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Vietato contestare il sostegno del regime iraniano ai palestinesi. Si tratta di un dato di fatto ormai in Iran e l’ennesima riprova della veridicita’ di questa affermazione, e’ l’arresto del giornalista Amir Hossein Mir Ismae’li. Amir oggi sarebbe detenuto presso il carcere Hassan Abad di Teheran.

Secondo il sito Journalism is not a Crime, Amir e’ finito in carcere per aver criticato il sostegno della Iran’s Relieft Committe Charity. Amir, infatti, aveva criticato il fatto che, mentre il popolo iraniano muore di fame, il regime spende le risorse all’estero, permettendo che due terzi della popolazione iraniana viva sotto la soglia della poverta’. In passato – sempre per la stessa ragione – Amir aveva anche criticato il potente clerico Ahmad Alam Olhoda. Anche in quel caso, il giornalista era finito agli arresti.

Ricordiamo che, durante le recenti proteste popolari contro il regime, sono stati gridati numerose volte slogan contro il sostegno della Repubblica Islamica ai palestinesi e ai terroristi libanesi di Hezbollah (“No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran”). Il 25 giugno scorso, durante la protesta dei bazari a Teheran, la folla ha anche gridato “Morte alla Palestina“.

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La BBC ha deciso di denunciare il regime iraniano alle Nazioni Unite, per la continua persecuzione dei suoi giornalisti – e delle loro famiglie – impiegati nella Repubblica Islamica per il canale BBC Persian.

Teheran ha da anni preso di mira il canale in farsi della BBC, accusandolo di essere al servizio “di agenti esterni” e di lavorare contro l’Iran. Neanche a dirlo, la reale ragione dietro questa accusa e’ legata al fatto che BBC Persian – al contrario della maggioranza dei media iraniani – pubblica notizie non gradite al regime, anche legate al drammatico status dei diritti umani nel Paese.

La protesta della BBC, in particolare, e’ stata indirizzata a David Kaye, inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libertà di Opinione e di Espressione. Kaye, per la cronaca, ha appena presentato un report al Segretario ONU, denunciando le persecuzioni che il regime iraniano porta avanti contro giornalisti, bloggers, attivisti e artisti, incarcerati unicamente per aver criticato le politiche governative.

Rispondendo ad una domanda precisa concernente l’Iran, David Kaye ha rivelato di aver già protestato formalmente contro le politiche del regime islamista, chiedendo che Teheran fermi immediatamente le persecuzioni e le repressioni nei confronti dei giornalisti di BBC Persian e dei loro famigliari.

Ricordiamo che, come l’immagine sotto dimostra, recentemente la magistratura iraniana ha addirittura disposto il congelamento dei beni di 150 collaboratori di BBC Persian in Iran, accusandoli di “cospirazione contro la sicurezza nazionale”.

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Il reporter del Washington Post Jason Rezaian, detenuto per 544 giorni dai Pasdaran prima della sua liberazione, ha deciso di fare causa al regime iraniano. Jason accusa l’Iran di averlo tenuto come ostaggio, di averlo torturato e di essere responsabile di terrorismo. La denuncia è stata depositata presso la Corte Federale di Washington. La Corte ha anche preso atto che, durante la sua detenzione, Jason ha anche provato a commettere sucidio, istigato al gesto estremo dalle minacce dei suoi carcerieri (AgencyNewsPPi2015).

Ricordiamo che Jason Rezaina è stato fermato nel luglio del 2014 in Iran e il suo arresto è stato ufficialmente reso noto solamente nove mesi dopo! Accusato di spionaggio, Jason ha subito un processo a porte chiuse che si è concluso con una condanna, di cui il regime dei Mullah non ha nemmeno reso noto l’entità della pena. Jason è stato infine liberato nel gennaio del 2016 insieme ad altri tre detenuti irano-americani, dietro il pagamento di un riscatto da parte della Casa Bianca. Washington ha provato a negare di aver pagato un riscatto, facendo passare un aereo pieno di soldi giunto a Teheran nelle ore della liberazione dei detenuti, come la mera consegna di parte dei fondi del regime iraniano negli Stati Uniti, scongelati in seguito alla fine di alcune sanzioni. Erano tutte bugie e lo stesso Jason Rezaian confermò che, uno dei suoi carcerieri, gli aveva detto che nessun detenuto sarebbe stato liberato prima dell’arrivo di un aereo dagli Stati Uniti.

Oggi Jason Rezaian la lasciato il Washington Post ed è ricercatore presso la Harvard University.

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A New York Rouhani sorride a tutti. In un incontro con il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, ha ribadito la promessa all’Italia di divenire il primo partner commerciale di Teheran, ovviamente a patto che Roma conceda agli iraniani le assicurazioni e le coperture bancarie necessarie. Coperture che, neanche a dirlo, quasi nessuno nel mondo intende concedere alla Repubblica Islamica, considerando la corruzione che impervia nel regime iraniano e il riciclaggio del denaro che i Pasdaran attuano per finanziare il terrorismo internazionale.

Purtroppo, mentre Rouhani ottiene da Renzi entusiastiche promesse – che speriamo restino tali… – a Teheran non si ferma l’abuso dei diritti umani. Questa volta, a finire dietro le sbarre è Sadra Mohaghegh, giornalista del quotidiano riformista “Shargh. L’avvocato di Mohaghegh, Mohammad Saleh Nikbakht, ha raccontato che Sadra è stato preso in custodia dalle forze di sicurezza, che gli hanno confiscato il lap top, il passaporto e pretendendo dalla moglie le chiavi d’accesso agli account social del giornalista (Iran Human Rights).

La notizia dell’arresto di Sadra Mohaghegh è stata data dall’agenzia di stampa iraniana Mehr News, affiliata con il Ministero dell’Intelligence. La Mehr ha riportato unicamente le iniziali del giornalista arrestato (S.M.), accusandolo di “lavorare con nemici della rivoluzione”. Poco dopo l’arresto di Sadra, i suoi account Twitter e Facebook sono stati bloccati.

Poco prima dell’arresto di Sadra Mohaghegh, il regime iraniano aveva fermato un altro giornalista Yashar Soltani. Soltani, arrestato il 17 settembre scorso e portato nel carcere di Evin, è un giornalista di Memari News, sito di informazione indipendente, sospeso il 9 settembre scorso. Purtroppo Soltani non ha potuto pagare la cauzione di 2 milioni di Rial (65000 dollari), imposta dalla Corte.

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E’ stato ricoverato d’urgenza in ospedale Ehsan Mazandarani, giornalista riformista imprigionato per le sue posizioni politiche nel carcere di Evin. Il corpo di Ehsan non ha retto alla decisione del detenuto di dichiarare uno sciopero della fame, in protesta per le torture subite durante gli interrogatori (Iran Human Rights).

Per denunciare quanto accaduto, Ehsan aveva anche scritto direttamente ad Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran. Risultato: Ehsan e’ stato trasferito dal braccio 8, al braccio 2-A del carcere di Evin, quello controllato direttamente dai Pasdaran. Qui, il povero giornalista, e’ stato ancora una volta torturato e gli e’ stato chiesto di negare di aver scritto la lettera a Khamenei. Coraggiosamente, il giornalista iraniano ha rifiutato. Davanti ai silenzi delle autorità e alle violenze, Ehsan ha deciso di dichiarare lo sciopero della fame.

Il 20 giugno, come suddetto, Ehsan Mazandarani ha avuto un attacco di cuore ed e’ stato immediatamente ricoverato nell’ospedale Sina di Teheran. Inizialmente, per la precisione, il detenuto era stato portato nel reparto medico del carcere, ma ovviamente i medici di Evin si sono immediatamente accorti di non avere le necessarie attrezzature richieste per l’emergenza.

L’arresto di Ehsan Mazandarani: un caso riaperto con Rouhani

Ehsan Mazandarani e’ stato arrestato la prima volta nel 2012 insieme ad altri 20 giornalisti, durante le proteste contro l’ex Presidente iraniano Ahmadinejad. Poco dopo essere stato rilasciato, gli era stato promesso che la sua pratica sarebbe stata chiusa e sarebbero finite le persecuzioni.

Cosi non e’ stato: dopo l’arrivo al potere di Rouhani, Ehsan e’ stato nuovamente fermato dai Pasdaran e il processo contro di lui e’ stato incredibilmente riaperto. Riarrestato il 2 novembre del 2015, il giornalista iraniano e’ stato condannato a 7 anni di carcere. Per lui l’accusa, come al solito, e’ quella di “propaganda contro lo Stato” e ” aver messo a repentaglio la sicurezza nazionale”. Neanche a dirlo…il giudice che lo ha condannato e’ Mohammad Moghisseh, notoriamente vicino ai Pasdaran…(Iran Human Rights).

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La battaglia istituzionale in Iran passa anche, e soprattutto, dai diritti delle donne. Del caso di Minoo Khaleghi vi avevamo già parlato: parlamentare donna, e’ stata eletta alle recenti elezioni nella città di Isfahan. Purtroppo per lei, la sua elezione e’ stata immediatamente sospesa dal Consiglio dei Guardiani (No Pasdaran).

La decisione della Corte e’ arrivata dopo la pubblicazione di una fotografia che mostra Minoo, senza velo durante un viaggio all’estero (in Cina).Non solo: la stessa fotografia la mostrava stringere la mano ad un uomo che non aveva con lei un rapporto “legittimo” (ovvero non era il padre, il fratello o il marito). In Iran questo significa avere un comportamento non islamico ed essere responsabili di una “relazione illecita” (The Guardian).

A distanza di un mese dalla decisione del Consiglio dei Guardiani, Minoo Khaleghi e’ stata convocata dal Procuratore Generale di Teheran,  Abbas Jafari Dowlatabadi, per rendere conto del suo comportamento immorale. Minoo, da parte sua, ha già reagito negando di essere lei la persona fotografata senza velo in Cina. A quanto pare, pero’, i Savonarola iraniani non sembrano intenzionati a crederle (Tehran Times).

Non basta: anche se i Mullah intendono punire Minoo Khaleghi, non hanno alcuna intenzione di perdonare il giornalista che ha messo in imbarazzo il Parlamento. Ecco allora che anche il fotoreporter che ha scattato e mostrato la fotografia, tale Hamed Talebi, e’ stato arrestato dalle forze di sicurezza iraniane. Per Talebi, ex giornalista della Fars News, l’accusa e’ quella di aver pubblicato la foto di una donna senza velo, dichiarando appunto che si trattava di Minoo Khaleghi (Trend).

La questione e’ assolutamente tutta politica e mette in luce il gravissimo scontro al vertice nell’establishment politico iraniano. Mentre da un lato Rouhani ha elogiato l’elezione delle donne in Parlamento – anche allo scopo di diminuire il potere del Consiglio dei Guardiani – la Corte non sembra avere alcuna intenzione di lasciarsi indebolire dell’esecutivo. Lo scontro al vertice del regime, deve essere tenuto in altissima considerazione da chi intende investire in Iran, perché e’ proprio per mezzo della legge -e per scopi politici – che le forze di sicurezza iraniane hanno recentemente arrestato diversi imprenditori stranieri (accusati poi di spionaggio). La questione e’ anche legata agli importanti interessi economici dei Pasdaran, non intenzionati a cedere alcuna quota di mercato agli Occidentali. 

Video documentario in occasione della Giornata Mondiale per la Libertà di Stampa, celebrata il 3 maggio scorso. Essere giornalisti veri nella Repubblica Islamica dell’Iran è un atto di puro eroismo. Si vive di paura, di intimidazioni, di finte aperture e si rischia costantemente di andare in carcere con l’accusa di “propaganda contro lo Stato” o, peggio, “offese alla Guida Suprema”.

Ricordiamo che, secondo Reporters Senza Frontiere, l’Iran è al 169° posto su 180 Paesi, per la libertà di stampa. Praticamente, in Iran scrivere liberamente è un puro miraggio

Buona Visione