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Il 23 maggio scorso, il regime iraniano ha permesso ai due fratelli Mehdi Rajabian e Hossein Rajabian, di lasciare il carcere di Evin per alcuni giorni, per ragioni mediche.

Come vi abbiamo raccontato in articoli pubblicati nei mesi passati, Mehdi e Hossein sono due produttori e musicisti, arrestati dal regime nell’Ottobre del 2013 per aver creato una etichetta musicale – la Barg Music – rea di aver diffuso musica considerata peccaminosa dalla Repubblica Islamica e di aver permesso a delle donne di cantare. Nel maggio del 2015, in un processo durato 15 minuti, i due sono stati condannati dal giudice Mohammad Moghiseh a pene tra i 3 e i 6 anni di carcere (poi ridotta a 3 anni in appello). La loro detenzione presso il carcere di Evin e’ iniziata nel giugno del 2016 (la foto sotto ritrae i fratelli Rajabian mentre si dirigono ad Evin).

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Nonostante i due fratelli Rajabian fossero stati condannati per motivi politici, si sono ritrovati nella stessa cella dei criminali comuni e Mehdi e’ stato anche duramente picchiato da alcuni compagni di cella.

Nel febbraio 2017, quindi, una speciale Commissione della Magistratura iraniana, ha scritto nero su bianco che Mehdi Rajabian non poteva essere tenuto in cella, perché malato di sclerosi multipla. Nonostante la decisione della Commissione, le autorità carcerarie hanno negato la libertà a Mehdi. Ricordiamo che, dal suo ingresso in carcere, Mehdi Rajabian e’ già stato ricoverato due volte, proprio per il grave deterioramento del suo stato di salute.

In queste ore, gli attivisti per i diritti umani hanno riportato la notizia che i due fratelli Rajabian, hanno rifiutato il ritorno ad Evin, dopo la fine del rilascio temporaneo concesso dal regime. Il rifiuto del ritorno in carcere, sarebbe proprio dovuto alla necessita’ di Mehdi di essere ricoverato nuovamente, per l’aggravarsi della malattia che lo colpisce.

 

 

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Dopo oltre un mese di sciopero della fame, il corpo di Atena Daemi sta cedendo. La prigioniera politica iraniana ha perso oltre 14 kg e in un paio di occasioni ha anche rimesso sangue.

Le autorità carcerarie di Evin, hanno trasferito Atena nella clinica del centro detentivo, somministrandole uno sciroppo che le permettesse di assorbire i liquidi e ridurre i dolori addominali. Nonostante queste prime cure, Atena necessita di essere trasferita urgentemente in una clinica. Il regime, pero’, ha rifiutato l’ospedalizzazione.

Ricordiamo che Atena Daemi, condannata a sei anni di carcere per le sue proteste in favore della democrazia e dei diritti umani in Iran, ha dichiarato lo sciopero della fame lo scorso 8 aprile, in protesta contro l’arresto di sua sorella e la persecuzione dei suoi famigliari.

Nel video sottostante, la storia di questa coraggiosa attivista iraniana.

 

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La prigioniera politica Atena Daemi, in sciopero della fame da quattro settimane, si trova in una situazione di salute estremamente critica. Ad un mese dall’inizio della protesta, come denuncia la famiglia, il corpo di Atena comincia a crollare e le autorità del carcere di Evin, rifiutano di darle la necessaria assistenza medica. 

Atena Daemi, attivista per i diritti umani, e’ stata condannata dal regime iraniano a sette anni di carcere, per la sua partecipazione a proteste pacifiche e per aver criticato il massacro di oppositori compiuto dal regime iraniano nel 1988 (Iran Human Rights).

Atena Daemi ha coraggiosamente deciso di dichiarare lo sciopero della fame l’8 aprile scorso, dopo che i Pasdaran avevano arrestato le sue due sorelle, Onsieh e Hanieh Daemi. Le due erano state fermate dalle Guardie Rivoluzionarie, dopo che avevano pubblicamente protestato contro il violento arresto di Atena Daemi, avvenuto il 26 novembre del 2016. Per essersi azzardate a parlare, Onsieh e Hanieh sono state fermate e condannate a 91 giorni di carcere. Tra le altre cose, 91 giorni di detenzione sono stati aggiunti anche alla stessa Atena, insieme ai sette anni già decisi dalla Corte.

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Il regime iraniano nega che lo stato di salute di Atena Daemi sia critico. Non solo: un giorno, l’infermiere di turno del carcere di Evin, ha rifiutato di fare ad Atena un elettrocardiogramma, perché “e’ religiosamente proibito per un uomo toccare una donna”. 

Dopo aver visitato sua figlia in carcere, la madre di Atena Daemi, la Signora Masoumeh Nemati, ha scritto una lettera aperta chiedendo al mondo di salvare sua figlia, considerando l’indifferenza del regime (Iran Human Rights). La stessa Atena, in una lettera pubblicata ad aprile per annunciare il suo sciopero della fame, ha dichiarato che continuerà la sua battaglia, perché “e’ preferibile morire piuttosto che essere schiavi della tirannia” (Iran Human Rights).

 

 

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Il regime di Teheran ha condannato a 12 anni di carcere ciascuno, tre ventiquattrenni iraniani, per aver criticato l’establishment politico e il clero sui social. In particolare, i tre avrebbero scambiato via Facebook e Telegram, delle vignette e degli articoli critici nei confronti della Repubblica Islamica.

I tre giovanissimi sono: Alireza Tavakoli, Mohammad Mehdi Zamanzadeh e Mohammad Mohajer, arrestati tutti nell’estate del 2016 da agenti del Ministero dell’Intelligence iraniano. Dopo il fermo, i tre sono stati trasferiti presso il braccio 209 del carcere di Evin, sotto diretto controllo del MOIS. Qui, sono stati interrogati senza avere alcuna difesa legale e portati successivamente nel braccio 8 del centro detentivo (Iran Human Rights).

La condanna a 12 anni di carcere e’ stata decisa il 10 aprile scorso dalla Sezione 15 del Tribunale Rivoluzionario, sotto diretto controllo del giudice Abolqasem Salavati. In particolare, per aver criticato il regime, i tre sono stati accusati di “insulto al sacro”, “minaccia alla sicurezza nazionale” e “insulti alla Guida Suprema”.

Tutto questo avviene mentre, solamente qualche mese fa (nel dicembre del 2016), proprio il Presidente Rouhani aveva firmato la Carta dei Diritti del Cittadino, in cui – nero su bianco – sta scritto che il Governo deve “garantire la libertà di parola e di espressione”. L’articolo 26 della stessa Carta del Cittadino, impone al Governo di tutelare questa liberta’, specialmente nei media, compresi quelli relative al cyberspazio (ovvero Internet).

Come sempre accade in Iran, pero’, quanto viene scritto e deciso dallo stesso regime, viene sempre violato in nome della difesa della tutela del sistema della Velayat-e Faqih, imposto con la violenza dall’Ayatollah Khomeini soprattutto dopo il 1981.

L’agenzia Hrana, dedita alla denuncia quotidiana degli abusi dei diritti umani in Iran, ha dato la notizia dell’arresto del blogger dissidente Mehdi Khazali. L’arresto è avvenuto il 13 febbraio davanti alla sede della casa editrice Hayan, su ordine della corte di Shahid Moghadasi. Mehdi Khazali, sarebbe stato quindi trasferito nel braccio 350 del carcere di Evin, sotto il diretto controllo dei Pasdaran. In questo braccio, sono rinchiusi i prigionieri politici.

Mehdi Khazali, figlio del clerico ultraconservatore Ayatollah Abolghasem Khazali, ha deciso di non seguire le orme del padre e ha duramente criticato il regime, soprattutto dopo la repressione dell’Onda Verde tra il 2009 e il 2011. Recentemente, Mehdi Khazali si era duramente espresso sia contro l’intervento della Forza Qods in Siria, sia invitando a boicottare le annuali celebrazioni in ricordo della rivoluzione khomenista del 1979. Probabilmente, l’arresto è dovuto proprio all’invito al boicottaggio fatto da Khazali, essendo avvendo a pochi giorni da quel coraggioso appello.

Ad oggi, non si hanno notizie dello stato detentivo di Mehdi Khazali. Si sa solo che, Khazali è ancora detenuto illegalmente, senza alcuna accusa formale formulata nei suoi confronti dal regime. Il suo arresto, come quello di decine di altri attivisti, è parte dell’ondata di repressioni che l’Iran sta compiendo in vista delle elezioni Presidenziali del Maggio 2017.

Riceviamo e riportiamo una pessima notizia: il prigioniero politico iraniano Arash Sadeghi, attivista per i diritti civili e democratici, è stato trasferito nel braccio 350 del carcere di Evin. Si tratta di una pessima notizia perchè, come noto a chi conosce il regime iraniano, il braccio 350 – anche noto come “Centro di Correzione” – è l’area riservata ai detenuti politici, sotto il diretto controllo dei Pasdaran (Hrana).

In questo braccio, purtroppo, ai detenuti non viene garantita la dovuta attenzione, anche sotto il profile medico. Il cibo è poco e di pessima qualità e i contatti con l’esterno sono praticamente ridotti al contagocce (Iran Human Rights).

Ricordiamo che Arash Sadeghi – arrestato la prima volta nel 2009, durante le proteste dell’Onda Verde, liberato su cauzione nel 2010 – è finito in carcere nuovamente nel 2014. Nel gennaio 2016, quindi, è stato condannato a 19 anni di carcere dal giudice Salavati, uomo dei Pasdaran.

Per Arash Sadeghi, il cui corpo è già debilitato da due lunghi scioperi della fame, si tratta di un trasferimento che può costargli la vita. Arash, infatti, ha dichiarato il primo sciopero della fame terminato lo scorso 3 gennaio, era stato dichiarato dal detenuto iraniano in protesta contro l’arresto della moglie Golrokh Ebrahimi Iraee. La Iraee ai è stata arrestata per un manoscritto contro la lapidazione, trovato nella sua casa e mai pubblicato. Il primo sciopero di Arash Sadeghi è durato 71 giorni e ha quasi portato al decesso di Arash. Interrotto, come suddetto, il 3 gennaio scorso dopo il rilascio di Golrokh Irai, Arash Sadeghi ha ripreso lo sciopero della fame ad inizio febbraio, dopo il nuovo arresto della moglie (BcrGroup).

Continua, senza alcuna pieta, la repressione di ogni forma di dissenso politico in Iran. Tutto questo, durante il Governo Rouhani e con la benedizione del Ministero dell’Intelligence iraniano, agli ordini dello stesso Presidente “moderato”…

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Il prigioniero politico Ahmadreza Djalali, ha ripreso lo sciopero della fame. Secondo quanto denuncia la moglie Vida Mehran-nia (residente in Svezia), Ahmadreza avrebbe deciso di ricominciare lo sciopero della fame dopo che, il giudice Salavati ha rigettato gli avvocati difensori nominati dalla famiglia del detenuto. Ahmadreza aveva scelto come suoi difensori i legali Mahmoud Alizadeh Tabatabaee e Ms. Zeinab Taheri, noti per essere sempre in prima linea a difesa dei prigionieri politici. Salavati avrebbe anche detto ad Ahmadreza che, se non provvederà a nominare nuovi avvocati difensori, il regime ne sceglierà uno per lui (Iran Human Rights).

Ricordiamo che Ahmadreza aveva già dichiarato uno sciopero della fame nel dicembre del 2016, in protesta contro l’assenza di un regolare processo nei suoi confronti e per le minacce di morte ricevute. Dopo la sua protesta e le fortissime pressioni internazionali, un rappresentante del Ministero dell’Intelligence iraniano aveva incontrato Ahmadreza Djalali in carcere, promettendo una riapertura delle indagini nei suoi confronti. In seguito a questo incontro, Ahmadreza aveva scelto di interrompere lo sciopero della fame lo scorso 12 febbraio. Nonostante le promesse, come detto, il regime ha subito chiarito le regole del gioco, negando appunto al detenuto gli avvocati difensori nominati dalla famiglia di Djalali.

Ricordiamo che il ricercatore universitario Ahmadreza Djalali è stato arrestato in Iran il 24 aprile del 2016, durante un suo viaggio nella Repubblica Islamica per motivi di lavoro. Ahmadreza, infatti, era stato invitato ufficialmente dalla Università di Teheran per parlare di medicina nelle situazioni di emergenza e disastro. Su questo argomento Ahmadreza ha conseguito un dottorato all’Università del Piemonte Orientale di Novara. In queste settimane, i suoi ex colleghi si sono mobilitati per chiedere l’immediata liberazione di Ahmadreza. Proprio grazie al loro impegno, numerose altre organizzazioni si sono mobilitate per Ahmadreza, tra queste in Italia Nessuno Tocchi Caino, la LIDU e Amnesty International.

Recentemente, con gravoso ritardo, lo stesso Ministero degli Esteri italiano ha espresso la sua preoccupazione per la sorte di Ahmadreza Djalali, annunciando di aver attivato i suoi canali diplomatici (Esteri). Ad oggi, purtroppo, i risultati di questa attivazione, non sembrano positivi. Sempre secondo le informazioni che arrivano da Teheran, in seguito alla scelta di Ahmadreza di riprendere lo sciopero della fame, il regime lo avrebbe spostato in cella di isolamento, nel braccio 240 del carcere di Evin.