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Qualcuno ha scritto che “L’Iran conquista Bruxelles” (L’Indro). Un modo per sottolineare il successo del viaggio del Ministro degli Esteri Zarif nella capitale belga, ove ha sede il Parlamento Europeo.

Diciamo che si tratta di una conquista fatta senza combattere, considerando che ormai da anni l’Europa ha abiurato al suo dovere di condanna del comportamento disumano del regime iraniano. L’attuale Mrs. Pesc, l’italiana (sic) Federica Mogherini, e’ probabilmente tra i maggiori rappresentanti di questo colpevole silenzio. Un silenzio che ha mantenuto anche quando Teheran ha sbattuto in cella l’attivista Narges Mohammadi, condannata anche per aver incontrato in Iran la predecessora della Mogherini, Lady Ashton (No Pasdaran).

Qualche eurodeputato ha cercato di sollevare il vergognoso tema dei diritti umani nella Repubblica Islamica, particolarmente quello delle oltre 2200 condanne a morte eseguite dal regime dall’elezione di Hassan Rouhani. Niente da fare: nonostante una generale presa di coscienza della necessita’ di miglioramenti, Zarif ha rigettato il colpo, ma ha difeso a spada tratta le impiccagioni. Non solo: il Ministro degli Esteri iraniano ha sottolineato che, la maggior parte delle condanne a morte in Iran, sono emesse per reati legati al traffico di droga. Quindi, la naturale conseguenza di questo dato e’ che l’Europa deve aumentare i fondi all’Iran per combattere il narcotraffico. Un modo come un altro per chiedere all’Unione di rendersi complice delle violazioni delle normative internazionali di cui l’Iran e’ responsabile (Iran Human Rights).

E’ necessario ricordare infatti che, secondo le Nazioni Unite, l’uso che l’Iran fa dello strumento (medievale) della pena di morte, e’ contrario a tutte le normative sinora approvate. Non solo la maggior parte delle condanne a morte sono approvate contro piccoli spacciatori, ma molto spesso riguardano anche minori. Senza contare che la pena di morte e’ usata spesso anche contro gli oppositori politici e religiosi, spesso decisa sotto l’accusa di moharebeh (guerra contro Dio). Ricordiamo, a tal proposito, che l’ultimo report di Nessuno Tocchi Caino, definisce l’Iran il “Paese Boia del 2015”, in considerazione del rapporto tra numero di esecuzioni capitali e numero di abitanti (NTC).

D’altronde, a dispetto delle bugie dello stesso Zarif davanti agli europarlamentaricome dimenticare che il primo a difendere l’uso spasmodico della pena di morte, fu proprio lo stesso Hassan Rouhani, in una intervista rilasciata al Corriere della Sera nel novembre del 2015 (Iran Human Rights). Ovviamente, anche in quel caso, nessun giornalista e politico italiano ricordo’ a Rouhani che, a dispetto di tutti i detenuti impiccati, il traffico di droga continua a non diminuire ai confini dell’Iran. Cosi come nessuno ha chiesto lumi al Presidente iraniano, in merito al coinvolgimento dei Pasdaran nel traffico di droga e al rapporto tra Iran-Hezbollah e i cartelli della droga in America Latina (Business Insider).

Non solo: con la benedizione europea, l’Agenzia ONU contro il Narcotraffico ha aumentato i finanziamenti al regime iraniano, rendendoci tutti complici degli abusi di Teheran. Ora una domanda: ma l’Italia non era il capofila della Moratoria Internazionale Contro la Pena di Morte? Ah già, era…

Dedicheremo all’audizione di Zarif – e alle numerose e gravi bugie da lui dichiarate – altre analisi nei prossimi articoli.

La risposta di Zarif sulla pena di morte dal min. 57.23

 

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Il 27 gennaio scorso – proprio mentre Rouhani teneva la sua conferenza stampa in Italial’agenzia per i diritti umani in Iran HRANA, rilasciava in esclusiva una lista di 100 detenuti iraniani che, nel carcere di Sanandaj, attendono di essere mandati al patibolo (Hrana).

Una lista lunghissima che, tra le altre cose, comprende cinque prigionieri condannati a morte pur avendo commesso il reato in eta’ minorenne, in piena violazione della Convenzione Internazionale per i Diritti Civili e Politici (ICCPR) e della Convenzione ONU sui diritti dei Bambini. Due Trattati entrambi volontariamente sottoscritti e ratificati dal regime iraniano. I nomi dei cinque detenuti condannati a morte quando ancora minorenni sono: Amaj Hosseini, Arsalan Moradi, Himan Oramnejad, Kiomars Nasiri e Ayoob Ahmadi.

Non solo: nella stessa “lista del Terrore”, ci sono tre detenuti condannati al patibolo per “Moharebeh, ovvero per “aver dichiarato guerra contro Dio”. Si tratta di una accusa primitiva, usata dal regime iraniano anche per impiccare tutti coloro che si ribellano al potere centrale di Teheran o che non si riconoscono nei dettami del Khomeinismo. I tre detenuti condannati a morte per Moharebeh sono: Heyman Mostafaie, Seyed Bakhtiar Memari e Habiballah Lotfi.

Il restante dei detenuti, sono stati condannati all’esecuzione capitale per altri reati, tra cui anche lo spaccio di quantitativi minimi di droga o il semplice trasporto di sostanze stupefacenti. Purtroppo in Iran spesso il narcotraffico e’ praticato spesso da chi non ha alternative economiche e professionali, relegato ai margini sociali proprio dalla Repubblica Islamica. Questo dramma e’ stato descritto meravigliosamente dal regista iraniano Keyvan Karimi nel film documentario “Broken Border” (video sotto). Karimi e’ stato recentemente condannato a 6 anni di carcere e 223 frustate per motivi politici (No Pasdaran). 

A poche ore dalla fine della sontuosa, quanto ridicola, visita di Rouhani in Italia (e Francia), ci chiediamo cosa pensa il Governo italiano – autoproclamatosi leader internazionale nella promozione della Moratoria Internazionale contro la Pena di Morte – in merito a “Lista del Terrore”.

Considerando i colpevoli silenzi durante gli incontri con il Presidente iraniano, torna in mente quella bella canzone di Mina e Alberto Lupo: Parole, Parole, Parole…Soltanto Parole… 

[youtube:http://youtu.be/PjjaDfeGzxY%5D

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Pmi in corsa verso Teheran“: è questo il titolo di un articolo odierno de Il Sole 24 Ore (pagina 19), dedicato alla recente Oil and Gas exhibition, organizzata a Teheran tra il 6 e il 9 maggio di quest’anno. L’articolo, in soldoni, rimarca come l’Iran rappresenti una grande possibilità di investimento per le imprese italiane e di come decine e decine di imprenditori stiano alla finestra, pronti ad aprire uffici nella Repubblica Islamica appena si troverà un accordo sul nucleare. Tra coloro che sono stati intervistati dall’autore del pezzo (Luca Orlando, NdA) c’è anche Luca Giansanti, attuale ambasciatore italiano in Iran. Nelle sue dichiarazioni, l’Ambasciatore Giansanti afferma che è necessario seminare ora in Iran, per poi successivamente essere pronti ad approfittare della riapertura del mercato con Teheran. Quello che, però, ci ha colpiti negativamente di più, sono le altre affermazioni fatte dal diplomatico italiano, in merito all’attuale situazione nell’IRI. Giansanti afferma che oggi nella Repubblica Islamica “c’è un clima nuovo e al governo si ritrovano interlocutori che in passato avevano creato le condizioni per il boom di interscambio con l’Italia“.

Quando un Ambasciatore di un Paese democratico come l’Italia parla dell’Iran e soprattutto dell’esistenza di un clima nuovo, dovrebbe basare le sue affermazioni su alcuni dati reali e non meramente sulla charm diplomacy che il regime degli Ayatollah sta oggi portando avanti. Come l’Ambasciatore Giansanti saprà, infatti, nonostante Rohani all’interno dell’Iran poco o nulla è cambiato. Diversi giornali riformisti sono stati chiusi, il rispetto dei diritti umani non è migliorato (parola di Ahmad Shaheed, inviato speciale dell’Onu per l’Iran) e il numero di condanne a morte nel Paese è drammaticamente aumentato. Tra le altre cose, proprio pochi giorni prima della fiera sul petrolio e il gas di Teheran, i Pasdaran sono entrati nel carcere di Evin ed hanno picchiato a sangue i prigionieri politici presenti nel braccio 350. Anche per quanto concerne i diritti delle donne e delle minoranze, nonostante le promesse fatte da Rohani in campagna elettorale, non è mutato alcunchè. Anzi: le donne iraniane hanno, da sole, cominciato una campagna per la liberazione dall’oppressione del velo, mentre per quanto concerne le minoranze oppresse, è di queste ore la notizia di un altro cimitero Bahai rasato al suolo dalle ruspe dei Mullah…

Non basta: l’Ambasciatore Giansanti sbaglia anche quando parla degli attuali interlocutori iraniani e dei rapporti con l’Italia. Il boom di interscambio, a cui Giansanti si riferisce, è stato ottenuto dal regime di Teheran attraverso la menzogna e l’inganno. E’ stato infatti Hassan Rohani in persona, durante la campagna elettorale, a dichiarare di aver firmato nel 2003 l’accordo di Teheran con il gruppo degli U3 (Francia, Germania e Gran Bretagna), al solo scopo di permettere al regime di guadagnare tempo e completare il programma nucleare clandestino. Vantarsi quindi di aver aumentato gli scambi commerciali con un Paese che, deliberatamente, ha violato e viola le disposizioni internazionali, appare certamente improprio e fuori luogo. Come riprova, vi riproponiamo il video originale delle dichiarazioni di Rohani, con sottotitoli in inglese.

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Sia chiaro, non siamo ingenui. L’Iran è sicuramente un grande mercato per l’Italia e l’Ambasciatore Giansanti non è stato inviato a Teheran per farsi portavoce dell’opposizione iraniana. Nonostante ciò, considerando che l’incarico dei funzionari pubblica italiani si basa sulla Costituzione del 1948, riteniamo che l’Ambasciatore italiano, nel suo agire, debba tenera a mente molto bene la Prima Parte del Testo fondante lo Stato italiano post-fascista, dedicata ai Principi fondamentali della Repubblica. In particolare, consigliamo a tutti di imparare a memoria l’articolo 2 della Costituzione che, testualmente, afferma: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale“. Buona cosa sarebbe voler vedere questi diritti applicati a tutta l’umanità e non solamente a pochi privilegiati…

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La protesta delle donne iraniane contro il velo, iniziata attraverso una pagina Facebook, ha praticamente fatto il giro del mondo. Come ovvio, considerando la brutalità del regime dei Mullah, molte fotografie inviate inizialmente alla Pagine, sono state scattate in aree isolate. Con il passare dei giorni e la diffusione della campagna per i civili nella Repubblica Islamica, le donne iraniane stanno prendendo sempre più coraggio e sfidando apertamente le regole della velayat-e Faqih.
In queste ore, un video in particolare sta divendo il simbolo di questo nuovo passo in avanti: nelle immagini, che vi riproponiamo qui sotto, è possibile vedere una ragazza iraniana mentre viaggia nella metro di Teheran senza indossare il velo. Nel video, come vedrete, la ragazza si aggiusta i capelli con la mano, guardando fissa in camera. Intorno a lei, diverse altre donne la guardano incuriosite, esprimendo un sorriso di apprezzamento. Si tratta di un pubblico affronto alle regole imposte dagli Ayatollah che, come noto, obbligano le donne a girare con il velo sui capelli. Sinora le donne avevano trovato diversi modi di indossare il velo in maniera non conforme, per protestare contro l’imposizione clericale. Questo video, però, testimonia come il popolo iraniano sia stanco di trovare sotterfugi insufficienti e voglia davvero ottenere la libertà che merita.
Per vedere il video cliccare sull’immagine
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Un video esclusivo ci arriva dall’Iran: nel video, infatti, è possibile vedere il momento esatto dell’arresto dei componenti di una band musicale, da parte degli agenti del Ministero dell’Intelligence. Il concerto, secondo quanto reso noto dagli attivisti, è stato organizzato presso la città di Yazd. A quanto sembra, l’accusa per i membri del gruppo è quella di aver suonato una canzone patriottica, non riconducibile ai valori della velayat-e faqih. Cosi, mentre giovani musicisti racolgono gli strumenti musicali prima di essere portati via, la folla inferocita comincia a gridare Mar Barg Dikator, ovvero “morte al dittatore”. Come detto, si tratta di immagini esclusive perchè, per la prima volta, mostano direttamente quanto avviene in Iran ogni giorno. Si tratta, inoltre, di una nuova riprova di come, anche sotto Hassan Rohani, nella Repubblica Islamica non è cambiato davvero nulla. Vogliamo aggiungere una informazione fondamentale: l’attuale Ministro dell’Intelligence iraniano, Mahmoud Alavi. è un fedelissimo di Rohani, da lui nominato come capo dei servizi segreti di Teheran, dopo aver ricoperto la carica di liaison officer – ovvero uomo di collegamento – tra l’attuale Presidente iraniano e le istituzioni clericali nella città  santa di Qom.

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Martedì scorso è stato un giorno nero per i diritti umani in Iran. Un gruppo di Pasdaran ha fatto irruzione nel braccio 350 del carcere di Evin, area ove sono rinchiusi i prigionieri politici, iniziando a massacrare di botte i detenuti presenti. Secondo il comunicato ufficiale rilasciato dai prigionieri del carcere di Gohardasht, ovest di Teheran, oltre 100 agenti dell’unità di intelligence delle Guardie Rivoluzionarie, hanno compiuto un vero e proprio raid punitivo contro i prigionieri politici, lasciando sul pavimento della prigione, decine di corpi feriti e doloranti. Ovviamente il regime ha ufficialmente preso una posizione contraria ai diritti umani, difendendo gli aggressori e negando l’accaduto. Nonostante le parole del responsabile del centro di detenzione di Evin, Gholamhossein Ismaili, i famigliari dei detenuti hanno denunciato di aver visitato i loro parenti e di averli trovati spaventati e pieni di escoriazioni. Parlando con BBC Persian, uno dei prigionieri politici testimoni dell’attacco ha dichiarato che l’aggressione delle guardie è stata talmente violenta da far temere l’inzio di un omicidio di massa. In seguito al gravissimo accadimento, 28 prigionieri politici hanno scritto – purtroppo inutilmente – una lettera al Presidente Rohani, denunciando l’attacco. Come detto, il Presidente Rohani non si è pronunciato. Per lui ha parlato il Ministro della Giustizia Mostafa Pourmohammadi, il quale ha dichiarato che si è trattato unicamente di un incidente isolato (sic), smentento ogni tipo di confronto fisico. Mostafa Pourmohammadi, vogliamo ricordarlo, è stato il protagonista del Massacro delle Prigioni nel 1988, mandando a morte decine e decine di prigionieri, unicamente per la loro posizione contraria alla dittatura di Khomeini.

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Nonostante il diniego del regime, i famigliari dei detenuti hanno deciso di protestare contro l’accaduto. Un folto gruppo di persone, quindi, si è raccolto di fronte all’ufficio del Presidente iraniano Rohani a Teheran, urlando slogan di protesta e chiedendo la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici. La risposta del regime, ancora una volta, è stata la repressione: tre persone sono state arrestate e tutti i presenti sono stati minuziosamente schedati. Della protesta gli attivisti hanno diffuso diverse fotografie (vedi sopra) ed un video (sotto) che, in poco tempo, ha fatto il giro del mondo. Non solo, proprio nel carcere di Gohardasht, il boia degli Ayatollah è tornato al lavoro: cinque persone sono state impiccate, tra cui un uomo di 68 anni…

Nonostante i fatti risalgano ormai ad una settimana e nonostante le condanne internazionali, dal Governo italiano, nessuno ha battuto ciglio. Il Ministro degli Esteri Mogherini, in una intervista a Il Foglio, ha ripetuto il matra del coinvolgimento del regime iraniano – primo finanziatore e sostenitore di Bashar al Assad – nel processo di pace in Siria, ammesso che questo esista. Il rumoroso silenzio della Farnesina ferisce e sicuramente non aiuta il popolo iraniano nella sua battaglia per la libertà e per i diritti umani.

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