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In queste ore il Parlamento iraniano sta discutendo la fiducia al nuovo Gabinetto di Governo proposto dal Presidente Rouhani. Tra i nomi discussi dai Parlamentari, c’e’ quello di Mohammad Javad Azari Jahromi, proposto come Ministro delle Telecomunicazioni al posto di Mahmoud Vaezi.

Purtroppo, si tratta dell’ennesima scelta infelice: Mohammad Javad Azari Jahromi, infatti, e’ stato uno dei Direttori dell’Intelligence iraniana tra il 2009 e il 2013, durante la presidenza dell’ultra conservatore Mahmoud Ahmadinejad.

In quella veste, Jahromi era incaricato di uno dei Dipartimenti di Sorveglianza e ha avuto un ruolo di primo piano nella repressione del movimento di protesta noto come Onda Verde, che ha visto migliaia di persone scendere in piazza tra il 2009 e il 2011, in protesta contro i brogli legati alla rielezione di Ahmadinejad.

Peggio: secondo quanto riporta il sito Kaleme, Jahromi e’ entrato nell’intelligence iraniana nel 2002 e nel 2009, una volta scoppiate le proteste di massa, e’ stato tra coloro che hanno maggiormente contribuito alle repressioni, attraverso la sorveglianza dei social network usati dai manifestanti (Kaleme).

Tutto questo accade proprio mentre uno dei leader dell’Onda Verde, Mehdi Karroubi, e’ stato ricoverato in ospedale dopo aver dichiarato lo sciopero della fame. Karroubi, agli arresti domiciliari dal 2011, chiede il diritto di avere un processo pubblico e delle accuse chiare, sinora mai formalizzate dal regime.

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Mentre si insedia il neo Governo italiano presieduto da Paolo Gentiloni, dall’Iran arrivano nuove minacce alla stabilità della regione mediorientale. Parlando ad una conferenza sull’Asia Occidentale in merito alla elezione di Donald Trump alla Presidenza americana, il Ministro della Difesa iraniano Hossein Dehghan – un Pasdaran – ha affermato che il regime iraniano è pronto a “spazzare via” Israele e gli Stati arabi del Golfo, nel caso in cui arrivassero minacce dagli Stati Uniti (Kurdistan24).

Non solo: Dehghan ha anche rilevato che oggi i governi centrali di Yemen, Siria e Iraq sono deboli, per colpa di movimenti nazionalisti che minano, a suo dire, la sicurezza della regione. Chiaro il riferimento in particolare ai curdi, attualmente i principali alleati dell’Occidente democratico nella guerra contro il Califfato nero di Isis.

A questo punto, la palla passa al neo ministro degli esteri italiano, Angelino Alfano. Ci chiediamo se, almeno lui a differenza del suo predecessore, avrà il coraggio di prendere delle posizioni nette contro le minacce che Teheran esercita, nei confronti di Paesi notoriamente alleati dell’Occidente e dell’Italia. Sarebbe già un buon primo passo, partire con una presa di posizione – almeno verbale – di discontinuità rispetto al passato recente…

Di seguito due video prodotti in Iran, che simulano attacchi contro Israele e l’Arabia Saudita.

 

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La Fiera di Roma dedicata al regime iraniano, a quanto pare leggendo sui media, sembra procedere senza alcuna parola di critica al regime iraniano da parte delle autorità italiane. Peggio, durante l’inaugurazione del 22 Novembre (un giorno solo dopo la notizia di tre cristiani frustati pubblicamente in Iran per aver bevuto vino), il Ministro italiano Calenda ha rigettato ogni idea di maggiore accortezza nelle relazioni economiche tra Roma e Teheran. Minimizzando pericolosamente i possibili cambiamenti che il neo eletto presidente Usa Donald Trump potrebbe apportare all’accordo nucleare, Calenda ha anche annunciato un suo prossimo viaggio a Teheran, in compagnia del Ministro dell’Economia Padoan. Un viaggio previsto per l’inizio del prossimo anno (Ansa), con lo scopo di “far funzionare i canali di finanziamento”, segno evidente che – a dispetto della propaganda fatta sinora per investire in Iran – i businessmen italiani e il sistema bancario nazionale, non sembra guardare alla Repubblica Islamica con grande fiducia (giustamente…).

Purtroppo, mentre Calenda & Co., se ne vanno in giro benedire i rapporti economici con i Mullah, il regime iraniano prosegue indisturbato i suoi crimini contro i diritti umani. Proprio in queste ore, ci giungono le immagini dell’ennesima esecuzione pubblica di detenuti. Questa volta, le fotografie mostrano quattro detenuti impiccati in pubblico su una spiaggia dell’isola iraniana di Qeshm, nello Stretto di Hormuz (Freedom Messenger). Esecuzioni pubbliche che non solo rappresentano, come suddetto, un crimine contro i diritti umani, compiute per terrorizzare la popolazione civile, ma anche una violazione delle normative internazionali. Abusi verso i quali il silenzio italiano è particolarmente assordante, considerando che Roma pretende di essere il Paese leader nella promozione della Moratoria Internazionale Contro la Pena di Morte.

Ad ogni modo, è palese che qualche anomalia sia percepita anche dagli stessi organizzatori della Fiera di Roma. Basti considerare che la Fiera si apre al pubblico solamente nel pomeriggio di Venerdi e nella giornata conclusiva Sabato (e solo per eventi di natura culturale, ovviamente la cultura che il regime ama presentare, con la compiacenza delle autorità italiane). Un segno evidente dei timori degli organizzatori di essere “disturbati”, da realtà capaci di porre il pubblico davanti alla verità: il rischio business in un Paese corrotto, leading country solo nello sponsor del terrorismo internazionale, con una economia appaltata ai Pasdaran e notoriamente incapace di rispettare qualsiasi modello di Stato di Diritto.

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In questi giorni il tema dei canali satellitari e delle antenne paraboliche è stato al centro del dibattito politico in Iran. Come noto, in Iran possedere una antenna parabolica è un reato. Averla, infatti, permette al cittadino iraniano di accedere a canali satellitari in lingua farsi, ottenendo quindi una informazione diversa da quella promossa dal regime. Nonostante il divieto, il 70% degli iraniani possiede una antenna parabolica illegalmente, raggiungendo decine e decine di canali capaci di fornire una informazione contraria alla propaganda dei Mullah.

Per questa ragione, numerose volte, i Basij decidono di avviare dei veri e propri raid, sequestrando centinaia di antenne paraboliche e distruggendole in eventi aperti alla stampa. Solamente la scorsa settimana, sono state distrutte oltre 1000 antenne paraboliche a Teheran. In quella occasione, il capo dei Basij Mohammad Naqdi ha sostenuto – comicamente – che le antenne paraboliche sono la prima causa dei divorzi e della tossicodipendenza in Iran (Good Morning Iran). Non solo, Naqdi ha anche indirettamente minacciato il Ministro della Cultura Ali Jannati, accusandolo di avere una posizione non islamica in merito alle antenne paraboliche. Jannati, pochi giorni prima, si era detto non contrario a rivedere la legge contro le antenne paraboliche perchè, secondo il Ministro, non era possibile considerare quasi tutti gli iraniani dei criminali (Equality Italia).

Ancora una volta, però, nel braccio di ferro tra conservatori e pragmatici, sembrano averla avuta vinta i primi. Parlando alla stampa, infatti, il Portavoce del Ministero della Cultura Hossein Noushabadi ha ribadito l’illegalità dei canali satellitari, sottolineando che gli attori iraniani che accettano di lavorare per questi canali, mettono in atto un comportamento “proibito e controrivoluzionario” (Fars News). Si tratta di una vera e propria minaccia, soprattutto perchè nella Repubblica Islamica essere accusato di agire contro la rivoluzione khomeinista, può mandare un artista in carcere per lungo tempo o constringerlo a lasciare il Paese.

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In questi giorni si dibatte nel Governo in merito ad un maggiore impegno dell’aviazione militare italiana in Iraq contro Isis. Per quanto ci riguarda, al di la’ delle polemiche dei vari movimenti politici, riteniamo che bombardare il Califatto non sia solo un atto giustificato, ma anche dovuto. Questo perché Daesh e’ un gruppo terrorista spietato la cui eliminazione rappresenta un bene per l’intera umanità. Quanto verrà sostenuto nell’articolo che segue, quindi, non intende essere una polemica tipica di un ‘pacifismo’ inutile e insensato. Quanto affermeremo vuole essere un aiuto alla strategia italiana – e Occidentale – per ottenere un reale successo contro il Califfato di al Baghdadi (o chi per lui).

La tesi e’ molto semplice: si potrà bombardare Isis all’infinito, si potrà anche agire con le truppe di terra nuovamente, ma senza una strategia parallela che fermi l’imperialismo iraniano in Iraq. ogni strategia contro il Califfato sara’ destinata a fallire. Si badi bene: questa tesi non e’ solamente il frutto di una posizione politica contraria al regime iraniano – orgogliosamente portata avanti – ma anche una affermazione sostenuta dalla geopolitica dell’area. Il regime iraniano, infatti, ha una sola e naturale via di espansione politica: quella verso l’Iraq.

Nonostante le centinaia di chilometri di confine che ha la Repubblica Islamica con vari Paesi, le catene montuose e i deserti intorno all’Iran, se da un lato proteggono il Paese da invasioni esterne, dall’altro ne impediscono (o rendono poco appetibile) una reale capacita’ di estendersi verso Est (Afghanistan) e verso il nord-Ovest (Turchia e Caucaso). Per potersi espandere, quindi, gli Iraniani hanno bisogno di “discendere dalle montagne” della catena dello Zagros e trovare davanti a loro delle agibili pianure. La sola parte geografica che permette – e ha permesso nel passato – a Teheran di fare questo e’ l’Iraq. Come detto, cosi e’ stato in passato, con la Persia di Ciro il Grande (Stratfor). Non solo: questa e’ anche la ragione per cui gli iraniani hanno bisogno di agire per “interposta persona”, ovvero hanno la necessita’ di mantenere un impero a basso costo. Ai tempi di Ciro il Grande, l’Impero persiano resto’ in vita appoggiandosi sulle popolazioni locali, garantendo autonomia culturale e religiosa, in cambio di fedeltà politica. Oggi, al posto della fedeltà a Ciro, l’Iran lavora attivamente per cambiare la natura dello sciismo all’interno dell’Iraq, creando milizie e clerici fedeli al khomeinismo, garantendo loro potere politico, soldi e addestramento militare, in cambio della fedeltà alla Velayat-e Faqih.

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Ovviamente, come sempre accade nella geopolitica, ad una azione corrisponde una reazione. Questo e’ vero soprattutto dalla nascita dei due grandi rami dell’Islam, il Sunnismo e lo Sciismo. E’ qui sta la risposta alla domanda: perché da soli i bombardamenti ad Isis non possono bastare a salvare l’Iraq? Perché se molte delle tribù sunnite che hanno scelto di prestare giuramento ad al Baghdadi o accettarlo passivamente, non lo hanno fatto per amore del Califfato, ma per mera scelta di potere. Dopo la caduta di Saddam Hussein, il ritiro americano dall’Iraq e il governo settario di al Maliki, buona parte dei sunniti iracheni ha scelto Daesh come protettore davanti all’avanzata dello sciismo khomeinista (Congressional Research Service). Dalla fine di Saddam, va ricordato, Teheran e’ penetrato all’interno dell’Iraq, corrompendo politicamente molti dei suoi politici, offrendo vantaggi economici ai curdi e soprattutto usando l’arma militare della Forza Qods, responsabile dell’espansione del potere iraniano fuori dalla Repubblica Islamica.

Milizie Sciite in Iraq. Fonte: Orsam

Milizie Sciite in Iraq. Fonte: Orsam

La leggenda narra – storia nota – che ai tempi di Petraeus, il Generale Qassem Soleimani prese affermo’ espressamente di avere il pieno comando della situazione politica in Iraq. Vera o falsa che sia questa storia, ben rappresenta la storia contemporanea dell’Iraq post-Saddam. Senza una strategia di blocco dell’espansione iraniana in Iraq, senza una strategia di recupero politico dei sunniti, ogni azione militare contro il Califfato non otterrà un pieno successo. Iran Deal, all’interno del mondo sunnita, e’  stato percepito come l’ennesimo esempio della volontà Occidentale di escludere i sunniti – e i loro sostenitori fuori dall’Iraq – dalla partita (No Pasdaran).

Senza cambiare questa percezione – giusta o sbagliata che sia – nessuno convincerà i sunniti a cambiare il loro posizionamento politico…

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Per l’Occidente è un moderato che aiuterà il mondo a pacificare la Siria e combattere Isis in Iraq. Hassan Rouhani è percepito come colui che riporterà il regime iraniano all’interno della Comunità Internazionale, avvicinando la Repubblica Islamica al Nuovo e al Vecchio Continente. Peccato che, come sempre, ben pochi esperti di politica internazionale si danno la briga di leggere veramente le dichiarazioni che arrivano da Teheran. Qualche giorno fa, il Presidente iraniano Rouhani ha incontrato il Primo Ministro siriano Wael al Halqi. Nell’incontro, Rouhani non ha espresso alcuna critica verso Bashar al Assad e la sua politica terrorista. Al contrario, secondo quanto riportato da Fars News, Rouhani ha elegiato il regime di Damasco per la sua lotta contro il “terrorismo” e la “cospirazione straniera”. Così, mentre gli Stati Uniti e l’UE si aspettano da Teheran una mossa per defenestrare Bashar al Assad, dalla dirigenza iraniana arriva esattamente il messaggio contrario. Tanto è vero che,  nello stesso incontro con il Primo Ministro siriano, Rouhani ha promesso un approfondimento delle relazioni tra Iran e Siria. Un approfondimento che, chiaramente, non potrà che passare per un maggiore sostegno militare da parte della Repubblica Islamica a Bashar al Assad.

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Sarà quindi anche per questo motivo che, nel budget presentato dal Governo iraniano al Parlamento per il 2015, è previsto un considerevole e drammatico aumento dei finanziamenti verso i Pasdaran e i Basij. Secondo quanto scritto dallo stesso Wall Street Journal, Rouhani pianifica di spendere per il 2015 8,4 quadrilioni di Rial, ovvero circa 293 miliardi di dollari. Si tratta di un aumento del 4% delle spese statali, rispetto allo scorso anno. Un budget fondato sull’aumento del 23% delle tasse statali, a fronte di una diminuzione degli income arrivati dall’esportazione del petrolio. La domanda però è una sola? In nome di cosa e di chi i cittadini iraniani pagheranno un aumento cosi elevato della tassazione? La risposta si trova nel budget stesso: nonostante un previsto aumento dei finanziamenti al sistema sanitario, ben 10 miliardi di dollari verrano usati per finanziare i Pasdaran ed i Basij. Un aumento del 33% del finanziamento statale rispetto all’anno 2014! Non solo, come fanno notare gli esperti, il sostegno governativo alle milizie paramilitari sarà anche notevolmente più alto, in considerazione del fatto che le spese previste per l’ufficio della Guida Suprema – il capo militare del Paese – non vengono pubblicate nel budget governativo.

Se consideriamo anche il sostegno Governativo alla Khatam al Anbia, la compagnia controllata dai Pasdaran, il sostegno statale alle Guardie Rivoluzionarie cresce sino al 48% delle spese totali previste per il 2015. Senza contare, infine, che secondo quanto previsto dal Governo iraniano, aumenti nel budget sono previsti anche per il Ministero dell’Intelligence, 790 milioni di dollari ovvero un aumento del 40% del finanziamento statale, e per le corti religiose (aumento del 37% del finanziamento statale).

Insomma, il messaggio che il regime iraniano sembra voler mandare è molto chiaro: rafforzamento dell’apparato repressivo del regime, contro ogni possibile minaccia esterna (ovvero sostegno al terrorismo internazionale), ma soprattutto interna. Ancora una volta, nell’indifferenza internazionale, a pagare saranno i cittadini iraniani, le cui istanze di libertà troveranno davanti un muro di repressione sempre più spietato e violento. In queste ore l’account Twitter ShiaPulse ha reso noto un documento del 2010, in cui la Guida Suprema Ali Khamenei metteva in guardia davanti al rischio di un collasso della Repubblica Islamica ed ordinava agli apparati di sicurezza di agire massicciamente per tenere in vita il regime dei Mullah.

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Il Parlamento iraniano ha votato ieri la conferma dei Ministri proposti da Hassan Rohani per il suo nuovo Governo. Dopo diverse sessioni in cui la discussione ha rasentato lo scontro fisico, il Majles ha approvato 15 nomine ministeriali e ne ha rigettate 3. I tre nomi non approvati dai parlamentari iraniani sono quelli di Mohammad-Ali Najafi (proposto da Rohani come Ministro dell’educazione), Jafar Mili-Monfared (proposto come Ministro della Scienza) e Masood Soltanifar (proposto dal neo Presidente come Ministro dello Sport).

L’aspetto interessante del rigetto dei tre candidati è la motivazione che ha portato alla loro bocciatura: mentre Soltanifar è stato considerato “inesperto”, Mohammad-Ali Najafi e Jadari Mili-Monfared sono stati ritenuti troppo vicini all’Onda Verde il movimento popolare che, nel 2009, è sceso in piazza per protestare contro i brogli che hanno determinato la rielezione di Ahmadinejad. Come noto, le manifestazioni sono state represse nel sangue e i due leader della protesta, Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, si trovano da anni in stato di arresto.

Insomma, niente di nuovo sotto il sole. Il Parlamento iraniano ha messo le cose in chiaro e ha indicato a Rohani la strada che deve percorrere: seguire, senza indugio, la “retta via” dettata dalla Guida Suprema Ali Khamenei. Si spiega in questo modo, perciò, la decisione del Majles di approvare senza indugi nomine quali quella del criminale Mostafa Pourmohammadi come Ministro della Giustizia – responsabile di centinaia di omicidi – e quella del terrorista Hossein Dehghan, tra i fondatori del gruppo criminale libanese di Hezbollah. D’altronde, cosa aspettarsi da una leadership che esclude una donna da un consiglio municipale perchè “troppo sexi”? Già, proprio quello che è accusto da a Nina Siakhali Moradi – designer e architetto – esclusa, nonostante la vittoria, dalla giunta di Qazvin perchè  i conservatori probabilmente hanno paura di eccitarsi troppo nel vederla…

Nel frattempo, nel silezio dei media italiani, in Iran la minoranza araba – gli Ahwazi – concentrati nell’area del Khuzestan, comincia ad averne piene le scatole del regime degli Ayatollah e del supporto dei Pasdaran al nazista Bashar al-Assad. In segno di protesta, la scorsa settimana gli Ahwazi hanno attaccato un gasdotto e hanno rivendicato l’attacco come un “segno di solidarietà con i fratelli arabi massacrati in Siria”. Nonostante il fatto che la maggioranza della popolazione Ahwazi sia sciita, questa minoranza araba da sempre combatte contro la dittatura dei Pasdaran e vede la fine di Bashar al-Assad come il primo passo per abbattere la velayat-e faqih.

Marg Bar Dictator

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