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Tre anni di carcere per alla giornalista Solmaz Ikdar. La sua colpa: aver pubblicato un post su Facebook sgradito al regime. Per queste ragioni, Ikdar e’ stata arrestata all’aeroporto di Teheran il 18 giugno scorso, mentre tentava di andare all’estero per continuare i suoi studi. Nel 2008, sempre per ragioni politiche, il regime iraniano le aveva impedito di continuare a frequentare l’università. Nonostante le repressioni subite, Ikdar aveva sperato di poter tornare a studiare dopo l’elezione di Hassan Rouhani, considerato da molti giovani iraniani una speranza di cambiamento. Le sue aspettative, purtroppo, sono state presto disilluse (Journalism is not a Crime).

Portata nel carcere di Gharchak, la giovane giornalista iraniana e’ stata inizialmente rilasciata su cauzione. Il suo processo e’ iniziato nel settembre del 2015 e si e’ concluso con una condanna il 10 Novembre scorso. A presiedere il processo, il giudice Moghisseh, tristemente famoso per la sua vicinanza con le Guardie Rivoluzionarie e per le sue condanne contro ogni forma di attivismo politico sgradito ai Mullah. La povera Solmaz Ikdar, paga non solo il suo post su Facebook, ma anche i coraggiosi articoli scritti per quotidiani riformisti quali Shargh, Bahar, Farhikhtegan e Mardom-e Emrooz (Iran Human Rights).

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Insieme ad Ikdar, il regime iraniano ha condannato un’altra giornalista iraniana al carcere per un post sgradito su Facebook. Si tratta di Rayhaneh Tabatabaie (foto sopra), anche lei giovanissima, che ha visto confermata la condanna emessa contro di lei nel Novembre 2014, ad un anno di detenzione e due di proibizione dall’esercito della professione di giornalista, per aver criticato sul popolare Social Network alcune politiche del regime. Anche per Rayhaneh, l’accusa e’ stata quella di “propaganda contro lo Stato”. Tra le altre cose, Rayhaneh e’ stata condannata anche per aver intervistato un noto clerico sunnita, Mowlavi Abdolhamid, segno evidente del razzismo all’interno della sciita Repubblica Islamica dell’Iran (Iran Human Rights).

Dalla firma dell’Iran Deal, la persecuzione contro gli attivisti per i diritti umani, gli intellettuali e i giornalisti iraniani, si e’ fatta ancora più dura e impietosa. Il tutto, nella piena indifferenza Occidentale…

 

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Oggi il più importante giornale italiano, il Corriere della Sera, offre una intervista esclusiva ad Hassan Rouhani (testo), Presidente dell’Iran e prossimo ad arrivare in Italia per una visita di Stato ufficiale (Novembre 14 e 15). L’intervista, realizzata da Viviana Mazza e Paolo Valentini, e’ assolutamente incapace di offrire una reale rappresentazione della Repubblica Islamica contemporanea.

Pur ponendo alcune domande interessanti relative alla realtà iraniana, le tematiche sono proposte in maniera assolutamente incapace di pretendere da Rouhani una risposta chiara ed alcune politiche inaccettabili del regime iraniano. Proponiamo di seguito gli aspetti dell’intervista che avrebbero richiesto una maggiore forza da parte degli intervistatori. Una forza necessaria assolutamente necessaria in mancanza della quale, al lettore inconsapevole, e’ offerta una immagine falsata del regime iraniano e delle aspettative che l’Occidente può avere dai Teheran.

  • Accordo nucleare: l’intervista offre una vetrina ad Hassan Rouhani per elogiare l’accordo nucleare e rimarcare come tra Stati Uniti e Iran si potrà aprire una nuova era di relazioni. Rouhani stesso, prevede nel futuro la riapertura di una ambasciata USA in Iran. Parlando quindi dell’arresto di numerosi cittadini americani in Iran, Rouhani descrive il regime iraniano come una realtà che rispetta i diritti degli stranieri. A tutte queste affermazioni, i giornalisti italiani non replicano affatto. Non ricordano a Rouhani che l’Iran non riconosce la risoluzione ONU 2231, approvata in seguito all’accordo di Vienna del 14 luglio scorso. Proprio per questo, come riconosciuto dallo stesso Occidente, l’Iran ha già violato l’accordo nucleare, testando un nuovo missile balistico (Emad) ed interrompendo lo smantellamento delle centrifughe (Reuters). Non solo: i due giornalisti del Corriere non ricordano a Rouhani che, l’attuale primo promotore della campagna di odio verso gli Stati Uniti, e’ Ali Khamenei, Guida Suprema iraniana;
  • Sempre in tema di nucleare e di sanzioni, ne la Viviana Mazza ne Paolo Valentino, hanno ricordato a Rouhani che la Guida Suprema Khamenei ha accettato l’accordo nucleare con condizioni che, implicitamente, negano quanto stabilito a Vienna. Tra queste, anche la condizione che vede l’accordo nullo, se verranno approvate nuove sanzioni contro la Repubblica Islamica anche per ragioni di sostegno al terrorismo e all’abuso dei diritti umani (No Pasdaran);
  • Diritti Umani: probabilmente la parte più aleatoria dell’intervista. Pur chiedendo conto a Rouhani delle sorti di Karroubi e Mousavi e dell’assenza di democrazia in Iran (bella scoperta…), i due giornalisti lasciano passare le risposte insensate del Presidente iraniano, senza minimamente reagire. Non reagiscono alla vaga promessa di libertà per i due leader dell’Onda Verde, agli arresti domiciliari dal 2011 senza neanche aver mai subito un processo formale e una formale accusa. Senza neanche aver mai avuto il diritto di difendersi con un legale. Non solo: nessuna parola sull’arresto di decine di attivisti per i diritti umani e sul brutale trattamento a cui sono sottoposti in carcere. Un trattamento che ha come scopo diretto quello di rendere gli attivisti dei disabili fisici, incapaci di nuocere al regime. Nessuna parola, quindi, sulla mancanza di progresso dei diritti delle donne e sul fatto che l’Italia – Paese che ospiterà Rouhani – sia la prima promotrice al mondo della Moratoria Universale contro la Pena di Morte. Pena capitale che il regime iraniano usa anche per reati non gravi, per eliminare oppositori politici e nei confronti di chi ha commesso un reato in eta’ minorile (contro ogni Convenzione Internazionale);
  • Siria: sicuramente la parte più ridicola dell’intervista. Ne la Mazza ne Valentino, infatti, hanno il coraggio di ricordare a Rouhani che, proprio l’intervento iraniano al fianco di Bashar al Assad, e’ stato la prima causa dell’attuale immane dramma siriano. Nessuna parola sul jihadismo sciita in Medioriente e sul ruolo dei Pasdaran nella pulizia etnica dei sunniti in Siria e in Iraq. Rounani non poteva aspettarsi di meglio…;
  • Morte a Israele e amore per l’Ebraismo e il Cristianesimo: la parte più folle dell’intervista. I giornalisti lasciano passare totalmente in silenzio il fatto che Rouhani ribadisca l’odio del regime iraniano contro Israele e l’obiettivo – sempre dichiarato – di eliminare il “regime sionista”. Permettono a Rouhani di fare una libera sviolinata sull’amore di Teheran per le tre religioni monoteiste, senza ricordare al Presidente iraniano che in Israele abitano 8 milioni di ebrei e che nelle carceri iraniani languiscono quasi 100 detenuti cristiani, incarcerati per motivi religiosi.

Interviste simili, dietro una parvenza di serietà, mascherano un pericoloso appeasement verso un regime fanatico ed estremista, quale e’ la Repubblica Islamica dell’Iran. Questo genere di “scoop”, non solo non ha il merito di informare, ma ha la responsabilità diretta di rappresentare una vetrina di disinformazione per il lettore Occidentale.

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Maziar Bahari, giornalista irano-canadese arrestato e abusato dalle autorità iraniane nel 2009, ha definito la storia dell’Iran una “storia di false confessioni”. Il senso di questa affermazione e’ chiaro: seguendo e peggiorando la linea imposta dallo Shah, l’Iran post rivoluzionario e’ stato un susseguirsi di arresti di nemici invisibili, costretti a confessare la loro colpevolezza in video televisivi, dopo aver subito le peggiori angherie. La loro colpa, ovviamente, non era quella di rappresentare un vero pericolo alla sicurezza nazionale, ma quella di agire, informare o semplicemente mettere in dubbio la linea imposta dai Mullah.

Questo dramma oggi lo sta vivendo Jason Rezaian, inviato del quotidiano americano Washington Post, arrestato con la moglie nel luglio del 2014. Ieri, dopo mesi di detenzione senza processo, Jason e’ stato portato per la prima volta davanti alla Corte Rivoluzionaria, per la precisione davanti al giudice Abolghasem Salavati. Il Giudice Salavati, a capo della sezione 15 del Tribunale Rivoluzionario, e’ conosciuto come uno dei più fedeli mastini della linea ultraconservatrice, ed e’ oggi anche responsabile del processo contro Narges Mohammadi, attivista e donna coraggiosa, in arresto per la sua opposizione alla pena di morte e per la sua lotta in favore dei prigionieri politici e dei diritti delle donne.

Il Giudice Salavati intende processare Jason Rezaian per due accuse: 1- spionaggio in favore di un Governo ostile (Stati Uniti), 2- propaganda contro il regime. Salavati, in particolare, mette sotto accusa le relazioni di Jason Rezaian con il Consolato americano a Dubai, sostenendo che l’inviato del Washington Post avrebbe inviato una lettera ad Obama, sostenendo di avere contatti con cittadini iraniani di ogni livello, dai semplici lavoratori ai Mullah. Tra le altre cose, inoltre, il Giudice Salavati ha messo in dubbio la natura dei contatti tra Jason Rezaian e Lara Setrakian, giornalista armeno-americana, inviata per il Medioriente di diversi canali, tra cui ABC e Bloomberg.  Davanti a tutte queste accuse, alquanto ridicole tra le altre cose, Jason Rezaian ha sempre risposto di aver solo svolto il suo lavoro di reporter e di aver portato avanti contatti con altri giornalisti solo come “normali rapporti tra colleghi” (ma in Iran, si sa, nulla e’ normale…). Tra le altre cose, in particolare, la colpa di Rezaian sarebbe stata – per il Giudice Salavati – quella di aver dato alla giornalista di ABC Lara Setrakian informazioni in merito ai possibili risultati delle elezioni presidenziali iraniane e le informazioni relative ai candidati accettati dal Consiglio dei Guardiani. A sua volta, quindi, Lara Setrakian avrebbe inviato queste informazioni ad Obama.

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Quanto sta accadendo nella Repubblica Islamica ha quindi del paradossale: mentre l’Iran manda in giro per il mondo Rouhani e Zarif a parlare della disponibilità del regime ad essere un attore di pace, all’interno del Paese la repressione contro i pericoli delle aperture verso l’Occidente si fa sempre più dura e repressiva. Come le accuse, ridicole, contro Jason Rezaian dimostrano, al centro dello scontro non c’e’ veramente lo spionaggio di un giornalista verso un “Governo ostile”, ma il suo lavoro di reporter per un giornale americano. Soprattutto, pero’, c’e’ il messaggio chiaro che – chi detiene il vero potere in Iran – intende inviare al mondo: “accordo nucleare o no, le regole del gioco le stabiliamo noi e ogni apertura verso la cultura Occidentale e’ ‘haram’ (un peccato)”.

Nonostante la chiarezza di questo messaggio, l’Occidente continua a mettere da parte il tema dei diritti umani in Iran, permettendo al regime di schiacciare ogni potenziale “nemico invisibile”. Il prezzo di questa indifferenza non sara’ un cambiamento del regime iraniano, ma un rafforzamento di coloro che intendono fare della Repubblica Islamica una potenza regionale e usare il potere per diffondere nella regione la Velayat-e Faqih. Con un solo risultato finale: una lunga Guerra dei Trent’anni tra Sciiti e Sunniti, il cui costo in termini di violenza sara’ altissimo.

Chiediamo ai giornalisti italiani di mobilitarsi – attraverso articoli, appelli e proteste contro il regime iraniano – per la liberta’ di un loro collega incarcerato con una sola colpa: essere un reporter!

Di seguito il trailer del film “Forced Confession” del giornalista irano-canadese Maziar Bahari (qui il documentario completo: http://goo.gl/wvquXf ) e alcuni video di confessioni forzate trasmesse dalla TV iraniana.

Trailer del film “Forced Confession”

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La confessione forzata dei ragazzi colpevoli di aver giurato il video Happy in Teheran

[youtube:https://youtu.be/hvT-UIWvzMk%5D

La confessione forzata di Sakineh Mohammad Ashtiani

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Nome: Mohammad Ghouchani

Data di Nascita: 1976, Rasht, Iran

Background: Giornalista e scrittore per Ham Mihan, Aseman, Tajrobeh, Mehr Nameh, Shargh, Seda Weekly e Mardom-e Emrouz.

Accusa: Attività contro la sicurezza nazionale

Mohammad Ghouchani ha cominciato a lavorare come giornalista nel 1997, scrivendo per un quotidiano locale di Rasht (capitale della Provincia di Gilan). Nel 1998, quindi, è andato a Teheran per studiare scienze politiche all’Università. Durante il periodo di studi, Mohammad ha scritto per diversi giornali, facendosi la nomea di critico delle posizioni piu’ conservatrici del regime. Nel 2000, perciò, è stato arrestato per la prima volta, con l’accusa di “diffondere pettegolezzi” e insultare ciò che è sacro. Per queste accuse, Mohammad Ghouchani è stato condannato a 36 mesi di carcere.

Nel 2001, Ghouchani è stato nominato direttore del mensile culturale Hamashahri, un supplemento dell’omonimo quotidiano. La pubblicazione è stata, però, costretta a chiudere poco dopo per ordine della magistratura iraniana. Per nulla scoraggiato, Mohammad ha fondato con alcuni amici e colleghi i quotidiani Shargh e Ham Mihan, anche questi temporaneamente chiusi dal regime nel 2006. Ancora una volta, però, al bando del regime Mohammad Ghouchani reagì fondando un nuovo magazine chiamato Shahravan-e Emrouz.

Durante le tristi elezioni del 2009 – vinte con brogli dal negazionista Ahmadinejad – Mohammad Ghouchani è stato il direttore del giornale Etamad-e Melli, organo di stampa riformista vicino all’ex candidato Presidenziale Mehdi Karroubi. Come noto, i brogli elettorali portarno a manifestazioni di massa contro il regime. Il Movimento di protesta, noto al mondo come Onda Verde, fu brutalmente represso dai Pasdaran e dai Basij. Per il suo sostegno alle manifestazioni democratiche, le forze di sicurezza arrestarono Mohammad Ghouchani il 20 giugno del 2009. Insieme a lui, al Ministero dell’Intelligence fu trascinata anche sua moglie Maryam Baghi. Per entrambi, non fu emesso alcun mandato di arresto ufficiale.

Mohammad Ghourchani è apparso davanti ad una Corte Rivoluzionaria del regime per due volte, con altri manifestanti arrestati durante le proteste. Nonostante nessuna accusa formale venne emessa contro di lui, Mohammad fu detenuto illegalmente dal regime per ben 131 giorni e rilasciato solamente il 30 ottobre del 2009. Anche in questo caso, nonostante le pressioni subite da lui e dalla famiglia, Mohammad ha deciso di continuare coraggiosamente il suo lavoro di giornalista.

Per questo, per non arrendersi ai Mullah, Mohammad Ghouchani ha accettato di dirigere il riformista Mardom-e Emrouz. Purtroppo il 17 gennaio del 2015, ancora una volta, dopo solo 19 pubblicazioni, la magistratura iraniana ha deciso di chiudere la bocca anche a questo quotidiano. L’ultima uscita di Mardom-e Emrouz, di cui vi abbiamo già parlato, è avvenuta pochi giorni dopo il terribile attentato di Parigi contro il Charlie Hebdo. In quell’occasione, contro la volontà del regime, Mohammad Ghouchani pubblicò in prima pagina la foto dell’attore americano Geoorge Cloney e le sue parole di condanna per i terroristi islamici autori del massacro parigino. La richiesta di censura contro il Mardom-e Emrouz arrivò direttamente dal giornale conservatore Kayahan, considerato la voce della Guida Suprema Ali Khamenei. Alla richiesta bieca di Kahyan, si aggiunse anche la petizione di 70 parlamentari iraniani direttamente al Ministro della Giustizia di Hassan Rouhani.

Il 23 gennaio scorso, quindi, il Parlamento iraniano ha presentato una legge di emergenza contro i giornalisti liberi: il testo di legge, infatti, prevede il bando definitivo dalla professione di tutti quei giornalisti che violano la “santità” della società iraniana (parole del parlamentare Hamid Rasaei). Mentre il Parlamento studia come chiudere la bocca a tutte le voci libere, Mohammad Ghouchani sarà presto giudicato nuovamente dal regime iraniano e potrebbe ritornare in carcere. Tutto questo per un solo “grande” crimine: il giornalismo!

Per maggiori informazioni si legga, Iran Wire: Mohammad Ghouchani, Crime: Journalism

La prima pagina del Mardom-e Emrouz

L’ultima uscita del Mardom-e Emrouz