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rami hamdallah

Per ora, ufficialmente, nessuno ha ancora rivendicato l’attentato avvenuto stamattina a Gaza, contro il convoglio del Premier palestinese Rami Hamdallah. Con Hamdallah, viaggiava anche Majed Faraj, capo dell’intelligence palestinese e tra i candidati alla successione di Abu Abbas.

Dopo l’attentato, i dirigenti di al-Fatah hanno accusato Hamas per quanto accaduto che, a sua volta – neanche a dirlo – ha puntato il dito contro il nemico di sempre, Israele. Soliti scambi di accusa, che pero’ non sembrano rivelare chi veramente voleva la morte dei due rappresentati dell’ANP.

Eppure, trovare chi veramente avrebbe interesse a far saltare l’accordo di pace tra Hamas e Fatah e a far riscoppiare una crisi in Medioriente, non e’ poi cosi difficile. Il primo attore ad avere questo interesse, e’ il regime iraniano. Da mesi, infatti, Teheran ha rilanciato i rapporti con l’ala militare di Hamas, favorendo anche incontri diretti tra i terroristi palestinesi e i leader di Hezbollah in Libano. Un rilancio del dialogo ristabilito in seguito alla crisi politica, sorta con lo scoppio della guerra in Siria (ove Hamas, forte della posizione della Turchia e dell’Egitto di Morsi, aveva fortemente sostenuto le posizioni anti-Assad).

C’e’ qualcosa di più, pero’: il regime iraniano e’ in piena guerra i Pasdaran impegnati a salvaguardare i loro interessi economici, in Iran e all’estero. Ovviamente, per i Guardiani della Rivoluzione una normalizzazione dei rapporti tra le fazioni palestinesi, rappresenta una minaccia diretta agli interessi strategici di Teheran. Al contrario, una nuova crisi armata nella regione, permetterebbe ai Pasdaran di mantenere il loro peso nel sistema, ottenere un aumento dei fondi e distorcere anche l’attenzione dei cittadini iraniani dalla crisi economica all’interno dell’Iran.

Ripetiamo: ad oggi non risultano rivendicazioni ufficiali dell’attentato. Possibile che queste vengano diffuse nelle prossime ore e possibile che la rivendicazione arrivi da cellule di Isis nella Striscia di Gaza. Anche in questo caso, pero’, le relazioni segrete tra Hamas e Isis, nascondono una realtà ben più complessa e drammaticamente incapace di rappresentare gli interessi comuni tra il jihadismo sciita khomeinista e quello salafita.

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L’Europa sta lentamente prendendo coscienza della minaccia che la fine del potere territoriale di Daesh in Siria e Iraq, porrà al suo territorio. Il nuovo Califfato infatti potrà anche finire di esistere, ma la minaccia che il gruppo fondato da al-Baghdadi rischia di causare al Vecchio Continente – e non solo – e’ appena cominciata.

La presenza di Isis in numerosi Paesi del mondo e il ritorno dei foreign fighters, infatti, pongono all’Europa tutta una minaccia che e’ non solo di sicurezza, ma strategica. Possibili attentati dei terroristi legati ad Isis, ovviamente, non causeranno solamente morti e feriti, ma avranno anche la capacita’ di alterare risultati elettorali, rischiando di colpire nel cuore i valori democratici. 

C’e’ pero’ una parte della minaccia strategica che l’Europa non vuole vedere. In Medioriente, oggi, ci sono evoluzioni enormi nel mondo sunnita, guidate dalla nuova politica saudita di Mohammed Bin Salman. Una rivoluzione, anche culturale, figlia dei gravissimi errori commessi dalle monarchie del Golfo e delle debolezze stesse che attraversano oggi il regno degli al-Saud (si pensi allo Yemen o anche allo stesso sviluppo dello shale gas americano). Nonostante l’estrema fragilità dei cambiamenti in atto a Riyadh, si tratta di una lotta per la sopravvivenza di parte del mondo sunnita, che si dovrà fondare non soltanto sulle riforme religiose, ma soprattutto sul mantenimento dell’unita’ territoriale di numerosi Stati arabi. 

Contro queste riforme e per la fine dell’unita’ territoriale di diversi Paesi arabi sunniti, lavorano non solo le forze jihadiste – Isis, al-Qaeda e la parte armata della Fratellanza Mussulmana – ma anche il regime iraniano. In questo senso, infatti, Teheran ha gli stessi interessi delle peggiori forze salafite. 

Sino a quando Isis minacciava le zone sciite dell’Iraq o la sopravvivenza del regime di Bashar al-Assad, il regime iraniano poteva avere un interesse diretto a colpire il Califatto (anche se sappiamo che in Siria Assad e Isis hanno spesso collaborato). Oggi che questa minaccia territoriale viene meno, gli interessi delle forze jihadiste sciite legate a Teheran e quelle delle forze jihadiste sunnite, rischiano di saldarsi nuovamente, allo scopo di favorire l’ascesa di forze nazionaliste al potere in Europa e la destabilizzazione dei Paesi arabi legati all’Arabia Saudita.

Sottolineiamo le parole “saldarsi nuovamente”, perché come dimostrato da tempo, il regime iraniano ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo di al-Qaeda, grazie al sostegno dato soprattutto attraverso Hezbollah. Senza dimenticare che, per anni, l’Iran ha offerto ai qaedisti un rifugio sicuro sul proprio territorio. Nulla impedisce quindi oggi alla Repubblica Islamica, di riprendere saldamente in mano una linea di sostegno al peggior estremismo sunnita, in ottica strategica.

Su questo rischio, l’Europa non sta riflettendo abbastanza. Al contrario, sta inventando una narrazione romantica del regime iraniano, inesistente sul piano dei fatti.