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L’agenzia Hrana, dedita alla denuncia quotidiana degli abusi dei diritti umani in Iran, ha dato la notizia dell’arresto del blogger dissidente Mehdi Khazali. L’arresto è avvenuto il 13 febbraio davanti alla sede della casa editrice Hayan, su ordine della corte di Shahid Moghadasi. Mehdi Khazali, sarebbe stato quindi trasferito nel braccio 350 del carcere di Evin, sotto il diretto controllo dei Pasdaran. In questo braccio, sono rinchiusi i prigionieri politici.

Mehdi Khazali, figlio del clerico ultraconservatore Ayatollah Abolghasem Khazali, ha deciso di non seguire le orme del padre e ha duramente criticato il regime, soprattutto dopo la repressione dell’Onda Verde tra il 2009 e il 2011. Recentemente, Mehdi Khazali si era duramente espresso sia contro l’intervento della Forza Qods in Siria, sia invitando a boicottare le annuali celebrazioni in ricordo della rivoluzione khomenista del 1979. Probabilmente, l’arresto è dovuto proprio all’invito al boicottaggio fatto da Khazali, essendo avvendo a pochi giorni da quel coraggioso appello.

Ad oggi, non si hanno notizie dello stato detentivo di Mehdi Khazali. Si sa solo che, Khazali è ancora detenuto illegalmente, senza alcuna accusa formale formulata nei suoi confronti dal regime. Il suo arresto, come quello di decine di altri attivisti, è parte dell’ondata di repressioni che l’Iran sta compiendo in vista delle elezioni Presidenziali del Maggio 2017.

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Il regime iraniano ha da poco annunciato l’approvazione dei nuovi contratti petroliferi (IPC). Per mezzo di questi contratti, Teheran intende attirare le grandi compagnie del settore, in primis quelle Occidentali. I nuovi IPC, quindi, sono stati approvati dal Parlamento iraniano nel mese di settembre (Iran Project). Tutto questo, in teoria.

In teoria per due motivi: in primis i contratti non sembrano cosi appetibili per le grandi compagnie Occidentali. Nonostante si tratti di contratti estendibili a 20 anni e con maggiori incentive, per ora la Repubblica Islamica mantiene piu’ interrogativi che certezze. Nonostante la propaganda, infatti, gli investitori sono ben consapevoli dell’altissimo livello di corruzione all’interno del regime, del riciclaggio di denaro volto al finanziamento del terrorismo e del rischio arresto per i cittadini con doppia cittadinanza (attivi nel nuovo business con Teheran).

Poco importa a Rouhani perche’, almeno nel breve termine, il suo piano e’ diverso. Cio’ a cui punta ora il Presidente iraniano non e’ l’efficienza del sistema economico e finanziario iraniano, ma la sua rielezione. Le prossime elezioni saranno nel Maggio del 2017 e Rouhani sa bene che, per ottenere un altro mandato, ha bisogno di corrompere Khamenei e i Pasdaran. A questo scopo, non c’e’ di meglio del petrolio per ottenere successo.

Ecco allora che, poco dopo aver approvato i nuovi IPC, la compagnia di Stato NIOC ha chiuso un accordo con la Persia Oil and Gas Industry Development Company. Secondo l’accordo, la Persia Oil sviluppera’ quattro siti petroliferi (e le reserve) nel Sud dell’Iran. Un accordo da almeno 2,2 miliardi di dollari (Reuters).

Cosa c’e’ di strano? Semplice: la Persia Oil and Gas Industry Development Company è di proprietà della cosiddetta SETAD, o meglio in farsi “Setad Ejraiye Farmane Hazrate Emam”, Si tratta di una holding nata per gestire i beni dismessi dello Stato e che fa capo direttamente alla Guida Suprema Ali Khamenei. Una holding dal valore di quasi 100 miliardi di dollari…ovviamente dentenuti dal cerchio di Khamenei in segreti conti esteri (Reuters). Per questa ragione, la SETAD e tutte le sue controllate, sono state inserite nella lista delle sanzioni da parte del Dipartimento del Tesoro Americano. Tra le controllate, appunto, la Persia Oil and Gas Industry Development Company (link).

In altri termini, ciò che Rouhani sta facendo, non è nient’altro che assicurare a Khamenei e ai Pasdaran i loro interessi economici, sperando di appianare parte del loro malcontento, in vista del 2017. Peggio, sfruttando i nuovi contratti e il silenzio della diplomazia Occidentale, Rouhani sta aumentando il potere del cerchio intorno alla Guida Suprema, allo scopo chiaramente di ottenere la benedizione per un altro mandato (Middle East Brieafing).

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Qualche giorno fa, subito dopo le elezioni Parlamentari iraniane, la giornalista del Corriere della Sera Viviana Mazza ha pubblicato su Facebook una intervista a Parveneh Salahshuri, neo eletta nel Parlamento iraniano grazie al voto della capitale Teheran (nella Lista Speranza). Nell’intervista la Parvaneh, pur elogiando la Repubblica Islamica, dichiarava di voler lottare contro le discriminazioni, aggiungendo che – secondo la sua opinione – un giorno il velo islamico non sara’ più obbligatorio nella Repubblica Islamica (rimarcando, neanche a dirlo, di aver fatto una ricerca e di aver notato che la maggior parta delle donne crede nell’Hijab).

Neanche il tempo di dire la frase “speriamo abbia ragione”, che Parveneh Salahshuri e’ stata immediatamente rimessa al suo posto. Dopo le dichiarazioni davanti alla telecamera della Mazza, i media conservatori iraniani si sono scatenati, chiedendo a gran voce che l’elezione di Parvaneh Salahshuri fosse rivista dal Consiglio dei Guardiani. Risultato: in pieno stile dittatoriale, la Salahshuri ha fatto mea culpa, dichiarando all’agenzia ISNA che “indossare l’hijab e’ uno dei precetti islamici, essenziale per la donna e proveniente dal cuore. Ci sono differenze sul come vada osservato questo principio, ma l’obbligatorietà (del velo) e’ ovvia“. Nel video qui sotto, postato da Masih Alinejad, potrete ascoltare anche una intervista a Viviana Mazza in cui, giustamente, la giornalista italiana chiede che anche la voce delle donne iraniane che non intendono indossare il velo venga ascoltata dal regime.

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Il fine settimana e questo lunedì, sono pieni di articoli in Rete e sui quotidiani, volti ad elogiare la vittoria dei cosiddetti “riformisti-pragmatici” alle elezioni per il rinnovo del Parlamento e dell’Assemblea degli Esperti. Elezioni che sembrano vedere i conservatori in vantaggio, ma con un netto miglioramento delle liste vicine al Presidente Rouhani (e a Rafsanjani) e una sconfitta della fazione “principalista”.

Ci auguriamo tutti che queste nuove elezioni possano significare per il popolo iraniano un vero cambiamento, ma ci permettiamo di andare in senso contrario rispetto alle euforie Occidentali. Lo facciamo nella speranza di sbagliare, ma nella consapevolezza di quanto accaduto dall’elezione di Hassan Rouhani alla Presidenza dell’Iran nel 2013. Lo facciamo soprattutto coscienti che, la tornata elettorale appena svoltasi, e’ stata falsata in partenza. Oltre il 60% dei candidati sgraditi al regime, infatti, sono stati squalificati a priori. Nelle liste, quindi, e’ rimasto chi – seppur cercando qualche mutamento (soprattutto economico) – si e’ allineato al volere di Khamenei.

Lo facciamo, pero’, soprattutto nella consapevolezza di voler dare voce a coloro a cui e’ stata tolta la voce. Non per scelta, ma perché rinchiuso dietro le sbarre di una cella per ragioni politiche, etniche o religiose.

Lo facciamo nel nome di Atena Farghadani, condannata a 12 anni di detenzione per aver disegnato una vignetta sgradita ai Parlamentari iraniani (No Pasdaran).

Lo facciamo nel nome dell’Ayatollah Hossein Kazemeyni Boroujerdi, condannato a 11 anni di carcere per aver rifiutato il Khomeinismo e predicato l’uscita dei clerici dai ranghi del potere politico (Taavana).

Lo facciamo per Hossein Ronaghi Maleki, blogger iraniano arrestato la prima volta nel 2009 durante le proteste dell’Onda Verde, e da poco risbattutto in carcere nonostante i suoi gravi problemi di salute (No Pasdaran).

Lo facciamo nel nome di Narges Mohammadi, incarcerata per aver protestato per i detenuti politici, contro la pena di morte e per aver incontrato a Teheran l’ex Mrs. Pesc Lady Ashton. Anche a lei vengono negate le cure mediche e addirittura la possibilità di contattare telefonicamente i due figli piccoli (Nobel’s Women Initiative).

Lo facciamo per Hashem Zeinali, un padre che ha visto suo figlio sparire durante le proteste studentesche di Teheran del 2009, da poco condannato al carcere e a 74 frustate per aver preteso spiegazioni dal regime (No Pasdaran).

Lo facciamo per Isa Saharkhiz, politico riformista che non si e’ allineato al regime dopo le repressioni del 2009, arrestato e oggi sbattuto in cella di isolamento (No Pasdaran).

Lo facciamo per gli 80 Baha’i iraniani attualmente detenuti nelle prigioni della Repubblica Islamica, unicamente per aver scelto di non abbandonare la loro fede e di convertirsi all’Islam (Bic.org).

Lo facciamo per Maysam Hojati, arrestato durante la sera del Natale 2015, per essersi convertito dall’Islam al Cristianesimo. Oggi in Iran i cristiani dietro le sbarre sono oltre 90 (Mohabat News).

Lo facciamo per quei 100 detenuti del carcere di Sanandaj che aspettano – nell’indifferenza internazionale – di essere mandati al patibolo. Alcuni di questi hanno commesso il reato in eta’ minorile. Dall’elezione di Rouhani, oltre 2200 detenuti sono stati impiccati (No Pasdaran).

Lo facciamo, infine, anche per quei bimbi siriani di Madaya, assediati dai Pasdaran e dalle milizie sciite pagate dall’Iran. Loro non possono votare in Iran, ma il regime dei Mullah ha comunque preteso di decidere della loro vita e della loro morte (No Pasdaran).

Questo e’ unicamente un piccolissimo elenco di coloro che non hanno votato in Iran, perché incarcerati per non essersi allineati. Nel loro nome e fino alla loro liberazione, nessun “nuovo Iran” esisterà veramente.

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In queste ore milioni di iraniani si stanno recando ai seggi per eleggere il nuovo Parlamento e la nuova composizione dell’Assemblea degli Esperti. Al di la’ di quello che sara’ il risultato, si tratta di elezioni falsate già in partenza, considerando che il potente Consiglio dei Guardiani ha squalificato il 60% dei candidati sgraditi all’establishment.

I mesi intercorsi tra la firma dell’accordo nucleare e le elezioni di oggi in Iran, sono stati mesi di durissime repressioni all’interno della Repubblica Islamica. In carcere sono finiti indiscriminatamente artisti, giornalisti sgraditi, politici non allineati e soprattutto attivisti per i diritti umani e civili. Sul loro arresto, sui falsi processi e sulle assurde condanne, l’Occidente e’ rimasto colpevolmente zitto. Invece di porre chiare condizioni per un nuovo dialogo, l’Occidente – prima fra tutti Federica Mogherini – ha scelto la linea del silenzio assenso, avviando una serie di vergognose processioni a Teheran o coprendo simboli culturali nazionali, per non offendere Hassan Rouhani (leggi Italia).

Cosi, non stupisce che, mentre gli iraniani si recano ai seggi, le repressioni nella Repubblica Islamica continuano liberamente. In queste ore arriva la notizia del trasferimento in cella di isolamento del giornalista e politico riformista Isa Saharkhiz, già responsabile del dipartimento stampa del Ministero della Cultura ai tempi di Khatami, arrestato la prima volta nel 2009 in seguito alle proteste popolari dell’Onda Verde.

Liberato nell’Ottobre del 2013, Isa Saharkhiz e’ stato arrestato nuovamente il 3 novembre del 2015 – insieme ad altri quattro giornalisti riformisti – con l’accusa di essere parte di un network in contatto con “nemici Occidentali” (Journalism Is Not A Crime). Subito dopo il suo arresto, Isa ha dichiarato un estenuante sciopero della fame per protestare contro la detenzione illegale. Uno sciopero durato ben 48 giorni e terminato solo dietro la promessa del rispetto dei suoi diritti legali. Uno sciopero della fame che ha fatto perdere al politico riformista – già fisicamente debilitato – ben 20 kg (Journalism Is Not A Crime).

Il 19 febbraio scorso, quindi, Isa Saharkhiz ha avuto modo di parlare brevemente con la famiglia, informandola del suo trasferimento in cella di isolamento. I parenti hanno denunciato di non aver avuto nessuna spiegazione in merito alle ragioni di questo trasferimento. Non solo: Mehdi Saharkhiz, ha denunciato che nonostante il processo contro suo padre inizierà il prossimo 6 marzo, Isa non ha avuto ancora modo di parlare con un avvocato (Iran Wire). Per la cronaca, in Iran, il trasferimento in isolamento significa stare in una cella di due metri per 1,5 metri, senza bagno, con un paio di coperte e nessun letto. 

In una intervista rilasciata poco dopo l’inizio della prigionia del padre, Mehdi Saharkhiz ha collegato l’arresto con le elezioni iraniane e ha accusato direttamente l’Ayatollah Khamenei, incapace di accettare ogni minima forma di critica. Tra le altre cose, anche Mehdi e’ un perseguitato politico ed e’ stato costretto a rifugiarsi negli Stati Uniti per poter vivere liberamente (Journalism Is Not A Crime).

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Hassan Rouhani, Presidente iraniano, arriva in Italia e in Francia (e presto in Austria e Belgio), accolto come un Papa e venerato come la voce di un nuovo Iran. Un nuovo Iran che, secondo chi se la canta e se la suona da solo, sarebbe moderato, aperto all’Occidente e pronto a rappresentare un fattore di stabilizzazione regionale.

Peccato che il tutto resta solamente una grandissima e pericolosa scommessa. Non solamente perché Hassan Rouhani, in due anni e mezzo di Presidenza, non ha impresso alcun nuovo corso al regime iraniano, ma anche perché all’interno della Repubblica Islamica e’ in corso una vera e propria “guerra” istituzionale. La “guerra”, si badi bene, non e’ fra attori democratici e attori teocratici, ma semplicemente fra interessi economici. Da un lato, infatti, la fazione di Hassan Rouhani – legata a doppio filo con il super corrotto ex Presidente Rafsanjani – e dall’altra la fazione dei Pasdaran e dei clerici di Qom, interessati a mantenere i privilegi ottenuti per mezzo delle sanzioni internazionali.

Prima di entrare nella questione ribadiamo un punto chiave: tutto ciò, purtroppo, non ha nulla a che vedere con i diritti umani e la libertà di espressione degli iraniani. Sotto Rouhani, oltre 2200 detenuti sono stati impiccati, nessuna apertura e’ stata per favorire una minima discussione sulla parità di genere, decine e decine di attivisti sono stati condannati al carcere e l’Iran continua ad essere una tomba per il giornalismo non inquadrato al regime.

Come suddetto, in gioco ci sono cose molto più’ materiali dei diritti umani: gli interessi economici e il potere di eleggere la prossima Guida Suprema (Rahbar), ovvero colui che succederà ad Ali Khamenei. Il 2016 in questo senso, rappresenta un anno chiave, perché sono previste ben due elezioni di rilievo: l’elezione per il rinnovo del Parlamento (Majlis, 290 seggi) e l’elezioni per il rinnovo dell’Assemblea degli Esperti, ovvero l’organo a cui la Costituzione iraniana demanda il potere di eleggere il prossimo Rahbar. Le elezioni per il Parlamento e per l’Assemblea degli Esperti si svolgeranno entrambe il 26 febbraio prossimo.

Ali Khamenei, teoricamente, ha pubblicamente affermato di sostenere una ampia partecipazione popolare alle elezioni, anche per coloro che non condividono “il sistema”. Ovviamente tutte chiacchiere: chi non “condivide il sistema” nella Repubblica Islamica finisce direttamente dietro le sbarre. La Guida Suprema ha semplicemente usato i media e i social network per dare una parvenza di democraticità alle prossime elezioni (Payvand). Peccato che, a togliere ogni illusione, ci ha pensato il Consiglio dei Guardiani, ovvero quell’istituzione che nel folle sistema politico iraniano decide chi ha la facoltà di essere inserito nella lista dei candidati. Il Consiglio dei Guardiani e’ composto da 12 membri, 6 nominati dal potere giudiziario e 6 direttamente da Ali Khamenei. Neanche a dirlo, in Iran il sistema giudiziario dipende direttamente dalla Guida Suprema. Ovviamente, le condizioni per esser parte delle liste dei candidati non sono date tanto dall’età e dalle capacita’ professionali, quanto dalla maggiore o minore fedelta’ che il candidato stesso ha dimostrato verso il regime khomeinista.

Il Consiglio dei Guardiani – su 12000 candidati registrati alle elezioni – ha squalificato oltre il 60% dei candidati legati alla fazione di Hassan Rouhani e Rafsanjani e quei pochi candidati riformisti che hanno azzardato una candidatura. Tra i grandi nomi squalificati, anche quello dell’Ḥojjatoleslām Hassan Khomeini, figlio di Ahmad Khomeini e nipote dei Ruhollah Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica dell’Iran. Se Rouhani e Rafsanjani hanno reagito con rabbia alle esclusioni dei loro candidati (EA WorldView), Khamenei ha indirettamente appoggiato il Consiglio dei Guardiani, affermando di aver detto che, chi non condivide il sistema, deve prendere parte al voto “non essere membro del Parlamento” (Twitter). In altre parole, chi ha delle critiche può recarsi al seggio, ma non può pensare di vedere il suo candidato eletto…(Iran Primer). Chissà cosa ne pensano i Cinque Stelle a tal proposito, tanto amanti dell’Iran…

Nel frattempo, in Iran Khamenei e i Pasdaran parlano costantemente di “nufuz“, ovvero il rischio di una possibile infiltrazione della cultura e delle cospirazioni nemiche (Occidentali), all’interno della Repubblica Islamica. Tutta questa situazione, deve preoccupare enormemente gli investitori Occidentali (tra cui gli Italiani), interessati ad entrare nel mercato iraniano. Non esiste, infatti, alcuna vera normativa che sia in grado di proteggere questi investitori dalle “atmosfere del sistema”, soprattutto quando a fare il buono e il cattivo tempo non e’ il sorridente Hassan Rouhani, ma i Pasdaran e Khamenei.

Ai loro occhi, infatti, in gioco c’e’ la sopravvivenza del sistema stesso iraniano e Teheran non ha alcuna voglia di fare la fine dell’Unione Sovietica sotto Gorbačëv. Perché la Velayat-e Faqih sopravviva, ovviamente, i miliziani iraniani sono ben disposti a passare sulla pelle di chiunque, all’interno e all’esterno della Repubblica Islamica. Soprattutto quando chi viene dall’esterno, prova a toccare delicati interessi economici.

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SHAKOURI+RAD

In Iran si inasprisce la repressione contro le opposizioni. Il 31 agosto scorso, le forze di sicurezza hanno arrestato Ali Shakouri-Rad, leader politico a capo del Partito di Unita’ Nazionale. Una forza politica creata da poco, erede del Fronte Islamico di Partecipazione, movimento guidato dal fratello dell’ex Presidente Khatami. Come noto, da mesi il regime ha imposto ai media di non mostrare alcuna immagine o video dell’ex Presidente riformista. Dopo le proteste del 2009 e la repressione dell’Onda Verde, il Fronte Islamico di Partecipazione e’ stato praticamente bandito (EA World View).

Ali Shakouri-Rad – già arrestato una prima volta nel 2012 – e’ stato fermato dopo aver partecipato ad una conferenza stampa del suo partito (Asr Iran). In quella conferenza, Shakouri-Rad ha discusso i progetti del movimento politico e l’intenzione di prendere parte alle prossime elezioni parlamentari del febbraio 2016. Poche ore dopo il suo discorso, le forze di sicurezza sono intervenute, arrestando Ali Shakouri-Rad e rilasciandolo solamente dopo il pagamento di una cauzione (Rferl.org). Ricordiamo che Ali Shakouri-Rad e’ stato parlamentare iraniano tra il 2000 e il 2004, ma non ha potuto ricandidarsi alle elezioni successive per via del bando imposto sul suo nome dal Consiglio dei Guardiani.

La repressione del regime si e’ abbattuta anche contro il Fronte Nazionale, partito storico creato da Mohammad Mossadegh, il Primo Ministro iraniano rovesciato da un colpo di Stato nel 1953. Nonostante il regime continui ad usare la figura di Mossadegh per attaccare l’Occidente, all’interno dell’Iran e’ praticamente considerato un nemico dai clerici. Il 24 agosto scorso, l’attuale leader del Fronte Nazionale iraniano, Hossain Mousavian, e’ stato convocato dall’intelligence e minacciato. A Mousavian e’ stato detto che il Fronte non ha il diritto di organizzare riunioni ed e’ un movimento considerato apostata (ovvero contrario all’Islam). Il Segretario del Fronte Nazionale iraniano, Adib Broumand, ha rigettato le accuse e chiesto agli attivisti internazionali di mobilitarsi per denunciare l’ennesima censura della Repubblica Islamica (Hrana).

Nonostante le repressione delle forze di sicurezza, proteste anti-regime sono esplose presso Mashhad. Secondo le informazioni pervenute, almeno dieci manifestanti – tra cui due donne – sono stati arrestati durante le proteste.

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