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Mike Pompeo (a destra), Lee Zeldin e Frank LoBiondo, mentre si recano all'ambasciata pakistana - rappresentante degli interessi di Teheran negli USA - per chiedere il visto di ingresso in Iran

Mike Pompeo (a destra), Lee Zeldin e Frank LoBiondo, mentre si recano all’ambasciata pakistana – rappresentante degli interessi di Teheran negli USA – per chiedere il visto di ingresso in Iran

Era il febbraio del 2016, e nella Repubblica Islamica erano previste le elezioni parlamentari. In quella occasione, tre membri del Congresso americano – Mike Pompeo, Lee Zeldin e Frank LoBiondo – inviarono una lettera alla Guida Suprema Ali Khamenei e al Capo dei Pasdaran Ali Jafari, chiedendo di ricevere un visto di ingresso per visitare l’Iran. Il loro scopo, secondo quanto riportato nella lettera, era quello di: incontrare i leader iraniani, tra cui Mohsen Fakhriazadeh, il padre del programma nucleare iraniano; incontrare i cittadini americani detenuti in Iran; visitare i siti di Parchin, Arak e Fordow, dove il regime ha realizzato il suo programma nucleare e fatto test su esplosioni atomiche; affrontare la questione del programma missilistico iraniano e dei test realizzati dal regime dopo l’accordo nucleare (in piena violazione dell’accordo stesso); parlare dell’arresto dei 12 marines americani, detenuti nel gennaio 2016, in maniera non conforme alla Convenzione di Ginevra.

Per mesi il regime iraniano ha ignorato la richiesta dei tre parlamentari americani. Per questo, nell’aprile del 2016, i tre membri del Congresso hanno scritto una nuova lettera alle autorità di Teheran, rinnovando la richiesta di avere un visto di ingresso. Questa volta, la risposta è arrivata da parte di Javad Zarif: il Ministro degli Esteri iraniano, ha rigettato la richiesta dei rappresentanti americani, accusando i tre di voler unicamente colpire la Repubblica Islamica (No Pasdaran).

Purtroppo per Teheran, uno di quei tre membri del Congresso americano, per la precisione Mike Pompeo, è stato nominato da Donald Trump neo direttore della CIA. Poco prima di ricevere la nomina, Pompeo aveva espresso chiaramente il suo pensiero sull’accordo nucleare firmato nel luglio del 2015: un accordo pessimo, che ha messo solamente in maggiore pericolo gli Stati Uniti e i suoi alleati nel mondo. Non solo: Pompeo ha anche ricordato che, in un solo anno, Teheran ha più volte violato i patti, soprattutto realizzando test missilistici, con vettori capaci di trasportare potenzialmente delle bombe nucleare.

L’intevista che vi proponiamo qui sotto, realizzata da Fox News, è stata girata appena due settimane prima della nomina di Pompeo a capo della Central Intelligence Agency. Buona visione!!!

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Il 9 Novembre scorso, l’AIEA, ha rilasciato il nuovo report relativo al programma nucleare iraniano. Nel report, è scritto nero su bianco, l’agenzia ONU ha riportato come Teheran non abbia rispettato quanto previsto dall’accordo firmato con il P5+1, nel luglio del 2015. In particolare, il regime iraniano ha ecceduto il numero di tonnellate metriche di acqua pesante, presso il reattore di Arak (una violanzione di 0,10 tonnellate metriche). Secondo l’accordo nucleare, va ricordato, l’Iran si è impegnato addirittura a smantellare il reattore nucleare di Arak, ridisegnandone la struttura, al fine di garantire che non venga usato per produrre una bomba al plutonio. Purtroppo, sempre in violazione dell’accordo, l’Iran non ha smantellato il nucleo del rettore – come promesso – ma ha anche superato il limite di tonnellate metriche di acqua pesante prodotta per il reattore stesso.

Non solo: in nessuna parte del report AIEA, viene scritto chiaro e tondo che la Repubblica Islamica ha dato accesso agli ispettori ai siti militari ove, come noto da anni, i Pasdaran hanno realizzato test relativi all’esplosione di un ordigno atomico (in primis la base di Parchin).

Ancora: anche se il report AIEA scrive che l’Iran non ha ecceduto la percentuale di uranio a basso arricchimento in suo possesso, il prestigioso think tank americano ISIS, ha appreso che Teheran in realtà ha prodotto oltre 300 kg di uranio arricchito al 3,67%. In particolare, nel settembre del 2016, il rappresentante permanente russo a Vienna, Vladimir Voronkov, ha chiaramente detto che è molto difficile calcolare la quantità di uranio arricchito al 3%, attualmente posseduto dall’Iran e prodotto in condutture e altri dispositivi (riportato anche dalla TASS).

Infine, l’ISIS ha anche denunciato come il regime iraniano ha iniziato a caricare uranio all’interno delle centrifughe avanzate IR-6, per la precisione in 10 di queste centrifughe installate a cascata. Secondo l’Iran Deal, Teheran si è impegnato a non arricchire uranio – oltre il 3,67% – all’interno di centrifughe diverse dal modello IR-1. Nonostante la denuncia del think tank Isis, il recente report AIEA ha fallito nel dare assicurazioni in merito a questa violazione.

Purtroppo, come ampiamente previsto, nessun membro del P5+1 e della Comunità Internazionale, ha denunciato le violazioni iraniane, preferendo tacere per mere ragioni di interesse politico ed economico. Vi riportiamo qui, ancora una volta, il video in cui Rouhani – durante la campagna elettorale del 2013 – ammette candidamente di aver ingannato l’Occidente quando – da negoziatore nucleare l’Accordo di Teheran nel 2003 – promettendo di sospendere l’arricchimento dell’uranio. Come vedrete, Rouhani ammette di aver firmato quell patto, solamente per completare il programma nucleare iraniano, senza il rischio di subire pressioni da parte della Comunità Internazionale.

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Si chiama Mahan Air ed è una linea aerea iraniana. La Mahan, però, non è una normale compagnia aerea civile: questo perchè, proprio grazie ai suoi vettori, i Pasdaran iraniani trasportano quotidianamente in Siria armi e jihadisti, nonostante i divieti internazionali. Le norme internazionali, infatti, proibiscono agli Stati di usare vettori adibiti al trasporto dei civili per fini militare. Neanche a dirlo, il regime iraniano evade anche queste proibizioni, come da prassi.

Proprio per il suo ruolo di favoreggiamento alle attività militari del regime iraniano in Siria, la Mahan Air è stata posta nella lista delle sanzioni internazionali dagli Stati Uniti. Sino alla firma dell’accordo nucleare tra Iran e P5+1, quindi, il blocco della Mahn Air era rispettato anche da numerosi Paesi europei. Purtroppo, dopo quella funesta data, mentre Washington ha continuato a mantenere chiusi i suoi aeroporti alla Mahan Air, i Paesi dell’UE hanno cambiato opinione. Cosi, le porte degli scali di importanti Stati come Germania, Italia e Francia, si sono aperti alla compagnia dei Pasdaran. Ciò, a dispetto delle pressioni americane per garantire la permanenza dei blocchi verso la Mahan Air (Washington Post).

Ricordiamo infatti che, sebbene con l’accordo nucleare molte delle sanzioni approvate verso l’Iran sono state sospese (in pratica cancellate), diverse altre sono rimaste in vigore, in primis quelle relative allo sviluppo del programma missilistico iraniano e al sostegno di Teheran al terrorismo internazionale. Nel marzo del 2016, gli Stati Uniti hanno inserito nella lista delle sanzioni due businessmen inglesi, proprio per il sostegno da loro dato alla Mahn Air nella compravendita di motori e pezzi di ricambio (The Telegraph).

Come suddetto, tra i Paesi che hanno deciso di aprire i loro scali alla Mahan Air, c’è anche l’Italia, precisamente l’aerporto di Milano Malpensa (come riporta il sito della Mahan). La rotta, come fu riportato anche in un articolo uscito per Il Giornale, è stata inaugurata – con cadenza bisettimanale – nel giugno del 2015. Quello del quotidiano italiano, neanche a dirlo, fu un pezzo di mera propaganda, incapace di dare al lettore alcuna informazione ultile e importante rispetto alla vera natura della Mahan Air.

C’è di peggio, purtroppo: nel febbraio del 2016, l’azienda italo-francese ATR ha firmato un accordo con la Iran Air – compagnia di bandiera iraniana – per fornire loro 40 aerei ATR 72-600s di nuova generazione. Come ha denunciato il Professor Ottolenghi, la Iran Air non necessità dei tanti vettori che sta puntando ad acquistare sia dalla ATR che dalla Americana Boeing. Per questo, è molto probabile che la Iran Air stia agendo come “front company” per comprare nuovi aerei a scopo civile da diversi partner mondiali, e rivenderli successivamente ad altre compagnie iraniane, in primis al Mahan Air. In questo modo, indirettamente, questi accordi con la Iran Air rischiano di favorire le attività terroriste dei Pasdaran e la perpetuazione del conflitto in Siria (Forbes).

Intanto, mentre scriviamo, il Daily Mail pubblica una notizia esclusiva, scrivendo che la Forza Qods, unità speciale dei Pasdaran adibita alle azioni esterne per la diffusione dell’ideologia khomeinista, sta pensando di infiltrare suoi nuovi agenti negli Stati Uniti e in Europa. Questo, secondo quanto dichiarato da Salar Abnoush, comandante Pasdaran. In realtà, come noto, gli agenti della Forza Qods sono già ampiamente presenti nelle Ambasciate iraniane nel mondo, in primis in continenti come l’Europa, l’Africa e l’America Latina.

La brutta faccenda della Mahan Air, purtroppo, dimostra fattivamente come – dopo l’accordo nucleare – tutto l’impianto di contenimento del regime iraniano è saltato e gli stessi Stati Uniti, nonostante le promesse, non sono in grado di limitare i danni provocati dalla fine delle sanzioni internazionali contro Teheran.

Adesso è praticamente ufficiale: pur non parlando direttamente di squalifica, la Guida Suprema iraniana ha pubblicamente dichiarato che Ahmadinejad non potrà candidarsi alle prossime elezioni Presidenziali. Secondo quanto dichiarato da Khamenei, davanti alla richiesta di una sua opinione di “una certa persona” (ovvero di Ahmadinejad stesso), egli avrebbe risposto che non era il caso di candidarsi al fine di non favorire drammatiche divisioni e ledere l’interesse del Paese.

Solamente un ignorante – in questo senso, colui che ignora – della realtà politica iraniana, potrebbe essere sorpreso di questa decisione. Perchè le elezioni Presidenziali iraniane, sono una farsa che serve unicamente al regime per dare una parvenza di democraticità al suo totalitarismo. La Guida Suprema, infatti, decide per tempo chi sarà il prossimo Presidente iraniano, considerando gli interessi tra le fazioni in gioco, ma soprattutto considerando cosa serve al regime per autoperpetuarsi.

Ecco allora come si spiegano i fenomeni Khatami, Ahmadinejad e Rouhani, solamente per parlare delle ultime tre elezioni Presidenziali. Quando fu eletto Khatami nel 1997, oggi caduto in disgrazia, il regime era duramente sotto pressione per le conseguenze della fine della Guerra Fredda e soprattutto per le informazioni che iniziavano ad essere diffuse sul programma nucleare del regime. Khatami fu il volto pulito che Teheran mise a disposizione dell’Occidente per rifarsi il look. Il Presidente riformista, quindi, favorì la firma di un accordo farsa sul nucleare, di cui all’epoca si occupò lo stesso Rouhani, attuale presidente iraniano. Quella di Khatami fu una Presidenza che permise a Teheran di reprimere la rivolta degli studenti di Teheran senza conseguenze diplomatiche di rilievo e consentì a Teheran ompletare alcuni siti nucleari quali Esfahan in piena libertà, come ammeso dallo stesso Rouhani.

Ovviamente, e qui esiste la sola grande lotta all’interno dell’establishment iraniano, la linea “riformista” prevedeva un progetto economico fatto di privatizzazioni. Un progetto in linea anche con le posizioni di uomini chiave come Rafsajani, ricchissimo Ayatollah iraniano, personalmente interessato ad conquestare una bella fetta dell’economia iraniana. Per farlo, però, doveva competere con gli interessi economici dei Pasdaran, interessi che egli stesso aveva favorito durante gli anni della sua Presidenza.

Ecco allora l’inizio delle pressioni e delle minacce per mezzo di lettere pubbliche a Khatami, da parte di alcuni Generali Pasdaran. La Guida Suprema, anch’essa economicamente interessata, privo dei timori relative alla sopravvivenza del regime, permese quindi l’arrivo al potere del negazionista Basij Mahmoud Ahmadinejad nel 2005. La sua sarà una presidenza fatta di minacce, di accellerazione nel programma nucleare e soprattutto di contratti senza limite concessi alle compagnie legate ai Pasdaran. Ahmadinejad risulta essere un Presidente perfetto fino a quando non accadono tre cose: 1- lo sviluppo del programma nucleare e missilistico determina l’approvazione di importanti e pesanti sanzioni contro l’Iran; 2- i giovani iraniani si ribellano alla rielezione di Ahmadinejad (Onda Verde); 3 – la cerchia intorno ad Ahmadinejad prova a “laicizzare il potere”, tentando di nazionalizzare la Repubblica Islamica, allo scopo di arrivare a nominare la prossima Guida Suprema.

Khamenei è furbo. Grazie ai Pasdaran riesce a reprimere l’Onda Verde tra il 2009 e il 2011, ma capisce anche che le compagnie dei Pasdaran non sono in grado, da sole, di reggere l’urto delle sanzioni internazionali e di garantire un minimo di sviluppo economico all’Iran. Ahmadinejad era divenuto ingombrante e serviva una nuova faccia pulita per riqualificare il regime. Ecco allora l’inizio delle trattative segrete tra USA e Iran in Oman nel 2012, concluse con la firma dell’accordo nucleare nel luglio del 2015. Non prima di aver fatto eleggere Hassan Rouhani alla Presidenza dell’Iran, rimettendo la lancetta in equilibrio tra gli interessi della cerchia di Rafsanjani e quella delle Guardie Rivoluzionarie.

Quale futuro per la Presidenza dell’Iran? Khamenei ha le idee chiare: Rouhani (o chi per lui), deve continuare ad essere la faccia internazionale del regime, per fare da “garante” all’accordo nucleare e alla fine di buona parte delle sanzioni internazionali. Nel frattempo, in piena libertà, i Pasdaran continuano a reprimere i diritti umani in Iran e sponsorizzare il terrorismo in tutto il Medioriente. Abusi che vengono compiuti nel pieno silenzio internazionale e talvolta anche con la complicità di chi vede nel regime iraniano un nuovo partner “per la stabilizzazione”.

La vera incognita per l’Iran non è la Presidenza, ma la nomina della future Guida Suprema, ovvero colui che prenderà il posto di Khamenei alla sua morte. Ovviamente, chiunque verrà eletto, non rappresenterà un vero cambiamento per il popolo iraniano. Il regime khomeinista, infatti, esiste solamente a patto che sia aggressive, promuova un nemico esterno costante e non permetta una eccessiva apertura culturale al suo interno. Ecco perchè, la sola libertà per il popolo iraniano arriverà quando la Velayat-e Faqih verrà superata e si realizzerà un vero processo democratico, federalista e pluralista. Il resto è solo illusione…

Video ufficiale di Khamenei, in cui invita l’Occidente a piegarsi al sistema politico-economico islamista

 

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Per dimostrare che l’appeasement con l’Iran non funziona, sarebbe bastato analizzare l’esperienza delle presidenze di Rafsanjani e di Khatami. L’Occidente, però, ha avuto bisogno – per ragioni prevalentemente di ingenuità geopolitica – di una nuova esperienza, decidendo di cancellare anni di lavoro per isolare il regime iraniano, al fine di illudersi ancora di poterlo cambiare.

Come suddetto, si è trattato solamente di una grande illusione. Una illusione che, purtroppo, sta costando un prezzo altissimo, sia in termini di abuso silenzioso dei diritti umani, che in termini economici e geopolitici. Vogliamo dimostrarvi quanto suddetto, sperando che serva a chi di dovere per aprire gli occhi e mutare il passo, finchè è ancora possibile.

In primis parliamo del processo politico che ha portato all’accordo nucleare. Come ormai noto, quel processo politico ha origine in Oman sin dalla presidenza di Ahmadinejad. Un negoziato segreto che, come rivelato in questi giorni, ha volontariamente portato la Presidenza Obama ad abbandonare ogni ipotesi di sostegno agli attivisti del movimento riformista Onda Verde (Bloomberg). Il risultato è noto: l’Onda Verde fu repressa dal regime iraniano senza praticamente opposizione e i due leader di quel movimento – Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi – si trovano ancora agli arresti domiciliari.

Sempre in nome di un pezzo di carta (perchè questo è Iran Deal, niente di più), l’Occidente ha abiurato a tutte le redline che aveva imposto a gran voce negli anni precedenti al negoziato (Foreign Policy Intitiave). Il programma nucleare iraniano è rimasto praticamente intatto, cosi come quello missilistico. Di converso, gli Stati Uniti hanno permesso la fine di importanti sanzioni sul nucleare, andando praticamente a rimpolpare le casse di un regime fondamentalista e dei suoi pretoriani Pasdaran.

In seguito alla firma ufficiale dell’accordo nucleare a Vienna nel luglio del 2015, la diplomazia internazionale aveva provato a vendere l’Iran Deal come fosse oro, parlando degli effetti positivi che questo avrebbe avuto su tutta la regione mediorientale e sul popolo iraniano. A distanza di un anno, quindi, quali sono i risultati? A questa domanda si potrebbe rispondere con una sola parola: nulla. Peggio, si dovrebbe aggiungere che l’Iran Deal ha drammaticamente peggiorato sia la sicurezza della regione mediorientale, che la sicurezza stessa degli iraniani.

Medioriente: l’Iran Deal ha praticamente legittimato le decennali azioni illegali del regime iraniano e la sua interferenza negli affari interni di altri Paesi. Grazie a questo accordo, quindi, l’Iran ha percepito di avere mano libera per le sue azioni in Siria, Iraq, Yemen e Libano. L’effetto naturale di questo sbilanciamento dell’equilibrio regionale, è stata la reazione del mondo sunnita, prevalentemente a guida saudita. Gli esiti sono sotto gli occhi di tutti: la crisi in Siria si è talmente acuita dal determinare l’intervento diretto della Russia nel conflitto. La Lega Araba ha dichiarato Hezbollah un gruppo terrorista e Riyad e Teheran sono quasi arrivati ad uno scontro frontale. Isis è ancora li e la regione sta praticamente scoppiando in preda a conflitti settari;

Diritti Umani: fare la lista degli abusi sui diritti umani compiuti in Iran, dopo l’accordo nucleare, richiederebbe ore e ore. Qui, basti rilevare che l’Iran ha avviato una vera e propria campagna maccartista contro il cosiddetto “nufuz“, ovvero la supposta guerra culturale dichiarata dall’Occidente all’Iran. In nome di questa guerra, i Pasdaran hanno arrestato decine di attivisti, intellettuali, oppositori politici, membri di minoranze religiose ed etniche e cittadini con doppia cittadinanza. A differenza del passato, però, tutto questo sta andando in onda senza neanche una singola parola di condanna da parte delle grandi diplomazie democratiche.

C’è quindi una seconda domanda, relativa al lato material dell’Iran Deal: quali vantaggi economici ha portato l’Iran Deal? Anche in questo caso, la risposta è secca: quasi nulla. Dopo la firma dell’accordo, infatti, una pletoria di delegazioni politico-commerciali ha raggiunto Teheran dall’Occidente. Tante parole, tante promesse, ma pochi fatti. L’Iran, fatica a rivedere il modello dei suoi contratti petroliferi. Con gli abusi sui cittadini con doppia cittadinanza, quindi, il regime fatica anche a dimostrare di essere in grado di garantire la sicurezza degli investitori (e dei loro intermediari). Khamenei, piuttosto che invogliare l’arrivo di tecnologia e capitali, passa le sue giornate ad attaccare l’Occidente, rimarcando come solo la “jihad” rappresenti la soluzione per l’economia iraniana.

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Perchè tutto questo? Quale logica razionale spiega quanto sta avvenendo? La risposta non deve essere trovata nella logica, ma nella natura del regime iraniano. Il famoso storico della Guerra Fredda Vladislav Zubok, parlando dell’URSS, scriveva:

Possiamo realmente separare la Guerra Fredda dalla stessa Unione Sovietica? Avrebbe mai una nazione del genere potuto funzionare in qualunque altro contesto? Vale la pena di ricordare che la Rivoluzione bolscevica fu essa stessa una dichiarazione di guerra contro gli Stati nel sistema internazionale dell’epoca…l’Unione Sovietica fu, perciò, uno Stato configurato unicamente per la Guerra Fredda...”

Ora, per capire perchè tutti gli appeasement verso l’Iran sono praticamente falliti e perchè fallirà anche quello verso Rouhani, basta traslare le parole di Zubok alla Rivoluzione Khomeninista del 1979. Come i rappresentanti stessi del regime iraniano dichiarano, quella Rivoluzione fu una dichiarazione di guerra alla Comunità Internazionale, non solo in opposizione a quello che era allora il sistema bipolare, ma anche ai valori e alla storia delle relazioni internazionali. Non a caso, cosi come dopo il 1917 i bolscevichi rivelarono il contenuto dei trattati internazionali firmati dallo Zar, cosi gli “studenti islamici” presero in ostaggi l’Ambasciata Americana a Teheran. Il senso era lo stesso: “viviamo nel conflitto e non seguiamo le regole di una storia in cui non ci riconosciamo”.

Anche verso l’Unione Sovietica fu applicato l’appeasement. Senza dubbio, anche in quel caso talvolta servi’ alla sicurezza internazionale, ma rappresentò solamente un modo per procastinare un problema. L’URSS fu sconfitta dalla superiorità economica, dei valori e degli armamenti da parte dell’Occidente. Una superiorità che, unita all’isolamento di Mosca, costrinse l’Unione Sovietica ad una corsa verso il baratro, schiacciata dalle sue stesse contraddizioni interne. In maniera non dissimile, il solo modo per cambiare l’Iran è costringerlo a fare i conti con le sue contraddizioni interne. Forzare i vertici fondamentalisti del regime, a fare i conti con una società vitale e con una popolazione giovanile altissima che, più che del Corano, ha bisogno del pane per mangiare e dell’aria per respirare. Ergo: non ci sarà alcun Gorbacev iraniano, pena la fine del regime stesso…

Il resto è solo una ingenua illusione…

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Le autorità iraniane hanno ordinato al famoso rapper Amir Tataloo di presentarsi immediatamente davanti alla procura. Per lui il regime ha pronta una nuova accusa di “promozione di valori immorali non islamici” e di “promozione di valori Occidentali non-iraniani” (Journalism Is Not A Crime). Non è la prima volta che il regime si accanisce contro Amir Tataloo, probabilmente uno dei rapper più famosi in tutto l’Iran. Già nel 2013, infatti, Amir era stato arrestato e imprigionato per aver preso parte ad un programma TV trasmesso per mezzo di canali satellitari (le parabole satellitari – e tutti i canali in farsi trasmessi tramite parabola – sono considerati illegali da Teheran).

Il fermo di Amir Tataloo è molto significativo e ben rende l’idea dell’attuale campagna politica che il regime iraniano sta portando avanti contro il cosiddetto “nufuz”, ovvero il pericolo dell’infiltrazione dei “valori Occidentali” in Iran per mezzo della cosiddetta “guerra culturale” o soft war. Amir Tataloo, pur non avendo una licenza ufficiale del Ministero della Cultura e della Guida Islamica, è un artista che il regime ha tollerato negli ultimi tre anni. Lo ha cosi tollerato che, alla vigilia della firma degli accurdi nucleare, l’esercito iraniano (Artesh) lo ha persino ospitato su una sua portaerei per girare un videoclip musicale (video sotto). Il videoclip per un verso intendeva sostenere l’accordo nucleare, ma per un altro voleva sottolineare come l’Iran mantenesse il diritto di autodifesa. Insomma, una canzone in pieno stile nazionalista, ma orientate a lanciare un messaggio di cooperazione.

Il nuovo accanimento contro Amir Tataloo, quindi, segna la fine definitiva di ogni clima di “appeasement” post Iran Deal. Un appeasement che sta costando carissimo. Per arrivare ad un accordo nucleare zoppo e discutibile nel contenuto, l’Occidente ha totalmente abiurato al suo diritto/dovere di pretendere dalla Repubblica Islamica il rispetto dei diritti umani e civili. Il prezzo di questo silenzio sta ricadendo pesantemente sulla testa di decine e decine di attivisti, oppositori politici, artisti e intellettuali, ormai considerati vere e proprie “quinte colonne”. Un “maccartsimo iraniano”, contro cui è necessario agire diplomaticamente, prima che sia troppo tardi.

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Mentito su tutta la linea. Questa e’ la sola conclusione che si puo’ trarre dopo le rivelazioni dell’Associated Press. L’AP, infatti, ha reso noto che esistono una serie di documenti segreti nell’accordo nucleare tra il P5+1 e l’Iran. Questi documenti, classificati come acccordi tra l’AIEA e Teheran, garantiscono alla Repubblica Islamica la fine di ulteriori sanzioni e restrizioni relative al programma nucleare iraniano, ben prima dei 15 anni previsti dall’accordo firmato a Vienna il 14 luglio del 2015. Accordo confermato dalla Risoluzione ONU 2231 (ABC News).

In particolare, i documenti di cui e’ venuta in possesso l’AP attraverso fonti diplomatiche, rivelano che l’Iran installera’ modelli di centrifughe avanzate entro il gennaio 2027, ovvero solamente undici anni dopo la firma dell’accordo nucleare (e non quindici come previsto). Centrifughe che saranno cinque volte piu’ veloci di quelle attuali in possesso del regime dei Mullah, permettendo a Teheran di ottenere potenzialmente il quantitativo di uranio richiesto per la produzione di un ordigno nucleare entro breve termine (magari proprio entro la fine dei termini dell’accordo del 2015).

 Dopo le rivelazioni dell’AP, il Portavoce del Dipartimento di Stato americano Mark Toner e’ stato costretto ad ammettere l’esistenza di questi documenti segreti, pur provando a mascherare la verita’ affermando che si tratta di una informazione di cui il Presidente Obama – e tutto il gruppo del P5+1 – e’ gia’ al corrente.

Dobbiamo ricordare che il tema degli accordi segreti contenuti all’interno dell’accordo nucleare iraniano era gia’ stato denunciato dalla Commissione Armamenti del Senato americano. Come il video sottostante dimostra, il Senatore Tom Cotton aveva interrogato il Segretario di Stato John Kerry in merito all’esistenza di ben due accordi segreti tra l’AIEA e l’Iran. Accordi che, per stessa ammissione di Kerry (e il Segretario all’Energia Moniz), egli non aveva letto direttamente.

Purtroppo l’Iran Deal e’ pieno zeppo di bugie. Basti solamente ricordare che, anche in merito ai personaggi che godono della sospensione delle sanzioni internazionali proprio grazie alla Risoluzione ONU, l’Amministrazione USA ha provato a mascherare – comicamente – la verita’. Nel video sottostante, ad esempio, proprio Kerry sostiene che il Qassem Soleimani menzionato nella Risoluzione ONU 2231, non era il Capo della Forza Qods iraniana. Oggi sappiamo bene che si tratta proprio del Generale Soleimani, un uomo che gira liberamente tra Mosca, Damasco e Baghdad, pur teoriacamente necessitando dell’autorizzazione degli Stati contranti la Risoluzione ONU 2231, per poter lasciare l’Iran. Ricordiamo anche che, pochi mesi fa, il Dipartimento di Stato americano ha ribadito che l’Iran resta il primo Stato “sponsor del terrorismo internazionale”.