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Il Ministero dell’Interno egiziano, ha rivelato di aver scoperto e arrestato una cellula terrorista legata alla Fratellanza Mussulmana. La cellula era composta da 13 individui, i cui obiettivi erano quelli di compiere attentati nel Paese, non solo contro istituzioni nazionali, ma anche contro luoghi di culto cristiani. 

Nei covi usati dai terroristi, sono state trovate armi ed esplosivi di fabbricazione iraniana. Una nuova conferma delle strette relazioni tra il regime di Teheran e la Fratellanza Mussulmana (ricordiamo la famosa visita di Ahmadinejad in Egitto, durante la deleteria Presidenza di Morsi).

Non solo: qualche giorno fa Isis ha pubblicato un video in cui mostrava dei cecchini colpire dei soldati egiziani, nella Penisola del Sinai. Il terroristi di Isis, in quel video, usavano fucili di precisione AM50, già usati dai ribelli Houthi in Yemen.

Si tratta dell’ennesima prova del ruolo eversivo del regime iraniano nella regione Mediorientale – e non solo…Tra le altre cose, osservatori egiziani hanno denunciato il ruolo dei Pasdaran iraniani nel traffico di armi che avviene, per mezzo di tunnel, tra la Penisola del Sinai e la Striscia di Gaza.

Un traffico che vede protagonisti anche i terroristi libanesi di Hezbollah: il caso esemplare fu quello di Sami Shihad, operativo dell’Unita’ 1800 di Hezbollah, arrestato in Egitto nel 2009 per aver trafficato armi tra Iran, Sudan, Penisola del Sinai e Gaza. Sami Shihad riusci a scappare dalle prigioni egiziani e arrivare liberamente a Beirut, per riapparire in pubblico ad una manifestazione di Hezbollah nel 2011. La cosa, risulta meno incredibile se si pensa che, nel 2013, la procura egiziana apri’ una indagine contro Mohammed Morsi, per aver passato informazioni relative alla sicurezza dello stato non solo a Hamas, ma anche ad Hezbollah.

Il chiaro obiettivo di Teheran e’ quello di avere, anche in Egitto, cellule terroriste pronte ad agire – quando richiesto – per fomentare instabilità nel Paese e conseguenti proteste anti Governative. 

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Impressionante! Solo questa parola merita di essere usata per descrivere il mare di commenti assurdi, seguiti ai criminali fatti di Parigi. Tra le altre cose, e’ stato detto dall’ex Ministro degli Esteri D’Alema, che la politica europea verso Hezbollah e’ stata un errore e che con il Partito di Dio libanese bisogna trattare. Abbiamo sentito, quindi, l’europarlamentare Gianni Pittella, a capo del gruppo socialista, parlare della necessita’ di creare un alleanza con Russia e Iran (Unita’.tv).

E’ questa la strada giusta per eliminare Isis? E’ questa la via per convincere i potenziali futuri jihadisti europei ad abbandonare il loro amore per lo Stato Islamico? Beh, se qualcuno la pensa veramente cosi, allora e’ bene che si abitui – ancora di più – a vivere nel conflitto. Perché, di tante possibili opzioni, quella di una alleanza presenziale fra Occidente e Islam sciita, e’ il primo passo verso il successo pieno di Isis. Un primo passo che lo Stato Islamico spera e attende e grazie al quale riuscirà ad aumentare esponenzialmente il successo del suo pazzo proselitismo.

Perché? Perché qualcuno dovrebbe credere a quanto affermato in precedenza? Per due ordini di motivi: 1- un motivo religioso; 2- un motivo storico. Partiamo dalla prima ragione, quella più semplice da spiegare, ovvero la religione. Non lo scopriamo noi, ma e’ cosa ben nota, che Islam Sunnita e Sciita hanno ormai preso due strade totalmente separate. Peggio, dalla nascita del Wahhabismo, Fratellanza Mussulmana e dell’Iran Khomeinista, l’Islam si e’ sempre di più trasformato in Islamismo, rendendo i due opposti politicamente simili, ma totalmente e radicalmente antagonisti. Pensare di risolvere il problema dello Stato Islamico, della sua attrazione verso i fanatici della Salafya in Occidente, e’ davvero privo di senso. Al contrario: maggiormente l’Occidente virerà verso un potenziamento dell’Islam sciita Khomeinista – e ribadiamo la parola Khomeinista – maggiormente il numero di adepti al Califfato aumenterà. Non solo: insieme all’antagonismo dei potenziali jihadisti, ci sara’ quello delle petromonarchie del Golfo, prima fra tutti l’Arabia Saudita. Ogni soluzione diplomatica delle varie crisi mediorientali, quindi, sara’ fragile e probabilmente di breve periodo.

Per quanto concerne la ragione storica, vogliamo evitare di addentrarci negli effetti della rivoluzione islamica del 1979 in Iran. Preferiamo concentrarci, unicamente, sull’attualità contemporanea. Il conflitto tra Sciiti e Sunniti non nasce certo con la guerra siriana. In Siria, pero’, trova una nuova ragione di essere. Peggio: trova la ragione per eccellenza. Purtroppo, grazie al maledetto Califfato e alle incapacità dei sostenitori dell’opposizione laica, la storia della rivoluzione siriana e’ stata ormai capovolta dai protettori di Assad. Cosi, e’ stato dimenticato che se siamo arrivati a questo punto, se gli islamisti sunniti hanno trovato terreno fertile in Siria, e’ stato grazie al macellaio Assad e alle repressioni compiute con il sostegno dell’Iran e di Hezbollah. E‘ stato Teheran ad ordinare ai miliziani sciiti libanesi di entrare nel conflitto siriano, un ordine che ha scatenato ovviamente la reazione del mondo sunnita. E’ stato l’Iran a non permettere la fine del regime di Bashar al Assad, quando ancora la Siria aveva una opposizione credibile e non legata al terrorismo internazionale. Peggio, e’ stato il regime di Bashar al Assad a fomentare la nascita del Califfato, liberando nell’Ottobre del 2011 centinaia di islamisti arrestati dalle prigioni del regime (Newsweek). Un fatto ben noto, spesso volontariamente dimenticato, che aveva come scopo quello di delegittimare l’opposizione siriana (The National). Un progetto sicuramente riuscito, ma sfuggito di mano allo stesso regime. Un regime, quello di Assad, che non si e’ fatto problemi ad evitare volontariamente di bombardare le postazioni di Daesh e che, proprio dai jihadisti di al Baghdadi, ha fatto numerosi affari economici (No Pasdaran).

Spostandoci dalla Siria all’Iraq, anche in questo caso, le conseguenze dell’infiltrazione iraniana nel Paese sono palesi. Dopo il ritiro americano dall’Iraq, infatti, il governo filo-iraniano dell’ex premier al Maliki, ha volontariamente interrotto il sostegno ai Comitati del Risveglio, non rispondendo alle richieste di armamenti fatte dalle tribù sunnite, all’inizio della nuova penetrazione dei miliziani dello Stato Islamico in Iraq. L’attuale Isis – grazie anche ad ex comandanti di Saddam Hussein – nasce in Iraq nel 2006. Quando gli americani si ritirano da Baghdad, pero’, i jihadisti sunniti sono quasi sconfitti, grazie alla politica impressa dal Generale Petraeus e volta a recuperare il ruolo dei sunniti all’interno del Paese. Sotto ordine di Teheran, purtroppo, al Maliki cancella tutto quanto. Svuota di potere i sunniti e i curdi, generando il loro profondo malcontento. Non solo: depotenzia l’esercito iracheno e riempie il Paese di milizie sciiti al servizio di Qassem Soleimani. E’ in questo clima che, dopo essere penetrato nell’anarchia siriana come un cancro, i jihadisti sunniti di al Baghdadi ritornano in Iraq e conquistano Musul nel 2014. Lo fanno quasi senza combattere, con un esercito iracheno in rotta e quasi tutte le tribù sunnite pronte a giurare fedeltà al Califfo per combattere l’infiltrazione di Teheran.

In conclusione: pensare di eliminare lo Stato Islamico con una alleanza preferenziale con la Repubblica Islamica dell’Iran e Hezbollah, non e’ solo sbagliato, ma anche masochista. Sara’ il primo passo verso il baratro e verso il passaggio dello Stato Islamico da un processo di insediamento ad uno di consolidamento. Aprite gli occhi finché siete in tempo!

Milizie Sciite in Iraq, Fonte: Orsam

Milizie Sciite in Iraq, Fonte: Orsam

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Nervana Mahmoud, famosa blogger egiziana, non ci gira intorno: l’accordo nucleare con l’Iran, rappresenta un potenziale “bacio mortale” per le prospettive di pluralismo democratico in tutto il Medioriente. Grazie a questo accordo, infatti, i rappresentanti illiberali nell’Islam – sia sciiti che sunniti – riceveranno un enorme incoraggiamento. In seguito a questo accordo “il Presidente americano Obama sara’ ricordato dai libri di storia come colui che ha abbracciato i nemici del liberalismo in Medioriente” (Ahram).

Nel suo articolo, Nervana ricorda anche di aver visitato personalmente la Repubblica Islamica qualche anno fa. In Iran, a sua sorpresa, la blogger egiziana trovo’ una società vibrante, con una gioventù carica di valori liberali e voglia di democrazia. “Questi ragazzi” – sottolinea Nervana – “potranno anche celebrare oggi l’alleggerimento delle sanzioni e la fine dell’isolamento, ma e’ assai difficile che l’accordo nucleare sanerà il divario esistente tra loro e i governanti teocratici“. Per i Mullah, infatti, l’accordo nucleare rappresenta unicamente il riconoscimento che, per l’Occidente, il modello teocratico anti-modernista e’ un modello di un successo. 

Non solo: anche per quanto concerne le speranze di vedere l’Iran cambiare il suo atteggiamento aggressivo, secondo la blogger egiziana, si tratta solamente di una grande illusione. In una fase in cui e’ in corso una vera e propria guerra settaria in diversi Paesi Arabi, un Iran più forte determinerà unicamente l’avvio di processi imitativi, rafforzando gruppi e movimenti politici anti-democratici e teocratici.  L’ingerenza iraniana in Libano, Iraq, Siria e Yemen, causerà l’arrivo al potere di forze concorrenti, anche loro ispirate all’Islamismo politico. Dal 1979, infatti, l’Islamismo sunnita ha imparato una sola lezione dall’Iran: “Yes we can“, uno slogan scandito dagli islamisti ben prima della vittoria elettorale di Obama nel 2008. L’Islamismo Arabo vede nell’Iran teocratico un modello capace di realizzare i loro sogni di dominio della società mussulmana. Il nuovo accordo nucleare, quindi, non farà che rafforzare questo terribile obiettivo. 

La Siria, per la blogger Nirvana Mahmoud, sara’ il primo Paese a pagare il prezzo dell’Iran Deal. Il Paese resterà imprigionato nella guerra settaria tra sciiti e sunniti, guidata da forze radicali, anti-democratiche e spietate. Nello stesso Egitto – ove ne la rimozione di Mubarak e ne la fine del regime di Morsi hanno prodotto una democrazia liberale – una parte dei Fratelli Mussulmani ha cominciato a guardare con interesse al modello iraniano, nonostante il forte antagonismo con gli sciiti. Parte dei Fratelli Mussulmani, infatti, ritiene che il fallimento di Morsi e’ stato direttamente causato dalla sua “riluttanza a portare avanti una politica rivoluzionaria”. In questo contesto, la violenza imposta dai Mullah dopo il 1979 contro le opposizioni, viene vista come un “modello”. Dall’altra parte, gli stessi sostenitori del Presidente al-Sisi, useranno l’Iran come pretesto per giustificare repressioni contro le opposizioni, coprendo le loro azioni dietro al fatto che, un Occidente che legittima il regime iraniano dopo 36 anni di violenza, non ha il potere morale di giudicare l’Egitto.

Il durissimo op-ed di Nervana Mahmoud si conclude ricordando il discorso tenuto da Obama al Cairo nel 2009. Un discorso in cui il Presidente americano parlo’ di tolleranza, rispetto per le minoranze, libertà di religione e diritto a godere di una reale democrazia. L’accordo nucleare con l’Iran va esattamente dalla parte opposta rispetto a questi nobili obiettivi. Iran Deal, infatti, legittima un regime che abusa quotidianamente dei diritti umani e che prende in giro l’intera Comunità Interazionale. I suoi effetti collaterali, ovviamente, non potranno che essere estremamente drammaticamente negativi e pericolosi.

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khamenei tweet

Bernard Lewis, grande esperto di Medioriente, ha scritto un libro dal titolo magistrale: “il linguaggio politico dell’Islam”. Un libro stampato e ristampato ma, purtroppo, poco tenuto a mente. Quando un importante leader politico islamico parla, scrive o pubblica idee sui social, un buon analista dovrebbe essere attento alle parole che vengono usate. Questa affermazione e’ particolarmente vera quando si parla della Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei. Ecco quindi che, tutti i tweet pubblicati sugli account (in farsi e in inglese) devono essere letti attentamente e, ove necessario, compresi profondamente. In questi ultimi giorni, quindi, Khamenei ha pubblicato una serie di tweet sul risveglio islamico – in Occidente noto come le “Primavere Arabe” – e sul futuro del Medioriente. I suoi tweet, si badi bene, erano direttamente ricollegati ad alcuni discorsi rilasciati dalla Guida Suprema nelle stesse ore.

Vogliamo sottolineare due tweet in particolare che, secondo la nostra analisi, devono essere tenuti a mente dall’Occidente, perché potrebbero avere delle conseguenze dirette sulla stabilita’ dell’intera regione Mediorientale. Poco prima delle celebrazioni dell’Eid al Mab’ath – la proclamazione di Maometto a Profeta – Khamenei ha pubblicato questo tweet: gli arroganti hanno temporaneamente soppresso il Risveglio Islamico, ma non potranno sopprimerlo per lungo tempo. La grande potenza islamica non può essere trascurata. Abbiamo volontariamente colorato in rosso la parola “arroganti”, perché in questo termine sta tutto il significato del messaggio di Khamenei.

Il vero significato dell'”arroganza” nel pensiero dell’Islam radicale

Per capire di cosa parliamo dobbiamo ritornare all’inizio del 1900 e, paradossalmente, andare a ricercare il pensiero di un ideologo dell’islamismo radicale sunnita: Sayyid Qutb. Dopo Al Banna – fondatore dei Fratelli Mussulmani – Sayyid Qutb e’ considerato l’ideologo principale della salafia, colui che probabilmente influenzato maggiormente il pensiero dell’Islam radicale. Per sommi capi, Qutb divideva il mondo in due sfere: una sfera rappresentante un “Islam dei veri credenti” (rappresentante il Partito di Dio), e una sfera rappresentante la jahiliyya, ovvero il mondo dell’ignoranza (il Partito di Satana). Si badi bene, pero’: nel pensiero di Qutb, il termine “ignoranza” ha lo stesso significato di “arroganza”. Come sottolinea William E. Shepard – autore del saggio “la dottrina della jahiliyya nel pensiero di Sayyed Qutb” – nel Corano la parola jahiliyya non compare mai con come semplice ignoranza. Al contrario, nel Corano il termine ignoranza compare sempre collegato ad una forte ostilita’ e aggressivita’ di coloro che portano avanti un pensiero pagano e anti islamico (esempio: “la fiera arroganza della jahiliyya“, Corano 48:26).

Da questa interpretazione del concetto di jahiliyya, quindi, si arriva al passo successivo del pensiero radicale di Qutb: se l’ignoranza indica un senso di aggressività da parte del pagano, da ciò deriva anche il dovere del mussulmano di portare avanti un jihad offensivo, inteso come un dovere del fedele di eliminare coloro che si oppongono all’affermazione della vera fede. Tra i nemici da eliminare, quindi, Qutb non individuava solamente i pagani Occidentali, ma anche tutti i leader arabi che non si conformavano al vero pensiero islamico

Ali Khamenei, il traduttore Persiano di Sayyid Qutb

Ali Khamenei e’ un grande conoscitore di tutto il pensiero di Sayyid Qutb, tanto da aver tradotto le opere del pensatore radicale sunnita in Farsi. Non e’ un caso, tra l’altro, che nonostante la divisione tra Sciiti e Sunniti, proprio l’Iran Khomeinista abbia da sempre tentato di avere (non sempre con successo) stretti legami con la Fratellanza Islamica. Come spesso accade, il pensiero estremista – pur nascendo da “ideologie diverse” – trova alla fine un punto di congiunzione. Ecco allora che il tweet di Khamenei sull'”arroganza” di coloro che vogliono sopprimere il risveglio islamico, acquista un significato diverso e drammaticoUn significato che dovrebbe far tremare tutti coloro che hanno a cuore la stabilita’ del Medioriente, soprattutto se lo si ricollega a questo altro tweet pubblicato, il 17 maggio, da Khamenei:

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Nello stesso giorno in cui, parlando davanti a diversi membri dell’establishment iraniano, Khamenei indicava nell’America la creatrice di Isis e nell’Occidente il primo nemico (perché creatore di una conoscenza artefatta), la Guida Suprema iraniana individuava le prime aree dove il risveglio islamico non poteva essere soppresso. Mentre i media internazionali si sono focalizzati sulle parole di Khamenei sullo Yemen, sul Bahrain e sulla Palestina, pochi hanno fatto attenzione al tweet di Khamenei sull’Egitto. Il significato di questo tweet e’ chiaro: il regime di al Sisi e’ parte della jahiliyya, ovvero quel Partito di Satana che si oppone al vero Islam. Per questo, messaggio indiretto contenuto nel tweet, in questo Paese in jihad offensivo e’ giusto e giustificato.

Concludendo, quindi, consigliamo a chi materialmente in Occidente e’ protagonista della vita quotidiana delle relazioni internazionali – e soprattutto chi ha a cuore la stabilita’ del Medioriente – di fare molta attenzione alla chiamata al jihad di Ali Khamenei. Una attenzione particolarmente alta, perciò, andrebbe dedicata allo Yemen, la porta dell’Iran per infiltrare il Sinai – usando i terroristi di Hamas e le bande beduine – per destabilizzare tutto l’Egitto. Un Egitto ritornato ad essere il fulcro dello svilupppo positivo del pensiero islamico, soprattutto dopo il coraggioso discorso di al Sisi ad Al Ahzar.

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La crisi in Yemen e’ sempre più grave. Sostenuti dal regime iraniano, la minoraza Houthi ha rovesciato il Governo centrale e occupato la capitale Sanaa. La crisi ha innescato uno scontro settario con la maggioranza sunnita, guidata dal Presidente Abd Rabbo Mansour Hadi. Grazie alle armi arrivate da Teheran, quindi, gli Houthi stanno concentrando la loro attività armata contro il Sud del Paese, in particolare nell’area di Aden. Hadi, come riportano i giornali, ha chiesto una azione del Consiglio di Cooperazione del Golfo, al fine di stabilire una no fly zone capace di fermare l’avanzata delle milizie ribelli. Il Ministro degli Esteri saudita al Faisal, da parte sua, ha denunciato l’aggressività iraniana e affermato che la Repubblica Islamica non merita la firma di alcun accordo sul nucleare. Un tale accordo, infatti, legittimerebbe unicamente la politica aggressiva dei Pasdaran.

Il controllo dello Yemen, come abbiamo già scritto, e’ parte della politica del regime iraniano per estendere l’impero Khomeinista. La natura della Velayat-e Faqih, da sempre sottovalutata dall’Occidente, e’ quella di estendere le idee fondamentaliste dell’Ayatollah Khomeini, un principio “rivoluzionario” su cui si basa la sopravvivenza stessa del potere dei Mullah. Senza il principio di “esportazione della rivoluzione” infatti, l’Iran entrerebbe in una normalità diplomatiche che – considerando le caratteristiche della popolazione iraniana – determinerebbe il crollo del regime stesso in pochi anni. Nonostante tutto, insieme al fondamentale aspetto ideologico, ci sono anche calcoli prettamente razionali che guidano la politica iraniana nello Yemen.

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Il primo ragionamento razionale e materiale che guida l’aggressività di Teheran, e’ legato al controllo dello Stretto di Bab el Mandeb: si tratta di una intersezione strategica tra l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo. Attraverso questo Stretto, infatti, si controlla il fondamentale ingresso verso il Mar Rosso, motivo per il quale la crisi Yemenita preoccupa drammaticamente anche il Governo del Presidente al Sisi in Egitto. L’Iran, come noto, tento’ di infiltrare agenti Pasdaran in Egitto durante la Presidenza Morsi, tanto che una delle accuse contro l’ex Presidente salafita e’ proprio quella di essere stato in contatto con l’intelligence iraniana. Al Sisi teme concretamente che il, tramite il controllo dello Stretto di Babd el Mandeb, Teheran metta in atto una politica di destabilizzazione dell’Egitto, usando il territorio del Sudan e la Penisola del Sinai per finanziare le milizie beduine e i terroristi legati alla Fratellanza Mussulmana (Hamas compreso).

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Non e; un caso, quindi, che al Sisi abbia deciso di invitare il Presidente dello Yemen Hadi al Summit Arabo previsto a Sharm El-Shiekh il 28 e il 29 marzo. Cio’ senza dimenticare, ovviamente, quanto lo Stetto di Bab el Mandeb sia importante per quanto concerne il traffico petrolifero: circa 3,8 milioni di barili al giorno passano per questo Stretto verso il Canale di Suez, per raggiungere il Medioriente, l’Europa e gli Stati Uniti. Chi controlla quell’area, infatti, controlla praticamente il petrolio che raggiunge l’oleodotto egiziano SUMED, che dal terminale di Ain Sukhna raggiunge Alessandria e porta poi il petrolio verso l’Europa. Se l’Iran riuscisse a mettere le mani definitivamente sullo Yemen, quindi, avrebbe il controllo diretto e indiretto dello Stretto di Hormuz e dello Stretto di Bab el Mandeb, due arterie vitali per la stabilita’ della geopolitica Mediorientale e internazionale.

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Gli interessi del regime iraniano nello Yemen, pero’, non si fermano allo Stretto di Bab el Mandeb. Come la cartina fa vedere, lo Yemen si trova proprio davanti alla Somalia, un territorio giudicato da tempo un failed State, in cui a farla da padrone sono le milizie armate. L’instabilita’ somala, e il mercato nero che governa il Paese, e’ funzionale agli interessi iraniani, particolarmente al programma nucleare del regime. In Somalia, pochi lo sanno, sono presenti delle riserve di uranio assai importanti. Gia’ nel 2006, Teheran tento’ di ottenere dalla Somalia uranio in cambio di armi per le milizie locali (il tentativo venne denunciato dalle Nazioni Unite stesse). Tra le altre cose, sempre nel 2006, oltre 700 combattenti somali vennero inviati in Libano per combattere al fianco dei terroristi di Hezbollah. Il report ONU denuncio’ anche le commistioni tra il regime iraniano e i terroristi di al Qaeda, in particolare il sostegno al terrorista qaedista  Saif al-Adel. Nel 2013, quindi, una nave carica di armi iraniane venne intercettata dalle autorità yemenite. Lo Yemen, quindi, denuncio’ che la nave era attraccata in Somalia, prima di provare a raggiungere le milizie sciite nello Yemen.

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell'Agenzia Atomica Iraniana, con l'ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Ali Akbar Salehi, oggi capo dell’Agenzia Atomica Iraniana, con l’ex Primo Ministro Somalo Abdiweli Mohamed Ali

Depositi di uranio sono stati trovati in Somalia sin dagli anni ’70, ed ultimamente importanti riserve sono state scoperte presso la Regione Autonoma somala di Gal-Mudug. Ad oggi, le riserve di uranio somale sono mal sfruttate, soprattutto in considerazione della mancanza di una infrastruttura industriale per lo sviluppo. Nonostante tutto, come suddetto, la Somalia e’ dominata da un mercato illecito che, chiaramente, presenta un terreno fertile per l’infiltrazione di attori interessati a favorire il commercio illecito. Grazie al controllo dello Yemen, quindi, il regime iraniano non soltanto minaccia direttamente la stabilita’ regionale e gli approvvigionamenti energetici Occidentali, ma potrebbe anche mettere in atto una azione per proseguire, clandestinamente, il suo programma nucleare militare, sfruttando l’accordo con il 5+1 e il clima di appeasement internazionale.

Speriamo solo che qualcuno si svegli…prima che sia troppo tardi…

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In queste ore brutte notizie per la pace in Medioriente arrivano dal Qatar: pochi giorni fa, infatti, il leader di Hamas a Doha, Khaled Meshaal, ha incontrato il vice Ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian. In agenda, ufficialmente, c’era la questione siriana, tema in passato di scontro tra il movimento terrorista sunnita e gli Ayatollah sciiti. Il vero nodo della questione, però, era la rinascita dell’alleanza fra Hamas e l’Iran. L’incontro sembra essere andato molto bene, tanto che Meshaal – incredibilmente – ha anche elogiato la posizione dell’Iran sulla questione siriana e il sostegno di Bashar al Assad ai palestinesi (senza però menzionare gli attacchi contro il campo profughi di Yarmuk…). C’è di piu’: il leader di Hamas a Gaza, Ismail Haniyeh è arrivato domenica a Teheran per prendere parte ad una una conferenza sui media. Si è trattato della terza visita in Iran del rappresentante palestinese dal 2007 ad oggi.

Si badi bene: nonostante le notizie diffuse solo in questi giorni, i recenti incontri tra i rappresentanti di Hamas e l’Iran fanno parte di una strategia pianificata da mesi. Dietro questa strategia, per la cronaca, si muove la diplomazia del Qatar. Dopo aver sostenuto con forza la resistenza siriana finanziando i Fratelli Mussulmani, Doha ha dovuto incassare una sonora sconfitta con la fine del regime di Morsi in Egitto. La debacle de Il Cairo, ha avuto effetti diretti sul conflitto siriano, determinando un cambiamento radicale della politica estera del Qatar. Come noto, a Doha il potere è passato nelle mani dell’emiro Sheikh Tamim bin Hamad bin Khalifa Al ThaniIl nuovo emiro ha scelto un profilo pubblico piu’ basso, puntando segretamente alla ricostruzione del fronte anti saudita, in stretta convergenza con l’Iran. In questa ottica, quindi, il ritorno di Hamas ad una alleanza strategica con Teheran era fondamentale.

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All’interno di Gaza, l’uomo ombra di questo riavvicinamento è stato Ramadan Abdullah Shalah, segretario della Jihad Islamica, gruppo terrorista sunnita, da sempre agli ordini della Repubblica Islamica. Nel marzo scorso, a tal proposito, Shalah ha visitato il Qatar, incontrando Khaled Meshaal e l’emiro Tamim. Al centro della sua visita,  tra le altre cose, c’era anche la creazione di un nuovo network mediatico agli ordini del Qatar: si tratta di un nuovo canale satellitare, con base a Londra, che prenderà il nome di Al Arabi al Jadeeed (Il Nuovo Arabo). Solo poche settimane prima la visita di Shalah in Qatar, Ali Boroujerd – membro della Commissione Sicurezza Nazionale e Politica Estera del Parlamento iraniano – aveva sottolineato che le relazioni tra Hamas e l’Iran non erano state interrotte.

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La momentanea riconciliazione tra Hamas e Fatah, chiaramente, ha accellerato l’accordo con Teheran. La Repubblica Islamica, infatti, vuole la sua parte nuovo governo palestinese e ha già da tempo messo le mani su alcuni rappresentanti al servizio di Abu Mazen, quali Jibril Rajoub, membro del Comitato Centrale di Fatah e uomo potente in Cisgiordania. Grazie alla riconciliazione con Hamas, quindi, gli Ayatollah potranno riprendere il controllo della Striscia di Gaza e ricostruire nuovamente il cosiddetto asse della resistenza (Iran-Siria-Hezbollah-Hamas). Una vera spina nel fianco, non soltanto per lo stranoto “nemico sionista”, ma anche e soprattutto per Al Sisi, intenzionato a riportare l’Egitto sunnita al centro della politica mediorientale. A tal proposito, va ricordato che una della accuse contro l’ex Presidente Morsi, è proprio quella di aver passato informazioni segrete all’Iran, durante il periodo di Ahmadinejad.

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Hamas è, come noto, una organizzazione terrorista palestinese, attiva principalmente nella Striscia di Gaza. In questo periodo, particolarmente nei media occidentali, si è spesso parlato delle divergenze tra il movimento palestinese e il regime iraniano, divisioni derivate dalla crisi siriana. Poco, invece, viene scritto sul recente ritorno di Hamas tra le braccia di Teheran e sul ruolo che i terroristi palestinesi hanno avuto nella recente crisi egiziana.

Hamas – acronimo di “Movimento Islamico di Resistenza” – nasce nel 1987 ed è oggi riconosciuta come una organizzazione terrorista praticamente da tutto il mondo. Da sempre finanziato e armato dall’Iran, il movimento palestinese ha avuto – come suddetto – un periodo di crisi con la Repubblica Islamica derivato dalla posizione presa da uno dei suoi leader, in merito alla crisi in Siria. Khaled Meshaal, presidente dell’Ufficio Politico, ha scelto infatti di condannare il regime di Bashar al-Assad, di lasciare il suo “esilio dorato” di Damasco e di rifuguarsi a Doha. La scelta di Meshaal, però, ha spaccato l’organizzazione terrorista, tanto che la leadership di Hamas a Gaza – guidata da Ismail Haniyeh e Mahmoud Al-Zahar – ha deciso di seguire una linea diversa e di riavvicinarsi a Teheran.

Recentemente, quindi, esponenti di Hamas provenienti da Gaza si sono incontrati con rappresentanti iraniani sia a Teheran che a Beirut. Tra gli argomenti trattati durante gli incontri, oltre la Siria e Israele, c’è stato pare anche il tema egiziano, soprattutto dopo il siluramento di Mohammad Morsi. Gli Ayatollah, tra le altre cose, avrebbero chiesto ai terroristi di Hamas di svolgere un ruolo centrale nel sostenere i Fratelli Mussulmani egiziani, promuovendo l’instabilità in tutto l’Egitto e particolarmente nella regione del Sinai. Non stupisce, quindi, che in occasione dell’incontro tra Abu Mazen e il Generale egiziano al-Sisi, il Presidente l’Autorità Nazionale Palestinese ha presentato alla controparte egiziana una serie di prove tangibili che dimostrano il ruolo avuto da Hamas negli attacchi contro il territorio egiziano.

In realtà, niente di nuovo “sul fronte orientale”. In questi ultimi due anni, infatti, la leadership di Hamas a Gaza ha interferito direttamente nella politica interna egiziana e ha anche lavorato, fallendo, nella creazione di una special relationship tra il regime iraniano e quello di Mohammad Morsi in Egitto, Non è un caso, quindi, che durante la Presidente Morsi, il negazionista Ahmadinejad ha visitato il Cairo, ricambiato a sua volta da una visita del leader dei Fratelli Mussulmani a Teheran (video sotto).

L’interferenza di Hamas nella politica egiziana che è costata agli egiziani la perdina di numerose vite. Con lo scoppio della crisi egiziana nel 2011 e la fine del potere di Mubarak, infatti, i militanti di Hamas entrarono immediatamente nel Sinai in supporto ai Fratelli Mussulmani. Secondo la magistratura egiziana, quindi, terroristi di Hamas presero parte all’attacco contro le carceri egiziane, contribuendo alla liberazione di centinaia di estremisti islamici, tra cui l’ex Presidente Morsi, detenuto nel carcere di Wadi al-Natroun.

Terroristi di Hamas, quindi, si resero responsabile dell’attentato compiuto contro i militari egiziani presso il checkpoint di Rafah il 5 Agosto del 2012. Nell’attacco morirono 16 militari egiziani. In una serie di articoli pubblicati nel marzo del 2013, il settimanale egiziano Al-Ahram al-Arabi diffuse i nomi dei responsabili di Hamas colpevoli di aver organizzato e compiuto l’attacco, tra loro c’erano comandanti di primo piano come Ayman Nofal, Muhammad Abu Shamala e Ra’ed Al-Attar. Non solo: sempre secondo la stampa egiziana, fu Hamas ha pianificare la campagna di rapimenti dei militari e poliziotti egiziani, allo scopo di colpire direttamente la credibilita delle forze armate dell’Egitto. Non è un caso, perciò, che dopo il siluramento del Maresciallo Tantawi da Ministro della Difesa, l’editorialista egiziano Magdi Saber scrisse sulle pagine del quotidiano Al-Wafd che “non c’era dubbio sul fatto che il Governo di Morsi avesse relazioni strette con Hamas” e che i Fratelli Mussulmani avevano usato l’instabilità perenne in Egitto per togliere il potere all’esercito e controllare totalmente il Paese.

Copertina del settimanale Al-Ahram al-Arabi con i nomi dei terroristi di Hamas responsabili del massacro di Rafah

Copertina del settimanale Al-Ahram al-Arabi con i nomi dei terroristi di Hamas responsabili del massacro di Rafah, Agosto 2012

Purtroppo non basta. Secondo la stampa egiziana, Hamas non soltanto avrebbe contribuito ad aiutare Morsi ad estremettere dal potere Tantawi, ma avrebbe partecipato direttamente alla repressione delle proteste contro il Governo dei Fratelli Mussulmani. Nel marzo del 2013, lo ricordiamo, il giornale al-Dustour pubblicò un documento segreto in cui era possibile leggere che Hamas aveva ricevuto 250 millioni di dollari dal Qatar per inviare, nel gennaio del 2013. ben 7000 terroristi contro i dimostranti anti-Morsi, accampati davanti al palazzo presidenziale nel gennaio del 2013.

Il documento che rivela il ruolo di Hamas nella repressione delle manifestazioni anti-Morsi, nel gennaio 2013

Il documento che rivela il ruolo di Hamas nella repressione delle manifestazioni anti-Morsi, nel gennaio 2013

Hamas ha usato soprattutto i tunnel tra il valico di Rafah e la Striscia di Gaza per minare la sicurezza dell’Egitto. Attraverso i tunnel, infatti, i terroristi islamici hanno fatto entrare a Gaza non soltanto armamenti, ma anche altro materiale, come le divise dei militari e dei poliziotti egiziani. Il fenomeno fu talmente drammatico, che constrinse l’esercito egiziano a cambiare addirittura le uniformi del Terzo Corpo di Armata nel Sinai.

Le nuove divise dell'esecito egiziano pubblicate sul settimanale Al Ahram.

Le nuove divise dell’esecito egiziano pubblicate sul settimanale Al Ahram.

Concludendo, la stampa egiziana ha passato mesi a denunciare la pericolosità dei terroristi di Hamas. Con le loro azioni, infatti, i terroristi palestinesi non soltanto hanno contribuito alla liberazione di centinaia di estremisti islamici, ma hanno anche rischiato di trascinare l’Egitto in una drammatica guerra civile, al solo scopo di islamizzare il Paese. L’Occidente, come spesso accade ultimamente, ha chiuso gli occhi, applaudendo all’estremista Morsi e al riavvicinamento tra Il Cairo e Teheran. Per fortuna, il tempo ha impedito il compimento di quest’alleanza contro la Cività.

Purtroppo, come sappiamo, i manifestanti pro-Morsi, stanno cercando ancora di minare la stabilità egiziana, con la benedizione degli Ayatollah iraniani. Hamas sta giocando un ruolo centrale in questa battaglia: il 9 agosto scorso, un drone (pare israeliano) ha distrutto un laciamissili di Hamas dislocato nel Sinai, capace di lanciare contemporanemante quattro missili Fajar-5, di fabbricazione iraniana, contemporaneamente.

Speriamo solo che, quando la diplomazia internazionale aprirà gli occhi sulla vera natura del regime di Rohani e dei suoi alleati, per l’intero Medioriente ci sia ancora tempo per proteggere quegli spazi di libertà guadagnati con il sangue di centinaia di innocenti civili.

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