Posts contrassegnato dai tag ‘Jason Rezaian’

untitled

Il reporter del Washington Post Jason Rezaian, detenuto per 544 giorni dai Pasdaran prima della sua liberazione, ha deciso di fare causa al regime iraniano. Jason accusa l’Iran di averlo tenuto come ostaggio, di averlo torturato e di essere responsabile di terrorismo. La denuncia è stata depositata presso la Corte Federale di Washington. La Corte ha anche preso atto che, durante la sua detenzione, Jason ha anche provato a commettere sucidio, istigato al gesto estremo dalle minacce dei suoi carcerieri (AgencyNewsPPi2015).

Ricordiamo che Jason Rezaina è stato fermato nel luglio del 2014 in Iran e il suo arresto è stato ufficialmente reso noto solamente nove mesi dopo! Accusato di spionaggio, Jason ha subito un processo a porte chiuse che si è concluso con una condanna, di cui il regime dei Mullah non ha nemmeno reso noto l’entità della pena. Jason è stato infine liberato nel gennaio del 2016 insieme ad altri tre detenuti irano-americani, dietro il pagamento di un riscatto da parte della Casa Bianca. Washington ha provato a negare di aver pagato un riscatto, facendo passare un aereo pieno di soldi giunto a Teheran nelle ore della liberazione dei detenuti, come la mera consegna di parte dei fondi del regime iraniano negli Stati Uniti, scongelati in seguito alla fine di alcune sanzioni. Erano tutte bugie e lo stesso Jason Rezaian confermò che, uno dei suoi carcerieri, gli aveva detto che nessun detenuto sarebbe stato liberato prima dell’arrivo di un aereo dagli Stati Uniti.

Oggi Jason Rezaian la lasciato il Washington Post ed è ricercatore presso la Harvard University.

Untitled

Si chiama Mozaffar Khazaee ed e’ un ingegnere con doppia cittadinanza: americana e iraniana. Negli Stati Uniti, Mozaffar aveva lavorato per lungo tempo nel settore della difesa. Un settore delicato che, come noto, permette spesso l’accesso a materiale estremante riservato. Per il regime iraniano, quindi, Moazaffar Khazaee era una preda perfetta da corteggiare per diventare una spia.

Purtroppo, Mozaffar Khazaee ha accettato il corteggiamento di Teheran, diventando un puppet del regime. Secondo quanto provato durante il processo, Mozaffar non solo ha messo a disposizione le sue conoscenze tecniche per diverse università collegate ai Pasdaran, ma ha anche tentato di inviare in Iran un carico di manuali e informazioni riguardo all’apparato ingegneristico dei jet militari statunitensi. Per questi reati, Mozaffar e’ stato arrestato un anno fa mentre tentava di scappare in Iran ed e’ stato condannato in questi giorni a 8 anni di detenzione e una multa di 50,000 dollari da un giudice del Connecticut (Payvan).

Perché il caso di Mozaffar Khazaee e’ importante? Per due motivi:

  1. rileva quanto il regime tenti di infiltrarsi in apparati sensibili per carpire informazioni legati alle sicurezza nazionale dei Paesi Occidentali. In tal senso, anche l’Italia dovrebbe stare attenta ad aprire le sue università agli studenti provenienti dall’Iran. Secondo le informazioni dell’intelligence norvegese, i Pasdaran infiltrano tra questi studenti numerose spie (GaiaItalia.com);
  2. quanto vergognoso sia il caso del reporter Jason Rezaian (No Pasdaran), giornalista del Washington Post in Iran, arrestato e condannato per spionaggio dai Mullah. La recente intervista di Hassan Rouhani ad una TV americana, ha dimostrato che l’Iran ha arrestato Jason unicamente per ragioni politiche. Lo scopo del regime, infatti, e’ ottenere uno scambio di prigionieri per “ragioni umanitarie”. Con il piccolo particolare che, mentre l’Iran rilascerebbe un innocente giornalista accusato con prove ridicole, otterrebbe in cambio vere spie, capaci di rivelare informazioni assai pericolose (CNN).

L’ennesima dimostrazione dello stile mafioso della Repubblica Islamica dell’Iran!

[youtube:https://youtu.be/5wKRoUNQWAQ%5D

imrs

Affermare che in Iran in questo momento c’e’ un caso giudiziario di prima importanza, e’ una frase senza senso. Purtroppo, nella Repubblica Islamica attualmente ci sono diversi processi aperti assai rilevanti, che mostrano la faccia peggiore del regime. C’e’ un processo, su tutti gli altri, che maggiormente spicca e che deve rappresentare un monito per tutto l’Occidente. Non solo perché si fonda su accuse deboli e mai provate, ma anche perché dimostra come la legge – se cosi possiamo chiamarla – funziona in Iran e come sia capace di colpire cittadini con passaporti stranieri, quando le ragioni politiche lo richiedono.

Il caso in questione e’ quello di Jason Rezaian, corrispondente del Washington Post in Iran, in possesso del passaporto americano e di quello iraniano. Jason Rezaian e’ stato arrestato nel luglio del 2014 insieme alla moglie, Yeganeh Salehi, anche lei giornalista e corrispondente del giornale The National (quotidiano degli Emirati Arabi Uniti). La Signora Salehi, per sua fortuna, e’ stata rilasciata nell’ottobre del 2014, mentre il povero Jason e’ rimasto in prigione. Il corrispondente del Washington Post e’ rimasto in galera con l’accusa di “spionaggio”, una accusa che il giudice Salavati ha ricavato – a quanto dicono le indiscrezioni – da una lettera inviata da Rezaian ad Obama (tramite il consolato americano di Dubai) e dalle relazioni del giornalista con alcuni colleghi (come Lara Setrakian di ABC). Prove praticamente inesistenti, soprattutto se si considera che una spia che non intende farsi scoprire non manda lettere direttamente alla Casa Bianca e che le relazioni tra giornalisti sono praticamente la regola (No Pasdaran). Il giudice Salavati, per la cronaca, lavora direttamente con i Pasdaran e il Ministero dell’Intelligence.

Come suddetto, il processo Rezaian deve essere un monito per tutti gli Occidentali che intendono correre in Iran ed investire nella Repubblica Islamica. Questo caso, infatti, dimostra pienamente come lavora il sistema giudiziario iraniano: nonostante le regole scritte, infatti, Rezaian, e’ stato arrestato un anno fa e tenuto per mesi in galera senza un processo, senza il diritto ad un avvocato difensore e senza delle accuse formali. Per lui il processo e’ cominciato solamente nel maggio del 2015, senza alcuna possibilità concreta per l’imputato di confutare le accuse (Iran Human Rights). L’ultima sessione del processo – svoltasi il 10 agosto scorso – e’ stata l’ennesimo esempio della brutalità del regime clericale: all’avvocato difensore di Rezaian non e’ stato consentito svolgere la sua arringa difensiva in forma orale (ha potuto solamente consegnare un documento scritto alla corte). Non solo: anche la moglie di Rezaian e’ stata “caldamente invitata” a non parlare con i colleghi giornalisti (in pratica una minaccia bella e buona).

Sebbene oggi l’Iran venga rappresentato dai media come il nuovo eldorado, si tratta di mera propaganda. Questo eldorado ha un livello di corruzione altissimo (l’Iran e’ al 136º posto su 175 Paesi), un livello di censura tra i primi al mondo (al 7º posto per precisione) e soprattutto, come il caso Rezaian dimostra, può trasformarsi da un giorno all’altro in una vera e propria prigione. Si tratta di un rischio che, attualmente, le diplomazie Occidentali non stanno evidenziando volontariamente, interessate come sono ad isolare la Russia sfruttando le risorse iraniane. E’ un rischio, pero’, che ogni impresa e ogni singolo cittadino Occidentale deveno considerare quando decide di investire nella Repubblica Islamica. Il prezzo dell’indifferenza – soprattutto considerando la volatilità politica dell’Iran – può avere un costo assai elevato. Il processo contro Rezaian si dovrebbe concludere la prossima settimana. Indipendentemente dal verdetto finale, la sua detenzione illegale e la privazione dei diritti fondamentali, devono essere condannati senza alcun appello ed esitazione.

[youtube:https://youtu.be/jVlj9UpfRNg%5D

Untitled

Sono parole durissime quelle usate dall’Inviato Speciale ONU per i Diritti Umani in Iran Ahmed Shaheed,contro il regime degli Ayatollah. Per Shaheed, infatti, i recenti arresti di giornalisti e attivisti per i diritti civili sono illegali e molto preoccupanti. “Zittire queste voci critiche e’ inaccettabile” – afferma l’inviato ONU – “colpisce il dibattito pubblico e priva gli iraniani e il resto del mondo di importanti fonti di informazione su quanto accade nel Paese“. Continua Shaheed: “l‘uso costante di accuse di quali la minaccia alla sicurezza nazionale, la propaganda contro il sistema e l’insulto alle autorità per perseguire giornalisti e attivisti, e’ totalmente in contraddizione con le norme internazionali legate al diritto di libera espressione e associazione“.

Nel comunicato ufficiale di condanna del regime iraniano, l‘inviato ONU fa nomi e cognomi delle persone perseguitate dal regime ultimamente. Per quanto concerne i giornalisti, Shaheed ricorda l’arresto e il processo in corso contro Jason Rezaian, inviato del Washington Post, fermato insieme alla moglie Yeganeh Salehi, corrispondente del quotidiano degli Emirati Arabi Uniti, The National. Il processo contro Rezaian e’ cominciato, a porte chiuse, il 25 maggio scorso, ma bisogna ricordare che l’inviato del Washington Post e’ stato arrestato nel luglio del 2014, passando quasi un anno di detenzione senza processo, senza accuse formali e senza diritto di difesa. “I giornalisti andrebbero protetti non perseguitati” – grida Ahmed Shaheed – “la detenzione e il processo contro Rezaian e la Signora Salehi non solo violano i diritti individuali, ma rappresentano anche una intimidazione per chi lavora nel settore giornalistico in Iran“.

khoshunat-alayhe-zanan-narges-mohammadi freeAtena-537x600

Altrettanto grave, quindi, e’ la detenzione e la condanna di diversi attivisti per i diritti umani del popolo iraniano. Prime fra tutte le due attiviste Atena Farghdani e Narges Mohammadi. Atena, come noto, e’ stata arrestata e condannata a 12 anni di carcere per alcune caricature critiche contro l’establishment politico iraniano. Il suo avvocato, come abbiamo ricordato, e’ stato anche lui fermato con l’accusa di “relazione immorale”, per aver stretto la mano di Atena durante una visita nel carcere di Evin. Narges Mohammadi, quindi, e’ stata arrestata e condannata nel maggio scorso e dovrà scontare sei anni di carcere. L’accusa contro di lei e’ quella di aver creato un gruppo contro la pena di morte (“Step by Step to Stop Death Penalty“), di aver incontrato l’ex Mrs. Pesc dell’EU, Lady Ashton, di aver manifestato contro gli attacchi con l’acido alle donne malvelate e di collaborare con il premio Nobel Shirin Ebadi (oggi in esilio a Londra).

Nonostante il chiaro abuso dei diritti umani, nonostante l’assenza di condanna da parte del Presidente iraniano Rouhani e, soprattutto, nonostante le condanne dell’ONU, le diplomazie Occidentali hanno totalmente taciuto in questi mesi. Sollecitati direttamente con lettere aperte e appelli da parte dagli attivisti, sia la nuova Mrs. Pesc, Federica Mogherini (link), sia il Ministro degli Esteri italiano e sia i Parlamentari Italiani (link), non hanno mai minimamente espresso una sola parola di condanna contro Teheran. Al contrario, hanno continuato ad elogiare Hassan Rouhani, inventando una “moderazione” del nuovo Governo iraniano, mai esistita. Va ricordato che, solamente dall’entrata in carica di Rouhani, oltre 1200 prigionieri sono stati impiccati, molto spesso senza neanche una comunicazione ufficiale. Tutto questo, proprio mentre la Farnesina si vanta di promuovere all’ONU la Moratoria Universale contro la Pena di MorteE’ tempo quindi di fermare questa “tempesta omertosa”. 

Nessun negoziato nucleare – per ora senza alcun successo – e nessuna guerra all’Isis – che l’Iran finge di combattere – possono infatti giustificare un silenzio disumano e colpevole. 

[youtube:https://youtu.be/z4oyk_ptRjc%5D

La vignetta di Atena Fara... contro i membri del Parlamento iraniano

La vignetta di Atena Farghadani contro i membri del Parlamento iraniano

Dodici anni e mezzo di carcere. Questa la pena per l’attivista Atena Farghadani, vignettista, colpevole di aver espresso attraverso la sua arte opinioni di protesta contro l’establishment politico iraniano. In particolare, la colpa principale di Atena e’ stata quella di aver disegnato i membri del Parlamento iraniano come degli animali, mentre si accingevano a votare una legge per bandire permanentemente la contraccezione (su richiesta esplicita di Ali Khamenei). Convocata dalla Corte nel gennaio del 2015, Atena e’ stata accusata di “propaganda contro il regime”, “insulto ai membri del Parlamento” e “pericolo per la sicurezza nazionale”.  Va rilevato che, la convocazione da parte dei magistrati, e’ arrivata dopo che Atena ha caricato le immagini della sua protesta contro il regime su Facebook, un segno evidente delle paure dei Mullah verso la crescita dell’uso dei social network in Iran. Anche la giovane Atena, cosi come il giornalista del Washington Post Jason Rezaian, e’ stata portata davanti al giudice Salavati, noto per le sue posizioni ultraconservatrici. Il giudice Salavati, oltre alla vignetta suddetta, ha imputato ad Atena anche le sue visite in carcere ai prigionieri politici e la sua protesta contro le violenze avvenute nel centro detentivo di Kharizak (nel 2009).

Un'opera di Atena Faraghdani creata durante la detenzione

Un’opera di Atena Farghdani creata durante la detenzione

Vogliamo ricordare che il primo arresto di Atena Farghadani e’ avvenuto nell’agosto del 2014. Portata nel carcere di Evin, Atena e’ stata quindi rilasciata su cauzione nel mese di novembre. Uscita di prigione, la giovane attivista ha pubblicato un lungo video in cui, senza alcun timore, ha denunciato gli abusi fisici subiti in carcere (Video). Dopo la pubblicazione del video, Atena e’ stata nuovamente arrestata e portata nel carcere di Gharchak, poco fuori Teheran. Gettata stavolta in mezzo ai comuni criminali, Atena Farghadani ha cominciato uno sciopero della fame che l’ha portata a raggiungere una condizione fisica drammatica. Solamente grazie a questo terribile sciopero della fame e dopo il trasferimento in ospedale, Atena Farghadani e’ stata riportata nel carcere di Evin insieme agli altri detenuti politici.

Con la condanna di Atena Farghadani, sono tre le attiviste di primo piano oggi incarcerate nella Repubblica Islamica. In carcere si trova anche un’altra Atena, Atena Daemi, appena 27 anni, colpevole di aver denunciato l’uso della pena di morte nella Repubblica Islamica su Facebook e Twitter. Arrestata da nove Pasdaran nell’ottobre del 2014, Atena Daemi e’ stata rinchiusa in una cella del carcere di Evin priva di bagno e infestata da numerosi insetti (fonte Amnesty International). Anche per la povera Atena Daemi la condanna e’ stata durissima: quattrodici anni di carcere per “propaganda contro il regime” ed “insulto alla Guida Suprema”. Per la cronaca, il processo e l’emissione della sentenza contro Atena Daemi, sono durati appena 15 minuti…

Atena Farghadami (sinistra), con Atena Daemi (destra)

Atena Farghadami (sinistra), con Atena Daemi (destra)

Infine, come abbiamo duramente denunciato settimane fa, in carcere si trova anche Narges Mohammadi. Arrestata all’inizio di maggio, Narges e’ ritenuta colpevole dal regime di aver protestato contro la pena di morte creando un gruppo denominato “Step by Step to Stop the Death Penalty”, di aver manifestato davanti al Parlamento iraniano contro la violenza sulle donne, di aver richiesto il rilascio dei prigionieri politici e, soprattutto, di aver incontrato nel marzo del 2014 Lady Ashton, ex Mrs. Pesc dell’Unione Europea. La stessa posizione oggi ricoperta dall’italiana Federica Mogherini, a cui abbiamo indirizzato una lettera per richiedere un suo intervento diretto in favore di Narges. Ovviamente, neanche a dirlo, non abbiamo ricevuto alcuna risposta, cosi come alcuna risposta ci e’ arrivata dal Gruppo inter-parlamentare Italia – Iran. I due figli di Narges Mohammadi hanno pubblicato un video per chiedere il rilascio immediato della madre. Il video, con sottotitoli in inglese, e’ sparito da Youtube in poche ore.

Ecco allora che, mentre si continua a diffondere nel mondo l’idea del “nuovo Iran di Rouhani”, all’interno della Repubblica Islamica la persecuzione contro gli attivisti ed in particolare contro le donne, si fa sempre più dura. Con l’enorme differenza che, proprio grazie alla propaganda pro regime in atto in Occidente, nessun Governo e nessuna diplomazia internazionale e’ attivamente e pubblicamente impegnata nel pretendere da Teheran il rispetto dei diritti umani e civili. Una colpevole complicità che miete una unica e solitaria vittima: il popolo iraniano…

Narges Mohammadi parla in occasione dell’anniversario della morte del blogger iraniano Shattar Beheshti

[youtube:https://youtu.be/Hw4c_YAHFZg%5D

Untitled

Maziar Bahari, giornalista irano-canadese arrestato e abusato dalle autorità iraniane nel 2009, ha definito la storia dell’Iran una “storia di false confessioni”. Il senso di questa affermazione e’ chiaro: seguendo e peggiorando la linea imposta dallo Shah, l’Iran post rivoluzionario e’ stato un susseguirsi di arresti di nemici invisibili, costretti a confessare la loro colpevolezza in video televisivi, dopo aver subito le peggiori angherie. La loro colpa, ovviamente, non era quella di rappresentare un vero pericolo alla sicurezza nazionale, ma quella di agire, informare o semplicemente mettere in dubbio la linea imposta dai Mullah.

Questo dramma oggi lo sta vivendo Jason Rezaian, inviato del quotidiano americano Washington Post, arrestato con la moglie nel luglio del 2014. Ieri, dopo mesi di detenzione senza processo, Jason e’ stato portato per la prima volta davanti alla Corte Rivoluzionaria, per la precisione davanti al giudice Abolghasem Salavati. Il Giudice Salavati, a capo della sezione 15 del Tribunale Rivoluzionario, e’ conosciuto come uno dei più fedeli mastini della linea ultraconservatrice, ed e’ oggi anche responsabile del processo contro Narges Mohammadi, attivista e donna coraggiosa, in arresto per la sua opposizione alla pena di morte e per la sua lotta in favore dei prigionieri politici e dei diritti delle donne.

Il Giudice Salavati intende processare Jason Rezaian per due accuse: 1- spionaggio in favore di un Governo ostile (Stati Uniti), 2- propaganda contro il regime. Salavati, in particolare, mette sotto accusa le relazioni di Jason Rezaian con il Consolato americano a Dubai, sostenendo che l’inviato del Washington Post avrebbe inviato una lettera ad Obama, sostenendo di avere contatti con cittadini iraniani di ogni livello, dai semplici lavoratori ai Mullah. Tra le altre cose, inoltre, il Giudice Salavati ha messo in dubbio la natura dei contatti tra Jason Rezaian e Lara Setrakian, giornalista armeno-americana, inviata per il Medioriente di diversi canali, tra cui ABC e Bloomberg.  Davanti a tutte queste accuse, alquanto ridicole tra le altre cose, Jason Rezaian ha sempre risposto di aver solo svolto il suo lavoro di reporter e di aver portato avanti contatti con altri giornalisti solo come “normali rapporti tra colleghi” (ma in Iran, si sa, nulla e’ normale…). Tra le altre cose, in particolare, la colpa di Rezaian sarebbe stata – per il Giudice Salavati – quella di aver dato alla giornalista di ABC Lara Setrakian informazioni in merito ai possibili risultati delle elezioni presidenziali iraniane e le informazioni relative ai candidati accettati dal Consiglio dei Guardiani. A sua volta, quindi, Lara Setrakian avrebbe inviato queste informazioni ad Obama.

49bed77f9f12f73f7cf899e3a8959a7a-kAk-U1050381196528AJG-700x395@LaStampa.it

Quanto sta accadendo nella Repubblica Islamica ha quindi del paradossale: mentre l’Iran manda in giro per il mondo Rouhani e Zarif a parlare della disponibilità del regime ad essere un attore di pace, all’interno del Paese la repressione contro i pericoli delle aperture verso l’Occidente si fa sempre più dura e repressiva. Come le accuse, ridicole, contro Jason Rezaian dimostrano, al centro dello scontro non c’e’ veramente lo spionaggio di un giornalista verso un “Governo ostile”, ma il suo lavoro di reporter per un giornale americano. Soprattutto, pero’, c’e’ il messaggio chiaro che – chi detiene il vero potere in Iran – intende inviare al mondo: “accordo nucleare o no, le regole del gioco le stabiliamo noi e ogni apertura verso la cultura Occidentale e’ ‘haram’ (un peccato)”.

Nonostante la chiarezza di questo messaggio, l’Occidente continua a mettere da parte il tema dei diritti umani in Iran, permettendo al regime di schiacciare ogni potenziale “nemico invisibile”. Il prezzo di questa indifferenza non sara’ un cambiamento del regime iraniano, ma un rafforzamento di coloro che intendono fare della Repubblica Islamica una potenza regionale e usare il potere per diffondere nella regione la Velayat-e Faqih. Con un solo risultato finale: una lunga Guerra dei Trent’anni tra Sciiti e Sunniti, il cui costo in termini di violenza sara’ altissimo.

Chiediamo ai giornalisti italiani di mobilitarsi – attraverso articoli, appelli e proteste contro il regime iraniano – per la liberta’ di un loro collega incarcerato con una sola colpa: essere un reporter!

Di seguito il trailer del film “Forced Confession” del giornalista irano-canadese Maziar Bahari (qui il documentario completo: http://goo.gl/wvquXf ) e alcuni video di confessioni forzate trasmesse dalla TV iraniana.

Trailer del film “Forced Confession”

[youtube:https://youtu.be/TUkaDo_zGiQ%5D

La confessione forzata dei ragazzi colpevoli di aver giurato il video Happy in Teheran

[youtube:https://youtu.be/hvT-UIWvzMk%5D

La confessione forzata di Sakineh Mohammad Ashtiani

[youtube:https://www.youtube.com/watch?v=HhSw4h3Cdeo%5D


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: