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monaco e4

Il 13 ottobre scorso, il presidente americano Trump non ha “certificato” l’accordo nucleare con l’Iran, rimandando il JCPOA al Congresso americano. Giustificando la sua decisione, Trump ha accusato il regime iraniano di aver violato l’accordo – particolarmente con i test missilistici – e rimandato agli europei il compito di rinegoziare l’accordo con Teheran. 

Da quel momento in poi, nonostante le parole, i principali leader europei hanno iniziato a parlare di necessita’ di trovare un rinegoziare il JCPOA, includendo all’interno dell’accordo anche tematiche spinose come il contenimento dell’espansione regionale iraniana e quello del programma missilistico. Temi su cui, apparentemente, il regime iraniano non intende discutere, salvo poi aprire al dialogo. E’ nato cosi il gruppo E4 (Parigi, Berlino, Londra e Roma), ovvero il gruppo dei Paesi europei responsabili del nuovo negoziato con l’Iran (la prima riunione si e’ svolta a Monaco la scorsa settimana, con focus Yemen).

Ma perché gli Europei – Macron in testa – hanno deciso di sposare la linea americana, almeno parzialmente? E soprattutto, perché il regime iraniano sta silenziosamente accettando questo dialogo? La risposta e’ semplice: per guadagnare tempo…

L’esperienza E4, infatti, non e’ una novità nel panorama negoziale tra l’Occidente e l’Iran. Tra il 2002 e il 2003, infatti, il cosiddetto gruppo E3 (Italia, Francia e Germania), negozio’ con gli iraniani l’accordo di Teheran (poi confermato a Parigi nel 2004), con cui il regime clericale sciita si impegnava a porre volontariamente dei limiti al suo programma nucleare. E chi era il negoziatore iraniano di quell’accordo? Hassan Rouhani, ovvero l’attuale Presidente iraniano.

L’E3 e l’accordo di Teheran, pero’, furono un fallimento drammatico: come ammesso dallo stesso Rouhani durante un dibattuto televisivo nel 2013 (video sotto), l’Iran firmo’ quell’accordo per poter prendere tempo e terminare – senza il riflettore internazionale – tutti gli impianti necessari per l’arricchimento dell’uranio e lo stesso reattore ad acqua pesante di Arak.

Non solo: in una intervista del 2005 per Rahbord – il magazine del Centro per gli Studi Strategici dell’Iran – Rouhani disse testualmente: “Quando io avevo la responsabilità dei negoziati sul nucleare avevamo due obiettivi: salvaguardare la sicurezza nazionale del Paese e raggiungere i nostri obiettivi nucleari. Nel 2003 noi non avevamo ancora una produzione nell’impianto nucleare di Isfahan. Noi non potevamo produrre ancora, quindi, Uf4 e Uf6…Noi abbiamo usato quindi l’opportunità dei negoziati per completare l’impianto di Isfahan…Ad Arak, inoltre, noi abbiamo continuato negli sforzi per ottenere acqua pesante….La ragione per cui abbiamo invitato i rappresentanti dei tre Stati Europei [Francia, Germania e Gran Bretagna, il famoso U-3, N.d.A] presso il Ministero degli Esteri a Teheran è stata unicamente al fine di mettere l’Europa contro gli Stati Uniti, al fine di evitare di portare la questione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”. Più chiaro di cosi…

Il gioco di oggi, non e’ poi cosi differente da quello del 2003 e comprendere quanto sta succedendo non e’ difficile: gli europei hanno importanti interessi economici in Iran, ma temono profondamente le nuove sanzioni americane. Per questo, dopo aver compreso che la posizione non dialogante con Washington della Mogherini era un fallimento totale, guidato da Macron il gruppo E3 sta cercando di guadagnare tempo magari chissà, sperando anche in un impeachment di Trump nel frattempo.

Gli iraniani lo sanno e sanno bene che i negoziatori europei sono i loro migliori alleati. Ovviamente, speriamo di sbagliare e di trovare nel Gruppo E4 una realtà veramente capace di limitare le azioni iraniane. Purtroppo, i dubbi restano, soprattutto perché si tratta di un negoziato senza precondizioni. Ovvero, il perfetto negoziato per Teheran: quello che lascia alla Repubblica Islamica il tempo “di guadagnare tempo”…

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zarif donne

A Teheran ieri e’ arrivato il Ministro degli esteri inglese Boris Johnson, accompagnato da un gruppo di diplomatici, tra cui una donna,  la Direttrice del Dipartimento Politico del Foreign Office, Karen Pierce.

Nel video che vi mostriamo sotto, pubblicato da Iran Wire, si vede chiaramente il Ministro degli Esteri iraniano Zarif mentre, al passaggio della diplomatica inglese Karen Pierce, non solo rifiuta di stringerle la mano, ma la “invita” anche a mettersi il velo velocemente.

Neanche a dirlo, non ci aspettiamo che questa ennesima umiliazione del gentil sesso da parte dei rappresentanti del regime iraniano, venga condannata da esponenti Occidentali come la Mogherini, la Boldrini o la Bonino. Tutte donne capaci di predicare femminismo a casa loro, ma pronte a recarsi a Teheran con i veli più vistosi che le boutique milanesi possono offrire…

Per la cronaca, Johnson e’ arrivato in Iran per risolvere l’annoso caso della volontaria inglese Nazanin Zaghari-Ratcliffe, arrestata nel 2016 e condannata da Teheran a cinque anni di carcere, con l’accusa di essere una spia. Un caso simile a quello di Ahmadreza Djalali, anche lui in possesso di doppia cittadinanza come la Nazanin, e’ accusato di essere una spia dai Pasdaran (Ahmadreza e’ stato condannato a morte).

Neanche a dirlo se, come speriamo, tra qualche mese i due verranno liberati, aspettatevi che l’Occidente venga costretto a pagare milioni di euro di riscatto. Perché l’arresto dei cittadini iraniani con doppia cittadinanza ha proprio questo scopo:  ottenere soldi in cambio della vita dei detenuti, con cui andare a finanziare il terrorismo internazionale legato al jihadismo sciita. In pieno stile mafioso…

Un iraniano con passaporto americano e sua moglie, rischiano la pena di morte in Iran, per aver organizzato delle feste a Teheran. In queste feste, secondo l’accusa veniva servito dell’acol. La coppia, per la precisione. è di fede Zoroastriana, minoranza riconosciuta dal regime iraniano a cui è anche permesso bere alcolici. Il regime, però, vieta di servirli a persone di fede islamica. I nomi dei due condannati a morte non sono stati resi noti, ma si sa che si tratta di una coppia conosciuta nella capitale, anche perchè gestiva una galleria d’arte e aveva contatti con diplomatici iraniani e stranieri. Il loro arresto risale alla scorsa estate. Secondo il Procuratore iraniano Dolatabadi, quindi, questa coppia organizzava anche “feste miste immorali”, ovvero feste in cui erano presenti insieme uomini e donne.

Il Procuratore Dolatabadi, quindi, ha anche annunciato che un’altra coppia è stata già condannata a morte, perchè accusata di “aver fondato un culto nuovo e attratto dei seguaci”. Questa coppia, quindi, sarebbe anche responsabile di “deviazione sessuale” (che in Iran può voler dire rapporti sessuali fuori dal matrimonio o anche omosessualità). I due sono stati condannati a morte perchè ritenuti colpevoli di “corruzione sulla Terra”, una pena introdotta dopo la rivoluzione islamica del 1979 (Middle East Eye).

Negli ultimi mesi, il regime iraniano si è dimostrato senza pietà verso i cittadini iraniani con doppia cittadinanza, particolarmente quelli in possesso anche di un passaporto americano o inglese. Esemplari sono i casi di Siamak Namazi, businessman irano-americano condannato a dieci anni di carcere e di Nazanin Zaghari-Ratcliffe, operatrice umanitaria e mamma di una bimba di quattro anno, in possesso di passaporto inglese. Nazanin è stata condannata a cinque anni di carcere. Per entrambi le accuse sono di spionaggio, ma il regime non ha mai mostrato alcuna prova che dimostri questo reato.

Anche l’Italia, con il caso Ahmadreza Djalali, si è ritrovata indirettamente coinvolta in queste repressioni del regime iraniano: Ahmadreza Djalali, ricercatore medico, è stato arrestato in Iran lo scorso aprile, dopo essere stato invitato ad un convegno universitario. Ahmadreza Djalali, che rischia la condanna a morte, è accusato di “contatti con paesi stranieri”, per aver lavorato nella sua carriera universitaria anche con ricercatori di Stati considerati nemici dall’Iran. La storia, come suddetto, coinvolge l’Italia perchè Ahmadreza Djalali, prima di trasferirsi in Svezia, aveva lavorato all’Università del Piemonte Orientale dal 2011 al 2015. Proprio da questo Ateneo è partita la campagna per la liberazione di Ahmadireza Djalali, una campagna che ha visto anche la stessa Farnesina prendere un impegno per la libertà del ricercato. Un impegno sinora disatteso.

Fonte: Reuters

Nell’aprile del 2016, il regime iraniano ha arrestato Nazanin Zaghari-Ratcliffe una cittadina brittanica, in possesso anche di cittadinanza iraniana. Nazanin si trovava in Iran per lavoro, come rappresentante dell’associazione caritatevole inglese Thomson Reuters Foundation. Proprio mentre stava per lasciare la Repubblica Islamica per tornare a casa da suo marito e sua figlia di due anni, Nazanin è stata arrestata dai Pasdaran e rinchiusa in carcere senza una accusa ufficiale (Reuters.com).

Il regime, sino alla definitive condanna di questi giorni, ha sempre fatto capire che Nazanin era considerata una spia. Ieri, quindi, Teheran ha reso noto di aver condannato Nazanin Zaghari-Ratcliffe a cinque anni di detenzione, per aver “minacciato la sicurezza nazionale” cooperando con la BBC, il servizio pubblico radiotelevisivo inglese (per la precisione con BBC Persian, il canale in farsi della BBC).

La condanna di Nazanin è avvenuta in un processo a porte chiuse, tenuto segretamente, senza la presenza dell’avvocato dell’imputata e davanti a numerosi rappresentanti delle Guardie Rivoluzioanrie (i Pasdaran). Per la cronaca, poche ore dopo la notizia della condanna, Francesca Unsworth, Direttore della BBC World Service Group, ha negato che Nazanin lavorasse per BBC Persian. Secondo quanto detto dalla Unsworth, Nazanin aveva solamente lavorato per breve tempo con la BBC Media Action, ovvero con la fondazione caritatevole della BBC (tra le altre cose nel settore amministrativo).

In poche parole, il regime ha deciso di strappare ad una bambina di due anni sua madre per cinque lunghi anni, al solo scopo di continuare a punire i cittadini iraniani in possesso di un secondo passaporto. Una campagna di persecuzione, iniziata dal regime dopo la firma dell’accordo nucleare del 2015, allo scopo di perseguire nelle sue politiche fondamentaliste, orientate a terrorizzare la popolazione allo scopo di salvaguardare il regime islamista.

 

 

 

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Nelle stesse ore in cui il Ministro degli Esteri iraniano Zarif atterrava a Londra, i Pasdaran fermavano Bahman Daroshafaei, ex giornalista della BBC Persian in possesso sia della cittadinanza iraniana che di quella inglese (Journalism Is not a Crime).

Bahman Daroshafaei e’ stato fermato, nonostante abbia lasciato la professione di giornalista da almeno due anni, ovvero dalla sua decisione di ritornare in Iran nel gennaio 2014 (da quel momento traduce testi). Al suo ritorno in Iran, Bahman e’ stato interrogato numerose volte dall’intelligence e i suoi account Twitter, Facebook e Telegram, sono stati hackerati numerose volte (Iran Human Rights).

Sino ad ora non e’ possibile sapere ufficialmente le ragioni dell’arresto di Bahman Daroshafaei. Indubbiamente, nonostante non eserciti più questa professione, si tratta di una nuova azione di repressione verso il settore dell’informazione. C’e’ pero’ qualcosa di più pericoloso: probabilmente, l’arresto di Bahman rientra anche nella lotta intestina in corso attualmente tra la fazione del Presidente Rouhani e quella dei Pasdaran.

In questo senso, il fermo di un cittadino in possesso anche della cittadinanza inglese, rappresenta un colpo alle nuove relazioni tra Londra e Teheran. Lo stesso Ministro degli Esteri Zarif, in un evento al Parlamento britannico, ha dichiarato di non avere alcuna informazione in merito al caso di Bahman Daroshafaei (Reuters).

Questa nuova notizia proveniente dall’Iran deve alzare il livello di allarme delle diplomazie e del mondo imprenditoriale Occidentale. Come già descritto (No Pasdaran), in Iran e’ in corso una vera e propria guerra istituzionale, soprattutto in vista delle elezioni per il rinnovo dell’Assemblea degli Esperti e del Parlamento. In questa guerra, gli Occidentale – soprattutto coloro che vogliono investire in Iran, rischiando di toccare gli interessi economici dei Pasdaran – sono i target principali…

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Il 20 gennaio il cosiddetto Joint Plan of Action è entrato in vigore. In poche parole, l’accordo raggiunto tra il 5+1 e Teheran a Ginevra nel novembre del 2013 è diventato operativo e parte delle sanzioni internazionali verso il regime degli Ayatollah verrà gradualmente ammorbidita. Secondo la diplomazia occidentale, questo lifting porterà nelle casse del regime “solamente 7-8” miliardi di dollari ma, come ammesso dallo stesso regime, i soldi che entranno nelle mani dei Pasdaran e della Guida Suprema saranno molti di più. Basti ricordare che, il 30 novembre scorso, il Vice Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha candidamente ammesso che Teheran otterrà 15 miliardi di dollari solamente dagli introiti derivanti dala riduzione delle sanzioni sul settore petrolifero.

Il problema, purtroppo, è che questo ammorbidimento delle sanzioni sta generando – come abbiamo visto in questi ultimi mesi – una corsa al business con la Repubblica Islamica. Come sempre, Teheran sta diffondendo grandi sorrisi, illudendo il mondo sulle sue reali intenzioni di fermare il programma nucleare. La verità, però, è ben diversa e sono gli stessi rappresentanti del regime a rivelare la loro intenzione di non adempiere seriamente agli obblighi previsti dall’accordo di Ginevra. Leggendo il testo del Joint Plant of Action, infatti, l’Iran si impegna nei seguenti sei mesi ad eliminare le sue riserve di uranio al 20% e non aumentare il quantitativo di uranio arricchito al 5% in forma di Uf6 (esafloururo di uranio, utilizzato per la produzione della bomba nucleare). Secondo quanto stabilito in Svizzerà, infatti, Teheran deve convertire metà dell’uranio arricchito al 20% in ossido per la fabbricazione di combustibile per il reattore di Teheran (noto come TRR). La metà dell’uranio al 20% rimanente, quindi, andrà convertità dagli scienziati in uranio arricchito non oltre il 5%. Aspetto centrale, da non dimenticare, tutto il nuovo uranio arricchito al 5% prodotto dall’Iran nei prossimi sei mesi – compreso quello ottenuto con la conversione dell’uranio al 20% – dovrà essere convertito in ossido (UO2), utilizziabile unicamente per la produzione di barre di combustibile per i reattori nucleari.

Qui sotto riportiamo, precisamente ed in lingua originale, quanto previsto in merito dal Joint Plan of Action:

iran nuclear

Dove sta il problema? Il problema, grave, sta nel fatto che l’Iran non ha alcuna intenzione di conformarsi realmente a questo accordo, rinunciato alla crescita della quantità di uranio arricchito in suo possesso. Il Capo dell’Agenzia Atomica Iraniana, il già Ministro di Ahmadinejad Ali Akbar Salehi, ha affermato che la  metà dell’uranio al 20% che Teheran dovrebbe convertire in uranio al 5%, verrà lasciato in forma di Uf6 e non verrà convertito in ossido (agenzia Isna). Così facendo, quindi, Teheran andrà ad aumentare di 400 kg l’uranio al 5% prodotto, raggiungendo una riserva totale di circa 7,150 Kg. Secondo il regime infatti, l’accordo non obbliga Teheran a convertire anche quel nuovo uranio prodotto al 5% in ossido. Si tratta, chiaramente, dell’ennesima lettura unilaterale di un accordo internazionale da parte del regime iraniano. A questo punto, aspetto fondamentale, bisogna capire una cosa: perchè avviene questo? Perchè, se Teheran vuole davvero un programma nucleare pacifico, ha problemi a convertire tutto l’uranio Uf6 in suo possesso in ossido UO2? Lo scopo non dovrebbe essere solo quello di produrre barre di combustibile per i reattori?

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La risposta è, come sempre, davanti ai nostri occhi ed è molto chiara: la Repubblica Islamica non ha affatto volontà di rinunciare a costruire la bomba nucleare. Mantenere l’uranio in forma di Uf6, anche se arricchito solamente solamente sino al 5%, permetterà sempre al regime di far ripartire l’arricchimento al 20% in qualsiasi momento, utilizzando tra l’altro centrifughe 15 volte più veloci delle precedenti (in merito si legga questa agenzia iraniana: Iran’s new centrifuges 15 times more powerful than old ones, says Salehi). Questa hudna (tregua) con l’Occidente, quindi, è meramente funzionale al bisogno del regime di uscire dall’isolamento internazionale e far ripartire una economia praticamente al collasso. Senza contare che, grazie a questo appeasement, gli Ayatollah avranno anche modo di sbarazzarsi delle sacche, sempre più rilevanti, di opposizione interna.

Pensare veramente che un regime come quello iraniano – fondamentalista, khomeinista, terrorista e corrotto – voglia davvero rinunciare a diventare la super potenza mediorientale solamente per far felici gli odiati nemici occidentali, è davvero irrealistico, ingenuo e soprattutto pericoloso…Come riprova di quanto scriviamo, vi riproponiamo un video del 2010 in cui Hassan Rahimpour Azghadi membro del Consiglio Supremo della Rivoluzione Culturale – organo che opera da Qom sotto il diretto controllo della Guida Suprem Ali Khamenei – dichiara senza peli sulla lingua i veri fini della Repubblica Islamica creata da Khomeini. 

[youtube:http://www.youtube.com/watch?v=1tXEA8vdc44%5D