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L’agenzia Hrana, dedita alla denuncia quotidiana degli abusi dei diritti umani in Iran, ha dato la notizia dell’arresto del blogger dissidente Mehdi Khazali. L’arresto è avvenuto il 13 febbraio davanti alla sede della casa editrice Hayan, su ordine della corte di Shahid Moghadasi. Mehdi Khazali, sarebbe stato quindi trasferito nel braccio 350 del carcere di Evin, sotto il diretto controllo dei Pasdaran. In questo braccio, sono rinchiusi i prigionieri politici.

Mehdi Khazali, figlio del clerico ultraconservatore Ayatollah Abolghasem Khazali, ha deciso di non seguire le orme del padre e ha duramente criticato il regime, soprattutto dopo la repressione dell’Onda Verde tra il 2009 e il 2011. Recentemente, Mehdi Khazali si era duramente espresso sia contro l’intervento della Forza Qods in Siria, sia invitando a boicottare le annuali celebrazioni in ricordo della rivoluzione khomenista del 1979. Probabilmente, l’arresto è dovuto proprio all’invito al boicottaggio fatto da Khazali, essendo avvendo a pochi giorni da quel coraggioso appello.

Ad oggi, non si hanno notizie dello stato detentivo di Mehdi Khazali. Si sa solo che, Khazali è ancora detenuto illegalmente, senza alcuna accusa formale formulata nei suoi confronti dal regime. Il suo arresto, come quello di decine di altri attivisti, è parte dell’ondata di repressioni che l’Iran sta compiendo in vista delle elezioni Presidenziali del Maggio 2017.

Riceviamo e riportiamo una pessima notizia: il prigioniero politico iraniano Arash Sadeghi, attivista per i diritti civili e democratici, è stato trasferito nel braccio 350 del carcere di Evin. Si tratta di una pessima notizia perchè, come noto a chi conosce il regime iraniano, il braccio 350 – anche noto come “Centro di Correzione” – è l’area riservata ai detenuti politici, sotto il diretto controllo dei Pasdaran (Hrana).

In questo braccio, purtroppo, ai detenuti non viene garantita la dovuta attenzione, anche sotto il profile medico. Il cibo è poco e di pessima qualità e i contatti con l’esterno sono praticamente ridotti al contagocce (Iran Human Rights).

Ricordiamo che Arash Sadeghi – arrestato la prima volta nel 2009, durante le proteste dell’Onda Verde, liberato su cauzione nel 2010 – è finito in carcere nuovamente nel 2014. Nel gennaio 2016, quindi, è stato condannato a 19 anni di carcere dal giudice Salavati, uomo dei Pasdaran.

Per Arash Sadeghi, il cui corpo è già debilitato da due lunghi scioperi della fame, si tratta di un trasferimento che può costargli la vita. Arash, infatti, ha dichiarato il primo sciopero della fame terminato lo scorso 3 gennaio, era stato dichiarato dal detenuto iraniano in protesta contro l’arresto della moglie Golrokh Ebrahimi Iraee. La Iraee ai è stata arrestata per un manoscritto contro la lapidazione, trovato nella sua casa e mai pubblicato. Il primo sciopero di Arash Sadeghi è durato 71 giorni e ha quasi portato al decesso di Arash. Interrotto, come suddetto, il 3 gennaio scorso dopo il rilascio di Golrokh Irai, Arash Sadeghi ha ripreso lo sciopero della fame ad inizio febbraio, dopo il nuovo arresto della moglie (BcrGroup).

Continua, senza alcuna pieta, la repressione di ogni forma di dissenso politico in Iran. Tutto questo, durante il Governo Rouhani e con la benedizione del Ministero dell’Intelligence iraniano, agli ordini dello stesso Presidente “moderato”…

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Il prigioniero politico Ahmadreza Djalali, ha ripreso lo sciopero della fame. Secondo quanto denuncia la moglie Vida Mehran-nia (residente in Svezia), Ahmadreza avrebbe deciso di ricominciare lo sciopero della fame dopo che, il giudice Salavati ha rigettato gli avvocati difensori nominati dalla famiglia del detenuto. Ahmadreza aveva scelto come suoi difensori i legali Mahmoud Alizadeh Tabatabaee e Ms. Zeinab Taheri, noti per essere sempre in prima linea a difesa dei prigionieri politici. Salavati avrebbe anche detto ad Ahmadreza che, se non provvederà a nominare nuovi avvocati difensori, il regime ne sceglierà uno per lui (Iran Human Rights).

Ricordiamo che Ahmadreza aveva già dichiarato uno sciopero della fame nel dicembre del 2016, in protesta contro l’assenza di un regolare processo nei suoi confronti e per le minacce di morte ricevute. Dopo la sua protesta e le fortissime pressioni internazionali, un rappresentante del Ministero dell’Intelligence iraniano aveva incontrato Ahmadreza Djalali in carcere, promettendo una riapertura delle indagini nei suoi confronti. In seguito a questo incontro, Ahmadreza aveva scelto di interrompere lo sciopero della fame lo scorso 12 febbraio. Nonostante le promesse, come detto, il regime ha subito chiarito le regole del gioco, negando appunto al detenuto gli avvocati difensori nominati dalla famiglia di Djalali.

Ricordiamo che il ricercatore universitario Ahmadreza Djalali è stato arrestato in Iran il 24 aprile del 2016, durante un suo viaggio nella Repubblica Islamica per motivi di lavoro. Ahmadreza, infatti, era stato invitato ufficialmente dalla Università di Teheran per parlare di medicina nelle situazioni di emergenza e disastro. Su questo argomento Ahmadreza ha conseguito un dottorato all’Università del Piemonte Orientale di Novara. In queste settimane, i suoi ex colleghi si sono mobilitati per chiedere l’immediata liberazione di Ahmadreza. Proprio grazie al loro impegno, numerose altre organizzazioni si sono mobilitate per Ahmadreza, tra queste in Italia Nessuno Tocchi Caino, la LIDU e Amnesty International.

Recentemente, con gravoso ritardo, lo stesso Ministero degli Esteri italiano ha espresso la sua preoccupazione per la sorte di Ahmadreza Djalali, annunciando di aver attivato i suoi canali diplomatici (Esteri). Ad oggi, purtroppo, i risultati di questa attivazione, non sembrano positivi. Sempre secondo le informazioni che arrivano da Teheran, in seguito alla scelta di Ahmadreza di riprendere lo sciopero della fame, il regime lo avrebbe spostato in cella di isolamento, nel braccio 240 del carcere di Evin.

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Due detenuti iraniani di fede cristiana, Hadi Asgari e Afshar Naderi, hanno dichiarato lo sciopero della fame. La misura estrema della protesta è stata presa dai due detenuti, in considerazione dello stato pessimo della loro detenzione e della mancanza di adeguate cure mediche. I due, sono rinchiusi da oltre sei mesi nel carcere di Evin, senza neanche aver subito sinora un reale interrogatorio o aver avuto accesso ad un legale (Mohabat News).

Hadi Asgari e Afshar Naderi sono stati arrestati nell’agosto del 2016, durante un raid delle forze di sicurezza in un giardino private presso Firouzkouh. Con loro sono state arrestate altre tre persone, anche loro di fede cristiana. I cinque, tutti convertiti dall’Islam al cristianesimo, sono stati fermati mentre si erano riuniti per una preghiera. Nel giardino, quindi, le forze di sicurezza iraniane hanno trovato e confiscato anche tre Bibbie e materiale per la preghiera (Mohabat News).

In seguito al raid delle forze di sicurezza, il giardino è stato chiuso, impedendo allo stesso proprietario di accedervi. Le famiglie degli arrestati, quindi, temono che le autorità iraniane possano fabbricare delle prove contro i loro cari e costringerli a firmare delle confessioni forzate (Mohabat News).

Ricordiamo che in Iran, chiunque abbandoni l’Islam è accusato di apostasia e, nei casi più estremi, condannato a morte.

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I fratelli Mehdi e Hossein Rajabian, mentre si consegnano alle autorità iraniane nel giugno 2016

I dottori dell’ospedale Imam Khomeini sono stati chiari: il musicista iraniano Mehdi Rajabian, imprigionato ad Evin per ragioni politiche, soffre di sclerosi multipla (Hrana). L’ospedalizzazione di Mehdi è avvenuta a fine dicembre dello scorso anno, quando il giovane detenuto ha accusato forti mal di testa, estrema debolezza fisica. Considerando i suoi gravi precedenti problemi di salute, era già stato ricoverato ad inizio dicembre 2016, Teheran ha deciso procedere al nuovo ricovero (No Pasdaran). Purtroppo, a dispetto dei problemi che avevano causato il primo ricovero e di uno sciopero della fame durato un mese, il regime decise di riportare in carcere Mehdi Rajabian.

Ricordiamo che Mehdi Rajabian, con il fratello Hossein e un loro partner d’affari Yousef Emadi, sono stati arrestati nel 2013, per aver creato una etichetta musicale underground (la BargMusic). I tre sono stati accusati di diffondere “corruzione in terra” e condannati nel 2015 a sei anni di carcere. La loro detenzione è cominciata nel giugno del 2016.

Per la cronaca, la condanna di Mehdi, Hossein e Yousef, è stata emessa dal giudice Mohammad Moghisseh, in soli 15 minuti di processo. I tre, prima di essere condannati, sono stati soggetti a durissime pressioni, per rilasciare una confessione forzata di colpevolezza davanti alle telecamere della TV di Stato IRIB. Per la loro liberazione, Amnesty International ha avviato una importante campagna, che vi invitiamo a sostenere.

 

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Vi mostriamo un video esclusivo, pubblicato da Freedom Messenger, che mostra l’abbraccio tra l’attivista iraniano Omid Alishenas e la madre – davanti alla porta d’ingresso del palazzo del giovane attivista – poco prima dell’ingresso di Omid nella macchina della polizia che lo porterà al carcere di Evin. Omid, attivista per i diritti dei bambini, è stato arrestato nel settembre del 2014, con l’accusa di “propaganda contro lo Stato”.

Omid ha passato 16 mesi nel carcere di Evin, nel braccio 2A, per poi essere rilasciato su cauzione. Nell’ottobre scorso, quindi, la Corte ha deciso di confermare il carcere per Omid Alishenas, condannandolo definitivamente a sette anni di detenzione.

Insieme alla sentenza contro Omid, sono state confermate le sentenze per altri tre attivisti democratici iraniani: Atena (Fatimah) Daemi, Aso Rostami e Ali Noori (Hrana).

 

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Nonostante le precarie condizioni di salute, torna in carcere il musicista iraniano Mehdi Rajabian, 27 anni, condannato a tre anni di carcere insieme al fratello Hossein, per aver “diffuso la corruzione in terra” (Iran Human Rights). I due, insieme al loro partner  Yousef Emadi, avevano lanciato una etichetta underground – la BargMusic – che non solo permetteva anche alle donne di cantare, ma promuoeva anche film indipendenti di natura sociale. Esemplare, in tal senso, il film girato da Hossein Rajabian, sul diritto della donna al divorzio (si veda il trailer in basso).

Mehdi e Hossein Rajabian, sono stati arrestati nel 2013 e, come suddetto, condannati a sei anni nel 2015. Rinchiusi ad Evin dal giugno del 2016, i due hanno dichiarato lo sciopero della fame, in protesta contro il loro arresto e per le pessime condizioni di detenzione a cui erano sottoposti.

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Dopo aver perso diversi chili, il regime è stato costretto a liberare su cauzione Mehdi Rajabian, accettando di trasferirlo in ospedale all’inizio di dicembre (The Guardian). Purtroppo, però, la pietà del regime è durata poco e niente: in queste ore, infatti, si apprende che Teheran ha deciso di riportare in carcere Mehdi, a dispetto del rischio di vederlo crollare definitivamente (Washington Post).

Per la cronaca, la condanna di Mehdi, Hossein e Yousef, è stata emessa dal giudice Mohammad Moghisseh, in soli 15 minuti di processo. I tre, prima di essere condannati, sono stati soggetti a durissime pressioni, per rilasciare una confessione forzata di colpevolezza davanti alle telecamere della TV di Stato IRIB. Per la loro liberazione, Amnesty International ha avviato una importante campagna, che vi invitiamo a sostenere.