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Il regime iraniano ha preso in queste ore una decisione folle, quanto significativa: ha deciso di inserire nella lista delle sanzioni un prestioso think tank americano, il Foundation of Defense Democracies (FDD).

L’FDD, dove lavora anche l’italiano Ottolenghi, si e’ distinto in questi anni per la lucidita’ delle sue analisi sulla Repubblica Islamica, non asservite alla narrativa iraniana, raccontando una verita’ alternativa a quella che diversi think tank occidentali, ormai proni a Teheran in cambio di una conferenza alla presenza di Zarif o del suo vice Araghchi.

Secondo il folle comunicato del Ministero degli Esteri iraniano, le misure contro l’FDD e il suo Direttore Mark Dubowitz, sono state approvate perche’ il think tank viene direttamente considerato responsabile delle sanzioni americane approvate dall’Amministrazione Trump contro Teheran. Ovviamente, neanche a dirlo, il tutto fatto diffondendo bugie fabbricate e per mezzo di una attivita’ di lobbying contro la Repubblica Islamica. Nello stesso comunicato, nella parte finale, viene scritto che “ogni azione giudiziaria e degli apparati di sicurezza contro l’FDD e i loro partner iraniani e non, sara’ considerata legittima”. Una vera e propria minaccia di morte…

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L’FDD ha reagito alla decisione del MAE iraniano, ricordando la validita’ accademica delle sue ricerce, l’indipendenza del centro, sottolieando come la decisione rappresenti l’ennesima riprova della natura censoria del regime e dichiarando che la decisione di Teheran rappresenta una medaglia d’onore per il centro studi.

Indipendentemente dall’Iran, quanto accaduto rappresenta una ottima prova del nove per diversi think tank occidentali, soprattutto italiani, che in questi anni si sono genuflessi a Teheran. Se, come sospettiamo (sperando di essere smentiti) non arriveranno all’FDD delle attestazioni pubbliche di solidarieta’, sara’ l’ennesima riprova che ad essere di parte non sono coloro che denunciano i crimini di Teheran, ma quelli che si cuciono la bocca in cambio di qualche ospitata di Zarif e dei suoi vice.

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Ormai circa una settimana fa, il regime iraniano dava la notizia di un drone abbattuto sui cieli dell’Iran. Secondo i Pasdran, che della storia hanno fatto una questione di orgoglio nazionale, il drone era di fabbricazione israeliana ed era diretto sull’impianto nucleare di Natanz, ove avviene l’arricchimento dell’uranio da parte della Repubblica Islamica. In merito al luogo da dove questo drone sarebbe partito, Teheran ha dato versioni contrastanti: su Twitter i Pasdaran hanno accusato i Paesi arabi sunniti del Golfo di aver fatto da base per gli israeliani, mentre successivamente il regime ha accusato un ex Paese del blocco comunista (l’Azerbaijan). I giornali di tutto il mondo, come spesso accade, si sono quindi affrettati a dare la notizia dell’abbattimento, senza mettere in dubbio la versione iraniana.

Con il passare dei giorni, però, la situazione è cambiata e gli esperti militari hanno iniziato ad analizzare meglio le immagini diffuse da Teheran. Patrick Megahan, esperto militare del think tank americano Foundation for Defense Democracies, ha completamente capovolto la versione fornita dai Pasdaran. Secondo Patricl Megahan, infatti, quello che Teheran ha mostrato al pubblico non sarebbe il drone israeliano Hermes 450, ma si tratterebbe del drone iraniano Shahed 129. In poche parole, quello che l’Iran ha esibito con vanto, non sarebbe il grande successo della difesa del regime, ma un triste e poco dignitoso fallimento militare.

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Nel settembre del 2013, il regime iraniano ha messo a disposizione dei Pasdaran il drone Shahed 129. Il drone Shahed 129, per la cronaca, è assai simile proprio al drone israeliano Elbit Hermes 450, entrato in azione per la prima volta diversi anni prima, nel 1998. Tra i due droni, però, oltre alle differenze tecnologiche, esisteno due fondamentali differenza estetiche: 1) la prima riguarda il muso: mentre il drone israeliano Hermes 450 ha il muso completamente curvo, lo Shahed 129 ha una antenna davanti; 2) la seconda riguarda il numero dei componenti: mentre il drone iraniano è assemblato con due componenti separati (superiore e inferiore), quello israeliano è un pezzo unico, con una apertura superiore.

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Come evidenzia Patrick Megahan, i resti del drone esibito alle telecamere dai Pasdaran mostrano chiaramente un rottame di un drone composto da due pezzi distinti e, soprattutto, un grande buco davanti al muso, proprio dove è posizionata l’antenna del drone Shahed 129. Non solo: Megahan evidenzia anche un altra ragione per cui il drone abbattuto dai Pasdaran non è l’Hermes 450. L’Hermes 450 ha un range di 300 chilometri, una capacità troppo ridotta per raggiungere Natanz da un Paese come l’Azerbaijan. Tanto piu’ che, incredibilmente, il regime iraniano ha pretesto di affermare che il drone avrebbe avuto la capacità di comprire un range di 800 chilometri…. In pratica, come suddetto, per non ammettere la perdita di un drone iraniano proprio sui cieli nazionali, i Pasdaran avrebbero inventato una grande storia – come spesso fanno – allo scopo di dimostrare di dare un senso diverso alla loro esistenza, rispetto alle mere repressioni contro il popolo iraniano che, quotidianamente, mettono in atto.

Piuttosto è ben piu’ rilevante ricordare che, proprio lo Shahed 129, è il drone fornito dall’Iran ad Assad in Siria per monitoriare i movimenti dei ribelli siriani per bombardarli successivamente dal cielo con i barili bomba

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