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Mentre Aleppo si tramuta nella nuova Stalingrado, il regime iraniano sta lavorando per riconquistare totalmente il potere in Iraq. Un potere già fortissimo, contenuto per un certo periodo, ormai superato, dall’incapacità di Teheran di controllare totalmente il premier iracheno al-Abadi.

Per questo motivo, l’Iran intende riportare al potere l’attuale Vice Presidente iracheno Nuri al Maliki, ovvero colui che da Primo Ministro dell’Iraq ha volutamente provocato il conflitto settario che – emarginando nuovamente i sunniti dal potere centrale – ha permesso la rinascita di al Qaeda in Iraq e il passaggio ad Isis. La politica di al-Maliki non fu casuale: fu parte di una voluta strategia di sbilanciare il potere verso la maggioranza sciita filo Teheran, con il colpevole sostegno passive degli Stati Uniti, impegnati a ritirarsi dal Paese piuttosto che a pensare alle conseguenze di un ritiro senza prima aver copletato la missione di reale stabilizzazione del Paese. Quando, nel 2014, le politiche di al-Maliki spaccarono la stessa comunità sciita irachena – in particolare si ribellarono l’Ayatollah al Sistani e Muqtada al Sadr – lo stesso Iran fu costretto, a malincuore, a lasciare la premiership ad al-Abadi.

Nonostante il passo indietro, al-Maliki è rimasto il Vice Presidente dell’Iraq e non ha mai abbadonato l’idea di ritornare al potere. Con lui, anche i Pasdaran iraniani, guidati dal Comandante della Forza Qods Qassem Soleimani, non hanno mai accettato di ridursi ad attore di secondo livello, continuando ad aumentare il potere delle milizie sciite irachene e indebolire al-Abadi. Una strategia che, in questi mesi, sta dando i suoi frutti.

In Kurdistan, Teheran sta fortemente appoggiando il PUK di Jalal Talabani, forza politica avversaria del Presidente della Regione del Kurdistan Massoud Barzani. Colpito da una importante crisi economica e dal peso dei rifugiati arabi giunti nel Kurdistan iracheno, Barzani è oggi costretto a fare i conti con un forte malcontento interno. Teheran, per bocca di al-Maliki, ha avviato una campagna di denigrazione di Barzani e dei suoi uomini nel Governo iracheno. In questi giorni, il Ministro delle Finanze iracheno, il curdo Hoshiyar Zebari, è stato costretto a dimettersi, dopo essere stato accusato dal Parlamento di aver incamerato dei fondi pubblici (Ekurd). Prima di Zebari, a dover lasciare fu il Ministro della Difesa iracheno, il popolare sunnita Khalid al Obaidi. Anche al Obaidi fu accusato, nell’agosto del 2016, di corruzione dal Parlamento iracheno.

Proprio sfruttando il potere di sfiducia del Parlamento, il partito di Nuri al Maliki – “State of Law Coalition”, con 92 seggi su 328 – sta eliminando i personaggi sgraditi a Teheran. L’intera coalizione di maggioranza che sostiene al-Abadi, infatti, è praticamente quasi totalmente nelle mani della vicina Repubblica Islamica.

Il nuovo fronte aperto dal Parlamento iracheno, su ordine di Teheran, è ora quello contro la Turchia. All’inizio di Ottobre, il Parlamento di Baghdad ha votato una mozione per impedire la prosecuzione della missione dei militari turchi nella base di Bashiqa. Non solo: il parlamento di Baghdad ha accusato i turchi di essere una “forza di occupazione” e ha chiesto una revisione delle relazioni tra Iraq e Turchia (Rudaw). Una accusa paradossale, soprattutto se si considera che l’intervento dei consiglieri di Ankara in Iraq al fianco dei Peshmerga curdi, fu il frutto di una diretta richiesta del Premier iracheno al-Abadi nel 2014, proprio durante una sua visita ad Ankara. L’inclusione dei turchi nella zona vicino a Musul, era vista dall’allora neo premier iracheno come una via per combattere Isis e diminuire l’influenza di Teheran nel Paese (Daily Mail Online). Oggi, però, al-Abadi è debolissimo e verrà tenuto in piedi fino a quando farà comodo agli iraniani. La crisi diplomatica ha determinato la convocazione dell’Ambasciatore iracheno ad Ankara, da parte del Ministero degli Esteri turco. I turchi hanno ribadito che non ritireranno i 2000 soldati che hanno in Iraq e propbabilmente gli iracheni si rivolgeranno direttamente alle Nazioni Unite (Rudaw).

Dietro la crisi Ankara-Baghdad, però, c’è qualcosa di più profondo: non soltanto c’è il dominio dell’Iran sull’Iraq, ma c’è soprattutto la dimostrazione che il regime di Teheran non ha alcun interesse ad eliminare Isis (Daily Sabah). Al contrario, come abbiamo sempre denunciato (No Pasdaran), Isis sarà lasciato in piedi sino a quando garantirà la realiazzione del progetto geopolitico iraniano. In altre parole, sino a quando la Repubblica Islamica riuscirà ad infiammare il conflitto settario, garantendo il suo potere su due Stati falliti quali Iraq e Siria. Tra le altre cose, non avendo il potere militare della Russia, questo è il solo peso reale che gli iraniani hanno per fare da contraltare a Putin, cercando di avere ancora una voce in capitolo, soprattutto a Damasco…

Peggio: la crisi tra Ankara e Baghdad, avvendondo a pochi giorni dall’incontro a Teheran tra il Ministro degli Esteri iraniano Zarif e il Primo Ministro turco Binali Yildirim, dimostra tutta l’incosistenza politica di Rouhani. Teoricamente, Iran e Turchia hanno forti interessi bilaterali comuni, soprattutto nel settore energetico e nella questione curda (Breaking Energy). Ancora una volta, però, la razionalità si scontrerà contro il fondamentalismo, soprattutto considerando il peso dei Pasdaran, sia in termini politici che economici. Non è un caso che, proprio mentre Zarif sorrideva alla sua controparte turca, il comandante della Forza Quds Qassem Soleimani dichiarava: “Non stiamo difendendo solo la Siria. Stiamo difendendo tutto l’Islam“. Affermazione di cui dubitiamo che ad Ankara esistano sostenitori…

Servizi dalla TV del regime iraniano Press TV

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Un vero e proprio quartier generale, da dove il regime iraniano praticamente comanda le azioni militari in difesa del dittatore siriano Bashar al Assad. Secondo quanto pubblicato in un articolo esclusivo del Daily Mail, questo quartier generale – definito “la Serra”, in farsi Maqar-e Shishe’i – si trova a Damasco, non lontano dall’aeroporto internazionale. Composto da cinque piani, il quartier generale iraniano permette anche ai Pasdaran di coordinare le loro attività militari con quelle dei russi, soprattutto per quanto concerne lo scambio di materiale di intelligence e le attività delle milizie paramilitari (si veda l’immagine sottostante). La fonte di questa informazione esclusiva, sempre secondo quanto riporta il quotidiano inglese, sarebbe direttamente un agente dei Pasdaran che, segretamente, avrebbe passato le informazioni ai membri della resistenza anti-regime legata ai Mujahedeen del Popolo (Daily Mail).

Sempre secondo i dati pubblicati dal Daily Mail, sarebbero almeno 16000 i membri delle milizie paramilitari sciite comandate direttamente da Teheran, in particolare dalla Forza Qods del Generale Qassem Soleimani, unità speciale dei Pasdaran espressamente dedita ad esportare la rivoluzione khomeinista fuori dalla Repubblica Islamica. Questo numero è quello fornito da fonti Occidentali. Le fonti interne dei dissidenti anti-Teheran, parlano però di almeno 60000 paramilitari sciiti impegnati in Siria, a cui vanno aggiunti 10000 terroristi di Hezbollah. Forze di jihadisti pro-Pasdaran, provenienti da Paesi quali l’Iraq, il Pakistan, i Terrritori palestinesi e l’Afghanistan.

La “Serra” dell’Iran a Damasco è composto da almeno 180 stanze e, proprio nelle vicinanze, ha una pista di atterraggio (ribattezzata dall’opposizione “Muhammed Ali”), che permette ai Pasdaran di ricevere rifornimenti di beni alimentari, materiali, armamenti e truppe fresche. Sempre secondo quanto riporta il Daily Mail, sinora l’Iran avrebbe speso almeno 100 miliardi di dollari per sostenere il regime di Bashar al Assad, soldi ovviamente rubati dalle case del popolo iraniano che langue nella disoccupazione. Soldi ottenuti, tra le altre cose, anche dalla fine delle sanzioni internazionali contro Teheran relative al programma nucleare clandestino.

Nel piano meno uno del palazzo, è stato creato un ufficio sotto la direzione del Pasdaran Razi Mousavi, ex comandante della Forza Qods in Siria, il cui compito è quello di pagare mensilmente i salari dei jihadisti sciiti al servizio di Assad. Il capo attuale delle operazioni militari iraniane in Siria si chiama Jafaar Assadi: Assadi ha diviso la Siria in cinque diversi fronti (Nord, Est, Sud, Comando Centrale, Costa). Per ogni fronte è stata costruita una base militare dei Pasdaran, capaci di ospitare almeno 6000 miliziani con armamenti pesanti. Per quanto concerne il numero di iraniani direttamente coinvolti nel conflitto, dallo scorso anno questo numero sarebbe cresciuto da 5000 Pasdaran a 16000.

Nonostante questo schiramento di forze, il regime iraniano non è riuscito a mantenere in piedi Assad da solo. Per questo, nel luglio dello scorso anno, il Generale Qassem Soleimani – in violazione delle sanzioni a suo carico – è volato a Mosca per chiedere il sostegno di Putin (la Russia è poi intervenuta nel conflitto). Secondo il Daily Mail, questo sostegno sarebbe costato a Teheran il pagamento di almeno 3 miliardi di dollari, sui 10 miliardi previsti per il costo dell’intervento russo in Siria.

Come dimostrato, lo schiramento di forze regolari e irregolari in Siria, può essere definita come una vera e propria forza di occupazione.

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Ban Ki Moon, il Segretario delle Nazioni Unite, ha fatto infuriare le grandi potenze. Ieri, infatti, era il giorno il Consiglio di Sicurezza ha ascoltato il primo report del Segretariato Generale in merito all’implementazione della Risoluzione ONU 2231 (testo), ovvero la Risoluzione che ha legittimato l’accordo nucleare con l’Iran e soprattutto la fine di molte delle sanzioni contro la Repubblica Islamica.

Ovviamente, neanche a dirlo, tutti i sostenitori dell’Iran Deal – Stati Uniti in testa – si aspettavano unicamente un endorsement silezioso da parte del Segretario Generale, visto dall’Amministrazione Obama come un mero esecutore del volere geopolitico di Washington. Purtroppo per Samantha Powell, Ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, cosi e’ stato solamente in parte. Per un verso, infatti, il report di Ban Ki Moon ha continuato a sostenere la necessita’ di tutelare l’accordo. Per un altro , pero’, pur usando toni diplomatici, il report ha denunciato le violazioni dell’accordo da parte di Teheran (UN.org).

Le violazioni riscontrare nel report, sono almeno quattro:

  1. I test missilistici compiuti dall’Iran in questo ultimo anno. Test che, secondo Ban Ki Moon, non rispettano lo spirito costruttivo della Risoluzione 2231. In questo senso vogliamo ricordare che, il 28 Marzo del 2016 gli Ambasciatori di Francia, USA e Gran Bretagna alle Nazioni Unite, scrissero chiaro e tondo in una lettera, che i test missilistici compiuti dall’Iran nel Marzo 2016, rappresentavano una chiara violazione dell’Allegato B della risoluzione 2231, consideranco che i missile balistici iraniani erano “intrisecamente capaci” di trasportare armi nucleari (Daily Mail);
  2. Per quanto concerne il trasferimento di armamenti, il report ricorda il sequesto, avvenuto lo scorso aprile nel Golfo di Oman, di una nave carica di armi da parte della marina americana. La nave, secondo le indagini, era partita dall’Iran. Tra le altre cose, il report sembra non menzionare il fatto che, appena un mese prima, un’altra nave carica di armamenti partita dall’iran era stata bloccata dalla marina australiana. Entrambi i carichi di armi erano destinati ai ribelli Houthi in Yemen (USNI News);
  3. Il report denuncia la partecipazione di diversi gruppi iraniani, alla Quinta Esibizione della Difesa in Iraq, organizzata a Baghdad tra il 5 e l’8 marzo 2016. Una esibizione che ha permesso alle societa’ iraniani produttrici di armamenti e tecnologia militare, di esportare armi fuori dall’Iran, senza preventivamente avvertire il Consiglio di Sicurezza, come previsto dal paragrafo 6 dell’Allegato B della Risoluzione 2231. Tra le societa’ che hanno preso parte all’esibizione, c’era anche DIO (Defense Industries Organization), controllata direttamente dal Ministro dell’Intelligence iraniano e da sempre coinvolta nel traffico di materiale nucleare e missilistico. La DIO e’ inserita nella lista delle organizzazioni citate dalla risoluzione 2231, ovvero di coloro sono state tolte dalla lista delle sanzioni, ma devono ottenere un permesso per poter trasferire il loro materiale all’esterno;
  4. Infine il testo cita i viaggi fuori dall’Iran compiuti da Qassem Soleimani, capo della Forza Qods. Solemaini, vergognosamente, e’ stato inserito nella lista di coloro che possono godere della sospensione delle sanzioni internazionali (nonostante l’assurdo diniego di Kerry). Nonostante tutto, per compiere viaggi fuori dall’Iran, il comandate Pasdaran ha bisogno di una autorizzazione da parte di “tutti gli Stati” contraenti l’accordo, per poter lasciare la Repubblica Islamica. Neanche a dirlo, Soleimani ha dato zero importanza a questo limite, visitando liberamente Mosca, Baghdad e Damasco in questo ultimo anno.

Come suddetto, il report di Ban Ki Moon ha fatto infuriare le grandi potenze, con Stati Uniti e Russia unite nel criticare il Segretario delle Nazioni Unite per “aver ecceduto il suo mandato”. Al ridicolo non c’e’ mai fine…

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Qualche giorno fa il Bahrain ha deciso di ritirare la cittadinanza al clerico sciita Isa Qassim leader spirituale del partito sciita al Wefaq (pochi giorni prima, tra le altre cose, Manama aveva sospeso le attivita’ di al-Wefaq).

Isa Qassim e’ noto per essere politicamente ed ideologicamente vicino all’Ayatollah Khamenei, Guida Suprema dell’Iran. Secondo quanto dichiarato dal Ministero dell’Interno del Bahrain, la decisione di revocare la cittadinanza all’Ayatollah Qassim deriva dall’uso politico che egli ha fatto della religione, proprio con il preciso scopo di aizzare la minoranza sciita contro le forze di sicurezza e di fomentare lo scontro settario nel Paese. Non solo, sempre secondo Manama, l’Ayatollah sciita ha ricevuto dei fondi illeciti dall’Iran e dall’Iraq, bypassando le leggi finanziare della monarchia del Golfo (Bahrain Embassy UK).

A pochi giorni dalla decisione del Governo (sovrano) di Manama di revocare la cittadinanza all’Ayatollah Qassim, e’ arrivata la risposta del regime iraniano: Qassem Soleimani, comandante della Forza Qods, ha minacciato il Bahrain di essere pronto a provocare una “sanguinosa Intifada” al fine di “rovesciare la monarchia degli al-Khalifa” (New York Times, Tehran Times)

Soleimani, un terrorista e niente più

Qassem Soleimani e’ un terrorista. Lo diciamo chiaro, perché finisca immediatamente questa riscrittura della storia – promossa dal regime iraniano e dai suoi proxy – che vede il Comandante della Forza Qods divenire una specie di “Garibaldi” dei XXI secolo.

Qassem Soleimani e’ un terrorista nei fatti, riconosciuto come tale anche dalle sanzioni internazionali. Un Occidente cieco, purtroppo, sta permettendo che questo terrorista viaggi liberamente tra Damasco-Baghdad e Mosca, dipingendo lui e i suoi uomini come degli eroi nella lotta contro Daesh.

Peccato che a Soleimani di Daesh non importa molto. Anzi: come comandante della Forza Qods, egli ha contribuito a creare Isis, finanziando il peggior jhadismo sunnita legato ad al-Qaeda in Iraq e ordinando ad Assad di rilasciare numerosi terroristi sunniti dalle carceri siriane, con il preciso scopo di cancellare l’opposizione ad Assad non salafita.

Il solo interesse di Soleimani e’ quello di espandere il potere del regime khomeinista fuori dai confini della Repubblica Islamica, proprio secondo il mandato che egli ha ricevuto, quando ha preso il comando della Forza Qods. Una unita’ speciale dei Pasdaran, il cui preciso scopo e’ quello di espandere e perpetuare il carattere rivoluzionario dell’ideologia khomeinista.

Le divisioni tra Ministero degli Esteri e Pasdaran

Le parole minacciose di Qassem Soleimani contro il Bahrain, non sembrano essere solamente una minaccia contro Manama. Secondo alcuni osservatori, questa sarebbe la risposta dei Pasdaran alla decisione del Ministro degli Esteri Zarif di sostituire il Vice Ministro degli Esteri per gli Affari Arabi e Africani  Hossein Amirabdollahian.

Hossein Amirabdollahian e’ infatti uno degli uomini chiave che hanno promosso la strategia di profondo interventismo iraniano in Siria. Pochi giorni fa, come suddetto, Zarif ha deciso di sostituire  Amirabdollahian con il portavoce del Ministero degli Esteri Hossein Jaberi Ansari e di nominare a nuovo portavoce Bahram Qasemi (tra le altre cose anche ex Ambasciatore iraniano in Italia).

Hossein Amirabdollahian era molto gradito ai Pasdaran e ci sono voci che egli sia uno dei tanti diplomatici iraniani appartenenti alle Guardie Rivoluzionarie. Le parole di Soleimani, quindi, sarebbero anche un indiretto messaggio a Zarif, in merito alla indisponibilità dei Pasdaran a fare passi indietro rispetto al loro profondo coinvolgimento nella politica estera del Paese e nell’espansione del potere di Teheran fuori dai confini.

Il Ministero dell’Intelligence contro Zarif?

In Iran diversi media e gli stessi Basij, hanno collegato la sostituzione di Amirabdollahian all’incontro tra Zarif e Kerry avvenuto ad Oslo il 15 giugno scorso. Per loro, la decisione del Ministro degli Esteri iraniano sarebbe l’esito di una diretta richiesta del Segretario di Stato Americano, al fine di favorire una soluzione per il conflitto siriano (e probabilmente una uscita di scena di Assad).

Difficile dire se questo sia vero. Quello che e’ noto, invece, e’ che il Ministro dell’Intelligence iraniano Mahmoud Alavi ha incontrato i parlamentari iraniani in un incontro a porte chiuse. Peccato che questo incontro a porte chiuse, e’ diventato di dominio pubblico. Secondo quanto riporta il Tehran Times, Alavi avrebbe rassicurato i parlamentari iraniani sulla continuazione della strategia del regime in materia di sicurezza, evidenziando che “un cambio di persone non indica un cambio di politica” (Tehran Times).

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Abbas Araghchi e’ probabilmente oggi uno dei diplomatici iraniani più noti. Vice Ministro degli Esteri per gli Affari Legali e Internazionali, Araghchi e’ stato uno degli uomini chiave di Teheran nel negoziato sul nucleare portato avanti con l’Occidente.

Grazie al suo inglese fluente – ha conseguito un dottorato alla Università di Kent in Gran Bretagna – Araghchi e’ stato considerato dal team di negoziatori del P5+1, probabilmente il partner preferenziale durante le fasi che hanno preceduto l’accordo raggiunto a Vienna nel luglio del 2015.

In questi giorni, pero’, una indiscrezione clamorosa e’ uscita dall’Iran: secondo quanto dichiarato dal comandante Pasdaran Javad Mansouri, il negoziatore Abbas Araghchi sarebbe un membro della Forza Qods. Non solo, nella stessa intervista per un magazine in Farsi, Mansouri ha ammesso – ormai e’ noto – che diversi diplomatici iraniani non solo altro che dei membri dei Pasdaran, infiltrati all’interno del Ministero degli Esteri (BBC Persian). In particolare, Mansouri ha fatto riferimento agli ambasciatori iraniani in Siria, Libano e Iraq (al-Monitor).

Pasdaran infiltrati da diplomatici: una pratica nota del regime iraniano

Escluso il caso di Araghchi – la cui eventuale conferma di appartenenza ai Pasdaran sarebbe clamorosa – e’ noto in tutto il mondo che molti diplomatici iraniani non sono altro che agenti delle Guardie Rivoluzionarie. Basti qui pensare che la creazione di Hezbollah, il gruppo terrorista libanese, e’ stata decisa dall’Ambasciata iraniana a Damasco, in particolare da Ali Akbar Mohtashemi e da uno dei comandanti dei Pasdaran,  tale Ahmad Kan’ani (all’Ambasciata di Damasco si tennero gli incontri per l’organizzazione degli attacchi contro le forze americane e francesi presenti in Libano).

Ancora, ricordiamo i drammatici casi di Berlino e Buenos Aires: nella capitale tedesca, nel settembre del 1992, quattro membri dell’opposizione curdo-iraniana furono uccisi nella strage del ristorante Mykonos. Le indagini rivelarono il coinvolgimento nell’attentato dell’allora Ambasciatore iraniano a Berlino, Seyyed Hossein Mousavian. Dopo l’attentato quattro diplomatici iraniani furono espulsi dalla Germania e lo stesso Mousavian fu richiamato d’urgenza a Teheran. Oggi, purtroppo, Mousavian e’ stato accettato come ricercatore all’università americana di Princetown, dove continua la sua attivita’ di lobby per il regime, spacciandosi per un moderato.

Il caso argentino e’ ancora più drammatico: nel 1994 una bomba distrusse il palazzo dell’organizzazione ebraica AMIA, lasciando sul terreno oltre 80 morti. Le indagini, che il Governo argentino ha cercato di insabbiare, hanno rivelato non solo il coinvolgimento di tutto l’establishment politico iraniano, ma anche di Mohsen Rabbani, all’epoca attache’ culturale iraniano nella capitale argentina (Interpol). Purtroppo l’aver rivelato le responsabilità del regime iraniano nell’attentato dell’AMIA e’ costato la vita al coraggioso procuratore argentino Alberto Nisman.

I casi recenti

Cambiano gli anni ma le pratiche del regime iraniano restano sempre le stesse. Per parlare dei casi più recenti, basta ricordare quanto accaduto in Iraq e in Uruguay. In Iraq, storia molto nota, l’allora capo delle Forze Americane a Baghdad, Generale Petraeus, venne contattato dal capo della Forza Qods Qassem Soleimani. Soleimani, che ormai entra e esce dalla Siria e dall’Iraq a piacimento, disse chiaramente a Petraeus che l’ambasciatore iraniano a Baghdad non era altro che un membro della Forza Qods (New Yorker). Non e’ un caso che, ancora oggi, Petraeus partecipi a numerose conferenze, sottolineando che il problema principale degli USA in Iraq non e’ l’Isis, ma l’imperialismo iraniano.

Nel febbraio del 2015, quindi, il Governo uruguayano decise di espellere un diplomatico iraniano, dopo aver scoperto che quest’ultimo stava organizzando un attentato contro l’Ambasciata di Israele a Montevideo (No Pasdaran).

Come dimostrato, non e’ assolutamente possibile avere fiducia dei diplomatici iraniani. Troppo spesso, infatti, le loro posizioni sono solo coperture per portare avanti le pratiche terroriste dei Pasdaran iraniani!

 

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La stampa iraniana ha laudamente celebrato la visita del Primo Ministro Matteo Renzi. Cosi come ha celebrato il fatto di aver accolto l’ospite fiorentino nel Palazzo Saadabad, un complesso costruito durante l’era monarchica in Iran e poi, ovviamente, preso dal regime iraniano dopo la rivoluzione del 1979 (Mehr News).

Anche qui, Matteo Renzi ha elogiato in conferenza stampa l’Iran, sottolineando come Teheran può dare stabilita’ a tutta la Regione. In particolare, in questo senso, il Premier italiano ha rimarcato la comune lotta contro Isis, ovvero contro il jihadismo sunnita.

Ed ecco la beffa: probabilmente l’ex sindaco fiorentino – un tempo in prima linea nel sostegno all’opposizione iraniana – non era a conoscenza che proprio nel Palazzo Saadabad risiedeva il Dipartimento Imam Ali delle forze speciali dei Pasdaran, ovvero la Forza Qods.

Secondo quanto riportato nel testo di Yosef Bondanski “Bin Laden, l’uomo che ha dichiarato guerra all’America”, nel 1992 proprio nel Palazzo Saadabad venivano trasferiti i jihadisti sunniti che arrivavano da tutto il mondo, in primis dai Paesi Arabi. Qui ricevevano l’addestramento necessario a compiere i loro attentati, sotto il monitoraggio dell’allora capo della Forza Qods Ahmad Vahidi, poi divenuto Ministro della Difesa e ora – grazie a Rouhani – divenuto capo del Centro di Studi Strategici delle Forze Armate (Asharq al-Awsat).

Ovviamente, i jihadisti sunniti che arrivavano da Paesi “secolari”, ricevevano sempre presso il Palazzo Saadabad una istruzione teologica, sempre gestita totalmente dai Pasdaran…(Bin Laden: The Man Who Declared War on America).

Pretendere che il Primo Ministro Italiano conoscesse questa storia, forse, sarebbe  stato eccessivo. Pretendere pero’ che l’Italia sia a conoscenza del ruolo del regime iraniano nel sostegno al jihadismo sunnita, rappresenta un dovere. L’Iran ha per anni ospitato una cellula di al Qaeda e ha attivamente contribuito alla crescita e lo sviluppo di quello che oggi e’ il Califfato Islamico (No Pasdaran).

Questa ignoranza non e’ in alcun modo giustificabile!

General Mohammad Ali Jafari is seen in this 2005 file photo. Iran's highest authority, Supreme Leader Ayatollah Ali Khamenei, on September 1, 2007 replaced the commander of the Revolutionary Guards, a force U.S. officials have said Washington may label a terrorist group. Guards commander-in-chief Yahya Rahim Safavi was replaced by Jafari, who has been a commander in the Guards, Khamenei said in an order reported by state television. No reason was given for the move. REUTERS/Stringer/Files (IRAN) - RTR1TCEB

Parla il Capo dei Pasdaran e non usa mezzi termini per dichiarare i reali obiettivi del regime. Parlando a venerdì scorso davanti ai Basij, Mohammad Ali Jafari, ha dichiarato che l’Iran stra creando una sola nazione islamica con Iraq, Siria e Yemen (EA World View). Nello stesso discorso, Jafari ha ribadito l’importanza dell’intervento dei Pasdaran in Siria e minacciato il Governo, ribadendo la necessita’ di opporsi alle forze “della sedizione” presenti all’interno della Repubblica Islamica. Alla fine del suo discorso, in piena estasi religiosa, Jafari ha affermato: “Se Dio vuole, questa unita’ continuerà sino all’arrivo dell’Imam Nascosto, il dodicesimo Imam aspettato dai Mussulmani Sciiti”. Le parole di Jafari sono arrivate nello stesso giorno in cui i Basij mettevano in atto una simulazione (video in basso) della conquista Israele e della presa della Moschea di al Aqsa a Gerusalemme (qualcosa al limite del ridicolo…).

Sempre parlando di Pasdaran, riportiamo la notizia – non verificabile – del ferimento del Generale Qassem Soleimani ad Aleppo. Secondo quanto riportato dall’opposizione siriana e iraniana, il Capo della Forza Qods, sarabbe stato gravemente ferito durante un attacco con missili anti-carro contro il tank in cui si trovava. Nell’attacco, un altro Pasdaran iraniano sarebbe deceduto. Trasferito d’urgenza a Teheran, Soleimani sarebbe ora ricoverato in ospedale. Secondo alcuni (Twitter), quindi, il ferimento di Qassem Soleimani sarebbe addirittura stato confermato dalle stesse Guardie Rivoluzionarie (e alcuni parlando di una sua morte in seguito alle ferite). Ribadiamo: la notizia del ferimento (ne tantomeno della morte) del generale iraniano non e’ per il momento confermabile con certezza. Per ora la sola conferma del ferimento di Soleimani arriva dalla pagina Facebook giornalista iraniano Amir Mousawi (Facebook). Alcuni pero’ sostengono che questa pagina Facebook sia un fake.

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