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Mentre si insedia il neo Governo italiano presieduto da Paolo Gentiloni, dall’Iran arrivano nuove minacce alla stabilità della regione mediorientale. Parlando ad una conferenza sull’Asia Occidentale in merito alla elezione di Donald Trump alla Presidenza americana, il Ministro della Difesa iraniano Hossein Dehghan – un Pasdaran – ha affermato che il regime iraniano è pronto a “spazzare via” Israele e gli Stati arabi del Golfo, nel caso in cui arrivassero minacce dagli Stati Uniti (Kurdistan24).

Non solo: Dehghan ha anche rilevato che oggi i governi centrali di Yemen, Siria e Iraq sono deboli, per colpa di movimenti nazionalisti che minano, a suo dire, la sicurezza della regione. Chiaro il riferimento in particolare ai curdi, attualmente i principali alleati dell’Occidente democratico nella guerra contro il Califfato nero di Isis.

A questo punto, la palla passa al neo ministro degli esteri italiano, Angelino Alfano. Ci chiediamo se, almeno lui a differenza del suo predecessore, avrà il coraggio di prendere delle posizioni nette contro le minacce che Teheran esercita, nei confronti di Paesi notoriamente alleati dell’Occidente e dell’Italia. Sarebbe già un buon primo passo, partire con una presa di posizione – almeno verbale – di discontinuità rispetto al passato recente…

Di seguito due video prodotti in Iran, che simulano attacchi contro Israele e l’Arabia Saudita.

 

Gentiloni arriva alla Farnesina accolto dalla Mogherini

Siamo ormai quasi giunti al traguardo di un anno dalla firma dell’accordo nucleare con l’Iran, noto anche come Iran Deal. Quando quell’accordo fu firmato, i principali leader internazionali ci dissero che sarebbe stato un “turning point” non solo delle relazioni tra Occidente e Iran, ma soprattutto per la pacificazione della regione Mediorientale. 

All’epoca, scrivemmo chiaramente che questo rappresentava una illusione e che le modalità in cui si stava formulando quell’accordo e soprattutto il contenuto completamente sbilanciato a favore di Teheran, avrebbero determinato l’aumento dello scontro regionale, piuttosto che una diminuzione delle tensioni (si legga: Geopolitica dell’Iran Deal).

A distanza di quasi un anno, quindi, abbiamo deciso di ritornare sull’argomento, partendo dalle dichiarazioni fatte da Federica Mogherini e Paolo Gentiloni, all’epoca della firma dell’accordo di Vienna, il 14 luglio del 2015. Confuteremo le loro stesse parole, allo scopo di dimostrare quante imprecisioni sono state affermate da coloro che avrebbero avuto la responsabilità di analizzare meglio gli effetti di ciò che andavano a ratificare.

Le dichiarazioni

Partiamo da Federica Mogherini, Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza della UE. Il 28 luglio del 2015, la Mogherini affermo’ testualmente:

L’accordo con l’Iran può davvero aprire un capitolo nuovo – per l’Iran, per il Medio Oriente e per il mondo intero…E poi la questione più difficile e forse più importante: possiamo gettare le basi per una dinamica nuova nella politica mediorientale, basata non più sullo scontro ma sul confronto

Continuiamo con quanto affermato all’epoca da Paolo Gentiloni, Ministro degli Esteri italiano, richiamandoci a quanto pubblicato dal sito della Farnesina:

Sono convinto che da questo accordo potranno derivare effetti positivi a livello globale e nella regione, sia per l’evoluzione dei diversi teatri di crisi sia per fare fronte alla minaccia comune rappresentata dall’estremismo violento e dal terrorismo.

Cosa e’ successo in verità

Al contrario di quanto hanno previsto Mogherini e Gentiloni, dopo l’accordo nucleare con l’Iran le tensioni internazionali e regionali sono aumentate. L’Iran, nonostante i divieti previsti dalla Risoluzione ONU 2231, ha compiuto diversi test con missili balistici intrinsecamente capaci di trasportare una ogiva nucleare (CNN). Non solo: il 30 dicembre 2015, un razzo e’ stato provocatoriamente lanciato dalla marina iraniana, vicino ad una nave americana nel Golfo Persico (NBC News). A proposito di Stati Uniti: come dimenticare il lancio di un attacco cyber partito da Teheran verso gli USA e l’arresto (e l’umiliazione) dei marines americani, entrati per una avaria alla loro imbarcazione nelle acque territoriali iraniane?

Passiamo quindi al contesto regionale: invece di abbassare le tensioni, l’accordo nucleare con l’Iran ha generato un vero e proprio caos. I rapporti tra l’Iran e l’Arabia Saudita, dopo la rottura delle relazioni diplomatiche, sono praticamente sull’orlo di un conflitto. La battaglia tra Riyad e Teheran si combatte oggi sui terreni della Siria e dell’Iraq, con i Pasdaran iraniani impegnati a finanziare centinaia di milizie paramilitari sciite, allo scopo di esacerbare il conflitto settario all’interno dell’Islam. In Iraq, in particolare, le milizie sciite pagate dall’Iran, stanno portando avanti una vera e propria pulizia etnica dei sunniti dalle aree di interesse della Repubblica Islamica.

Frutto diretto di questa politica aggressiva dell’Iran, e’ stata la storica decisione del Consiglio di Cooperazione del Golfo e della Lega Araba, di inserire il gruppo libanese di Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroriste.

Proprio a proposito di Golfo, dopo l’accordo nucleare l’Iran ha continuato ad agire allo scopo di aumentare la tensione con le vicine monarchie sunnite. Pensiamo alle continue minacce contro il Bahrain, ma anche al sostegno dei Pasdaran nei confronti delle milizie Houthi in Yemen, autori di un vero e proprio colpo di Stato a Sana’a.

Ovviamente, neanche a dirlo, l’Iran ha aumentato (e non diminuito) il sostegno ai suoi classici clienti, riallacciando le relazioni con Hamas a Gaza, imponendo un capo militare alla Jihad Islamica palestinese, aumentando il sostegno al macellaio Assad in Siria, continuando a spedire centinaia di profughi afghani a combattere la jihad a Damasco e Baghdad e incrementando il supporto politico e militare ai Talebani in Afganistan (Foreign Policy Initiative).

Tutto questo in un solo anno e con i soldi ottenuti dalla fine di parte delle sanzioni internazionali, permesso da un Occidente cieco e economicamente interessato…

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Qualche giorno fa il Bahrain ha deciso di ritirare la cittadinanza al clerico sciita Isa Qassim leader spirituale del partito sciita al Wefaq (pochi giorni prima, tra le altre cose, Manama aveva sospeso le attivita’ di al-Wefaq).

Isa Qassim e’ noto per essere politicamente ed ideologicamente vicino all’Ayatollah Khamenei, Guida Suprema dell’Iran. Secondo quanto dichiarato dal Ministero dell’Interno del Bahrain, la decisione di revocare la cittadinanza all’Ayatollah Qassim deriva dall’uso politico che egli ha fatto della religione, proprio con il preciso scopo di aizzare la minoranza sciita contro le forze di sicurezza e di fomentare lo scontro settario nel Paese. Non solo, sempre secondo Manama, l’Ayatollah sciita ha ricevuto dei fondi illeciti dall’Iran e dall’Iraq, bypassando le leggi finanziare della monarchia del Golfo (Bahrain Embassy UK).

A pochi giorni dalla decisione del Governo (sovrano) di Manama di revocare la cittadinanza all’Ayatollah Qassim, e’ arrivata la risposta del regime iraniano: Qassem Soleimani, comandante della Forza Qods, ha minacciato il Bahrain di essere pronto a provocare una “sanguinosa Intifada” al fine di “rovesciare la monarchia degli al-Khalifa” (New York Times, Tehran Times)

Soleimani, un terrorista e niente più

Qassem Soleimani e’ un terrorista. Lo diciamo chiaro, perché finisca immediatamente questa riscrittura della storia – promossa dal regime iraniano e dai suoi proxy – che vede il Comandante della Forza Qods divenire una specie di “Garibaldi” dei XXI secolo.

Qassem Soleimani e’ un terrorista nei fatti, riconosciuto come tale anche dalle sanzioni internazionali. Un Occidente cieco, purtroppo, sta permettendo che questo terrorista viaggi liberamente tra Damasco-Baghdad e Mosca, dipingendo lui e i suoi uomini come degli eroi nella lotta contro Daesh.

Peccato che a Soleimani di Daesh non importa molto. Anzi: come comandante della Forza Qods, egli ha contribuito a creare Isis, finanziando il peggior jhadismo sunnita legato ad al-Qaeda in Iraq e ordinando ad Assad di rilasciare numerosi terroristi sunniti dalle carceri siriane, con il preciso scopo di cancellare l’opposizione ad Assad non salafita.

Il solo interesse di Soleimani e’ quello di espandere il potere del regime khomeinista fuori dai confini della Repubblica Islamica, proprio secondo il mandato che egli ha ricevuto, quando ha preso il comando della Forza Qods. Una unita’ speciale dei Pasdaran, il cui preciso scopo e’ quello di espandere e perpetuare il carattere rivoluzionario dell’ideologia khomeinista.

Le divisioni tra Ministero degli Esteri e Pasdaran

Le parole minacciose di Qassem Soleimani contro il Bahrain, non sembrano essere solamente una minaccia contro Manama. Secondo alcuni osservatori, questa sarebbe la risposta dei Pasdaran alla decisione del Ministro degli Esteri Zarif di sostituire il Vice Ministro degli Esteri per gli Affari Arabi e Africani  Hossein Amirabdollahian.

Hossein Amirabdollahian e’ infatti uno degli uomini chiave che hanno promosso la strategia di profondo interventismo iraniano in Siria. Pochi giorni fa, come suddetto, Zarif ha deciso di sostituire  Amirabdollahian con il portavoce del Ministero degli Esteri Hossein Jaberi Ansari e di nominare a nuovo portavoce Bahram Qasemi (tra le altre cose anche ex Ambasciatore iraniano in Italia).

Hossein Amirabdollahian era molto gradito ai Pasdaran e ci sono voci che egli sia uno dei tanti diplomatici iraniani appartenenti alle Guardie Rivoluzionarie. Le parole di Soleimani, quindi, sarebbero anche un indiretto messaggio a Zarif, in merito alla indisponibilità dei Pasdaran a fare passi indietro rispetto al loro profondo coinvolgimento nella politica estera del Paese e nell’espansione del potere di Teheran fuori dai confini.

Il Ministero dell’Intelligence contro Zarif?

In Iran diversi media e gli stessi Basij, hanno collegato la sostituzione di Amirabdollahian all’incontro tra Zarif e Kerry avvenuto ad Oslo il 15 giugno scorso. Per loro, la decisione del Ministro degli Esteri iraniano sarebbe l’esito di una diretta richiesta del Segretario di Stato Americano, al fine di favorire una soluzione per il conflitto siriano (e probabilmente una uscita di scena di Assad).

Difficile dire se questo sia vero. Quello che e’ noto, invece, e’ che il Ministro dell’Intelligence iraniano Mahmoud Alavi ha incontrato i parlamentari iraniani in un incontro a porte chiuse. Peccato che questo incontro a porte chiuse, e’ diventato di dominio pubblico. Secondo quanto riporta il Tehran Times, Alavi avrebbe rassicurato i parlamentari iraniani sulla continuazione della strategia del regime in materia di sicurezza, evidenziando che “un cambio di persone non indica un cambio di politica” (Tehran Times).

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Fonte: karlremarks.com

Scriviamo questo articolo alla vigilia dell’annuncio di un “cessate il fuoco generale” che, secondo quanto affermato ieri dal Segretario di Stato Kerry a Monaco, entrerebbe in vigore in una settimana. Pur sperando sinceramente che questo accordo si realizzi, abbiamo dei seri dubbi sul suo successo.

Questo, come già detto altre volte, per due ordini di motivi: il primo, cosi come fu per il documento di Vienna sulla Siria, perché non include in alcun modo un accordo con Jabat al Nusra e con Isis. Un accordo impossibile, considerando che si tratta di due gruppi terroristi, ma un punto di debolezza chiaro, perché si tratta di due organizzazioni che controllano (purtroppo) parte del territorio siriano (EA World View).

Ci sarebbe un modo, lapalissiano, per superare questo limite: unire tutti fronti internazionali presenti in Siria – quelli legittimi – nella guerra contro il Califfato e al Qaeda. In pratica, mettere insieme la coalizione USA, quella guidata dalla Russia e magari anche la nuova coalizione contro il terrorismo a guida Saudita. Sebbene i sauditi abbiano appena annunciato di essere pronti a dispiegare forze di terra in Siria, l’ipotesi sembra chiaramente più di scuola che reale (al Monitor). Ciò, soprattutto perché la geopolitica – meglio le ragioni geopolitiche – degli attori in campo differiscono notevolmente. A parole, neanche a dirlo, tutti vogliono eliminare Isis, ma sul come farlo, sui tempi e i modi, le differenze sono rilevanti.

La Russia, se fosse meramente interessata a salvare il regime di Assad – magari senza Bashar – e le sue basi in Siria, avrebbe il pieno interesse di sostenere un processo politico in Siria (Washington Institute for Near East Policy). Il vero obiettivo di Putin, pero’, e’ quello di mettere in chiaro che in Siria e’ lui a dominare il fronte filo-lealista. Uno strumento di pressione che serve ai russi soprattutto contro gli Europei. Purtroppo, in questo senso, il dramma dei profughi diventa un elemento di pressione e una “merce di scambio” da usare per ottenere vantaggi su altri fronti (leggi Ucraina).

Assai diversa, quindi, e’ la geopolitica degli Stati Uniti. Se si legge la proposta di budget presentata dalla Casa Bianca per la Difesa, si vede chiaramente che il focus americano e’ incentrato sul maggiore sostegno ai Paesi dell’Est Europa in chiave anti-Mosca. La proposta di budget quadruplica il sostegno USA alla “European Reassurance Initiative” e aumenta da 3000 a 5000 il numero di soldati americani da stanziare nell’Est Europa (Defense.Gov). Senza contare che, per Washington, avere Mosca impelagata in Siria con il prezzo del barile cosi basso, rappresenta senza dubbio un successo. Lo stesso accordo nucleare con l’Iran, nasconde il chiaro obiettivo USA di reinserire il medio periodo il petrolio di Teheran nel mercato, anche nell’ottica di aggiungere un competitor alla Russia (e all’Arabia Saudita).

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Fonte: Istitute for War Studies

La geopolitica di Erdogan, come noto, e’ maggiormente focalizzata sul rischio di un empowerment dei curdi e sull’evitare di ritrovarsi ancora le forze di Assad al confine, piuttosto che nella guerra a Isis. Per questo, ormai da mesi, il Presidente turco sta cercando – fallendo – di portare tutta la Nato in una devastante guerra contro la Russia. In questo senso, quindi, anche per Erdogan i profughi diventano un’arma da usare contro i riottosi alleati Nato, piuttosto che un vero pensiero umanitario. Certo, anche per i turchi Isis e’ ormai una minaccia. Purtroppo, non quanto il Pkk e i suoi alleati e non quanto la nuova ascesa dell’Iran, fattore di indebolimento del ruolo centrale avuto sinora dalla Turchia come porta della Nato verso il Medioriente (tralasciando il ruolo di Israele).

Tra Iran e Arabia Saudita, quindi, e’ già guerra calda. Pensare oggi che Riyadh possa volere un reale indebolimento di Isis, e’ paradossale. I sauditi hanno assistito, negli ultimi dieci anni, alla fine di regimi amici (Saddam, Mubarak) e al ritorno di Teheran nella Comunità Internazionale, voluto in primis dal super alleato americano. Purtroppo, il ritorno dell’Iran nel gioco regionale, e’ avvenuto permettendo ai Pasdaran di agire in piena libertà, non solo in Siria, ma anche in Iraq.

I sauditi – meglio, i sunniti – hanno visto Teheran intervenire al fianco di Assad, ma anche imporre all’ex Premier iracheno al Maliki una politica settaria, totalmente sbilanciata verso gli Sciiti. Una scelta che, con la fine del sostegno ai Comitati del Risveglio Sunniti anti-al Qaeda, ha direttamente determinato la rinasciata dello Stato Islamico, il suo ingresso nel caos siriano e il ritorno in Iraq con la presa di Musul e la dichiarazione del Califfato. 

Oggi, nonostante Isis rappresenti una minaccia anche per la stabilita’ della monarchia Saudita, il Califfato e’ geograficamente un’avamposto contro l’espansione sciita. Come già scritto, ci si dovrebbe porre la seguente provocatoria domanda: “ma perché l’Arabia Saudita dovrebbe voler eliminare l’Isis?” (No Pasdaran).

La verità resta una sola: Iran Deal avrà anche portato ad un accordo sul nucleare iraniano – anche se di dubbia validità nel futuro meno prossimo -ma ha rimesso in gioco un regime pericoloso per tutto il Medioriente. In questo senso, le sanzioni internazionali erano un chiaro argine ai timori dei sunniti. L’argine, non solo e’ stato abbattuto riconoscendo un programma nucleare clandestino e senza porre limiti ad un programma missilistico pericoloso. A questa follia, e’ stato anche concesso una immediata sospensione delle sanzioni internazionali che, alla prova dei fatti, favorirà solamente il settore pubblico iraniano e in buona parte i Pasdaran.

Nonostante quello che possano dire i mass media e i politici e gli analisti favorevoli all’accordo con l’Iran, la scelta Occidentale di non contenere Teheran e di creare con la Repubblica Islamica una “alleanza non formale”, era e resta il nodo cardine delle maggiori problematiche dell’attuale Medioriente. Un nodo che non verrà risolto nel breve periodo e che lascerà sul terreno – purtroppo – ancora parecchie vittime (la prossima crisi potrebbe toccare il Libano, ove Hezbollah – uno Stato nello Stato – risponde solamente a Teheran).

Questa verità e’ cosa nota, anche a chi non la ammette. Purtroppo si scontra con interessi politici – economicamente orientati – più forti degli interessi per il popolo siriano e i profughi

 

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Come ormai stranoto, Arabia Saudita e Iran sono arrivate nuovamente ai ferri corti. Oggetto del nuovo scontro, la riprovevole pena capitale inflitta al clerico sciita Nimr al-Nimr, condannato a morte da Riyadh come agitatore e considerato una quinta colonna di Teheran nel Regno degli al-Saud (Saudi Gazette). La storia potrebbe – tra le altre cose – ripetersi presto con la condanna a morte (per crocifissione) di Ali al-Nimr, nipote dello Sceicco Nimr al-Nimr.

La Repubblica Islamica dell’Iran aveva ripetutamente preannunciato “gravi conseguenze” se lo Sciecco al-Nimr fosse stato veramente condannato a morte. Dopo l’annuncio dell’esecuzione capitale, quindi, Khamenei ha dato il la’ ad una grande passione del Khomeinismo: l’assalto alle ambasciate straniere. Come avvenuto con l’Ambasciata americana a Teheran nel 1979 (Youtube) e come accaduto contro l’Ambasciata britannica nel 2011 (Youtube), le fazioni radicali del regime iraniano si sono scatenate contro la rappresentanza saudita a Teheran e contro il consolato saudita a Mashhad. Ancora una volta, ovviamente, in piena violazione delle normative internazionali sulla tutela delle missioni diplomatiche straniere. Come sempre, neanche a dirsi, il regime iraniano ha condannato l’assalto ma continuato ad aizzare la folla. Sembra che, in queste ore, quaranta persone siano state fermate per l’attacco contro le sedi diplomatiche dell’Arabia Saudita in Iran (ma ovviamente saranno tutte rilasciate molto presto…).

Cosa dobbiamo aspettarci ora? Una guerra diretta tra Iran e Arabia Saudita? Difficile. Teheran non ha alcun interesse oggi ad avviare una guerra diretta contro Ryiadh. Non ne ha l’interesse politico – leggi appeasement con l’Occidente – e non ne ha le facoltà economiche – leggi il peso di anni di guerra in Siria e di coinvolgimento in Iraq. Questo, pero’, non significa che non dobbiamo preoccuparci. Anzi, al contrario, e’ necessario che l’Occidente tenga in enorme considerazione le parole che arrivano da i maggiori centri di potere all’interno della Repubblica Islamica.

La Guida Suprema Ali Khamenei ha invocato una “punizione divina” contro l’Arabia Saudita (Tasnim News). Una punizione che, sempre secondo il Rahbar, arriverà “molto presto”. A fargli da eco sono arrivati i Pasdaran che, in un comunicato ufficiale, hanno dichiarato che “l’odioso regime dei Saud dovrà senza dubbio pagare un prezzo per la vergognosa azione” (Tasnim News). Fuori dall’Iran, l’ex Premier iracheno Nuri al Maliki ha promesso di rovesciare presto la monarchia saudita (Indipendent) e la milizia irachena Harkat Hezbollah al-Nujaba ha annunciato che presto compirà attacchi all’interno dell’Arabia Saudita (al Sumaria TV). Ovviamente, non e’ potuto mancare l’intervento del Segretario di Hezbollah, il terrorista Hassan Nasrallah, sempre pronto a far da sponda a qualsiasi posizione dell’Iran (al Manar). Infine, assai interessante e pericoloso, l’agenzia iraniana Fars News (vicina ai Pasdaran), ha pubblicato un comunicato di un sedicente gruppo saudita denominato “Fadaeeyoun al-Nimr” (i devoti di al-Nimr), che ha promesso vendetta per l’esecuzione del clerico sciita a Riyadh (Fars News).

Il regime iraniano, come noto, e’ professionista della guerra asimmetrica e dell’esportazione del terrorismo a livello internazionale. La destabilizzazione dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati sunniti, quindi, rappresenterebbe per l’intera Comunità Internazionale un danno senza precedenti, soprattutto alla luce del drammatico fallimento delle Primavere Arabe, dell’irrisolta crisi siriana/irachena/yemenita e della guerra in corso contro Daesh. Impedire questa destabilizzazione, perciò, deve rappresentare un interesse prioritario per l’intero Occidente.

Ecco allora che urge immediatamente un ripensamento della strategia verso la Repubblica Islamica dell’Iran. Urge soprattutto una sospensione immediata del prossimo alleggerimento delle sanzioni internazionali verso Teheran. Anche se questo significherà indebolire la cosiddetta fazione pragmatica (non moderata…) vicina a Rouhani, esiste il rischio concreto che una parte sempre più cospicua dei soldi che l’Iran otterrà dalla fine delle sanzioni internazionali, venga immediatamente girato ai Pasdaran e alla Forza Quds (adibita all’esportazione del terrorismo iraniano nel mondo).  La sorte dei soldi che arriveranno presto nelle casse di Teheran, infatti, più che da Rouhani e Rafsanjani, dipende dalla Guida Suprema Khamenei, oggi in prima fila nella lotta ad ogni “infiltrazione Occidentale” nella Repubblica Islamica. La crisi con Riyadh, quindi, servirà unicamente Khamenei per amplificare lo scontro e rafforzare le Guardie Rivoluzionarie.

Il prezzo di una politica Occidentale “naive” (ingenua) verso l’Iran, potrebbe costare anni di violenze e morte non solo in Medioriente, ma anche a livello globale.

[youtube:https://youtu.be/n1BqePyCUwI%5D

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Questo fine settimana, come vi abbiamo anticipato, il Ministro degli Esteri italiano Gentiloni si è recato in visita in Iran. Prima della sua partenza, purtroppo senza successo, avevamo pubblicato un articolo in cui chiedevamo al Ministro Gentiloni di farsi portatore di un messaggio di libertà per due prigionieri politici detenuti nella Repubblica Islamica, l’attivista Atena Farghadani e l’Ayatollah Boroujerdi. Nessuna risposta positiva è arrivata in tal senso e la questione dei diritti umani – seguendo i lanci di agenzia in Italia e in Iran – non è stata neanche toccata durante la visita diplomatica.

Tralasciando quanto richiesto dal Collettivo No Pasdaran, gli argomenti affrontati durante gli incontri tra Gentiloni e i rappresentanti del regime iraniano, sono rientrati pienamente nei canoni della mera propaganda di Teheran e non hanno affrontato i veri nodi problematici al centro dei rapporti tra la Repubblica Islamica e l’Occidente. Ormai, infatti, il regime iraniano gode di una completa impunità per i suoi crimini, soprattutto per quanto concerne la lotta la terrorismo. In tal senso, il Ministro Gentiloni ha accettato passivamente una lezione di morale dai rappresentati del regime iraniano, in primis dal Capo del Consiglio Nazionale Supremo per la Sicurezza Ali Shamkhani e dal Presidente Rouhani. Shamkhani, secondo quanto scritto da Iran Daily, ha ricordato a Gentiloni che, se oggi l’Occidente ha un problema con il terrorismo , ciò è meramente dovuto agli errori commessi dagli stesso Occidentali nella scelta degli alleati nella regione Mediorientale. Stessa lezione di morale, quindi, è arrivata dal Presidente Rouhani che ha sottolieato come Tehran abbia sempre messo in guardia i Governi Occidentali dal sostenere il terrorismo in Siria, Iraq e Libia.

La Siria e l’Iraq, come noto, restano i casi emblematici della mistificazione iraniana. Come abbiamo già scritto decine di volte, se oggi la Siria è divenuta il centro dello scontro tra Sciiti e Sunniti e se Daesh (Isis) è riuscito a conquistare il supporto di diverse tribu’ sunnite (soprattutto in Iraq), la prima motivazione va ricercata nel sostegno di Teheran ai Governo settari di Bashar al Assad e al Maliki. Il regime iraniano, salvando il potere di Assad, ha trasformato la rivoluzione siriana in una lotta tra due terribili jihadismi, quello khomineista e quello salafita. Stessa cosa dicasi per l’Iraq: Teheran ha reso l’ex Primo Ministro iracheno al Maliki un burattino nelle sue mani, provocando l’estromissione dei sunniti e dei curdi dalla regia del potere in Iraq.

Ritenere, quindi, che la risoluzione del problema di Daesh passi per una alleanza speciale con il jihadismo sciita finanziato dall’Iran, è una risposta drammaticamente errata e destinata ad aumentare lo scontro all’interno del Medioriente. Altrettanto fallimentare, quindi, risulterà il progetto dell’inviato speciale delle Nazioni Unite De Mistura per la Siria. De Mistura ha ormai sdoganato ufficialmente Bashar al Assad, descrivendolo come una presenza essenzale per la risoluzione del conflitto. Damasco ha immediatamente approfittato dell’occasione per dimostrare un pubblico sostegno al piano di De Mistura per una sospensione degli scontro ad Aleppo. Peccato che, tutto questo progetto, abbia sempre incontrato il parere contrario delle opposizioni siriane presenti nell’area di Aleppo (dove ancora combatte una opposizione non qaedista e salafita). Non solo: senza alcuna reazione da parte di De Mistura, Assad ha ordinato l’espulsione di due inviati delle Nazioni Unite, incaricati di portare aiuti umanitari proprio ad Aleppo. La loro colpa è stata quella di aver negoziato con i ribelli per far arrivare gli aiuti umanitari ai civili ancora presenti in città.

A proposito di terrorismo khomeinista, concludiamo questo articolo evidenziando il fatto che la questione dello Yemen non ha meritato alcuna attenzione durante la visita di Gentiloni. Per Teheran, come noto, si tratta di un argomento scottante, considerando il fatto che i Mullah hanno attivamente sostenuto e sponsorizzato il golpe degli Houthi a Sanaa. Anche in questo caso, però, il far finta di nulla rischia di essere un gioco pericoloso. Ciò vale soprattutto per l’Italia, impegnata nella lotta al jihadismo salafita in Libia in stretta alleanza con l’Egitto di al Sisi. Al contrario del Ministro degli Esteri italiano, l’egiziano al-Sisi ha pubblicamente afffrontato la questione dello Yemen, evidenziando una forte preoccupazione per quanto concerne il controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb, una porta chiave per l’accesso al Mar Rosso. In tal senso, in una intervista con il quotidiano saudita Asharq al Awsat, al Sisi ha definto la sicurezza dell’Egitto come direttamente connessa a quella degli Stati Arabi del Golfo e lo la stabilità del Golfo come “una redline per l’Egitto”.

Un chiaro messaggio all’Iran, ma anche a tutta  la diplomazia Occidentale: combattere il terrorismo salafita portando avanti una alleanza privilegiata con la Repubblica Islamica dell’Iran – e, indirettamente, tutti i suoi proxy  (leggi Hezbollah in Libano) – può anche essere una sorta di (discutibile) tattica nel breve periodo, ma rappresenta certamente una strategia antiterrorismo fallimentare nel medio e lungo termine.

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Qualche giorno fa Henry Kissinger, ex Segretario di Stato, è stato nominato il piu’ influente diplomatico della storia americana. Proprio per questo, le sue parole sono sempre estremamente ascoltate, anche dagli stessi membri del Congresso e del Senato statunitense. Il 29 gennaio scorso, quindi, Kissinger è stato ricevuto dalla Commissione per gli Affari militari del Senato (Commission Armed Service), presieduta dal Senatore John MacCain. Obiettivo della sua audizione, era quello di parlare della situazione generale della politica estera e di sicurezza americana, in particolare delle attuali aree di crisi. Tra gli argomenti toccati da Kissinger, quindi, c’è stata anche la questione del negoziato sul nucleare tra l’Iran e la Comunità Internazionale.

 Affrontando questo tema delicato, Kissinger ha affermato: “il negoziato nucleare con l’Iran è cominciato come uno sforzo interazionale, fondato su sei risoluzioni delle Nazioni Unite, per impedire all’Iran la capacità di sviluppare l’opzione nucleare. Oggi, questo dialogo si è trasformato essenzialmente in un negoziato bilaterale (Iran-Stati Uniti). con lo scopo di ottenere un ipotetico accordo che ponga un limte ipotetico di un anno rispetto al breakout ipotizzato. L’impatto di questo approccio sarà quello di passare da una strategia di prevenzione della proliferazione nucleare, alla semplice gestione della proliferazione stessa“. A tal proposito, l’ex Segretario di Stato di Nixon ha aggiunto: “Se gli altri Paesi della regione concludessero che l’America ha approvato lo sviluppo di una capacità di arricchimento che potrebbe portare (l’Iran) alla costruzione di una una bomba nucleare entro un anno, e se questi insisteranno a loro volta per sviluppare la stessa capacità, noi vivremo presto in un mondo di proliferazione nucleare in cui tutti – anche se l’accordo dovesse essere mantenuto – saranno vicini al “punto di innesco”.

Lo stesso timore, quindi, è stato espresso e rafforzato anche dall’esperto militare Antony H. Cordesman. In un articolo pubblicato per la Reuters, Cordesman ha concentrato la sua attenzione sul programma missilistico iraniano, totalmente ignorato dal negoziato internazionale (nonostante le risoluzioni Onu) e direttamente collegato al programma nucleare. “L’Iran” – scrive Cordesman – “ha già una capacità missilistica capace di colpire tutta l’area del Golfo e il Medioriente. Questa forza, però, manca di precisone e per questo, la sua letalità può causare enormi danni ai Paesi Arabi del Golfo o agli Stati vicini…Se l’Iran riuscirà ad acquisire la bomba nucleare, questo cambierà radicalemente l’equilibrio verso gli Stati Arabi, privi di questa capacità nucleare. Perciò, ciò avrà un influenza diretta sulla capacità dei vicini Arabi di usare la forza aerea come deterrente verso Teheran. E’ questa la ragione per la quale l’Arabia Saudita e gli altri Stati del Golfo, sono così preoccupati del negoziato tra il P5+1 e l’Iran. I loro Governi non vedono la minaccia iraniana contro il programma nucleare di Israele. Loro vedono la minaccia nucleare Iraniana contro il mondo Arabo…Queste, quindi, sono i motivi per cui l’Arabia Saudita e gli altri Stati del Golfo stanno comprando oltre 50 miliardi di dollari di nuovi armamenti…L’Iran pone un complesso di minacce che vanno oltre le sue capacità nucleari e la maggior parte di queste minacce resterà in piedi indipendentemente dai risultati del negoziatiato del 5+1“.

Nelle stesse ore in cui le agenzie battevano le parole di Kissinger, quindi, dal  Cairo giungeva una interessante notizia: durante la visita in Egitto, Putin ha firmato con il Presidente al Sisi un accordo per sviluppare il programma nucleare egiziano. Secondo l’accordo, grazie al sostegno di Mosca, l’Egitto costruirà presto il suo primo impianto nucleare presso la città di El Dabaa. A questa cooperazione nucleare, quindi, si affiancherà anche quella puramente militare. Ora, se è vero che un indizio non fa una prova…certamente deve almeno far riflettere profondamente…

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