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Il video che vi mostriamo di seguito e’ stato diffuso ieri da Nasrin Sotoudeh, la nota avvocatessa iraniana, impegnata da sempre nella difesa dei diritti umani.

Il video mostra una ragazza iraniana che pubblicamente, come avviene ormai da un paio di mesi, protesta pubblicamente contro il velo obbligatorio. Intorno alla giovane, come si vede, si forma una folla di persone, attirate da suo gesto e dalle sue parole. Ad un certo punto, un poliziotto si erge e brutalmente spinge la ragazza per terra.

La protesta delle donne iraniane sta spaventando il regime: a dimostrarlo sono le foto che mostrano gli operai al lavoro per inserire nuove staffe sopra le colonnine degli impianti esterni di telecomunicazione, al fine di rendere più complicato per le ragazze salirci e restarci in piedi stabilmente.

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L’attivista del video, neanche a dirlo, e’ stata arrestata e si unisce alla lista delle ragazze iraniane che attendono un processo, per aver pubblicamente detto no al velo obbligatorio. In attesa di processo sono anche Vida Mohavedi e Narges Hosseini, coloro che per prime hanno lanciato la campagna #GirlsofRevolutionStreet.

Nel frattempo, umiliando ancora tutto l’Occidente, mentre le donne iraniane lottano per i loro diritti, la Ministra degli Esteri olandese e’ arrivata a Teheran completamente velata…

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monaco e4

Il 13 ottobre scorso, il presidente americano Trump non ha “certificato” l’accordo nucleare con l’Iran, rimandando il JCPOA al Congresso americano. Giustificando la sua decisione, Trump ha accusato il regime iraniano di aver violato l’accordo – particolarmente con i test missilistici – e rimandato agli europei il compito di rinegoziare l’accordo con Teheran. 

Da quel momento in poi, nonostante le parole, i principali leader europei hanno iniziato a parlare di necessita’ di trovare un rinegoziare il JCPOA, includendo all’interno dell’accordo anche tematiche spinose come il contenimento dell’espansione regionale iraniana e quello del programma missilistico. Temi su cui, apparentemente, il regime iraniano non intende discutere, salvo poi aprire al dialogo. E’ nato cosi il gruppo E4 (Parigi, Berlino, Londra e Roma), ovvero il gruppo dei Paesi europei responsabili del nuovo negoziato con l’Iran (la prima riunione si e’ svolta a Monaco la scorsa settimana, con focus Yemen).

Ma perché gli Europei – Macron in testa – hanno deciso di sposare la linea americana, almeno parzialmente? E soprattutto, perché il regime iraniano sta silenziosamente accettando questo dialogo? La risposta e’ semplice: per guadagnare tempo…

L’esperienza E4, infatti, non e’ una novità nel panorama negoziale tra l’Occidente e l’Iran. Tra il 2002 e il 2003, infatti, il cosiddetto gruppo E3 (Italia, Francia e Germania), negozio’ con gli iraniani l’accordo di Teheran (poi confermato a Parigi nel 2004), con cui il regime clericale sciita si impegnava a porre volontariamente dei limiti al suo programma nucleare. E chi era il negoziatore iraniano di quell’accordo? Hassan Rouhani, ovvero l’attuale Presidente iraniano.

L’E3 e l’accordo di Teheran, pero’, furono un fallimento drammatico: come ammesso dallo stesso Rouhani durante un dibattuto televisivo nel 2013 (video sotto), l’Iran firmo’ quell’accordo per poter prendere tempo e terminare – senza il riflettore internazionale – tutti gli impianti necessari per l’arricchimento dell’uranio e lo stesso reattore ad acqua pesante di Arak.

Non solo: in una intervista del 2005 per Rahbord – il magazine del Centro per gli Studi Strategici dell’Iran – Rouhani disse testualmente: “Quando io avevo la responsabilità dei negoziati sul nucleare avevamo due obiettivi: salvaguardare la sicurezza nazionale del Paese e raggiungere i nostri obiettivi nucleari. Nel 2003 noi non avevamo ancora una produzione nell’impianto nucleare di Isfahan. Noi non potevamo produrre ancora, quindi, Uf4 e Uf6…Noi abbiamo usato quindi l’opportunità dei negoziati per completare l’impianto di Isfahan…Ad Arak, inoltre, noi abbiamo continuato negli sforzi per ottenere acqua pesante….La ragione per cui abbiamo invitato i rappresentanti dei tre Stati Europei [Francia, Germania e Gran Bretagna, il famoso U-3, N.d.A] presso il Ministero degli Esteri a Teheran è stata unicamente al fine di mettere l’Europa contro gli Stati Uniti, al fine di evitare di portare la questione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. Più chiaro di cosi…

Il gioco di oggi, non e’ poi cosi differente da quello del 2003 e comprendere quanto sta succedendo non e’ difficile: gli europei hanno importanti interessi economici in Iran, ma temono profondamente le nuove sanzioni americane. Per questo, dopo aver compreso che la posizione non dialogante con Washington della Mogherini era un fallimento totale, guidato da Macron il gruppo E3 sta cercando di guadagnare tempo magari chissà, sperando anche in un impeachment di Trump nel frattempo.

Gli iraniani lo sanno e sanno bene che i negoziatori europei sono i loro migliori alleati. Ovviamente, speriamo di sbagliare e di trovare nel Gruppo E4 una realtà veramente capace di limitare le azioni iraniane. Purtroppo, i dubbi restano, soprattutto perché si tratta di un negoziato senza precondizioni. Ovvero, il perfetto negoziato per Teheran: quello che lascia alla Repubblica Islamica il tempo “di guadagnare tempo”…

narges mohammadi

Il 15 febbraio scorso gli attivisti per i diritti umani in Iran, hanno celebrato un triste anniversario: i 1000 giorni di carcere di Narges Mohammadi, l’attivista iraniana, da sempre impegnata per i diritti delle donne, dei prigionieri politici e contro la pena di morte.

Per questo suo impegno diretto, Narges e’ stata incarcerata sin dal 15 Maggio 2015 e condannata nel 2016 a 16 anni di carcere, con l’accusa di “sovversione” e per “aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale”.

Per denunciare i suoi 1000 giorni di detenzione, Narges Mohammadi ha scritto una lettera all’Ayatollah Sadegh Larijani, capo della Magistratura iraniana. Nella sua missiva, Narges denuncia come il sistema giudiziario iraniano sia tutt’altro che una istituzione indipendente. Al contrario, si tratta di un sistema deviato, incapace di giudicare in base alle leggi vigenti in Iran, ma unicamente in base agli ordini degli apparati di sicurezza e militari, ovviamente politicizzati. La Mohammadi, denuncia anche come le siano negati non solo i suoi diritti politici, ma anche quelli di genitore: i responsabili del carcere di Evin a Teheran, le negano infatti di parlare con il marito e con i suoi due figli piccolo, da un anno rifugiati all’estero, in Francia.

Ricordiamo che, in passato, Narges Mohammadi ha scritto altre lettere – poi rese pubbliche – sia ai parlamentari iraniani, che ai responsabili del Corpo d’Intelligence dei Pasdaran. In questo secondo caso, la Mohammadi ha denunciato come, durante la visita organizzata per i diplomatici stranieri e per i parlamentari iraniani al carcere di Evin, e’ stato accuratamente negato loro di vedere i prigionieri politici, isolando completamente i compound maschili e femminili in cui sono rinchiusi.

Purtroppo, in Occidente, il caso di Narges Mohammadi e’ stato quasi totalmente dimenticato dalla politica, particolarmente dalle rappresentanti “femministe”, ormai totalmente compiacenti verso Teheran. Ci auguriamo che le cose cambino preso e che le voci che pretendo di essere libere, anche in Italia, facciano sentire la loro voce per la libertà di Narges Mohammadi!

iran ali velo

Di lui sappiamo pochissimo, anzi, quasi nulla. Sappiamo solo quello che e’ stato pubblicato dalla pagina Facebook, “My Stealthy Freedom“, “la mia libertà rubata”. Secondo questa pagina Ali e’ un ragazzo di Mashhad che, senza paura, ha deciso di prendere parte pubblicamente alla campagna #GirlsOFRevolutionStreet, la protesta delle donne iraniane contro il velo obbligatorio, cominciata a fine dicembre grazie al coraggioso gesto di Vida Mohavedi. 

Ieri, My Stealthy Freedom ha pubblicato il video di Ali mentre, in piedi su una panchina di Mashhad, sventola un velo bianco come fosse una bandiera, per dire no al velo obbligatorio imposto alle donne iraniane. Poco dopo questo coraggioso gesto di disobbedienza civile, Ali e’ stato raggiunto nel suo luogo di lavoro dagli agenti di sicurezza e arrestato. Di lui, come denunciano i suoi parenti, non si hanno più notizie da sette giorni!!!

Ancora una volta un terribile abuso dei diritti umani da parte del regime iraniano, un abuso che – senza la forte denuncia della Comunità democratica – rischia di rimanere (nuovamente) impunito!

ahmadreza djalali family

Il 17 febbraio scorso, la Svezia ha confermato di aver ufficialmente concesso la cittadinanza ad Ahmadreza Djalali, ricercatore medico iraniano, condannato a morte in Iran con l’accusa di spionaggio (condanna a morte confermata dalla Corte Suprema nel dicembre scorso). Djalali, come provato, e’ stato costretto ad una confessione forzata: in seguito, si e’ scoperto che – anni addietro – egli aveva rifiutato di lavorare per l’intelligence iraniana.

Una portavoce del Ministero degli Esteri di Stoccolma, ha confermato che Djalali ha ufficialmente ottenuto la cittadinanza svedese e per questo, l’esecutivo nazionale, e’ “direttamente impegnato a salvare la vita ad un suo cittadino”.

La scelta del Governo svedese di confermare la cittadinanza di Ahmadreza Djalali, ha un valore non solo simbolico, ma anche pratico: in questo modo, come suddetto, Stoccolma si impegna ufficialmente per la vita di Djalali, non solo per ragioni umanitarie, ma anche legali. Il che, in caso di esecuzione della condanna a morte, permetterà alla Svezia anche di prendere (potenzialmente) delle importanti decisioni legali.

Sarebbe opportuno che, anche il Governo italiano, considerasse l’opportunità di concedere ad Ahmadreza Djalali la cittadinanza, per ragioni politiche. Djalali ha lavorato per anni in Italia, all’Università del Piemonte Orientale, contribuendo direttamente alla ricerca accademica nazionale. Un gesto importante da parte dell’Italia, unito a quello della Svezia, potrebbero davvero riuscire ad influenzare il regime iraniano, per lo meno facendo comprendere a Teheran le drammatiche conseguenze dei suoi abusi!

 

macron iran

Il Portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Bahram Qassemi, ha rigettato l’iniziativa del Presidente francese Macron, di riaprire i negoziati con Teheran sul programma missilistico del regime.

Macron, in questo periodo, e’ probabilmente il leader europeo più attivo che, dopo la decertificazione del Presidente Trump, sta cercando di salvare l’accordo nucleare. Trump, come noto, ha decertificato il JCPOA, rimandandolo al Congresso e lasciando agli europei l’incombenza di rinegoziare con il regime iraniano le questioni irrisolte (non solo il programma missilistico, ma anche il ruolo negativo del regime iraniano in Medioriente). Al fine di provare a salvare il salvabile, Macron ha anche chiesto di porre il sistema missilistico iraniano sotto sorveglianza internazionale.

Reagendo a Macron, Qassemi ha ribadito che l’Iran non accetterà alcun compromesso sul programma missilistico e nemmeno ne ridurrà lo sviluppo. Nella stessa conferenza stampa, il Portavoce del Ministero degli Esteri ha rigettato l’accusa della Germania all’Iran, di essere la vera causa della recente escalation di tensioni tra Siria e Israele.

Per completezza, riportiamo anche le reazioni di Ali Akbar Velayati – assistente per gli Affari Internazionali della Guida Suprema Ali Khamenei – che ha chiaramente affermato che, se Macron visitando l’Iran toccherà il tema del programma missilistico, riceverà una dura risposta negativa.

Infine ricordiamo che, secondo l’Allegato B della risoluzione Onu 2231 – quella che ha legittimato l’accordo nucleare di Vienna – al regime iraniano e’ proibito svolgere test missilistici, con vettori “potenzialmente capaci di trasportare una ogiva nucleare”. Secondo gli esperti e secondo i servizi americani, i missili balistici di Teheran sono in grado di trasportare un’arma atomica. Dal 2015, ad oggi, l’Iran ha svolto decine di test missilistici, in piena violazione della risoluzione Onu!

pic referendum

Quindici intellettuali e attivisti per i diritti umani iraniani, tutti di massimo livello e noti a livello internazionale, hanno firmato un appello per un referendum nazionale in Iran, al fine di cambiare pacificamente il regime.

Lo scopo di questi coraggiosi democratici, e’ quello di permettere agli iraniani di votare liberamente e poter scegliere la fine del regime islamista, a favore di un regime secolare e rispettoso dello stato di diritto. Secondo i firmatari, il referendum dovrebbe essere organizzato sotto la supervisione delle Nazioni Unite.

Tra i firmatari dell’appello ci sono: la Premio Nobel Shirin Ebadi; gli avvocati impegnati nella difesa dei diritti umani Nasrin Sotoudeh e Mohammad Seifzadeh; i registi Mohammad Nourizad, Mohsen Makhmalbaf e Jafar Panahi;  l’autore Kazem Kardavani; gli attivisti politici Hassan Shariatmadari (figlio del Grande Ayatollah Sayyed Kazem Shariatmadari), Narges Mohammadi (ora in carcere), Heshmatollah Tabarzadi.

A firmare l’appello pero’ sono anche personalità per anni sostenitrici del regime islamista, come Mohsen Sazgara – che ha contribuito a scrivere il codice dei Pasdaran -l’ex leader dei Mojahedeen della Rivoluzione Islamica, Adolfazl Ghadyani e il clerico sciita Mohsen Kadivar, professore di studi islamici.

Ricordiamo che, proprio pochi giorni fa – nell’anniversario di 39 anni dalla Rivoluzione khomeinista – lo stesso Presidente Rouhani ha accennato alla necessita’ di convocare un referendum nazionale, nel rispetto dell’articolo 59 della stessa Costituzione iraniana. L’articolo, afferma che “in casi estremi di importati questioni economiche, politiche, sociali e culturali, la funzione legislativa può essere esercitata attraverso il ricorso al voto popolare diretto, per mezzo di un referendum. Tale richiesta deve essere approvata da due terzi del Parlamento iraniano”.

Commentando il discorso di Rouhani, Mohammad Nourizad ha affermato che, nelle parole del Presidente iraniano, non c’e’ alcuna serita’, perché il sistema clericale non e’ pronto a mettere in discorso se stesso.