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In un discorso all’Universita’ di Teheran in commemorazione di 150 soldati senza nome morti durante la guerra Iran – Iraq, il capo della Magistratura iraniana Ebrahim Raisi, ha fatto un discorso che non lascia spazio ad intepretazione di sorta.

Nel suo discorso, trasmesso dalla tv iraniana, Raisi ha detto che l'”estensione strategica” dell’Iran oggi, include lo Yemen, i Paesi del Medioriente e “ogni luogo in cui ci sono persone che chiedono diritti, parlano di giustizia e si ribellano all’arroganza“.

In particolare, parlando di estensione strategico geografica, Raisi ha affermato testualmente: “Ieri, il campo di battaglia era ai nostri confini meridionali e occidentali. Oggi, voi vedete dove sono i nostri confini. La Repubblica Islamica ha definito la sua estensione strategica. Tale estensione include lo Yemen, i Paesi della regione e arriva fino in Africa…”

Come suddetto, non c’e’ spazio per l’immaginazione: il discorso di Raisi – possibile prossimo successore a Khamenei – dichiara implicitamente legittimo l’intervento iraniano nei Paesi della regione e non solo, dietro la giusticazione di comodo di difendere “i diritti” o “combattere l’arroganza”.

Ricordiamo che alla fine degli anni ’80, Rais era – in quanto Procuratore – membro di una speciale commissione – definita la Commissione della Morte – accusata di aver fatto arrestare, torturare e uccidere migliaia di oppositori iraniani.

 

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Diversi sono stati i commenti scritti in seguito al lancio di un drone iraniano sui cieli israeliani. Come noto il drone, una copia del UAV americano US Sentinel, ed e’ stato abbattuto da un Apache dell’IAF dopo neanche due minuti di volo sopra i cieli israeliani. Durante i raid israeliani di risposta al lancio del drone, un F16 di Gerusalemme e’ stato colpito e i due piloti israeliani – dopo aver fatto ritorno nei cieli nazionali – hanno abbandonato il velivolo.

Per molti commentatori, si e’ trattato del primo scontro “diretto” tra israeliani e iraniani, in considerazione del fatto che i droni di Teheran in Siria, sono manovrati direttamente dai Pasdaran (o meglio dalla Forza Qods, al comando di Qassem Soleimani). La domanda allora e’ una sola: perché il regime iraniano e’ giunto sino a tanto?

Alcuni esperti, hanno giustificato l’accaduto con la situazione di forza in cui il regime iraniano si troverebbe attualmente: in Siria Assad ha consolidato il suo potere, con frange di resistenza ormai asserragliate ad Idlib. In Iraq, il regime iraniano si appresta ad accrescere il suo potere, trasformando alcune milizie paramilitari sciite in partiti politici e provando a ridare la volata ad al-Maliki per ritornare al Governo.

Per quanto ci riguarda, nonostante le apparenze, a spingere Teheran a provocare Gerusalemme non e’ stata la forza della Repubblica Islamica, ma la sua debolezza. Nonostante gli apparenti successi, la geopolitica del regime iraniano resta estremamente fragile, sia esternamente, che internamente.

Esternamente, l’asse con Ankara e Mosca e’ tutt’altro che un asse. E’ una alleanza di convenienza e gli attori che la compongono hanno alcuni interessi comuni e molti che divergono. Senza fare la lista delle divergente, basta guardare quanto sta succedendo con l’operazione turca ad Afrin: una operazione che praticamente avallata da Putin, in cambio di accordi energetici con Erdogan. Da quando l’operazione dell’esercito turco e’ cominciata, l’Iran non fa che chiederne la fine, ma nessuno lo ascolta. Sul futuro stesso della Siria, le visioni dei tre alleati divergono, con Erdogan e Putin disposti a sacrificare in qualche modo Assad, e i Pasdaran chiusi a riccio sul dittatore siriano. Sulla stessa ricostruzione della Siria, e’ noto che i russi stanno cercando di ridurre notevolmente il peso delle compagnie iraniane. 

Sempre esternamente, Erdogan non anela a vedere un Libano e un Iraq controllato da Hezbollah o dalle milizie della Forza di Mobilitazione Popolare. Putin, da canto suo, non ha mai fatto mistero di voler trovare un accordo anche con i sauditi, utile a Mosca sia a livello energetico che per quanto concerne il rischio di radicalismo islamico di ritorno, per quanto concerne i terroristi ceceni sparsi per il Medioriente. Sempre Putin, non ha alcuna voglia di entrare in rotta ci collisione con Israele, un Paese dove vivono oltre un milione e mezzo di russi, economicamente molto attivi, soprattutto nel settore delle start-up!

Internamente – ed e’ questo il punto più sottovalutato, ma forse più rilevante – il regime iraniano e’ tutt’altro che stabile. Tra poco Khamenei morirà (voci sul suo decesso si sono già diffuse), e a Teheran si aprirà (o meglio, e’ già in corso) un durissimo conflitto interno per la sua successione. Un conflitto che si dipana, nello stesso tempo in cui l’economia iraniana non riesce ad attirare gli investitori stranieri e mentre ancora adesso la popolazione iraniana scende in piazza contro la corruzione nel Paese. La si metta come si vuole, ma al di la’ del ruolo di Ahmadinejad in queste recenti proteste popolari, la questione politica e’ molto più rilevante. La lotta delle donne contro il velo e gli slogan della piazza “No Gaza, No Libano, la mia vita solo per l’Iran”, indicano chiaramente una forte insoddisfazione per i costi della politica imperialista del regime.

Per farla breve, quanto accaduto tra Israele e Iran, proprio alla vigilia delle celebrazioni del trentanovesimo anniversario della Rivoluzione iraniana, più che un atto di forza di Teheran, sembra il sintomo di un disperato atto di debolezza. Un tentativo, quanto mai classico, di uscire dall’angolo, cercando di allargare il conflitto contro un nemico che potesse far dimenticare le storture dell’Iran. E’ da qui che bisogna ripartire per comprendere la pericolosità di quanto accaduto.

Cosa fare? Come il fallito accordo nucleare ha dimostrato, la strategia  obamiana di creare un equilibrio delle forze in Medioriente, si e’ rivelata sbagliata. Obama non ha compreso che Teheran non ha mai avuto il senso del limite e che quanto scritto nella Costituzione khomeinista, ovvero l’obiettivo di esportare la rivoluzione del 1979, non sono solo parole, ma drammatica pratica. Per questo, la Comunità Internazionale deve smettere legittimare il regime iraniano senza condizioni. Smettere di chiudere gli occhi davanti agli abusi del regime iraniano ad ogni minimo standard proprio dello Stato di Diritto.

Solo in questo modo, si riuscirà veramente a sostenere un cambiamento positivo all’interno dell’Iran che, nel tempo, permetterà di superare il sistema islamista e far fiorire la forza di un Paese che, se fosse veramente capace di agire democraticamente, potrebbe risultare veramente il perno della stabilita’ Mediorientale, in pace e sicurezza con i suoi vicini. Altre strategie di “engagement” degli islamisti, per quanto machiavelliche, sono e saranno sempre ingenue illusioni.

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Mentre Aleppo si tramuta nella nuova Stalingrado, il regime iraniano sta lavorando per riconquistare totalmente il potere in Iraq. Un potere già fortissimo, contenuto per un certo periodo, ormai superato, dall’incapacità di Teheran di controllare totalmente il premier iracheno al-Abadi.

Per questo motivo, l’Iran intende riportare al potere l’attuale Vice Presidente iracheno Nuri al Maliki, ovvero colui che da Primo Ministro dell’Iraq ha volutamente provocato il conflitto settario che – emarginando nuovamente i sunniti dal potere centrale – ha permesso la rinascita di al Qaeda in Iraq e il passaggio ad Isis. La politica di al-Maliki non fu casuale: fu parte di una voluta strategia di sbilanciare il potere verso la maggioranza sciita filo Teheran, con il colpevole sostegno passive degli Stati Uniti, impegnati a ritirarsi dal Paese piuttosto che a pensare alle conseguenze di un ritiro senza prima aver copletato la missione di reale stabilizzazione del Paese. Quando, nel 2014, le politiche di al-Maliki spaccarono la stessa comunità sciita irachena – in particolare si ribellarono l’Ayatollah al Sistani e Muqtada al Sadr – lo stesso Iran fu costretto, a malincuore, a lasciare la premiership ad al-Abadi.

Nonostante il passo indietro, al-Maliki è rimasto il Vice Presidente dell’Iraq e non ha mai abbadonato l’idea di ritornare al potere. Con lui, anche i Pasdaran iraniani, guidati dal Comandante della Forza Qods Qassem Soleimani, non hanno mai accettato di ridursi ad attore di secondo livello, continuando ad aumentare il potere delle milizie sciite irachene e indebolire al-Abadi. Una strategia che, in questi mesi, sta dando i suoi frutti.

In Kurdistan, Teheran sta fortemente appoggiando il PUK di Jalal Talabani, forza politica avversaria del Presidente della Regione del Kurdistan Massoud Barzani. Colpito da una importante crisi economica e dal peso dei rifugiati arabi giunti nel Kurdistan iracheno, Barzani è oggi costretto a fare i conti con un forte malcontento interno. Teheran, per bocca di al-Maliki, ha avviato una campagna di denigrazione di Barzani e dei suoi uomini nel Governo iracheno. In questi giorni, il Ministro delle Finanze iracheno, il curdo Hoshiyar Zebari, è stato costretto a dimettersi, dopo essere stato accusato dal Parlamento di aver incamerato dei fondi pubblici (Ekurd). Prima di Zebari, a dover lasciare fu il Ministro della Difesa iracheno, il popolare sunnita Khalid al Obaidi. Anche al Obaidi fu accusato, nell’agosto del 2016, di corruzione dal Parlamento iracheno.

Proprio sfruttando il potere di sfiducia del Parlamento, il partito di Nuri al Maliki – “State of Law Coalition”, con 92 seggi su 328 – sta eliminando i personaggi sgraditi a Teheran. L’intera coalizione di maggioranza che sostiene al-Abadi, infatti, è praticamente quasi totalmente nelle mani della vicina Repubblica Islamica.

Il nuovo fronte aperto dal Parlamento iracheno, su ordine di Teheran, è ora quello contro la Turchia. All’inizio di Ottobre, il Parlamento di Baghdad ha votato una mozione per impedire la prosecuzione della missione dei militari turchi nella base di Bashiqa. Non solo: il parlamento di Baghdad ha accusato i turchi di essere una “forza di occupazione” e ha chiesto una revisione delle relazioni tra Iraq e Turchia (Rudaw). Una accusa paradossale, soprattutto se si considera che l’intervento dei consiglieri di Ankara in Iraq al fianco dei Peshmerga curdi, fu il frutto di una diretta richiesta del Premier iracheno al-Abadi nel 2014, proprio durante una sua visita ad Ankara. L’inclusione dei turchi nella zona vicino a Musul, era vista dall’allora neo premier iracheno come una via per combattere Isis e diminuire l’influenza di Teheran nel Paese (Daily Mail Online). Oggi, però, al-Abadi è debolissimo e verrà tenuto in piedi fino a quando farà comodo agli iraniani. La crisi diplomatica ha determinato la convocazione dell’Ambasciatore iracheno ad Ankara, da parte del Ministero degli Esteri turco. I turchi hanno ribadito che non ritireranno i 2000 soldati che hanno in Iraq e propbabilmente gli iracheni si rivolgeranno direttamente alle Nazioni Unite (Rudaw).

Dietro la crisi Ankara-Baghdad, però, c’è qualcosa di più profondo: non soltanto c’è il dominio dell’Iran sull’Iraq, ma c’è soprattutto la dimostrazione che il regime di Teheran non ha alcun interesse ad eliminare Isis (Daily Sabah). Al contrario, come abbiamo sempre denunciato (No Pasdaran), Isis sarà lasciato in piedi sino a quando garantirà la realiazzione del progetto geopolitico iraniano. In altre parole, sino a quando la Repubblica Islamica riuscirà ad infiammare il conflitto settario, garantendo il suo potere su due Stati falliti quali Iraq e Siria. Tra le altre cose, non avendo il potere militare della Russia, questo è il solo peso reale che gli iraniani hanno per fare da contraltare a Putin, cercando di avere ancora una voce in capitolo, soprattutto a Damasco…

Peggio: la crisi tra Ankara e Baghdad, avvendondo a pochi giorni dall’incontro a Teheran tra il Ministro degli Esteri iraniano Zarif e il Primo Ministro turco Binali Yildirim, dimostra tutta l’incosistenza politica di Rouhani. Teoricamente, Iran e Turchia hanno forti interessi bilaterali comuni, soprattutto nel settore energetico e nella questione curda (Breaking Energy). Ancora una volta, però, la razionalità si scontrerà contro il fondamentalismo, soprattutto considerando il peso dei Pasdaran, sia in termini politici che economici. Non è un caso che, proprio mentre Zarif sorrideva alla sua controparte turca, il comandante della Forza Quds Qassem Soleimani dichiarava: “Non stiamo difendendo solo la Siria. Stiamo difendendo tutto l’Islam“. Affermazione di cui dubitiamo che ad Ankara esistano sostenitori…

Servizi dalla TV del regime iraniano Press TV

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Una base militare controllata dall’Iran alle porte del Kurdistan iracheno, precisamente presso Khurmatu (cittadina vicino Kirkuk, in cui vivono sia sciiti che sunniti). In un video pubblicato da Kurdistan24 e riproposto qui sotto per i lettori di No Pasdaran, si vede chiaramente la base militare e si vedono le bandiere gialle della Unità di Mobilitazione Popolare (Hashd al-Shaabi, da poco integrata nell’esercito iracheno) e le bandiere rosse della Sarayat Khurosani, operante anche in Siria dal 2013.

Questo video dimostra come, usando come scusante la guerra contro Isis, il regime iraniano stia drammaticamente penetrando all’interno dell’Iraq. Una penetrazione che non riguarda solamente l’area sciita, ma anche la regione del Kurdistan, strategicamente centrale sia per le sue ricchezze petrolifere, sia per la sua posizione geografica ai confini con la Turchia e con la Siria. Non è un caso, tra le alter cose, che proprio in questo periodo il regime iraniano ha deciso di aumentare la repressione dei curdi all’interno della Repubblica Islamica. Solamente ieri, ben 36 detenuti curdi sono stati impiccati in poche ore (Hrana).

Secondo le informazioni fornite dai media curdi, la base militare sciita presso Khurmatu, sarebbe sotto il controllo di un agente iraniano identificato come “Signor Iqbalpoor”, a cui spetterebbero tutte le decisioni in merito alle attività delle forze paramilitari pro-Tehran stanziate nell’area. Non solo: questo agente prenderebbe decisioni anche in merito alle attività della stessa municipalità di Khurmatu. Nella base militare, per la cronaca, sarebbero già stato trasferito un ingente quantitative di armamenti pesanti.

Lo scorso aprile, le forze Peshmerga curde e le milizie sciite dell’Hashd al-Shaabi hanno rotto il cessate il fuoco e si sono scontrate duramente. Lo scontro ha provocato almeno 20 morti e i curdi hanno stimanto intorno ai 4000, il numero di forze paramilitari sciite presenti nell’area (Kurdistan24). Non solo: solamente poche settimane fa, il Pasdaran iraniano Mohsen Rezaei, Segretario del Consiglio per il Discernimento, ha pubblicamente accusato i dirigenti del Kurdistan iracheno di sostenere i sauditi, minacciando una escalation dello scontro militare (EKurd Daily).

Vogliamo ricordare che abbiamo già parlato del ruolo provvidenziale che l’Isis riveste per l’Iran, sottolineandone la funzione vitale per gli obiettivi geopolitici dei Mullah (No Pasdaran). In questo senso, nei piani di Teheran c’è anche la destabilizzazione del potere di Mas’ud Barzani nel Kurdistan iracheno. Una destabilizzazione che i Pasdaran portano avanti profittando anche dello scontro all’interno del mondo curdo, in particolare tra le forze del KDP legate a Barzani – in buoni rapport con i curdi iraniani del KDPI – e quelle del PUK controllate da Jalal Talabani (e in diretto contatto con i curdi siriani del PYD e dei curdi turchi del PKK). Tra le altre cose non va dimenticato che lo stesso partito di Barzani, il Kurdistan Democratic Party, è stato fondato proprio nella storica città iraniana di Mahabad.

Video esclusivo: la base militare iraniana presso Khurmatu

Per approfondire:

L’Iran constrisce una base missilistica nel Kurdistan. Vi spieghiamo la strategia di Teheran“, pubblicato da No Pasdaran il 31 Maggio 2016

Iraqi Kurds double standard on terrorism“, pubblicato da EKurd Daily il  12 gennaio 2015

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In pochi giorni il Presidente turco Erdogan sembra aver dato una svolta radicale alla politica estera della Turchia. Dopo il fallimento dell’ipotesi “zero nemici” e dell’abbattimento del regime di Bashar al Assad in Siria, il leader dell’AKP sembra aver deciso di voltare pagina.

A Roma e’ stata finalizzata la pace tra Israele e Turchia. In cambio di alcune riparazione economico-umanitarie per il caso della Mavi Marmara, i due Paesi hanno deciso di ristabilire le relazioni diplomatiche, economiche, militari e di sicurezza. Non solo, hanno anche deciso di approfondire le relazioni energetiche, un aspetto importante considerando i giacimento offshore scoperti al largo delle coste israeliane e il ruolo della Turchia come territorio di passaggio di importanti pipeline verso l’Europa (Hurriyet Daily News).

L’accordo tra Israele e Turchia cela la debolezza di Hamas, ormai un attore in cerca di sopravvivenza per mantenere il suo ‘statarello de facto’ a Gaza, ma anche il sostegno (o perlomeno il non ostacolo) anche dell’Arabia Saudita, un Paese che attualmente ha avviato una nuova collaborazione con il Presidente Erdogan. Il Re saudita Salman, ha infatti iniziato una politica di dialogo anche con la Fratellanza Mussulmana, di cui Erdogan e’ oggi il principale esponente.

Al fianco della riconciliazione con Israele, la Turchia avrebbe anche offerto a Mosca le sue scuse ufficiali per l’abbattimento del Su-24 avvenuto lo scorso anno. Nella lettera di scuse ufficiali, Erdogan ribadisce a Putin la centralità dei rapporti strategici tra la Russia e la Turchia (Russia Today). Si tratta di rapporti estremamente importanti sia in tema di interscambio commerciale e che di import energetico (per Ankara).

Nello stesso momento in cui Erdogan da prova di realismo, dall’Iran trapela la notizia del viaggio di Ali Shamkhani, segretario del Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale, a Mosca. Shamkhani e’ l’uomo chiave delle relazioni tra l’Iran e la Siria ed e’ stato da poco nominato anche come mediatore delle relazioni tra Teheran-Damasco e Mosca. Secondo le notizie ricevute, in Russia Shamkhani ha incontrato il suo omologo Nikolai Patrushev e l’inviato speciale di Putin per la Siria, Alexander Lavrentiev (EA WordView).

In merito al contenuto dei colloqui non ci sono informazioni ufficiali. E’ noto pero’ che i russi non sono contenti del comportamento dei comandanti iraniani nella campagna per la riconquista di Aleppo (mentre gli iraniani accusano l’aviazione russa di scarso supporto). Allo stesso modo, e’ noto che Mosca non considera Bashar al Assad un partner non sacrificabile.

Chiaramente, pero’, sul tavolo della discussione c’e’ stata anche la svolta compiuta da Erdogan, un partner che la Russia ritiene importante. Nonostante l’alleanza tattica tra Mosca e Teheran in Siria, Putin non vede la geopolitica della regione Mediorientale come Khamenei. Putin non intende portare lo scontro con il fronte sunnita guidato dall’Arabia Saudita fino allo stremo. Al contrario, il Presidente russo ritiene la monarchia saudita un partner necessario, anche per combattere il jihadismo wahhabita presente nel Caucaso.

Con la riconciliazione tra Israele e Turchia – tesa a bloccare l’espansionismo imperialista iraniano nel Mediterraneo, in primis in Siria e Libano – e con la normalizzazione dei rapporti russo-turchi, l’Iran comincia a sentire il peso della strategia a tenaglia che il fronte sunnita gli sta costruendo introno. Una strategia che intende isolare Teheran e premere sugli Stati Uniti per far fallire la normalizzazione dei rapporti tra Occidente e Repubblica Islamica.

 

 

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Mentre l’Occidente dipinge il regime iraniano come un “attore di stabilizzazione” del Medioriente e un “partner per la pace”, a Teheran da anni si lavora per definire il dominio di parte della Siria e dell’Iraq. Ovviamente, un dominio da realizzare con la forza, con il solo metodo che la Repubblica Islamica conosce: il dominio dei pretoriani.

Per questo, l’Iran da tempo sta lavorando alla creazione di nuove forze paramilitari, totalmente fedeli a Teheran, che ricalchino lo stile dei Pasdaran e di Hezbollah. Soprattutto, e’ centrale per gli iraniani riuscire a creare le nuove Guardie Rivoluzionarie in Iraq, nell’area a maggioranza sciita, ovvero nell’unica area (pianeggiante) in cui geopoliticamente l’Iran può allargare il suo potere. Il resto dell’Iran, infatti, e’ circondato da montagne: un dato che permette alla Repubblica Islamica di potersi difendere facilmente da invasioni di terra, ma anche un limite per le espansioni verso l’esterno.

Parlano gli iraniani

I progetti del regime iraniano non sono neanche troppo un mistero. Basta leggere le dichiarazioni di importanti rappresentanti di Teheran, le agenzie di stampa iraniane e qualche analisi che non sia asservita al buonismo del mainstream. Ecco allora che escono fuori le parole di Mohsen Rafighdoost, potente fondantore dei Pasdaran ed ex boss della Fondazione degli Oppressi. Parlando al club dei giornalisti il 7 giugno scorso, Rafighdoost ha dichiarato che “delle forze d’elite’ possono difendere l’Iraq dalle tensioni e l’instabilità”. Per questo, come modello da imitare, Rafighdoost ha indicato proprio le Guardie Rivoluzionarie iraniane. 

Per la cronaca, Teheran sta già da tempo lavorando con i fatti ai suoi progetti. Recentemente un clerico iraniano ha dichiarato che e’ intenzione dell’Iran costruire delle basi militari in Iraq, non lontane dai confini con l’Arabia Saudita. A queste dichiarazioni, si sono aggiunte quelle del Generale Ali Fadavi, potente capo della Marina iraniana. Fadavi ha rivelato che, ormai da mesi, l’Iran sta addestrando delle truppe di volontari nelle isole Faror, territori occupati dall’Iran e contesi con gli Emirati Arabi Uniti. Tra le altre cose, anche Mahdi Taeb, responsabile della Base Strategica di Ammar (un think tank per combattere la cosiddetta “soft war”), ha dichiarato che l’Iran e’ pronto a ricreare i Pasdaran in Iraq (Asharq al Awsat).

Non e’ un caso che, dopo le dichiarazioni iraniane, l’Arabia Saudita ha deciso di nominare un nuovo attache’ militare proprio in Iraq. Annuncio dato dopo l’incontro tra l’Ambasciatore saudita a Baghdad Thamer Al-Sabhan e il Ministro della Difesa iracheno Khaled Al-Obaidi (Middle East Monitor). Khaled al-Obaidi e’ praticamente il solo sunnita che occupa una carica di rilievo nella sicurezza a Baghdad. La sua nomina, ha permesso agli sciiti filo-iraniani dell’Organizzazione Badr, di prendere il controllo del Ministero dell’Interno iracheno con Mohammed al-Ghabban (al-Jazeera).

Parlano i numeri

Secondo le stime degli esperti, ci sarebbero già almeno 30000/40000 membri delle sciite fedeli all’Iran in Siria e circa 100000 in Iraq.Senza dimenticare, pero’, le dichiarazioni del capo dei Pasdaran Ali Jafari. Jafari, senza girarci intorno, ha detto di avere già pronti almeno 200000 giovani addestrati alle armi, in cinque diversi Paesi.

A Baghdad, in particolare, l’Iran può contare su milizie quali l’Organizzazione Badr, Kata’ib Hezbollah e la stessa Forza di Mobilitazione Popolare, in teoria una unione di forze creata per vincere Isis contro il settarismo, ma divenuta praticamente l’ennesimo strumento nelle mani dei Pasdaran.

In questo momento, pero’, la parte parte di rilievo nella campagna di Fallujah, la sta avendo il Battaglione al-Khorosani, comandato da Ali al-Yasiri (Jihadintel). Dietro la scusa di combattere Daesh, questo battaglione sta compiendo dei massacri nei confronti dei sunniti dell’area dell’Anbar. 

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Lo stemma del Battaglione al-Khorosani

Il massacro della scuola Zo al-Nourin

Un caso concreto e’ quanto accaduto ad un gruppo di sfollati sunniti iracheni, in fuga dalla zona di conflitto. Intercettati dal Battaglione al-Khorosani, i profughi sono stati arrestati. Gli uomini sono stati divisi dalle donne e circa 1000 persone di eta’ compresa tra i 12 e i 50 anni, sono stati portati in una scuola chiamata Zo al-Nourin, sulla strada tra Boukash e al-Saqlawiyah. Ovviamente, quasi tutti i fermati erano maschi.

Nella scuola, quindi, i detenuti sono stati accusati – senza alcuna prova – di essere responsabili del massacro di Camp Speicher, quando il 12 giugno del 2014 Isis ha attaccato una base aerea del Governo di Baghdad, uccidendo 1700 cadetti, tutti Sciiti. Dei testimoni sopravvissuti hanno riportato che i miliziani sciiti della al-Khorosani hanno ucciso almeno 300 prigionieri sunniti nella scuola e altri ancora in un hangar presso al-Saqlwiyah.

Il massacro della scuola Zo al-Nourin ha determinato la protesta di alcuni membri del Parlamento iracheno. Una delegazione di parlamentari, guidata da Ghazi al-Muhammadi, ha quindi visitato il resto dei prigionieri, trasferiti nel frattempo presso il campo di al-Mazra. Qui, la delegazione ha trovato solamente 605 maschi, sui 1000 iniziali che erano stati fermati dalla milizia sciita.

Risultato? La tribù di al-Mahamda, a cui la maggior parte dei prigionieri sunniti apparteneva, ha giurato fedelta’ ad Isis, rivoltandosi contro il Governo di al-Abadi (Middle East Briefing).

La stessa Forza di Mobilitazione Popolare, guidata da Abu Mahdi al-Muhandis (inserito nella lista dei terroristi dagli Stati Uniti), ha commesso numerose atrocità nei confronti dei civili sunniti nelle aree “liberate” di Saqlawiyah e al-Karmah, a pochi chilometri da Fallujah. Massacri provati e denunciati direttamente dalle Nazioni Unite (Middle East Briefing).

Gli obiettivi sono chiari

Il regime iraniano ha in Mediorinte degli obiettivi molto chiari. Eccoli sintetizzati:

  • Approfondire il conflitto settario e dividere all’interno diversi Paesi Arabi, proprio sul modello di Hezbollah in Libano (un Paese che da due anni non elegge un Presidente…). Per questo l’Iran ha usato al-Maliki in Iraq per escludere i sunniti dal potere, un fatto che ha posto le premesse per la rinascita di al-Qaeda in Iraq, ovvero della base di Isis;
  • Creare i Pasdaran in Siria e Iraq, allo scopo di assicurare la proiezione strategica del regime iraniano verso il Mediterraneo. Un ponte che, passando per Baghdad e Damasco, arriva appunto a Beirut. Qui, Hezbollah svolge la parte chiave, perché rappresenta anche la via iraniana per attaccare Israele e trasportare verso l’esterno le tensioni che l’Iran rischia di avere al suo interno;
  • La missione dei “nuovi Pasdaran” e’ precisamente quella di incutere terrore nella popolazione sunnita che non si sottomette e di avviare una vera e propria pulizia etnica (dai sunniti), nelle aree che Teheran ritiene strategiche ai suoi interessi. Questo progetto, deve anche riuscire ad evitare che i sunniti creino delle loro forze paramilitari, per combattere la supremazia sciita filo-iraniana.

In Iraq, Al-Abadi e’ ormai troppo debole

Va detto, in conclusione, che il Primo Ministro iracheno Haider al-Abadi – anche lui sciita – sta cercando di porre un argine all’espansione incontrollata dell’Iran. Lo sta facendo avviando indagini sui massacri delle milizie paramilitari sciite intorno a Fallujah e lo sta facendo dando il comando delle operazioni anti-Isis al Generale Abdul-Wahab al-Saadi, non gradito a Teheran (No Pasdaran).

Purtroppo non sembra bastare, anche perché le milizie paramilitari sciite in Iraq, ormai non rispondono più ai comandi del Governo centrale. Le Forze di Mobilitazione Popolare, ad esempio, hanno esplicitamente rifiutato il comando di ritirarsi dalle aree intorno a Fallujah. Ormai, il solo uomo che comanda queste milizie paramilitari, sembra essere Qassem Soleimani, potente capo della Forza Qods. Un uomo che entra e esce dall’Iraq a suo piacimento…

L’Iraq – come al Siria – ormai sembrano esistere solamente sulle mappe…di alcuni anni fa…

Per approfondire, invitiamo a leggere: L’Iran e la funzione geopolitica provvidenziale del Califfato

 

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E’ da tempo che scriviamo che l’asse filo-Assad in Siria non e’ affatto un monolite. Abbiamo chiaramente detto che, sebbene legati da numerosi interessi comuni, gli iraniani e i russi non ‘giocano’ proprio la stessa partita. Cosi come a Teheran, pur sapendo bene che l’intervento di Mosca ha salvato il potere di Assad, nessuno e’ rimasto veramente contento dell’ingresso ufficiale dei militari russi nel conflitto.

Cosa e’ accaduto ad Aleppo?

Una controprova di quanto da tempo affermiamo, arriva direttamente dalla Siria: secondo quanto riportato da siti vicini all’opposizione e da giornalisti vicini al regime (post di Kinana Allouche), il 16 giugno scorso, l’esercito siriano ha bombardato delle postazioni di Hezbollah presso Tel Al-Maysat e Al-Bureij, nell’area vicino ad Aleppo. Poco dopo, quindi, lo scontro si e’ spostato nei villaggi sciiti di Nubl e Al-Zaharaa. I bombardamenti avrebbero causato decine di morti sia tra le file di Hezbollah, che tra quelle dell’esercito lealista. Secondo quanto riporta il sito “Shaam”, quindi, la stessa aviazione russa avrebbe partecipato al conflitto interno, bombardando le postazioni di Hezbollah nelle aree intorno ad Aleppo. Aspetto interessante: al fianco di Hezbollah avrebbe combattuto anche la milizia sciita irachena,  Al-Nujaba (Memri).

Le ragioni di questo scontro, sarebbero almeno due:

  1. le forze di Hezbollah insistono nell’accettare di ricevere ordini solo da Teheran e di non considerarsi subordinati agli ufficiali dell’esercito di Assad;
  2. Hezbollah, seguendo chiaramente una direttiva iraniana, ha espresso la sua contrarietà all’idea di un cessate il fuoco ad Aleppo (cessate il fuoco annunciato dalla Russia a sorpresa).

Dietro lo scontro, le divisioni tra Mosca e Teheran

Quanto accaduto il 16 giugno ad Aleppo, ha una sola grande motivazione: la geopolitica di Mosca e quella di Teheran non coincide. Certo, a Putin interessa un rapporto privilegiato con gli iraniani, soprattutto nell’ottica del commercio di armi, ma il Presidente russo vede anche la Repubblica Islamica come un competitor pericoloso nel settore dell’Oil & Gas. Un concorrente che, ovviamente, l’Occidente ha rimesso in gioco proprio per isolare la Russia (No Pasdaran).

Ancora: anche in Medioriente e nella stessa Siria, le posizioni di Teheran e Mosca non sono identiche. L’Iran e’ intervenuto in Siria non tanto per salvare Assad, ma per rendere la Siria alawita uno “stato-puppet”, utile per espandere l’imperialismo khomeinista e per riuscire a controllare e rifornire di armi e soldi Hezbollah in Libano. Per questo, il debole Bashar al Assad ha sempre rappresentanto una linea rossa per Teheran: un leader ormai privo di potere, da maneggiare a piacere dei Pasdaran.

Per Putin la storia e’ differente: la Russia – da trent’anni in Siria – ha bisogno di mantenere in vita la Siria alawita non tanto per farne una provincia russa, ma per garantire alla Marina basi militari come quella di Tartus, vitali per permettere a Mosca di accedere ai “mari caldi”. Per questo, per il Presidente russo, Assad non e’ una linea rossa, cosi come non lo e’ la firma di accordi con l’opposizione se convenienti all’interesse principale.

Infine, per l’Iran la Siria deve rappresentare una grande “base militare” da cui poter attaccare Israele (via Hezbollah) quando e se necessario. Israele, per la Repubblica Islamica, rappresenta infatti quel “nemico esterno necessario”, funzionale al potere interno dei Mullah, basato sull’idea che il mondo esterno sia fatto di complotti anti-islamici e anti-Teheran. Per Mosca, al contrario, Israele e’ divenuto un interlocutore di primo piano, con cui si possono stringere accordi politici, militari e soprattutto commerciali. Senza contare che, al contrario degli iraniani, gli israeliani non sembrano intenzionati a mettere in atto una politica energetica provocatoria nei confronti dei russi.

Tutto questo senza dimenticare l’Arabia Saudita, per l’Iran un vero nemico, ma considerata dalla Russia un partner importante nel Golfo e soprattutto nel mondo sunnita. Non va dimenticato, infatti, che la Russia ha un rilevante problema di radicalismo islamico al suo interno, ideologicamente legato al salafismo wahhabita. Per Putin quindi, oltre alle armi, il dialogo con gli al-Saud rimane una priorità.

Il Meeting Tripartito di Teheran…un fallimento?

La scorsa settimana l’Iran ha dato grande risalto ad un incontro – avvenuto a Teheran – tra i Ministri della Difesa dell’Iran, della Russia e della Siria. Nonostante i sorrisi e messaggi pubblici, l’incontro “tripartito” sembra essere stato un fallimento. Gli iraniani hanno fatto sapere ai russi di non essere felici della loro disponibilità a stringere patti con l’opposizione siriana, mentre da Mosca e’ stato messo in chiaro che Putin non ha alcuna volta di approfondire la campagna militare ad Aleppo o di iniziarne una più importante direttamente nella tana dell’Isis, a Raqqa (Asia Times).

Considerando che tutte le notizie che arrivano sugli scontri – militari e politici – del fronte pro Assad sono frammentati, e’ impossibile fare una disamina definitiva. Nonostate tutto, sembra chiaro che non si tratta di un “blocco unico” e che questo “Triple-Entente”, potrebbe anche implodere dal suo stesso interno…