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Oggi il Sole 24 Ore, pubblica una intervista a Hamid Bayat, Ambasciatore iraniano in Italia. L’intervista porta la firma di Gerardo Pelosi. Volendo commentare con due aggettivi questa intervista, potremmo definirla “ridocola e vergognosa”. Ridicola perche’ si tratta di una intervista assolutamente lacunosa, vergognosa perche’ e’ chiaramente una di quelle interviste fatte per sponsorizzare qualcosa, piuttosto che informare.

Ovviamente, neanche a dirlo, quello che al Sole vogliono sponsorizzare, e’ il mantenimento delle relazioni commerciali con il regime iraniano – connesso al meccanismo UE Instex – a qualsiasi costo. Anche al costo di omettere dati, fatti e di fare domande scomode.

Nell’intervista, infatti, le domande del giornalista italiano sono al livello di prima elementare. Ovviamente, non pretendiamo troppo: non pretendiamo che un giornalista de Il Sole si metta a discutere con l’Ambasciatore iraniano di diritti umani e civili nella Repubblica Islamica.

Pretendiamo pero’ che, volendo informare la comunita’ imprenditoriale, sia meno dedito alle marchette e piu’ alla sostanza. Nell’intervista, non c’e’ una sola domanda relativa al mancato adeguamento del regime iraniano ai parametri del FATF, condizione minima posta dagli stessi Paesi UE che hanno promosso INSTEX. Si badi bene, non e’ un errore marginale: non adeguarsi ai parametri del FATF, infatti, significa per l’Iran voler continuare a portare avanti il riciclaggio di denaro a fini di finanziamento del terrorismo internazionale.

Cosi come non c’e’ una sola domanda sul comunicato pubblicato due giorni fa dal Ministero degli Esteri iraniano, in cui – senza mezzi termini – il regime afferma di non avere alcuna intenzione di limitare il programma missilistico (condizione posta nella stessa risoluzione 2231, Allegato B) e nega ogni coinvolgimento nei recenti tentativi di colpire oppositori al regime in Europa. Peccato che, la stessa UE, ha approvato delle sanzioni contro l’Iran per questa ragione…

Insomma, in poche parole, mentre il regime iraniano stesso rigetta le condizioni poste dall’Europa per lanciare l’INSTEX, un giornalista italiano di un giornale economico italiano – del principale giornale nazionale in questo settore – non riesce a fare delle domande scomode all’Ambasciatore di Teheran sul tema…

Come suddetto, ridicolo e vergognoso!

Qualche giorno fa, subito dopo le elezioni Parlamentari iraniane, la giornalista del Corriere della Sera Viviana Mazza ha pubblicato su Facebook una intervista a Parveneh Salahshuri, neo eletta nel Parlamento iraniano grazie al voto della capitale Teheran (nella Lista Speranza). Nell’intervista la Parvaneh, pur elogiando la Repubblica Islamica, dichiarava di voler lottare contro le discriminazioni, aggiungendo che – secondo la sua opinione – un giorno il velo islamico non sara’ più obbligatorio nella Repubblica Islamica (rimarcando, neanche a dirlo, di aver fatto una ricerca e di aver notato che la maggior parta delle donne crede nell’Hijab).

Neanche il tempo di dire la frase “speriamo abbia ragione”, che Parveneh Salahshuri e’ stata immediatamente rimessa al suo posto. Dopo le dichiarazioni davanti alla telecamera della Mazza, i media conservatori iraniani si sono scatenati, chiedendo a gran voce che l’elezione di Parvaneh Salahshuri fosse rivista dal Consiglio dei Guardiani. Risultato: in pieno stile dittatoriale, la Salahshuri ha fatto mea culpa, dichiarando all’agenzia ISNA che “indossare l’hijab e’ uno dei precetti islamici, essenziale per la donna e proveniente dal cuore. Ci sono differenze sul come vada osservato questo principio, ma l’obbligatorietà (del velo) e’ ovvia“. Nel video qui sotto, postato da Masih Alinejad, potrete ascoltare anche una intervista a Viviana Mazza in cui, giustamente, la giornalista italiana chiede che anche la voce delle donne iraniane che non intendono indossare il velo venga ascoltata dal regime.

D'ALEMA

E ci risiamo: dopo l’intervista rilasciata a Repubblica qualche settimana fa, ora Massimo D’Alema si ripete, con nuove dichiarazioni sulla politica estera e sul Medioriente. Stavolta, lo spazio lo concede il Corriere della Sera, pronto addirittura ad inviare Aldo Cazzullo per l’occasione. Guarda caso – ma dai – la prima intervista rilasciata dal buon D’Alema era a poca distanza dall’arrivo del Presidente Rouhani in Italia, visita poi cancellate per i drammatici fatti di Parigi. La nuova intervista al Corriere, guarda caso (ma tu guarda…), arriva invece poco prima della nuova prevista visita di Rouhani a Roma, in programma per il 26 gennaio prossimo…

Sempre guarda caso, quante causalità, il tema dell’intervista dell’ex Ministro degli Esteri e’ lo stesso: il problema del Medioriente sono Israele e Arabia Saudita, Hezbollah e’ un alleato per l’Occidente e sull’Iran e’ stato sbagliato l'”ostracismo”. Cambiano le parole ma, tra le due interviste ai due più grandi giornali italiani, le differenze sulla sostanza praticamente non esistono.

Peccato che, come la volta scorsa, “baffino” ha annusato male anche stavolta. Il “Caro Leader” Massimino, infatti, ha annusato male sia in senso storico che pratico. Per dimostrare quanto affermato, non serve ritornare alla diatriba fra Sciiti e Sunniti e alla recente guerra americana contro Saddam Hussein. In questo senso basterebbe dire che, la Repubblica Islamica dell’Iran, e’ stato il primo Paese a sostenere l’azione USA del 2003 e il completo – e disastroso – disfacimento di tutto il sistema Baathista in Iraq (per non parlare del ruolo iraniano dopo il ritiro USA nel 2011…). Non serve neanche ricordare all’ex Ministro degli Esteri che, nessun conflitto mediorientale (la guerra a Isis in testa), può esser vinto se l’Occidente promuove una alleanza strategica con l’Iran e con Hezbollah, considerati da tutto il mondo sunnita la vera ragione dell’attuale conflitto settario all’interno dell’Islam. Per dimostrare quanto il baffo di Massimino annusi male, basta analizzare quanto sta succedendo oggi in Iraq, particolarmente nella Battaglia di Ramadi.

La Battaglia di Ramadi e’ diventata nota in questi giorni come simbolo della liberazione dell’Iraq dalla follia di Isis, anche se non e’ ancora terminata completamente (un po’ come Kobane fu per la Siria). Come Kobane dimostro’ che solo i curdi potevano liberare la loro città occupata, Ramadi ha dimostrato come solo i sunniti possono veramente liberare le città sunnite da Daesh e – speriamo veramente – l’intera Provincia dell’Anbar (anche nota come il Triangolo Sunnita). Se la Battaglia di Ramadi ha avuto successo, infatti, e’ perché finalmente non e’ stata lasciata nelle mani delle milizie sciite filo – iraniane. Al contrario, a guidare le Forze di Sicurezza Irachene, sono stati 5000 membri delle locali tribù sunnite, coadiuvate da altri 500 combattenti sunniti che hanno assicurato il controllo della parte Nord della città. Al contrario delle altre battaglie di Tikrit e di Baiji, il Premier iracheno al Abadi ha deciso di tenere fuori dal conflitto le milizie sciite, responsabili di atroci massacri contro la popolazione locale sunnita.

La reazione iraniana alla Battaglia di Ramadi e’ stata la dimostrazione lampante degli ‘errori Dalemiani’. Pur, di facciata, elogiando il successo delle Forze Irachene, Teheran e’ rimasto estremamente deluso dalla non presenza delle milizie sciiti nel conflitto. Non solo: i Pasdaran hanno preso come un vero e proprio affronto da parte del Premier iracheno al Abadi, la scelta di lasciare le parti liberate di Ramadi in mano unicamente alle tribù sunnite. Per questo, non casualmente, gli iraniani hanno scelto di mostrare al pubblico una foto della superstar Qassem Soleimani – ormai oggetto da poster e cartelle scolastiche – nella parte orientale della Provincia dell’Anbar (foto). Un pietoso tentativo di dimostrare un protagonismo iraniano nella Battaglia di Ramadi, praticamente inesistente.

C’e’ qualcosa di più drammatico nel ragionamento di D’Alema, qualcosa che parte evidentemente dall’ignoranza sulla situazione reale delle partite in gioco. In Iraq, ad esempio, dalla sua nomina il Premier al Abadi sta faticosamente tentando di sganciarsi – almeno parzialmente – dall’Iran. Per questo, non solo l’Iran e’ stato contrariato dai fatti di Ramadi, ma ha anche duramente condannato il sostegno aereo dato dalla coalizione americana anti-Isis. L’esecuzione del clerico sciita al Nimr a Ryadh, quindi, ha dato la scusa alle forze irachene filo-iraniane – in primis la Forza di Mobilitazione Popolare – di iniziare una protesta per chiedere la fine dei rapporti con Arabia Saudita e Stati Uniti e un legame ancora più forte con la Repubblica Islamica dell’Iran (ISW). Fortunatamente, almeno per ora, al Abadi ha deciso di restare neutrale, proponendo l’Iraq come mediatore tra i due Paesi in guerra diplomatica.

Sostenere la versione Dalemaniana della soluzione alla crisis – ovvero aumentare la legittimazione di Hezbollah e dell’Iran – significherebbe quindi vanificare ogni sforzo che sta facendo al Abadi per diminuire il conflitto settario in Iraq. Quel conflitto incrementato e sostenuto dall’ex Premier iracheno al-Maliki, internazionalmente considerato come un puppet dei Pasdaran iraniani. Al contrario, se davvero l’ex Ministro degli Esteri italiano fosse sincero nel suo ragionamento “geopolitico”, dovrebbe invocare un maggiore coinvolgimento dei sunniti nel Governo centrale iracheno a Baghdad. Un coinvolgimento oggi impossibile, proprio per l’opposizione dell’Iran, naturalmente proiettato a realizzare il suo imperialismo regionale in Iraq (Stratfor). Eppure, basterebbe leggere le parole di Struan Stevenson, ex Presidente del Parlamento Europeo e attuale Presidente del ‘European Iraqi Freedom Association’ (EIFA). Secondo Stevenson, infatti, un coinvolgimento dei sunniti nel Governo di Baghdad, potrebbe garantire all’esercito iracheno un sostegno di oltre 100.000 combattenti sunniti. Una forza che potrebbe spazzare via Isis in poco tempo, garantendo il sostegno delle forze locali al Governo centrale.

A quanto pare, pero’, al buon D’Alema i fatti interessano poco…sicuramente meno di una rilassante passeggiata a braccetto con Hezbollah…

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Oggi il più importante giornale italiano, il Corriere della Sera, offre una intervista esclusiva ad Hassan Rouhani (testo), Presidente dell’Iran e prossimo ad arrivare in Italia per una visita di Stato ufficiale (Novembre 14 e 15). L’intervista, realizzata da Viviana Mazza e Paolo Valentini, e’ assolutamente incapace di offrire una reale rappresentazione della Repubblica Islamica contemporanea.

Pur ponendo alcune domande interessanti relative alla realtà iraniana, le tematiche sono proposte in maniera assolutamente incapace di pretendere da Rouhani una risposta chiara ed alcune politiche inaccettabili del regime iraniano. Proponiamo di seguito gli aspetti dell’intervista che avrebbero richiesto una maggiore forza da parte degli intervistatori. Una forza necessaria assolutamente necessaria in mancanza della quale, al lettore inconsapevole, e’ offerta una immagine falsata del regime iraniano e delle aspettative che l’Occidente può avere dai Teheran.

  • Accordo nucleare: l’intervista offre una vetrina ad Hassan Rouhani per elogiare l’accordo nucleare e rimarcare come tra Stati Uniti e Iran si potrà aprire una nuova era di relazioni. Rouhani stesso, prevede nel futuro la riapertura di una ambasciata USA in Iran. Parlando quindi dell’arresto di numerosi cittadini americani in Iran, Rouhani descrive il regime iraniano come una realtà che rispetta i diritti degli stranieri. A tutte queste affermazioni, i giornalisti italiani non replicano affatto. Non ricordano a Rouhani che l’Iran non riconosce la risoluzione ONU 2231, approvata in seguito all’accordo di Vienna del 14 luglio scorso. Proprio per questo, come riconosciuto dallo stesso Occidente, l’Iran ha già violato l’accordo nucleare, testando un nuovo missile balistico (Emad) ed interrompendo lo smantellamento delle centrifughe (Reuters). Non solo: i due giornalisti del Corriere non ricordano a Rouhani che, l’attuale primo promotore della campagna di odio verso gli Stati Uniti, e’ Ali Khamenei, Guida Suprema iraniana;
  • Sempre in tema di nucleare e di sanzioni, ne la Viviana Mazza ne Paolo Valentino, hanno ricordato a Rouhani che la Guida Suprema Khamenei ha accettato l’accordo nucleare con condizioni che, implicitamente, negano quanto stabilito a Vienna. Tra queste, anche la condizione che vede l’accordo nullo, se verranno approvate nuove sanzioni contro la Repubblica Islamica anche per ragioni di sostegno al terrorismo e all’abuso dei diritti umani (No Pasdaran);
  • Diritti Umani: probabilmente la parte più aleatoria dell’intervista. Pur chiedendo conto a Rouhani delle sorti di Karroubi e Mousavi e dell’assenza di democrazia in Iran (bella scoperta…), i due giornalisti lasciano passare le risposte insensate del Presidente iraniano, senza minimamente reagire. Non reagiscono alla vaga promessa di libertà per i due leader dell’Onda Verde, agli arresti domiciliari dal 2011 senza neanche aver mai subito un processo formale e una formale accusa. Senza neanche aver mai avuto il diritto di difendersi con un legale. Non solo: nessuna parola sull’arresto di decine di attivisti per i diritti umani e sul brutale trattamento a cui sono sottoposti in carcere. Un trattamento che ha come scopo diretto quello di rendere gli attivisti dei disabili fisici, incapaci di nuocere al regime. Nessuna parola, quindi, sulla mancanza di progresso dei diritti delle donne e sul fatto che l’Italia – Paese che ospiterà Rouhani – sia la prima promotrice al mondo della Moratoria Universale contro la Pena di Morte. Pena capitale che il regime iraniano usa anche per reati non gravi, per eliminare oppositori politici e nei confronti di chi ha commesso un reato in eta’ minorile (contro ogni Convenzione Internazionale);
  • Siria: sicuramente la parte più ridicola dell’intervista. Ne la Mazza ne Valentino, infatti, hanno il coraggio di ricordare a Rouhani che, proprio l’intervento iraniano al fianco di Bashar al Assad, e’ stato la prima causa dell’attuale immane dramma siriano. Nessuna parola sul jihadismo sciita in Medioriente e sul ruolo dei Pasdaran nella pulizia etnica dei sunniti in Siria e in Iraq. Rounani non poteva aspettarsi di meglio…;
  • Morte a Israele e amore per l’Ebraismo e il Cristianesimo: la parte più folle dell’intervista. I giornalisti lasciano passare totalmente in silenzio il fatto che Rouhani ribadisca l’odio del regime iraniano contro Israele e l’obiettivo – sempre dichiarato – di eliminare il “regime sionista”. Permettono a Rouhani di fare una libera sviolinata sull’amore di Teheran per le tre religioni monoteiste, senza ricordare al Presidente iraniano che in Israele abitano 8 milioni di ebrei e che nelle carceri iraniani languiscono quasi 100 detenuti cristiani, incarcerati per motivi religiosi.

Interviste simili, dietro una parvenza di serietà, mascherano un pericoloso appeasement verso un regime fanatico ed estremista, quale e’ la Repubblica Islamica dell’Iran. Questo genere di “scoop”, non solo non ha il merito di informare, ma ha la responsabilità diretta di rappresentare una vetrina di disinformazione per il lettore Occidentale.

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Un fatto gravissimo e’ avvenuto in queste ore in Iran: mentre rilasciava una intervista al canale online in Farsi Channel One TV, l’attivista e giornalista iraniano Hashmat Tabarzadi e’ stato vittima di quella che sembra essere una vera e propria intimazione. Come mostra il filmato, mentre Tabarzadi parla, si sentono diversi colpi di pistola. Sulla sua pagina Facebook, l’attivista iraniano ha denunciato il panico e la paura che ha provato in quel momento (Facebook). Vogliamo ricordare che Hashmat Tabarzadi e’ il leader del Fronte Democratico Iraniano, tra i piu’ importanti attivisti impegnati nella difesa dei diritti umani e nella denuncia degli abusi del regime. Per questo motivo, durante le proteste dell’Onda Verde, Tabarzadi e’ stato arrestato e condannato a nove anni di detenzione per “propaganda contro lo Stato” e “insulti alla Guida Suprema” (ricordiamo il pezzo da lui pubblicato per il Wall Street Journal, durante le proteste del 2009). Rilasciato temporaneamente, e’ stato nuovamente fermato nel gennaio del 2014. Durante la sua ultima prigionia, Hashmat Tabarzadi e’ riuscito a far pubblicare una lettera indirizzata al Presidente Obama, in cui denunciava i negoziati con il regime iraniano e chiedeva pubblicamente di mantenere le sanzioni contro il regime, al fine di indebolirlo e farlo cadere (Iran.org).

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L’accordo nucleare firmato ieri a Vienna delude, ma non sorprende nessuno. Era ovvio che si sarebbe arrivati ad un compromesso, perché questo era l’interesse sia degli Occidentali che del regime iraniano. Era interesse degli Occidentali liberarsi della questione nucleare iraniana, particolarmente oggi in cui il focus e’ l’isolamento di Mosca e l’obiettivo di dare agli europei fonti energetiche alternative a quelle russe. Ecco allora spiegata l’importanza di rimettere Teheran in gioco e unire il gas iraniano a quello che azero, destinato a raggiungere l’Europa nel prossimo futuro grazie al pipeline TAP. Era interesse iraniano firmare questo accordo per trovare una storica legittimità internazionale, far accettare alla prima potenza mondiale il ruolo egemone della Repubblica Islamica nell’area del Golfo e far riportare l’economia iraniana, ormai in vera e propria fase di stagnazione. Insomma: siamo davanti ad un accordo politico e non tecnico, un accordo che legittima un programma nucleare clandestino e che butta all’aria anni di iniziativa diplomatica e di sanzioni, capaci di ottenere il sostegno anche di alleati storici dell’Iran come la Cina e la Russia.

Oggi, pero’, piuttosto che scrivere righe e righe sulla posizione dell’opposizione iraniana all’accordo nucleare, abbiamo deciso di usare le parole di una terza parte per descrivere la pericolosità di questo accordo.  Abbiamo scelto di farlo usando le parole di Richard N. Haass, Presidente del noto think tank americano Council on Foreign Relations – CFR. Nessuno, obiettivamente, può accusare il CFR di essere stato contrario al negoziato con la Repubblica Islamica o di aver preso una posizione ideologica sul dialogo con Teheran di questi mesi. Nonostante tutto, nella prima intervista rilasciata dopo la firma dell’accordo a Vienna, Richard Haass ha bocciato, senza mezzi termini, quanto deciso dal 5+1 a Vienna. Una bocciatura che e’ stata sintetizzata dal CFR con questo titolo (riportiamo direttamente in inglese): “Imperfect’ Iran Accord Could Exacerbate Mideast Situation“, ovvero, l’accordo imperfetto con l’Iran provocherà un amplificazione delle crisi mediorientali. Premesso il titolo, andiamo a riportare i punti salienti dell’intervista (link), ovvero come il Presidente del CFR spiega la sua posizione.

Personalmente” – afferma Haass – “sono maggiormente preoccupato delle conseguenze di lungo periodo (derivate dal rispetto iraniano dell’accordo stesso), piuttosto che dagli effetti nel breve termine determinati da una violazione dell’accordo stesso da parte dell’Iran“. Ancora: se per un verso Haass dichiara che nei prossimi 15 anni Teheran non produrrà una bomba nucleare, per un altro verso afferma senza mezzi termini: “risorse finanziarie significative cominceranno ad arrivare in Iran e Teheran potrà usarle per ogni scopo. Ci sara’ un lifting all’embargo sulle armi dopo cinque anni e dopo otto ci sara’ anche un lifting sull’importazione della tecnologia missilistica. All’Iran verrà permesso di mantenere tutta la capacita’ nucleare e ciò’ rappresenta un risultato molto lontano da quello che le Nazioni Unite e altri avevano sostenuto inizialmente…La mia preoccupazione e’ che l’Iran inizi a preposizionare le centrifughe dopo dieci anni e, dopo quindi anni, inizi ad arricchire l’uranio. In pratica, potrebbe preparare la strada per il ‘breakout’. Nell’accordo non c’e’ nulla che impedisca questa possibilità…Ergo, mi impensieriscono meno gli effetti strategici di una ‘non-compliance’ iraniana, piuttosto che gli effetti strategici significativi di una ‘compliance’ iraniana“. 

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Utilizzando le parole di un ex diplomatico americano (George Kennan), alcuni credono che questo accordo avrà la capacita’ di addolcire l’Iran. Penso che questo sia un ‘pensiero speranzoso’…Spero sia vero, ma personalmente non lo condivido. Semmai, il flusso di risorse avrà esattamente un effetto contrario…e ritengo sia un errore difendere questo accordo basandosi sull’idea che cambierà il comportamento del regime iraniano“. Parlando delle fazioni in lotta all’interno del regime iraniano (Bazari, Pasdaran, Clerici, Pragmatici), Richard N. Haass, evidenzia ancora un punto importante: “Non credo che, ad oggi, sia possibile prevedere cosa accadrà. E’ anche possibile che il regime, nel breve periodo, radicalizzi le sue posizioni, per dimostrare di non essersi inchinato al ‘Grande Satana’. Quindi, bisogna stare attenti nel prevedere o credere che ci sara’ una moderazione nel comportamento dell’Iran verso i suoi cittadini e verso i suoi vicini“.

Parlando degli effetti regionali dell’accordo nucleare, Richard N. Haass parla di una alleanza vera e propria tra Israele e Arabia Saudita e sottolinea come, dopo l’accordo, gli Stati Uniti debbano ricostruire una strategia con gli alleati in Medioriente, non solo Gerusalemme e Riyadh, ma anche la Giordania, minacciata direttamente dalla crisi siriana (Amman ha da poco bloccato un tentativo di attacco terrorista organizzato da una cellula finanziata dall’Iran). In tal senso, quindi, Haass afferma: “Washington deve lavorare per scoraggiare i regimi arabi e la Turchia nel loro obiettivo di realizzare un ‘hedging’ (copertura, ombrello), contro il programma nucleare iraniano, iniziando dei loro programmi nucleari (proliferazione). Male come e’ messo oggi il Medioriente, e’ possibile immaginare una situazione ben peggiore: un Medioriente capace di avere dita multiple su multiple bombe nucleari“.

Ritornando nuovamente al contenuto dell’accordo, il Presidente del CFR rimarca come: “non si capisce perché sia stato imposto un limite alle centrifughe di dieci anni e all’arricchimento di quindi anni, quando il Trattato di Non Proliferazione Nucleare e’ a tempo indeterminato. Personalmente avrei optato per un vincolo a tempo indeterminato al programma nucleare iraniano e se l’Iran avesse rigettato la proposta degli Stati Uniti e dell’Europa, avremmo dovuto essere preparati a non firmare questo accordoancora, non capisco il lifting all’embargo sulle armi di cinque anni e sui missili di otto anni…c’erano troppe aree in cui dovevamo distinguere meglio le diverse posizioni, piuttosto che insistere nell’ottenere qualcosa più vicino alle nostre posizioni”. 

Concludendo, questo e’ il giudizio finale del Presidente del CFR Richard N. Haass sull’accordo di Vienna: “E’ imperfetto e non risolve i problemi delle ambizioni nucleari dell’Iran. Alla meglio, ci farà guadagnare quindi anni. Inoltre, non risolve i problemi relative al ruolo regionale dell’Iran. Peggio, potrà esacerbare questo ruolo, grazie alle risorse che l’Iran incamererà, sia finanziarie che psicologiche“.

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L’Ambasciatore Terzi è da sempre noto come uno dei maggiori esperti di tematiche internazionali e, particolarmente, della questione iraniana. Per questo, quando parla della posizione italiana sul negoziato tra Iran e P 5+1, l’Ambasciatore va dritto al nocciolo del problema: “sull’accordo nucleare con l’Iran, Pistelli, Gentiloni e Renzi formano un ‘trio d’illusionisti’. Per l’ex Ministro degli Esteri italiano, infatti, l’accordo che sta prendendo forma è influenzato dalla volontà di giungere, anche a costo di assumere dei rischi ulteriori sul piano della sicurezza, a un’intesa che consenta la piena riapertura del mercato iraniano.

  • Ambasciatore Buongiorno, con la chiarezza che La distingue da sempre, ci può dire cosa non va nell’accordo nucleare con l’Iran che sta prendendo forma dopo la Dichiarazione di Losanna?

Guardi, le riassumo i punti salienti in breve sintesi:

1) le sanzioni occidentali sono state misure risolutive per riportare il Paese al tavolo del negoziato. Dalle dichiarazioni rilasciate dai vertici iraniani, circa l’interpretazione dell’accordo di Losanna, sembra che l’intesa finale venga condizionata alla rimozione contestuale e completa di tutte le sanzioni. Il che vuol dire, data l’impossibilità di immaginare il reintegro di misure sanzionatorie nel caso in cui l’Iran violasse l’accordo nucleare, che ci si priverebbe dell’unica leva per continuare ad influire su una piena “compliance”. Non è un caso che l’interpretazione data dal gruppo dei 5+1 all’intesa di Losanna sia quella di una rimozione delle sanzioni progressiva, diluita nel tempo e strettamente condizionata.

2) da molte parti si rileva che l’accordo è reversibile in qualsiasi momento da parte Iraniana, come d’altra parte si evince dalle stesse dichiarazioni di esponenti governativi a Teheran. Il che, fra l’altro, deriva anche dalla possibilità riconosciuta a Losanna di mantenere tutte le infrastrutture nucleari di cui attualmente il Paese dispone, incluse le centrifughe. Vi sono inoltre notizie recentissime, di fonte Aiea, sulle perduranti attività di arricchimento dell’uranio, ben al di là degli stock previsti dalle intese quadro, che renderebbero ancor più complicata la “messa in sicurezza” delle tonnellate di materiale fissile già esistente e rapidamente convertibile in un certo numero di ordigni nucleari.

3) Vi sono poi altri aspetti preoccupanti. Essi riguardano l’elevato numero di centrifughe di cui il Paese continuerebbe a disporre, quasi doppio a quel tetto di seimila che gli esperti occidentali giudicavano sino a poco tempo fa una soglia critica. Si tratta di centrifughe che potrebbero essere sostituite da altre di ultima generazione, diversamente dalle assicurazioni fornite dai negoziatori alle proprie opinioni pubbliche e Parlamenti. Vi è infine l’incognita delle ispezioni. Secondo quanto assicurano anche esponenti del nostro Governo, gli iraniani non porrebbero alcuna restrizione. Dichiarazioni recenti delle Autorità iraniane, e persino del Presidente Rouhani, escludono nel modo più tassativo che le ispezioni possono riguardare siti militari, essendo ovviamente responsabilità interamente iraniana decidere quali siti sono militari e quali no;

4) la durata dell’accordo non potrà in ogni caso superare i cinque anni, anziché coprire i 10/15 anni come dichiarato dai negoziatori.

  • Eppure Ambasciatore, nonostante questi (fondamentali) punti critici, la diplomazia italiana sembra esaltata dal possibile prossimo accordo con l’Iran. Tra Roma e Teheran ormai è un viavai di delegazioni politiche ed economiche…

Purtroppo si, mentre in una situazione così delicata sarebbe d’obbligo la prudenza proprio per evitare passi falsi, sottovalutando un “rischio Paese” che potrebbe diventare molto oneroso per i nostri imprenditori. La complessità e le incognite dell’accordo di Losanna dovrebbero consigliare estrema cautela, anziché favorire la diffusione di premature certezze, dopo i continui viaggi di nostri esponenti di Governo in Iran

  • E intanto il radicalismo islamico aumenta…e non solo in campo sunnita….

Purtroppo dobbiamo continuare a fare i conti con una doppia matrice di fondamentalismo islamico: una sunnita, con Isis, Al Qaeda, Hamas, Boko Aram e altre formazioni che radicalizzano lo scontro anche in Europa e in Italia, e l’altra quella sciita, con organizzazioni e milizie come Hezbollah, Badr, i collegamenti con gli Houti yemeniti e le milizie sciite irachene, i centri culturali e le associazioni sostenute finanziariamente in Europa – anche in Italia – da entità iraniane, attive nella radicalizzazione  delle comunità islamiche.

  • Come valuta la situazione dei diritti umani più in particolare il recente arresto di Narges Mohammadi?

Mi capita talvolta di sentire da personalità politiche che insistono per ogni possibile riavvicinamento all’Iran l’affermazione che non si dovrebbe per parte nostra dar troppo peso alla situazione dei diritti umani in tale Paese dato che vi sono altri Paesi alleati dell’Occidente nei quali, ad esempio, i diritti della donna sono gravemente violati, la tortura e la pena di morte praticata, la liberta di religione repressa.  Tutto ciò è vero.  Ma trovo politicamente e moralmente riprovevole giustificare con la diffusione di comportamenti inumani, banditi da decenni dal diritto internazionale, lesivi della dignità e delle libertà fondamentali dell’individuo, il silenzio assoluto che domina, su questi temi, in molti incontri bilaterali e multilaterali.

La situazione dei diritti umani in Iran è stata stigmatizzata ripetutamente dallo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite.  Si tratta del Paese con il più alto numero di esecuzioni capitali al mondo in rapporto alla popolazione. Intimidazioni, arresti, torture di esponenti della dissidenza sono numerosissimi. La componente giovane della popolazione è sempre più insofferente al regime teocratico, e non lo nasconde pur con i gravi rischi che ciò comporta. Ne sono prova le  recenti manifestazioni del mondo studentesco. L’arresto ad  inizio maggio di Narges Mohammadi dimostra l’insicurezza crescente avvertita perlomeno da alcune componenti del Regime iraniano. E’ certamente preoccupante che sia stata arrestata una persona così vicina al Premio Nobel Shirin Ebadi, che ha dovuto persino trasferirsi a Londra a causa del clima di minacce alla sua persona. In passato casi di questo genere erano stati oggetto di interventi sostenuti e pressanti da parte dell’Europa e dell’Italia. Sarebbe una grave involuzione della politica estera europea ed italiana, da molti anni imperniata sulla promozione dei diritti umani, se l’urgenza di definire l’intesa nucleare all’insegna delle “opportunità di mercato”, consigliasse il silenzio su un caso così grave di intimidazione di un “human right defender”.

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