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Come ogni anno, l’ultimo venerdi del Ramadan, il regime iraniano ha celebrato il “Quds Day”, ufficialmente la giornata per Gerusalemme, ma in realta’ il giorno in cui il regime esprime il suo viscerale odio verso Israele, gli Stati Uniti e praticamente tutto l’Occidente. Anche quest’anno, oltre ai soliti slogan “Morte ad Israele, Morte all’America”, sono state bruciate nelle strade numerose bandiere di Paesi considerati nemici e impiccati fantocci di leader come Trump e Netanyahu.

Quest’anno, pero’, e’ successo anche qualcosa di diverso, sintomo chiaro che la pazienza verso il regime da parte della popolazione sta raggiungendo il limite. Ad Isfahan, nota citta’ iraniana, invece di gridare slogan contro i “nemici della Repubblica Islamica”, i manifestanti anno gridato slogan anti regime. In particolare, si e’ sentito forte il canto “No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran“.

A questo eclatante gesto di protesta avvenuto ad Isfahan, vanno aggiunti quelli meno eclatanti avvenuti in altre citta’. Nella stessa Teheran, ad esempio, la nota Azadi Street, simbolo della capitale, era praticamente vuota e chi sfilava lo faceva in silenzio.

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iran

Il quattro aprile scorso Pars Today, agenzia di stampa ufficiale del regime iraniano, ha pubblicato una vergognosa, l’ennesima, vignetta piena di odio.

Stavolta, l’agenzia iraniana – che ha anche una pagina in italiano – ha pubblicato una vignetta in cui si vede un uomo dal naso adunco con la stella ebraica in testa (che rappresenterebbe Israele), mentre cavalva dei grassi arabi (che rappresenterebbero l’Arabia Saudita), mentre corrono imbufaliti verso lo Yemen.

La vignetta, oltre a voler trasferire il messaggio di Teheran sulla guerra in Yemen – un conflitto saudita ordinato dal “nemico sionista” – perpetua la stessa tipoligia di caricatura dell’ebreo, tipica dei peggiori regimi del passato, in particolare di quello nazista.

Permettere che questi messaggi di odio vengano liberamente diffusi in lingua italiana, è sicuramente inaccettabile, soprattutto per un Paese come l’Italia, che nasce dalla guerra al fascismo e dal rigetto delle leggi razziali. Sarebbe ora che le autorità nazionali, prendessero una dura decisione contro simili “agenzie di stampa”, oscurando queste voci di mera propaganda, disinformazioe e odio!

vignette

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Il noto accademico iraniano Sadegh Zibakalam, professore di scienza politica all’Università di Teheran, e’ stato condannato a 18 mesi di carcere, per una intervista ad un giornale straniero, sgradita al regime.

Zibakalam, infatti, aveva parlato con il Deutsche Welle, quotidiano tedesco anche in lingua farsi, in merito alle proteste popolari scoppiate alla fine di dicembre in Iran. In quella occasione, l’accademico iraniano aveva affermato che – se potessero votare oggi in un referendum sulla repubblica islamica – gli iraniani voterebbero assolutamente contro il modello teocratico.

Sadegh Zibakalam non e’ nuovo a coraggiose posizioni di contrasto alle scelte del regime iraniano. Durante la Presidenza del negazionista Ahmadinejad, Zibakalam aveva  partecipato in un dibattito in cui aveva attivamente criticato gli slogan del regime “Morte ad Israele” e “Morte all’America”. Anche in quel caso, purtroppo, il coraggio costo’ all’accademico iraniano la condanna a 18 mesi di carcere.

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Per ora, ufficialmente, nessuno ha ancora rivendicato l’attentato avvenuto stamattina a Gaza, contro il convoglio del Premier palestinese Rami Hamdallah. Con Hamdallah, viaggiava anche Majed Faraj, capo dell’intelligence palestinese e tra i candidati alla successione di Abu Abbas.

Dopo l’attentato, i dirigenti di al-Fatah hanno accusato Hamas per quanto accaduto che, a sua volta – neanche a dirlo – ha puntato il dito contro il nemico di sempre, Israele. Soliti scambi di accusa, che pero’ non sembrano rivelare chi veramente voleva la morte dei due rappresentati dell’ANP.

Eppure, trovare chi veramente avrebbe interesse a far saltare l’accordo di pace tra Hamas e Fatah e a far riscoppiare una crisi in Medioriente, non e’ poi cosi difficile. Il primo attore ad avere questo interesse, e’ il regime iraniano. Da mesi, infatti, Teheran ha rilanciato i rapporti con l’ala militare di Hamas, favorendo anche incontri diretti tra i terroristi palestinesi e i leader di Hezbollah in Libano. Un rilancio del dialogo ristabilito in seguito alla crisi politica, sorta con lo scoppio della guerra in Siria (ove Hamas, forte della posizione della Turchia e dell’Egitto di Morsi, aveva fortemente sostenuto le posizioni anti-Assad).

C’e’ qualcosa di più, pero’: il regime iraniano e’ in piena guerra i Pasdaran impegnati a salvaguardare i loro interessi economici, in Iran e all’estero. Ovviamente, per i Guardiani della Rivoluzione una normalizzazione dei rapporti tra le fazioni palestinesi, rappresenta una minaccia diretta agli interessi strategici di Teheran. Al contrario, una nuova crisi armata nella regione, permetterebbe ai Pasdaran di mantenere il loro peso nel sistema, ottenere un aumento dei fondi e distorcere anche l’attenzione dei cittadini iraniani dalla crisi economica all’interno dell’Iran.

Ripetiamo: ad oggi non risultano rivendicazioni ufficiali dell’attentato. Possibile che queste vengano diffuse nelle prossime ore e possibile che la rivendicazione arrivi da cellule di Isis nella Striscia di Gaza. Anche in questo caso, pero’, le relazioni segrete tra Hamas e Isis, nascondono una realtà ben più complessa e drammaticamente incapace di rappresentare gli interessi comuni tra il jihadismo sciita khomeinista e quello salafita.

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Si e’ dimesso Rasoul Khadem, Presidente della Federazione iraniana Wrestling, eletto appena due mesi fa. In una lettera pubblicata sul sito della Federazione, Khadem ha annunciato il suo passo indietro, facendo capire di essere costretto a prendere una decisione drastica, per la sua “mentalita’ che imbarazza”.

Come pubblicato dall’agenzia di stampa ISNA, dietro le dimissioni del dirigente sportivo iraniano, c’e’ la contrarietà alle politiche del regime in merito al boicottaggio sportivo di Israele.

Dalla Rivoluzione islamica in poi, il regime iraniano ha disconosciuto l’esistenza di Israele, approvando una politica ufficiale che intende distruggere “lo Stato sionista”. Khamenei, addirittura, ha annunciato che Israele non esisterà più da qui a vent’anni. In rispetto a questa politica agli atleti iraniani, di qualsiasi sport, e’ vietato competere contro quelli israeliani. A pagarne le conseguenze a livello sportivo, sono pero’ gli atleti iraniani e i loro allenatori che, puntualmente, vengono squalificati da competizioni internazionali.

Lo scorso mese, ad esempio, la United World Wrestling Disciplinary Chamber, ha squalificato il wrestler iraniano Karimi Mashiani per sei mesi, per essersi rifiutato di competere contro un atleta israeliano nel novembre 2017. L’allenatore di Mashiani, Hamidreza Jamshidi, e’ stato addirittura squalificato per due anni!

Parlando all’ISNA, Kharimi ha detto: “se noi dobbiamo continuare con questa politica di non competizione contro gli atleti ‘regime sionista’, la responsabilità non può cadere sulle spalle degli allenatori e degli atleti. Costringere gli atleti ad accettare una sconfitta a tavolino, per mezzo di una certificazione medica, non e’ una giusta soluzione”.

A seguito delle dimissioni di Kharmi, tutti i membri dei Consigli della lotta libera e della lotta Greco-Romana, molto popolari in Iran, hanno deciso di presentare in massa le loro dimissioni. Ad oggi, sempre secondo l’ISNA, il Ministro dello Sport iraniano avrebbe rifiutato le dimissioni di Kharimi.

 

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Diversi sono stati i commenti scritti in seguito al lancio di un drone iraniano sui cieli israeliani. Come noto il drone, una copia del UAV americano US Sentinel, ed e’ stato abbattuto da un Apache dell’IAF dopo neanche due minuti di volo sopra i cieli israeliani. Durante i raid israeliani di risposta al lancio del drone, un F16 di Gerusalemme e’ stato colpito e i due piloti israeliani – dopo aver fatto ritorno nei cieli nazionali – hanno abbandonato il velivolo.

Per molti commentatori, si e’ trattato del primo scontro “diretto” tra israeliani e iraniani, in considerazione del fatto che i droni di Teheran in Siria, sono manovrati direttamente dai Pasdaran (o meglio dalla Forza Qods, al comando di Qassem Soleimani). La domanda allora e’ una sola: perché il regime iraniano e’ giunto sino a tanto?

Alcuni esperti, hanno giustificato l’accaduto con la situazione di forza in cui il regime iraniano si troverebbe attualmente: in Siria Assad ha consolidato il suo potere, con frange di resistenza ormai asserragliate ad Idlib. In Iraq, il regime iraniano si appresta ad accrescere il suo potere, trasformando alcune milizie paramilitari sciite in partiti politici e provando a ridare la volata ad al-Maliki per ritornare al Governo.

Per quanto ci riguarda, nonostante le apparenze, a spingere Teheran a provocare Gerusalemme non e’ stata la forza della Repubblica Islamica, ma la sua debolezza. Nonostante gli apparenti successi, la geopolitica del regime iraniano resta estremamente fragile, sia esternamente, che internamente.

Esternamente, l’asse con Ankara e Mosca e’ tutt’altro che un asse. E’ una alleanza di convenienza e gli attori che la compongono hanno alcuni interessi comuni e molti che divergono. Senza fare la lista delle divergente, basta guardare quanto sta succedendo con l’operazione turca ad Afrin: una operazione che praticamente avallata da Putin, in cambio di accordi energetici con Erdogan. Da quando l’operazione dell’esercito turco e’ cominciata, l’Iran non fa che chiederne la fine, ma nessuno lo ascolta. Sul futuro stesso della Siria, le visioni dei tre alleati divergono, con Erdogan e Putin disposti a sacrificare in qualche modo Assad, e i Pasdaran chiusi a riccio sul dittatore siriano. Sulla stessa ricostruzione della Siria, e’ noto che i russi stanno cercando di ridurre notevolmente il peso delle compagnie iraniane. 

Sempre esternamente, Erdogan non anela a vedere un Libano e un Iraq controllato da Hezbollah o dalle milizie della Forza di Mobilitazione Popolare. Putin, da canto suo, non ha mai fatto mistero di voler trovare un accordo anche con i sauditi, utile a Mosca sia a livello energetico che per quanto concerne il rischio di radicalismo islamico di ritorno, per quanto concerne i terroristi ceceni sparsi per il Medioriente. Sempre Putin, non ha alcuna voglia di entrare in rotta ci collisione con Israele, un Paese dove vivono oltre un milione e mezzo di russi, economicamente molto attivi, soprattutto nel settore delle start-up!

Internamente – ed e’ questo il punto più sottovalutato, ma forse più rilevante – il regime iraniano e’ tutt’altro che stabile. Tra poco Khamenei morirà (voci sul suo decesso si sono già diffuse), e a Teheran si aprirà (o meglio, e’ già in corso) un durissimo conflitto interno per la sua successione. Un conflitto che si dipana, nello stesso tempo in cui l’economia iraniana non riesce ad attirare gli investitori stranieri e mentre ancora adesso la popolazione iraniana scende in piazza contro la corruzione nel Paese. La si metta come si vuole, ma al di la’ del ruolo di Ahmadinejad in queste recenti proteste popolari, la questione politica e’ molto più rilevante. La lotta delle donne contro il velo e gli slogan della piazza “No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran”, indicano chiaramente una forte insoddisfazione per i costi della politica imperialista del regime.

Per farla breve, quanto accaduto tra Israele e Iran, proprio alla vigilia delle celebrazioni del trentanovesimo anniversario della Rivoluzione iraniana, più che un atto di forza di Teheran, sembra il sintomo di un disperato atto di debolezza. Un tentativo, quanto mai classico, di uscire dall’angolo, cercando di allargare il conflitto contro un nemico che potesse far dimenticare le storture dell’Iran. E’ da qui che bisogna ripartire per comprendere la pericolosità di quanto accaduto.

Cosa fare? Come il fallito accordo nucleare ha dimostrato, la strategia  obamiana di creare un equilibrio delle forze in Medioriente, si e’ rivelata sbagliata. Obama non ha compreso che Teheran non ha mai avuto il senso del limite e che quanto scritto nella Costituzione khomeinista, ovvero l’obiettivo di esportare la rivoluzione del 1979, non sono solo parole, ma drammatica pratica. Per questo, la Comunità Internazionale deve smettere legittimare il regime iraniano senza condizioni. Smettere di chiudere gli occhi davanti agli abusi del regime iraniano ad ogni minimo standard proprio dello Stato di Diritto.

Solo in questo modo, si riuscirà veramente a sostenere un cambiamento positivo all’interno dell’Iran che, nel tempo, permetterà di superare il sistema islamista e far fiorire la forza di un Paese che, se fosse veramente capace di agire democraticamente, potrebbe risultare veramente il perno della stabilita’ Mediorientale, in pace e sicurezza con i suoi vicini. Altre strategie di “engagement” degli islamisti, per quanto machiavelliche, sono e saranno sempre ingenue illusioni.

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Da giorni i giornali italiani – e non – sono pieni di notizie e commenti relativi alla questione del conflitto israelo-palestinese, in particolare sulla decisione del Presidente Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele e sullo spostamento dell’ambasciata americana (che, probabilmente ancora per anni, resterà comunque a Tel Aviv).

In seguito all’annuncio di Trump, anche le istituzioni politiche italiane hanno reagito, dividendosi sul giudizio. Il Governo di Gentiloni, pero’, ha preso una decisione chiara: ha rigettato la decisione di Trump, incaricando anche l’Ambasciatore italiano alle Nazioni Unite di esprimere una ferma, quanto mai rara, condanna dell’annuncio.

Ora, per quanto concerne chi scrive, la questione di Gerusalemme e’ totalmente secondaria, cosi come il conflitto israelo-palestinese. Per chi guarda questo argomento lottando contro il regime fondamentalista iraniano, Gerusalemme o meno, a Teheran il solo e unico scopo dichiarato verso Israele, e’ la distruzione dello Stato ebraico. Per quanto concerne Gerusalemme, quindi, in Iran esiste una giornata per al-Quds, in cui vengono bruciate non solo le bandiere d’Israele, ma anche quelle di diversi Paesi Occidentali, a dimostrazione che l’odio verso Israele e’ solo una coperta di linus, dietro la quale si maschera l’odio verso l’Occidente e i valori democratici, di diversi Paesi del Medioriente.

Detto questo, che l’Italia prenda le decisioni che crede sul tema del conflitto israelo-palestinese. Dispiace, anzi fa soffrire, vedere come la stessa forza con cui il Governo di Gentiloni e’ capace di reagire ad una scelta di un Paese alleato come gli Stati Uniti, non viene posta nella ferma condanna ad un Paese fondamentalista come l’Iran. Soprattutto nelle ore in cui il regime di Teheran, conferma la prossima condanna a morte del ricercatore medico Ahmeadreza Djalali, per anni dipendente dell’università del Piemonte Orientale. \

Per Ahmadreza Djalali, ingiustamente accusato di essere una spia per aver rifiutato di lavorare per l’intelligence iraniana, le istituzioni italiane hanno fatto poco e niente: nonostante le parole di alcuni coraggiosi deputati e i timidi impegni di Alfano e Fedeli, niente di concreto e’ stato messo in atto per salvare la sua vita. Ne, chiaramente, gli accordi firmati sinora tra Roma e Teheran sono stati messi in discussione, nel caso in cui Ahmadreza finisse realmente sul patibolo.

Peggio, proprio mentre Ahmadreza veniva condannato a morte, il Governo italiano approvava nella Legge di Bilancio, un articolo (il 32, oggi 151) che, cambiando la natura dell’agenzia Invitalia, permetteva a quest’ultima di assicurare gli investimenti italiani nei Paesi ad alto rischio. Una norma fortemente voluta dal Ministro Calenda che, come scritto da diversi media, serve a far partire il business tra Italia e Iran, oggi bloccato per la ritrosia di Cassa Depositi e Prestiti, Sace e le maggiori banche italiane.

Probabilmente, se il Governo italiano e quelli Occidentali mettessero la stessa enfasi che pongono su Gerusalemme, nel condannare gli abusi di Teheran e nel lottare per salvare la vita di Ahmadreza Djalali, il ricercatore iraniano – padre di due figli – oggi sarebbe nuovamente a casa…