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alqaeda iran

Una nuova foto del terrorista qaedista Sulaiman Abu Ghaith e’ stata recentemente resa pubblica. Abu Ghait, oggi condannato all’ergastolo negli Stati Uniti, non era solo il genero di Osama Bin Laden, ma per anni e’ stato anche il portavoce di al-Qaeda.

La cosa particolare di questa nuova foto e’ che, scattata nel 2009, mostra Sulaiman Abu Ghait mentre si trova in Iran, ove per anni ha trovato rifugio, protetto dai massimi vertici del regime iraniano. La foto da poco resa pubblica, e’ parte del materiale trovato nel rifugio di Bin Laden ad Abbottabad.

In quegli anni, e’ necessario ricordarlo, Teheran stabili’ una alleanza segreta con al-Qaeda, nonostante le differenze teologiche. Una alleanza basata unicamente sull’odio verso un comune nemico, gli Stati Uniti. Le reazioni tra Iran e al-Qaeda, pero’, risalgono alla creazione stessa dell’organizzazione terroristica di Bin Laden, quando i Pasdaran iraniani fornirono ai terroristi qaedisti armi ed addestramento, attraverso Hezbollah.

Durante la presenza americana in Iraq, quindi, la Repubblica Islamica iraniana permise ad una cellula di al-Qaeda di stabilirsi in Iran, concedendo loro non solo rifugi sicuri, ma anche la libertà di movimento. Tra coloro che, con la propria famiglia, raggiunsero l’Iran, c’era anche Sulaiman Abu Ghaith.

Solaiman Abu Ghaith, purtroppo, fu uno stretto assistente di Khalid Sheikh Mohammed, tra gli organizzatori dell’attentato dell’11 settembre 2001. Dopo quell’attentato, praticamente, Abu Ghaith fu promosso a portavoce di al-Qaeda, fino al suo arresto in Turchia nel 2013.

Estradato negli Stati Uniti, Abu Ghaith e’ stato condannato all’ergastolo.

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Fonte: Foundation Defense Democracies

Il think tank americano Foundation for Defense Democracies (FDD), ha pubblicato un interessante articolo di David Adesnik, sul dove, come e quanto il regime iraniano spende, per finanziare l’espansione del khomeinismo a livello internazionale, ovvero per finanziare il terrorismo internazionale.

Secondo quanto riporta l’FDD, il regime iraniano spende:

  • tra i 15 e i 20 miliardi di dollari l’anno per sostenere il regime di Assad in Siria. A questa spesa va aggiunta una linea di credito di 1 miliardo di dollari concessa nel 2017, da sommarsi a ai 5,6 miliardi di dollari di linee di credito concesse da Teheran negli anni precedenti. Il costo maggiore, ovviamente, e’ quello relativo al mantenimento delle milizie sciite in Siria (almeno 20,000 uomini). A questi costi, va aggiunto, non sono inclusi i rifornimenti concessi, praticamente gratis, da Teheran per petrolio e gas;
  • almeno 1 miliardo di dollari e’ stato speso ogni anno, sin dal 2014, per mantenere le milizie sciite in Iraq. Dopo la fine del controllo territoriale di Isis, sembra che Teheran ridurrà il sostegno, riducendo anche il numero di miliziani sciiti nel Paese (molti si tramuteranno in forze di riserva), portando il finanziamento annuale a circa 150 milioni di dollari l’anno;
  • circa 700-800 milioni di dollari l’anno per sostenere Hezbollah in Libano;
  • 100 milioni di dollari per finanziare i gruppi terroristi palestinesi di Hamas e la Jihad Islamica Palestinese. Va anche detto che, una fonte diplomatica, ha parlato alla Reuters di un sostegno di 250 milioni di dollari annui da parte di Teheran a Hamas;
  • alcuni milioni di dollari, decine sembra, vengono dirottati dall’Iran per sostenere i ribelli Houthi in Yemen. Un sostegno che include anche il trasferimento di missili balistici, per colpire le città saudite.

A questi miliardi, vanno aggiunti i soldi che il Governo iraniano fornisce annualmente ai Pasdaran, ovvero a coloro che materialmente, controllano, ideologizzano e addestrano, le milizie sciite nel mondo. Sotto questo profilo, la trasparenza e’ relativa: ufficialmente, infatti, le Guardie Rivoluzionarie hanno un budget annuo di 8,2 miliardi di dollari.

E’ pero’ una stima relativa, non solo perché lo stesso Governo concede più fondi ai Pasdaran, ma anche perché le Guardie Rivoluzionarie controllano buona parte dell’economia iraniana, compresa quella sommersa. Miliardi di dollari che, ovviamente, non e’ possibile quantificare precisamente.

In poche parole, secondo le stime dell’FDD, il regime iraniano spende 16 miliardi di dollari, solamente per sostenere l’espansione del khomeinismo a livello internazionale. Soldi tolti alla popolazione iraniana, che in buona parte vive nell’indigenza e sotto la sogna della povertà. Ecco spiegate molte delle ragioni di Iran Protests e soprattutto dello slogan “No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran”.

 

mogherini iran

Ricevendo il Premier israeliano a Bruxelles, l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’UE, ha evidenziato come la posizione dell’Unione Europea sul conflitto israelo-palestinese non e’ cambiata e che le ambasciate europee non si sposteranno da Tel Aviv alla Citta’ Santa.

Nella stessa conferenza stampa, annunciando un suo prossimo viaggio in Libano, la Mogherini aveva elogiato il ritorno del Premier Hariri a Beirut, il ritiro delle sue dimissioni da Primo Ministro e il sostegno dell’UE alla stabilita’ del Paese dei cedri.

Parole belle da sentire, ma vuote nei fatti: se davvero alla Mogherini e all’UE interessa la pace tra gli israeliani e i palestinesi, la stabilita’ di Gerusalemme e soprattutto quella del Libano, il problema principale non si chiama Donald Trump, ma Hassan Nasrallah, ovvero il Segretario di Hezbollah. 

Se il Libano e’ sull’orlo del collasso, infatti, e’ perché e’ un Paese con un Governo totalmente non in grado di controllare il proprio territorio. Questo perché, da anni ormai, e’ ostaggio di una organizzazione islamista e terrorista sciita, creata dal regime iraniano negli anni ’80 e che solo a Teheran da sempre risponde. E’ stato cosi con gli attentati organizzati in Libano in quegli anni, con la guerra del 2006 contro Israele e soprattutto con l’ingresso di Hezbollah nel conflitto siriano. E’ stato cosi quando, appena qualche giorno fa, un comandante di Hezbollah ha accompagnato il leader della milizia  sciita irachena Asaib Ahl al-Haq, lo sceicco Amin Qais al-Khazali, a visitare il confine tra Libano e Israele.

Come suddetto, se davvero la Mogherini ci tiene alla stabilita’ del Libano e a prevenire un nuovo conflitto regionale, ciò che Mrs Pesc deve pretendere quanto ribadito nella  risoluzione ONU 1701, ovvero quella che pretende il disarmo di tutte  le fazioni armate libanesi, a cominciare da Hezbollah.

Purtroppo, cosi come la Mogherini e’ capace di alzare la voce contro la nuova amministrazione americana, contro il governo israeliano e contro le mosse saudite, lo e’ assai meno – anzi non lo e’ per niente – a farsi valere contro le politiche aggressive e pericolose del regime iraniano. Ovvero, contro la prima causa delle crisi che oggi infiammano il Medioriente…

amia

Finalmente un po’ di sana giustizia: un coraggioso giudice argentino, Claudio Bonadio, ha emesso un ordine di arresto nei confronti dell’ex Presidentessa argentina Cristina Fernandez de Kirchner, chiedendo al Senato di revocarle l’immunità.

Bonadio accusa la Kirchner di alto tradimento per “aver negoziato un accordo segreto con il regime iraniano, al fine di coprire le responsabilità di Teheran nell’attentato terroristico al centro ebraico AMIA, il 18 luglio del 1994″. L’attentato, compiuto materialmente da agenti di Hezbollah e organizzato dai massimi vertici dell’Ambasciata iraniana a Buenos Aires, causo’ la morte di 80 persone innocenti.

Mentre attende il permesso del Senato argentino per mettere le manette alla Kirchner, il giudice Bonadio ha già messo in prigione altri tre personaggi, tutti accusati di essere stati i mediatori dell’ex Presidentessa argentina con l’Iran. Si tratta di Carlos Zannini, segretario per gli affari legali della Kirchner, Luis D’Elia, sindacalista e il clerico mussulmano Jorge Alejandro Khalil. Agli arresti domiciliari e’ finito anche Hector Timerman, ex Ministro degli Esteri argentino, durante il Governo della Kirchner.

Grazie a questi arresti, finalmente, iniziano a trovare giustizia non solo le vittime del massacro dell’AMIA, ma anche il compianto Procuratore Alberto Nisman, colui che per primo aveva indagato contro la Kirchner e che e’ stato ucciso il 18 gennaio del 2015, un giorno prima di testimoniare davanti ad una commissione speciale del Parlamento argentino.

Ad oggi il Governo argentino del Presidente Macri non ha commentato e non e’ dato sapere se, nelle prossime ore, verrà data l’autorizzazione all’arresto di Cristina Kirchner. Ovviamente, ci auguriamo che cosi avverrà e che l’ex Presidentessa argentina paghi per i suoi crimini contro l’umanità.

Ricordiamo infine che, per l’attentato dell’AMIA, l’Interpol emano’ mandati d’arresto per i massimi vertici di allora del regime iraniano, tra cui l’ex Ministro della Difesa Vahidi e l’ex Presidente iraniano Rafsanjani.

La conferenza stampa di Cristina Kirchner, dopo la notizia del mandato d’arresto nei suoi confronti

L’arresto di Luis D’Elia, mediatore per la Kirchner con l’Iran

Mideast Iran Islamic Dress Code

L’Europa sta lentamente prendendo coscienza della minaccia che la fine del potere territoriale di Daesh in Siria e Iraq, porrà al suo territorio. Il nuovo Califfato infatti potrà anche finire di esistere, ma la minaccia che il gruppo fondato da al-Baghdadi rischia di causare al Vecchio Continente – e non solo – e’ appena cominciata.

La presenza di Isis in numerosi Paesi del mondo e il ritorno dei foreign fighters, infatti, pongono all’Europa tutta una minaccia che e’ non solo di sicurezza, ma strategica. Possibili attentati dei terroristi legati ad Isis, ovviamente, non causeranno solamente morti e feriti, ma avranno anche la capacita’ di alterare risultati elettorali, rischiando di colpire nel cuore i valori democratici. 

C’e’ pero’ una parte della minaccia strategica che l’Europa non vuole vedere. In Medioriente, oggi, ci sono evoluzioni enormi nel mondo sunnita, guidate dalla nuova politica saudita di Mohammed Bin Salman. Una rivoluzione, anche culturale, figlia dei gravissimi errori commessi dalle monarchie del Golfo e delle debolezze stesse che attraversano oggi il regno degli al-Saud (si pensi allo Yemen o anche allo stesso sviluppo dello shale gas americano). Nonostante l’estrema fragilità dei cambiamenti in atto a Riyadh, si tratta di una lotta per la sopravvivenza di parte del mondo sunnita, che si dovrà fondare non soltanto sulle riforme religiose, ma soprattutto sul mantenimento dell’unita’ territoriale di numerosi Stati arabi. 

Contro queste riforme e per la fine dell’unita’ territoriale di diversi Paesi arabi sunniti, lavorano non solo le forze jihadiste – Isis, al-Qaeda e la parte armata della Fratellanza Mussulmana – ma anche il regime iraniano. In questo senso, infatti, Teheran ha gli stessi interessi delle peggiori forze salafite. 

Sino a quando Isis minacciava le zone sciite dell’Iraq o la sopravvivenza del regime di Bashar al-Assad, il regime iraniano poteva avere un interesse diretto a colpire il Califatto (anche se sappiamo che in Siria Assad e Isis hanno spesso collaborato). Oggi che questa minaccia territoriale viene meno, gli interessi delle forze jihadiste sciite legate a Teheran e quelle delle forze jihadiste sunnite, rischiano di saldarsi nuovamente, allo scopo di favorire l’ascesa di forze nazionaliste al potere in Europa e la destabilizzazione dei Paesi arabi legati all’Arabia Saudita.

Sottolineiamo le parole “saldarsi nuovamente”, perché come dimostrato da tempo, il regime iraniano ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo di al-Qaeda, grazie al sostegno dato soprattutto attraverso Hezbollah. Senza dimenticare che, per anni, l’Iran ha offerto ai qaedisti un rifugio sicuro sul proprio territorio. Nulla impedisce quindi oggi alla Repubblica Islamica, di riprendere saldamente in mano una linea di sostegno al peggior estremismo sunnita, in ottica strategica.

Su questo rischio, l’Europa non sta riflettendo abbastanza. Al contrario, sta inventando una narrazione romantica del regime iraniano, inesistente sul piano dei fatti.

saad hariri

Saad Hariri e’ un uomo di tatticismi. Lo e’ da quando, erede del defunto padre Rafiq e’ saltato in aria nel 2005, dilaniato dall’esplosivo piazzatogli da agenti deviati dell’intelligence libanese, su ordine di Damasco e Teheran.

Nonostante la morte del padre, Hariri ha governato il Libano accettando di scendere a patti con Hezbollah, ovvero con l’emblema di coloro che – pur vivendo nel Paese dei Cedri – rappresentano uno Stato nello Stato al servizio degli agenti esterni che hanno ucciso Rafiq Hariri.

Non e’ la prima volta che Hariri si dimette da Primo Ministro libanese. Era già accaduto nel 2011 e anche in quella occasione Hariri attacco’ Hezbollah, accusandolo di sabotare il suo Governo. Allora, pero’, Saad Hariri non punto’ l’indice contro Teheran duramente, ne tanto meno annuncio’ le sue dimissioni dall’Arabia Saudita.

Quanto sta accadendo in questo momento e’ diverso. E’ diverso perché, come suddetto, Hariri ha detto basta da Riad e ha non solo attaccato Hezbollah, ma soprattutto il regime iraniano. Il Presidente libanese Aoun, vicino ad Hezbollah, ha rifiutato le sue dimissioni invitandolo a ritornare in patria, ma Hariri ha continuato il suo viaggio nel Golfo, raggiungendo gli Emirati Arabi Uniti, altro alleato di Riad.

Le dimissioni di Saad Hariri sono parte di una vera e propria dichiarazione di guerra dell’Arabia Saudita contro il regime iraniano. Non e’ dato sapere se questa guerra verrà combattuta tra i due contenenti del Golfo direttamente, ma sicuramente ci saranno delle importanti ripecussioni, in primis in Libano, ma non solo. In Libano, ovviamente, i rischi sono molteplici: non solo lo scontro tra Hezbollah e le fazioni anti iraniane, ma anche il possibile nuovo scontro (in questo caso militare), tra il Partito di Dio e Israele.

Ieri pero’, a Riad e’ arrivato a sorpresa anche Abu Mazen, Presidente dell’ANP e da poco in accordo con Hamas per un nuovo Governo di unita’ nazionale. Lo stesso Hamas che, appena qualche giorno addietro, ha inviato una delegazione in Iran, promettendo a Teheran di restare un alleato fedele. Dulcis in fundo, appena qualche giorno prima di visitare l’Iran, a Riad era arrivato il Premier iracheno al-Abadi, sciita, ma alla ricerca disperata di appigli esterni per non diventare un altro puppet del regime iraniano.

A fare da cornice a questi giochi di potere regionali, c’e’ la nuova politica dell’Amministrazione Trump verso il regime iraniano e soprattutto verso il Pasdaran, ormai sulla via di essere dichiarati una organizzazione terroristica tout court. Una mossa che segue la decisione del Congresso americano del 2015, che ha portato all’inserimento di 100 personalità e enti legati ad Hezbollah, nella lista delle sanzioni.

Concludendo, quanto accaduto con Saad Hariri non e’ puro tatticismo, me a’ parte di un gioco più grande, che vede l’Arabia Saudita intenzionata a fermare ad ogni costo l’avanzata dell’Iran nella regione Mediorientale, considerata una minaccia alla sopravvivenza stessa del regime wahabita. Per queste ragioni, l’Europa deve stare molto attenta a giocare tutte le sue carte investendo sul regime iraniano.

La bonarietà dell’ex Presidente americano Obama, l’accordo nucleare, la crisi siriana e quella irachena (e quella in Yemen), avranno anche costruito per l’Iran una autostrada per amplificare il suo potere regionale. La cosa pero’ e’ andata troppo oltre e tanti attori, tra loro assai diversi, convergono su un solo punto: quell’autostrada va distrutta, ad ogni costo…

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Un report dell’intelligence tedesca del Lander della Renania Settentrionale-Vestfalia, ha denunciato delle cose gravissime non solo sul comportamento del regime iraniano, ma anche sui proxy della Repubblica Islamica.

Secondo il report, Teheran ha tentato per ben 32 volte – nel solo 2016 – di acquisire materiale nucleare illegale nel Lander della Renania Settentrionale-Vestfalia. Tentativi fatti attraverso delle front companies fasulle, localizzate in Paesi limitrofi quali la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti, ma anche in Cina.

Non solo: sempre secondo il report, diversi ex combattenti di milizie sciite, hanno fatto richiesta di asilo in Germania. Tra questi, almeno il 50% aveva diretti legami con Hezbollah, il gruppo terrorista libanese emanazione diretta dei Pasdaran iraniani.

Come lo stesso report sottolinea, non si tratta di persone che pongono una minaccia nel breve termine, ma nel lungo termine possono fungere da agenti per Teheran o anche da sicari.

hezbollah germania