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Il prigioniero politico Ahmadreza Djalali, ha ripreso lo sciopero della fame. Secondo quanto denuncia la moglie Vida Mehran-nia (residente in Svezia), Ahmadreza avrebbe deciso di ricominciare lo sciopero della fame dopo che, il giudice Salavati ha rigettato gli avvocati difensori nominati dalla famiglia del detenuto. Ahmadreza aveva scelto come suoi difensori i legali Mahmoud Alizadeh Tabatabaee e Ms. Zeinab Taheri, noti per essere sempre in prima linea a difesa dei prigionieri politici. Salavati avrebbe anche detto ad Ahmadreza che, se non provvederà a nominare nuovi avvocati difensori, il regime ne sceglierà uno per lui (Iran Human Rights).

Ricordiamo che Ahmadreza aveva già dichiarato uno sciopero della fame nel dicembre del 2016, in protesta contro l’assenza di un regolare processo nei suoi confronti e per le minacce di morte ricevute. Dopo la sua protesta e le fortissime pressioni internazionali, un rappresentante del Ministero dell’Intelligence iraniano aveva incontrato Ahmadreza Djalali in carcere, promettendo una riapertura delle indagini nei suoi confronti. In seguito a questo incontro, Ahmadreza aveva scelto di interrompere lo sciopero della fame lo scorso 12 febbraio. Nonostante le promesse, come detto, il regime ha subito chiarito le regole del gioco, negando appunto al detenuto gli avvocati difensori nominati dalla famiglia di Djalali.

Ricordiamo che il ricercatore universitario Ahmadreza Djalali è stato arrestato in Iran il 24 aprile del 2016, durante un suo viaggio nella Repubblica Islamica per motivi di lavoro. Ahmadreza, infatti, era stato invitato ufficialmente dalla Università di Teheran per parlare di medicina nelle situazioni di emergenza e disastro. Su questo argomento Ahmadreza ha conseguito un dottorato all’Università del Piemonte Orientale di Novara. In queste settimane, i suoi ex colleghi si sono mobilitati per chiedere l’immediata liberazione di Ahmadreza. Proprio grazie al loro impegno, numerose altre organizzazioni si sono mobilitate per Ahmadreza, tra queste in Italia Nessuno Tocchi Caino, la LIDU e Amnesty International.

Recentemente, con gravoso ritardo, lo stesso Ministero degli Esteri italiano ha espresso la sua preoccupazione per la sorte di Ahmadreza Djalali, annunciando di aver attivato i suoi canali diplomatici (Esteri). Ad oggi, purtroppo, i risultati di questa attivazione, non sembrano positivi. Sempre secondo le informazioni che arrivano da Teheran, in seguito alla scelta di Ahmadreza di riprendere lo sciopero della fame, il regime lo avrebbe spostato in cella di isolamento, nel braccio 240 del carcere di Evin.

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Due detenuti iraniani di fede cristiana, Hadi Asgari e Afshar Naderi, hanno dichiarato lo sciopero della fame. La misura estrema della protesta è stata presa dai due detenuti, in considerazione dello stato pessimo della loro detenzione e della mancanza di adeguate cure mediche. I due, sono rinchiusi da oltre sei mesi nel carcere di Evin, senza neanche aver subito sinora un reale interrogatorio o aver avuto accesso ad un legale (Mohabat News).

Hadi Asgari e Afshar Naderi sono stati arrestati nell’agosto del 2016, durante un raid delle forze di sicurezza in un giardino private presso Firouzkouh. Con loro sono state arrestate altre tre persone, anche loro di fede cristiana. I cinque, tutti convertiti dall’Islam al cristianesimo, sono stati fermati mentre si erano riuniti per una preghiera. Nel giardino, quindi, le forze di sicurezza iraniane hanno trovato e confiscato anche tre Bibbie e materiale per la preghiera (Mohabat News).

In seguito al raid delle forze di sicurezza, il giardino è stato chiuso, impedendo allo stesso proprietario di accedervi. Le famiglie degli arrestati, quindi, temono che le autorità iraniane possano fabbricare delle prove contro i loro cari e costringerli a firmare delle confessioni forzate (Mohabat News).

Ricordiamo che in Iran, chiunque abbandoni l’Islam è accusato di apostasia e, nei casi più estremi, condannato a morte.

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I fratelli Mehdi e Hossein Rajabian, mentre si consegnano alle autorità iraniane nel giugno 2016

I dottori dell’ospedale Imam Khomeini sono stati chiari: il musicista iraniano Mehdi Rajabian, imprigionato ad Evin per ragioni politiche, soffre di sclerosi multipla (Hrana). L’ospedalizzazione di Mehdi è avvenuta a fine dicembre dello scorso anno, quando il giovane detenuto ha accusato forti mal di testa, estrema debolezza fisica. Considerando i suoi gravi precedenti problemi di salute, era già stato ricoverato ad inizio dicembre 2016, Teheran ha deciso procedere al nuovo ricovero (No Pasdaran). Purtroppo, a dispetto dei problemi che avevano causato il primo ricovero e di uno sciopero della fame durato un mese, il regime decise di riportare in carcere Mehdi Rajabian.

Ricordiamo che Mehdi Rajabian, con il fratello Hossein e un loro partner d’affari Yousef Emadi, sono stati arrestati nel 2013, per aver creato una etichetta musicale underground (la BargMusic). I tre sono stati accusati di diffondere “corruzione in terra” e condannati nel 2015 a sei anni di carcere. La loro detenzione è cominciata nel giugno del 2016.

Per la cronaca, la condanna di Mehdi, Hossein e Yousef, è stata emessa dal giudice Mohammad Moghisseh, in soli 15 minuti di processo. I tre, prima di essere condannati, sono stati soggetti a durissime pressioni, per rilasciare una confessione forzata di colpevolezza davanti alle telecamere della TV di Stato IRIB. Per la loro liberazione, Amnesty International ha avviato una importante campagna, che vi invitiamo a sostenere.

 

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Vi mostriamo un video esclusivo, pubblicato da Freedom Messenger, che mostra l’abbraccio tra l’attivista iraniano Omid Alishenas e la madre – davanti alla porta d’ingresso del palazzo del giovane attivista – poco prima dell’ingresso di Omid nella macchina della polizia che lo porterà al carcere di Evin. Omid, attivista per i diritti dei bambini, è stato arrestato nel settembre del 2014, con l’accusa di “propaganda contro lo Stato”.

Omid ha passato 16 mesi nel carcere di Evin, nel braccio 2A, per poi essere rilasciato su cauzione. Nell’ottobre scorso, quindi, la Corte ha deciso di confermare il carcere per Omid Alishenas, condannandolo definitivamente a sette anni di detenzione.

Insieme alla sentenza contro Omid, sono state confermate le sentenze per altri tre attivisti democratici iraniani: Atena (Fatimah) Daemi, Aso Rostami e Ali Noori (Hrana).

 

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Nonostante le precarie condizioni di salute, torna in carcere il musicista iraniano Mehdi Rajabian, 27 anni, condannato a tre anni di carcere insieme al fratello Hossein, per aver “diffuso la corruzione in terra” (Iran Human Rights). I due, insieme al loro partner  Yousef Emadi, avevano lanciato una etichetta underground – la BargMusic – che non solo permetteva anche alle donne di cantare, ma promuoeva anche film indipendenti di natura sociale. Esemplare, in tal senso, il film girato da Hossein Rajabian, sul diritto della donna al divorzio (si veda il trailer in basso).

Mehdi e Hossein Rajabian, sono stati arrestati nel 2013 e, come suddetto, condannati a sei anni nel 2015. Rinchiusi ad Evin dal giugno del 2016, i due hanno dichiarato lo sciopero della fame, in protesta contro il loro arresto e per le pessime condizioni di detenzione a cui erano sottoposti.

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Dopo aver perso diversi chili, il regime è stato costretto a liberare su cauzione Mehdi Rajabian, accettando di trasferirlo in ospedale all’inizio di dicembre (The Guardian). Purtroppo, però, la pietà del regime è durata poco e niente: in queste ore, infatti, si apprende che Teheran ha deciso di riportare in carcere Mehdi, a dispetto del rischio di vederlo crollare definitivamente (Washington Post).

Per la cronaca, la condanna di Mehdi, Hossein e Yousef, è stata emessa dal giudice Mohammad Moghisseh, in soli 15 minuti di processo. I tre, prima di essere condannati, sono stati soggetti a durissime pressioni, per rilasciare una confessione forzata di colpevolezza davanti alle telecamere della TV di Stato IRIB. Per la loro liberazione, Amnesty International ha avviato una importante campagna, che vi invitiamo a sostenere.

 

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Il regime iraniano sta ancora una volta abusando dei diritti dei detenuti, particolarmente dei detenuti politici. In questo caso a farne le spese è Afarin Chitsaz, giornalista del quotidiano “Iran”, arrestata il 2 novembre del 2015 dai Pasdaran, con l’accusa di mettere a repentaglio la sicurezza nazionale.

Secondo quanto dichiarato dagli stessi medici, Afarin Chitsaz necessita urgentemente di una operazione al suo ginocchio sinistro. L’avvocato Mohammad Moghimi, parlando della sua assistita, ha denunciato come Afarin sia già stata operata al ginocchio destro e ora necessità urgentemente della stessa operazione a quello sinistro. Sinora, il regime ha negate l’autorizzazione al trasferimento presso una struttura ospedaliera esterna. Risultato: Afarin è ancora rinchiusa ad Evin e la lacerazione al ginocchio le sta causando enormi dolori. Addirittura, denuncia l’avvocato Moghimi, Afarin non riuscirebbe nemmeno a camminare per dirigersi nella sala adibita alle visite del carcere. Per questa ragione, i famigliari di Afarin non hanno avuto modo di vederla nelle ultime tre settimane (Iran Human Rights).

Afarin Chitsaz è stata condannata a 10 anni di detenuzione, accusata anche di aver collaborato con “stati nemici”. A riprova della inconsistenza di queste accuse, c’è la decisione della Corte d’Appello iraniana, che ha deciso di ridurre a due anni la condanna e di impedire per altri due anni ad Afarin di svolgere il suo lavoro di giornalista. Il 2 Novembre del 2015, insieme ad Afarin, i Pasdaran arrestarono altri tre giornalisti: Issa Saharkhiz, Ehsan Mazandarani e Ehsan Safarzaei. Tutti ovviamente riformisti.

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Il Ramadan e’ da poco finito e dall’Iran arriva una notizia che conferma il vergognoso fondamentalismo del regime. Come noto, durante il mese sacro del digiuno, ai mussulmani sono permessi due pasti: uno all’alba (Sher) e uno al tramonto (Iftar). Tra questi due paesi, quindi, passano circa 17 ore di digiuno.

Altrettanto noto e’ il fatto che il digiuno non riguarda i non mussulmani e, in un regime civile, non dovrebbe riguardare neanche i mussulmani che liberamente scelgono di non seguire il Ramadan.

Questo principio di rispetto e di libertà, purtroppo, non vale nella Repubblica Islamica e particolarmente nelle carceri del regime. Nella prigione di Evin, secondo quanto riporta l’agenzia HRANA, durante il Ramadan il regime ha servito solamente i due pasti rituali, negando il cibo durante la giornata non solo ai mussulmani non osservanti, ma anche ai detenuti non mussulmani e a quelli malati.

Forzare i detenuti, soprattutto quelli di altre fedi, a seguire un dettame religioso e’ un atto contrario ad ogni normativa e ogni umanità. Peggio, aggiungiamo che il regime iraniano sta concedendo speciali permessi e privilegi ai detenuti che dimostrano di saper recitare a memoria il Corano.

Una discriminazione che rappresenta il peggior volto del radicalismo islamista.