regime iraniano, denuncia la Ebadi, usa gli organismi internazionali come l’ONU e il dialogo bilaterale con la UE, per isolare il tema dei diritti umani rispetto agli altri argomenti. Cosi facendo, il regime astutamente avvia dialoghi filosofici sulla questione dei diritti umani che, concretamente, sono destinati al fallimento e non rafforzano in alcun modo gli attivisti presenti all’interno della Repubblica Islamica (molto spesso in carcere, nella piena indifferenza Occidentale). Un caso esemplare e’ quello di Narges Mohammadi, arrestata per aver incontrato la ex Mrs Pesc Lady Ashton a Teheran e su cui l’attuale Mrs. Pesc Mogherini – tanto amica del Ministro degli Esteri iraniano Zarif – non ha mai accennato minimamente (No Pasdaran).

L’Italia stessa, sin dai tempi dell’ex Ministro degli Esteri Emma Bonino, ha avviato con il regime iraniano un dialogo anche sui diritti umani, per mezzo di alcune conferenze organizzate a Siracusa con la presenza dello stesso Javad Larijani, Segretario del Consiglio per i Diritti Umani dell’Iran. Non solo quelle conferenze non hanno portato a nulla, ma hanno contribuito allo sdoganamento del regime, nello stesso momento in cui le condanne a morte aumentavano e gli attivisti finivano in celle di isolamento senza processi legali. In altre parole, quelle conferenze sono servite unicamente per legittimare il nuovo business con uno Stato autoritario, senza porre delle reali condizioni a Teheran (No Pasdaran).

Tutto ciò senza dimenticare che, sin dal 2002, l’Unione Europea ha avviato con l’Iran un dialogo bilaterale sui diritti umani. Dialogo fallito drammaticamente e che non ha impedito a Teheran di schiacciare senza alcuna pietà le proteste popolari iniziate nel 2009, con la illegale rielezione del negazionista Ahmadinejad a Presidente dell’Iran.

Shirin Ebadi descrive quindi quattro condizioni fondamentali che l’Europa deve porre nel nuovo dialogo con il regime iraniano:

  1. mantenere un focus sull’Iran alle Nazioni Unite;
  2. integrare gli sforzi multilaterali con il dialogo bilaterale strategico;
  3. lavorare a stretto contatto con la società civile iraniana, in Iran e all’estero;
  4. stabilire degli standard per il business, legati alla responsabilità sociale delle imprese.

Il quarto punto, per la Ebadi, e’ fondamentale. Lo e’ soprattutto considerando le parole pronunciate da Hassan Rouhani in un discorso alla nazione trasmesso ieri dalle TV nazionali in Iran. Rouhani ha detto che Teheran oggi non punta a scambiare petrolio con prodotti finiti, ma a costruire delle joint venture tra la Repubblica Islamica e le compagnie internazionali. Un progetto che, senza delle chiare condizioni politiche, rischia seriamente di rendere le società estere complici degli abusi dei diritti umani in Iran. 

Per questo, e’ fondamentale che l’appello della Ebadi sia accolto dai Governi europei, primo fra tutti quello italiano. Non solo perché l’Italia si vanta di essere in prima fila per la Moratoria Internazionale sulla Pena di Morte, ma anche perché Rouhani ha scelto proprio Roma come “porta d’ingresso” verso l’Europa. Una decisione che, chiaramente, pone il Governo Italiano davanti al dovere di non essere complice degli abusi commessi da un regime fondamentalista, misogino e razzista. 

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Seyed Mohammad Ebrahimi e’ un coraggioso iraniano attivista per i diritti umani e per i diritti delle donne. Come tale, e’ membro della commissione delle “Madri in Lutto” – anche note come Madri del Parco Laleh – ovvero un coraggioso gruppo di madri che hanno perso i loro figli nella repressione delle proteste del 2009 in Iran e che, da quel momento, si riuniscono periodicamente di Sabato presso il Parco Laleh per chiedere giustizia (sul modello delle Madri di Plaza de Mayo in Argentina). Le coraggiose Madri in Lutto denunciano anche le repressioni fatte dal regime alla fine degli anni ’80 e chiedono verità e giustizia (secondo Amnesty International oltre 4000 oppositori politici vennero giustiziati dal regime nel 1988 in soli cinque mesi).

Per la sua attività in favore dei diritti del popolo iraniano, Seyed Mohammad Ebrahimi e’ stato convocato dalla Sezione 28 del Tribunale Rivoluzionario di Teheran, con l’accusa di aver discusso dello stato dei diritti umani in Iran con Ahmed Shaheed, inviato speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani in Iran. Secondo le informazioni diffuse dal Boroujerdi Civil Rights Group, il processo per Seyed Mohammad Ebrahimi era stato convocato per il 21 luglio, ma sinora non ci sono aggiornamenti sul suo caso. E’ stato reso noto, ad ogni modo, che il giudice competente per questo caso sara’ Mohammad Mogheyseh.

L’attivista Seyed Mohammad Ebrahimi era già stato arrestato nel 2010 per le sue attività ed incarcerato nel carcere di Evin. In quella occasione fu accusato di “minaccia alla sicurezza nazionale”, di “offesa contro la Guida Suprema” e di mettere in atto una “soft-war contro il regime iraniano”. Ebrahimi era stato rilasciato nel 2014, unicamente per le sue drammatiche condizioni di salute, derivate direttamente dal pessimo stato di detenzione e dal forzato isolamento che subito per anni (fonte HRANA). Poco dopo l’arresto, tra le altre cose, Seyed Mohammad Ebrahimi fu anche vittima di un attacco di cuore e perse una parte della sua memoria a breve termine per ben otto mesi, a seguito delle torture subite in carcere (BCR News).

Il fermo e il prossimo probabile arresto di Seyed Mohammad Ebrahimi, sono ormai parte di una vera e propria campagna di intimidazione, persecuzione e arresto degli attivisti iraniani. Tra di loro, ricordiamo l’arresto di Narges Mohammadi, a cui oggi e’ anche negato il diritto di contattare i propri figli e per cui il Ministro dell’Intelligence iraniano ha chiesto la massima pena. Anche Narges Mohammadi, e’ stata fermata per i suoi contatti con l’Occidente, in seguito ad un meeting avuto con Lady Ashton nel marzo 2014. Nonostante questi arresti e nonostante la tipologia di accuse, le diplomazie Occidentali non stanno facendo nulla per chiedere il rilascio immediato degli attivisti iraniani. 

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Secondo quanto denunciato dagli attivisti internazionali, il Ministero dell’Intelligence iraniano sta facendo pressioni sulla magistratura per ottenere la massima punizione contro Narges Mohammadi. La notizia, per la precisione, e’ stata data da Taghi Rahmani, marito della coraggiosa attivista iraniana, in carcere da mesi con l’accusa di propaganda contro il regime. In particolare, Narges Mohammad e’ stata arrestata per aver collaborato con il Premio Nobel per i diritti umani Shirin Ebadi, per aver creato un gruppo contro la pena di morte e per aver incontrato, nel marzo del 2014, l’ex Mrs. Pesc Lady Ashton. Nonostante tutto il lavoro di Narges Mohammad per la libertà del popolo iraniano e nonostante una delle ragioni del suo arresto sia stata l’incontro con la Ashton, nessun rappresentante della diplomazia internazionale ha speso una parola per la sua liberazione. Non lo ha fatto nemmeno colei che ha preso il posto di Lady Ashton, l’italiana Federica Mogherini, nonostante le richieste degli attivisti.

Le pressioni del Ministero dell’Intelligence hanno determinato il rinvio dell’inizio del processo contro Narges Mohammadi, previsto inizialmente per l’inizio di luglio. Per ora, quindi, non e’ stato nemmeno reso noto quando il processo sara’ avviato. Nel frattempo, purtroppo, a Narges Mohammadi continua ad essere vietato di incontrare i suoi cari. In un chiaro tentativo di sfiancarla psicologicamente, a Narges e’ permesso unicamente sentire la voce dei suoi due figli per pochi minuti, un paio di volte a settimana. Terribile.

Poche ore dopo la firma dell’accordo nucleare tra Iran e P 5+1, l’inviato speciale dell’ONU Ahmad Shaheed, ha richiesto pubblicamente un impegno internazionale per il miglioramento dei diritti umani nella Repubblica Islamica. Ricordiamo che, nonostante le ripetute richieste da parte del diretto interessato, Teheran non ha mai concesso all’inviato speciale Ahmad Shaheed di entrare in Iran per parlare con gli attivisti iraniani e verificare lo stato detentivo dei numerosi prigionieri politici.

Qui la petizione aperta su Change.org, per continuare a richiedere l’immediata scarcerazione di Narges Mohammadi: https://goo.gl/pRskq0

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Sono parole durissime quelle usate dall’Inviato Speciale ONU per i Diritti Umani in Iran Ahmed Shaheed,contro il regime degli Ayatollah. Per Shaheed, infatti, i recenti arresti di giornalisti e attivisti per i diritti civili sono illegali e molto preoccupanti. “Zittire queste voci critiche e’ inaccettabile” – afferma l’inviato ONU – “colpisce il dibattito pubblico e priva gli iraniani e il resto del mondo di importanti fonti di informazione su quanto accade nel Paese“. Continua Shaheed: “l‘uso costante di accuse di quali la minaccia alla sicurezza nazionale, la propaganda contro il sistema e l’insulto alle autorità per perseguire giornalisti e attivisti, e’ totalmente in contraddizione con le norme internazionali legate al diritto di libera espressione e associazione“.

Nel comunicato ufficiale di condanna del regime iraniano, l‘inviato ONU fa nomi e cognomi delle persone perseguitate dal regime ultimamente. Per quanto concerne i giornalisti, Shaheed ricorda l’arresto e il processo in corso contro Jason Rezaian, inviato del Washington Post, fermato insieme alla moglie Yeganeh Salehi, corrispondente del quotidiano degli Emirati Arabi Uniti, The National. Il processo contro Rezaian e’ cominciato, a porte chiuse, il 25 maggio scorso, ma bisogna ricordare che l’inviato del Washington Post e’ stato arrestato nel luglio del 2014, passando quasi un anno di detenzione senza processo, senza accuse formali e senza diritto di difesa. “I giornalisti andrebbero protetti non perseguitati” – grida Ahmed Shaheed – “la detenzione e il processo contro Rezaian e la Signora Salehi non solo violano i diritti individuali, ma rappresentano anche una intimidazione per chi lavora nel settore giornalistico in Iran“.

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Altrettanto grave, quindi, e’ la detenzione e la condanna di diversi attivisti per i diritti umani del popolo iraniano. Prime fra tutte le due attiviste Atena Farghdani e Narges Mohammadi. Atena, come noto, e’ stata arrestata e condannata a 12 anni di carcere per alcune caricature critiche contro l’establishment politico iraniano. Il suo avvocato, come abbiamo ricordato, e’ stato anche lui fermato con l’accusa di “relazione immorale”, per aver stretto la mano di Atena durante una visita nel carcere di Evin. Narges Mohammadi, quindi, e’ stata arrestata e condannata nel maggio scorso e dovrà scontare sei anni di carcere. L’accusa contro di lei e’ quella di aver creato un gruppo contro la pena di morte (“Step by Step to Stop Death Penalty“), di aver incontrato l’ex Mrs. Pesc dell’EU, Lady Ashton, di aver manifestato contro gli attacchi con l’acido alle donne malvelate e di collaborare con il premio Nobel Shirin Ebadi (oggi in esilio a Londra).

Nonostante il chiaro abuso dei diritti umani, nonostante l’assenza di condanna da parte del Presidente iraniano Rouhani e, soprattutto, nonostante le condanne dell’ONU, le diplomazie Occidentali hanno totalmente taciuto in questi mesi. Sollecitati direttamente con lettere aperte e appelli da parte dagli attivisti, sia la nuova Mrs. Pesc, Federica Mogherini (link), sia il Ministro degli Esteri italiano e sia i Parlamentari Italiani (link), non hanno mai minimamente espresso una sola parola di condanna contro Teheran. Al contrario, hanno continuato ad elogiare Hassan Rouhani, inventando una “moderazione” del nuovo Governo iraniano, mai esistita. Va ricordato che, solamente dall’entrata in carica di Rouhani, oltre 1200 prigionieri sono stati impiccati, molto spesso senza neanche una comunicazione ufficiale. Tutto questo, proprio mentre la Farnesina si vanta di promuovere all’ONU la Moratoria Universale contro la Pena di MorteE’ tempo quindi di fermare questa “tempesta omertosa”. 

Nessun negoziato nucleare – per ora senza alcun successo – e nessuna guerra all’Isis – che l’Iran finge di combattere – possono infatti giustificare un silenzio disumano e colpevole. 

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La vignetta di Atena Fara... contro i membri del Parlamento iraniano

La vignetta di Atena Farghadani contro i membri del Parlamento iraniano

Dodici anni e mezzo di carcere. Questa la pena per l’attivista Atena Farghadani, vignettista, colpevole di aver espresso attraverso la sua arte opinioni di protesta contro l’establishment politico iraniano. In particolare, la colpa principale di Atena e’ stata quella di aver disegnato i membri del Parlamento iraniano come degli animali, mentre si accingevano a votare una legge per bandire permanentemente la contraccezione (su richiesta esplicita di Ali Khamenei). Convocata dalla Corte nel gennaio del 2015, Atena e’ stata accusata di “propaganda contro il regime”, “insulto ai membri del Parlamento” e “pericolo per la sicurezza nazionale”.  Va rilevato che, la convocazione da parte dei magistrati, e’ arrivata dopo che Atena ha caricato le immagini della sua protesta contro il regime su Facebook, un segno evidente delle paure dei Mullah verso la crescita dell’uso dei social network in Iran. Anche la giovane Atena, cosi come il giornalista del Washington Post Jason Rezaian, e’ stata portata davanti al giudice Salavati, noto per le sue posizioni ultraconservatrici. Il giudice Salavati, oltre alla vignetta suddetta, ha imputato ad Atena anche le sue visite in carcere ai prigionieri politici e la sua protesta contro le violenze avvenute nel centro detentivo di Kharizak (nel 2009).

Un'opera di Atena Faraghdani creata durante la detenzione

Un’opera di Atena Farghdani creata durante la detenzione

Vogliamo ricordare che il primo arresto di Atena Farghadani e’ avvenuto nell’agosto del 2014. Portata nel carcere di Evin, Atena e’ stata quindi rilasciata su cauzione nel mese di novembre. Uscita di prigione, la giovane attivista ha pubblicato un lungo video in cui, senza alcun timore, ha denunciato gli abusi fisici subiti in carcere (Video). Dopo la pubblicazione del video, Atena e’ stata nuovamente arrestata e portata nel carcere di Gharchak, poco fuori Teheran. Gettata stavolta in mezzo ai comuni criminali, Atena Farghadani ha cominciato uno sciopero della fame che l’ha portata a raggiungere una condizione fisica drammatica. Solamente grazie a questo terribile sciopero della fame e dopo il trasferimento in ospedale, Atena Farghadani e’ stata riportata nel carcere di Evin insieme agli altri detenuti politici.

Con la condanna di Atena Farghadani, sono tre le attiviste di primo piano oggi incarcerate nella Repubblica Islamica. In carcere si trova anche un’altra Atena, Atena Daemi, appena 27 anni, colpevole di aver denunciato l’uso della pena di morte nella Repubblica Islamica su Facebook e Twitter. Arrestata da nove Pasdaran nell’ottobre del 2014, Atena Daemi e’ stata rinchiusa in una cella del carcere di Evin priva di bagno e infestata da numerosi insetti (fonte Amnesty International). Anche per la povera Atena Daemi la condanna e’ stata durissima: quattrodici anni di carcere per “propaganda contro il regime” ed “insulto alla Guida Suprema”. Per la cronaca, il processo e l’emissione della sentenza contro Atena Daemi, sono durati appena 15 minuti…

Atena Farghadami (sinistra), con Atena Daemi (destra)

Atena Farghadami (sinistra), con Atena Daemi (destra)

Infine, come abbiamo duramente denunciato settimane fa, in carcere si trova anche Narges Mohammadi. Arrestata all’inizio di maggio, Narges e’ ritenuta colpevole dal regime di aver protestato contro la pena di morte creando un gruppo denominato “Step by Step to Stop the Death Penalty”, di aver manifestato davanti al Parlamento iraniano contro la violenza sulle donne, di aver richiesto il rilascio dei prigionieri politici e, soprattutto, di aver incontrato nel marzo del 2014 Lady Ashton, ex Mrs. Pesc dell’Unione Europea. La stessa posizione oggi ricoperta dall’italiana Federica Mogherini, a cui abbiamo indirizzato una lettera per richiedere un suo intervento diretto in favore di Narges. Ovviamente, neanche a dirlo, non abbiamo ricevuto alcuna risposta, cosi come alcuna risposta ci e’ arrivata dal Gruppo inter-parlamentare Italia – Iran. I due figli di Narges Mohammadi hanno pubblicato un video per chiedere il rilascio immediato della madre. Il video, con sottotitoli in inglese, e’ sparito da Youtube in poche ore.

Ecco allora che, mentre si continua a diffondere nel mondo l’idea del “nuovo Iran di Rouhani”, all’interno della Repubblica Islamica la persecuzione contro gli attivisti ed in particolare contro le donne, si fa sempre più dura. Con l’enorme differenza che, proprio grazie alla propaganda pro regime in atto in Occidente, nessun Governo e nessuna diplomazia internazionale e’ attivamente e pubblicamente impegnata nel pretendere da Teheran il rispetto dei diritti umani e civili. Una colpevole complicità che miete una unica e solitaria vittima: il popolo iraniano…

Narges Mohammadi parla in occasione dell’anniversario della morte del blogger iraniano Shattar Beheshti

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