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Il risultato delle elezioni irachene sta terrorizzando Teheran. Il successo del partito Sairoon del clerico Moqtada al-Sadr – che ha ottenuto 54 seggi all’interno del parlamento iracheno – sta sconvolgendo completamente la strategia imperialista iraniana in Iraq.

Qui, infatti, Teheran aveva puntato sia sul partito dell’attuale Premier Haider al-Abadi, che su quello dell’ex Premier Nuri al-Maliki, quest’ultimo un vero e proprio fantoccio nelle mani dei Pasdaran. Sia al-Abadi che al-Maliki sono alleati dell’Iran, ma si sono presentati alle elezioni divisi, per ragioni di politica interna. Il partito di al-Abadi (al-Nasr) ha ottenuto 42 seggi, mentre quello di al-Maliki, ne ha ottenuti 25. Altri 47 seggi sono stati ottenuti invece da Hadi al-Amiri, gia’ capo dell’organizzazione Badr, armata e finanziata direttamente dai Pasdaran.

L’incubo iraniano quindi, e’ che al-Sadr arrivi al potere, magari in alleanza con l’attuale premier al-Abadi, come suddetto non nemico di Teheran, ma non completamente controllato dagli iraniani. Al-Sadr, lo ricordiamo, pur essendo un clerico sciita, da anni ormai guida un movimento di riforma dell’Iraq, che ha come suo primario obiettivo la lotta alla corruzione e il distacco dell’Iraq dall’invadenza del vicino iraniano. A tal fine, al-Sadr ha notevolmente migliorato i rapporti con gli Stati arabi sunniti, in primis con l’Arabia Saudita. Per queste ragioni, prima delle elezioni, Ali Akbar Velayati – consigliere politico di Khamenei – aveva dichiarato che per Teheran era fondamentale impedire la vittoria “dei liberali e dei comunisti” (riferendosi indirettamente proprio ad al-Sadr).

La notizia dell’arrivo immediato di Soleimani a Baghdad, e’ il chiaro indice della tensione che si respira a Teheran. Immediatamente dopo le elezioni, al Sadr ha ricevuto le congratulazioni del Premier al-Habadi e ha persino incontrato al-Amiri. Una alleanza di al-Sadr quindi con questi due rappresentanti iracheni, rischierebbe di far nascere a Badghad un Governo che non prende ordini direttamente dalla Repubblica Islamica. Peggio, un Governo che – sebbene non ostile a Teheran – non ha alcuna intenzione di aprire un fronte di confronto con i sunniti.

Moqtada Al-Sadr, d’altronde, ha sempre sottolieanto la necessita’ di combattere il settarismo, prima causa del sostegno dei sunniti a al-Qaeda e Isis. Settarismo che l’Iran ha fortemente provocato, specialmente durante l’epoca di al-Maliki.

 

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Mousavi

Il Presidente iraniano Hassan Rouhani, ha tenuto la sua prima conferenza stampa, dopo la rielezione a Presidente della Repubblica Islamica. Quanto detto in questa occasione, risulta essere molto interessante per capire quanto accadrà nel secondo mandato di Rouhani (Iran Human Rights).

In questa conferenza stampa, Hassan Rouhani si e’ messo in piena linea, quasi su tutto, con le posizioni della Guida Suprema Ali Khamenei. Non solo ha elogiato pienamente il sistema, in primis i Pasdaran e i Basij, ma ha anche ribadito la centralità del cosiddetto “asse della resistenza”, sottolineando non solo l’impegno iraniano in Siria e Yemen, ma anche la solidarietà al Venezuela di Maduro (proprio mentre quest’ultimo reprime le proteste di piazza, cosi come l’Iran represse quelle dell’Onda Verde).

Proprio sull’Onda Verde, il Presidente iraniano fa il capovolgimento più importante: se durante la campagna elettorale del 2013 Hassan Rouhani si era impegnato a far terminare gli arresti domiciliari dei leader della protesta del 2009,  Mehdi Karroubi, Mir Hosseini Mousavi e Zahra Rahnavard, durante la conferenza stampa si e’ pienamente rimangiato la sua promessa. 

Ricordiamo che Karroubi, Mousavi e sua moglie Rahnavard, sono costretti agli arresti domiciliari dal 2011 (e al completo isolamento dall’esterno), senza neanche aver mai subito un processo regola e delle accuse formali. Per questo, nel 2013, l’impegno di Rouhani aveva almeno fatto sperare che i tre potessero avere la possibilità di difendersi pubblicamente, come garantito dallo stesso sistema iraniano. Cosi non e’ stato.

In conferenza stampa quindi, rispondendo ad una precisa domanda, Rouhani ha dichiarato che “l’esecutivo, il legislativo e il sistema giudiziario, hanno ognuno le proprie responsabilità e ci muoveremo secondo la Costituzione”. Di fatto, il neo rieletto Presidente iraniano, ha comunicato a Khamenei che non ha alcuna intenzione di premere per garantire i diritti dei tre leader dell’Onda Verde.

L’abbandono dei leader dell’Onda Verde al loro destino, non lascia certo presagire un miglioramento dello stato dei diritti umani in Iran, nei prossimi quattro anni.

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Nel video che vi mostriamo in basso, ripreso durante le elezioni presidenziali svoltesi in Iran, si vede una ragazza di Isfahan ballare sul tetto di una macchina. Questo video amatoriale e’ straordinario per almeno due motivi: il primo e’ che in Iran e’ vietato per le donne ballare in pubblico. Il secondo, che la ragazza non porta alcun velo, obbligatorio nella Repubblica Islamica.

Ora, qualunque sia l’analisi del voto presidenziale che si può scrivere, una cosa e’ certa: nonostante le speranze Occidentali e nonostante le speranze di questa stessa ragazza iraniana, nessun Presidente ne rappresenterà veramente le istanze di libertà a cui ella aspira. Cosi come nessun Presidente iraniano, rappresenterà la voce degli oltre 800 prigionieri politici presenti nelle carceri del regime, il cui grido viene totalmente ignorato da buona parte del mondo democratico.

Le ragioni sono semplici. Se il regime ascoltasse la voce di questa ragazza, dovrebbe abolire l’obbligatorietà del velo, approvare la parità di genere tra uomo e donna, permettere alle ragazze di cantare liberamente, di ballare in pubblico e di andare in bicicletta senza rischiare di essere accusate di “provocare la libido maschile”. Nessuno Rouhani ascolterà le parole dei prigionieri politici, perché se cosi fosse, egli stesso dovrebbe farsi da parte, avendo contribuito alle peggiori repressioni delle proteste popolari dal 1979 ad oggi (a cominciare dal massacro degli studenti dell’università di Teheran nel 1999 e dall’Onda Verde nel 2009).

Cio’ che serve al popolo iraniano e al mondo intero, non e’ un nuovo presidente, ma un nuovo Iran. Ovvero una vera Festa della Liberazione: la liberazione da un regime fondamentalista, teocratico e naturalmente portato alla repressione civile. Solo in questo giorno, allora, potremmo davvero festeggiare. 

L’agenzia Hrana, dedita alla denuncia quotidiana degli abusi dei diritti umani in Iran, ha dato la notizia dell’arresto del blogger dissidente Mehdi Khazali. L’arresto è avvenuto il 13 febbraio davanti alla sede della casa editrice Hayan, su ordine della corte di Shahid Moghadasi. Mehdi Khazali, sarebbe stato quindi trasferito nel braccio 350 del carcere di Evin, sotto il diretto controllo dei Pasdaran. In questo braccio, sono rinchiusi i prigionieri politici.

Mehdi Khazali, figlio del clerico ultraconservatore Ayatollah Abolghasem Khazali, ha deciso di non seguire le orme del padre e ha duramente criticato il regime, soprattutto dopo la repressione dell’Onda Verde tra il 2009 e il 2011. Recentemente, Mehdi Khazali si era duramente espresso sia contro l’intervento della Forza Qods in Siria, sia invitando a boicottare le annuali celebrazioni in ricordo della rivoluzione khomenista del 1979. Probabilmente, l’arresto è dovuto proprio all’invito al boicottaggio fatto da Khazali, essendo avvendo a pochi giorni da quel coraggioso appello.

Ad oggi, non si hanno notizie dello stato detentivo di Mehdi Khazali. Si sa solo che, Khazali è ancora detenuto illegalmente, senza alcuna accusa formale formulata nei suoi confronti dal regime. Il suo arresto, come quello di decine di altri attivisti, è parte dell’ondata di repressioni che l’Iran sta compiendo in vista delle elezioni Presidenziali del Maggio 2017.

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Il regime iraniano ha da poco annunciato l’approvazione dei nuovi contratti petroliferi (IPC). Per mezzo di questi contratti, Teheran intende attirare le grandi compagnie del settore, in primis quelle Occidentali. I nuovi IPC, quindi, sono stati approvati dal Parlamento iraniano nel mese di settembre (Iran Project). Tutto questo, in teoria.

In teoria per due motivi: in primis i contratti non sembrano cosi appetibili per le grandi compagnie Occidentali. Nonostante si tratti di contratti estendibili a 20 anni e con maggiori incentive, per ora la Repubblica Islamica mantiene piu’ interrogativi che certezze. Nonostante la propaganda, infatti, gli investitori sono ben consapevoli dell’altissimo livello di corruzione all’interno del regime, del riciclaggio di denaro volto al finanziamento del terrorismo e del rischio arresto per i cittadini con doppia cittadinanza (attivi nel nuovo business con Teheran).

Poco importa a Rouhani perche’, almeno nel breve termine, il suo piano e’ diverso. Cio’ a cui punta ora il Presidente iraniano non e’ l’efficienza del sistema economico e finanziario iraniano, ma la sua rielezione. Le prossime elezioni saranno nel Maggio del 2017 e Rouhani sa bene che, per ottenere un altro mandato, ha bisogno di corrompere Khamenei e i Pasdaran. A questo scopo, non c’e’ di meglio del petrolio per ottenere successo.

Ecco allora che, poco dopo aver approvato i nuovi IPC, la compagnia di Stato NIOC ha chiuso un accordo con la Persia Oil and Gas Industry Development Company. Secondo l’accordo, la Persia Oil sviluppera’ quattro siti petroliferi (e le reserve) nel Sud dell’Iran. Un accordo da almeno 2,2 miliardi di dollari (Reuters).

Cosa c’e’ di strano? Semplice: la Persia Oil and Gas Industry Development Company è di proprietà della cosiddetta SETAD, o meglio in farsi “Setad Ejraiye Farmane Hazrate Emam”, Si tratta di una holding nata per gestire i beni dismessi dello Stato e che fa capo direttamente alla Guida Suprema Ali Khamenei. Una holding dal valore di quasi 100 miliardi di dollari…ovviamente dentenuti dal cerchio di Khamenei in segreti conti esteri (Reuters). Per questa ragione, la SETAD e tutte le sue controllate, sono state inserite nella lista delle sanzioni da parte del Dipartimento del Tesoro Americano. Tra le controllate, appunto, la Persia Oil and Gas Industry Development Company (link).

In altri termini, ciò che Rouhani sta facendo, non è nient’altro che assicurare a Khamenei e ai Pasdaran i loro interessi economici, sperando di appianare parte del loro malcontento, in vista del 2017. Peggio, sfruttando i nuovi contratti e il silenzio della diplomazia Occidentale, Rouhani sta aumentando il potere del cerchio intorno alla Guida Suprema, allo scopo chiaramente di ottenere la benedizione per un altro mandato (Middle East Brieafing).

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Qualche giorno fa, subito dopo le elezioni Parlamentari iraniane, la giornalista del Corriere della Sera Viviana Mazza ha pubblicato su Facebook una intervista a Parveneh Salahshuri, neo eletta nel Parlamento iraniano grazie al voto della capitale Teheran (nella Lista Speranza). Nell’intervista la Parvaneh, pur elogiando la Repubblica Islamica, dichiarava di voler lottare contro le discriminazioni, aggiungendo che – secondo la sua opinione – un giorno il velo islamico non sara’ più obbligatorio nella Repubblica Islamica (rimarcando, neanche a dirlo, di aver fatto una ricerca e di aver notato che la maggior parta delle donne crede nell’Hijab).

Neanche il tempo di dire la frase “speriamo abbia ragione”, che Parveneh Salahshuri e’ stata immediatamente rimessa al suo posto. Dopo le dichiarazioni davanti alla telecamera della Mazza, i media conservatori iraniani si sono scatenati, chiedendo a gran voce che l’elezione di Parvaneh Salahshuri fosse rivista dal Consiglio dei Guardiani. Risultato: in pieno stile dittatoriale, la Salahshuri ha fatto mea culpa, dichiarando all’agenzia ISNA che “indossare l’hijab e’ uno dei precetti islamici, essenziale per la donna e proveniente dal cuore. Ci sono differenze sul come vada osservato questo principio, ma l’obbligatorietà (del velo) e’ ovvia“. Nel video qui sotto, postato da Masih Alinejad, potrete ascoltare anche una intervista a Viviana Mazza in cui, giustamente, la giornalista italiana chiede che anche la voce delle donne iraniane che non intendono indossare il velo venga ascoltata dal regime.

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Il fine settimana e questo lunedì, sono pieni di articoli in Rete e sui quotidiani, volti ad elogiare la vittoria dei cosiddetti “riformisti-pragmatici” alle elezioni per il rinnovo del Parlamento e dell’Assemblea degli Esperti. Elezioni che sembrano vedere i conservatori in vantaggio, ma con un netto miglioramento delle liste vicine al Presidente Rouhani (e a Rafsanjani) e una sconfitta della fazione “principalista”.

Ci auguriamo tutti che queste nuove elezioni possano significare per il popolo iraniano un vero cambiamento, ma ci permettiamo di andare in senso contrario rispetto alle euforie Occidentali. Lo facciamo nella speranza di sbagliare, ma nella consapevolezza di quanto accaduto dall’elezione di Hassan Rouhani alla Presidenza dell’Iran nel 2013. Lo facciamo soprattutto coscienti che, la tornata elettorale appena svoltasi, e’ stata falsata in partenza. Oltre il 60% dei candidati sgraditi al regime, infatti, sono stati squalificati a priori. Nelle liste, quindi, e’ rimasto chi – seppur cercando qualche mutamento (soprattutto economico) – si e’ allineato al volere di Khamenei.

Lo facciamo, pero’, soprattutto nella consapevolezza di voler dare voce a coloro a cui e’ stata tolta la voce. Non per scelta, ma perché rinchiuso dietro le sbarre di una cella per ragioni politiche, etniche o religiose.

Lo facciamo nel nome di Atena Farghadani, condannata a 12 anni di detenzione per aver disegnato una vignetta sgradita ai Parlamentari iraniani (No Pasdaran).

Lo facciamo nel nome dell’Ayatollah Hossein Kazemeyni Boroujerdi, condannato a 11 anni di carcere per aver rifiutato il Khomeinismo e predicato l’uscita dei clerici dai ranghi del potere politico (Taavana).

Lo facciamo per Hossein Ronaghi Maleki, blogger iraniano arrestato la prima volta nel 2009 durante le proteste dell’Onda Verde, e da poco risbattutto in carcere nonostante i suoi gravi problemi di salute (No Pasdaran).

Lo facciamo nel nome di Narges Mohammadi, incarcerata per aver protestato per i detenuti politici, contro la pena di morte e per aver incontrato a Teheran l’ex Mrs. Pesc Lady Ashton. Anche a lei vengono negate le cure mediche e addirittura la possibilità di contattare telefonicamente i due figli piccoli (Nobel’s Women Initiative).

Lo facciamo per Hashem Zeinali, un padre che ha visto suo figlio sparire durante le proteste studentesche di Teheran del 2009, da poco condannato al carcere e a 74 frustate per aver preteso spiegazioni dal regime (No Pasdaran).

Lo facciamo per Isa Saharkhiz, politico riformista che non si e’ allineato al regime dopo le repressioni del 2009, arrestato e oggi sbattuto in cella di isolamento (No Pasdaran).

Lo facciamo per gli 80 Baha’i iraniani attualmente detenuti nelle prigioni della Repubblica Islamica, unicamente per aver scelto di non abbandonare la loro fede e di convertirsi all’Islam (Bic.org).

Lo facciamo per Maysam Hojati, arrestato durante la sera del Natale 2015, per essersi convertito dall’Islam al Cristianesimo. Oggi in Iran i cristiani dietro le sbarre sono oltre 90 (Mohabat News).

Lo facciamo per quei 100 detenuti del carcere di Sanandaj che aspettano – nell’indifferenza internazionale – di essere mandati al patibolo. Alcuni di questi hanno commesso il reato in eta’ minorile. Dall’elezione di Rouhani, oltre 2200 detenuti sono stati impiccati (No Pasdaran).

Lo facciamo, infine, anche per quei bimbi siriani di Madaya, assediati dai Pasdaran e dalle milizie sciite pagate dall’Iran. Loro non possono votare in Iran, ma il regime dei Mullah ha comunque preteso di decidere della loro vita e della loro morte (No Pasdaran).

Questo e’ unicamente un piccolissimo elenco di coloro che non hanno votato in Iran, perché incarcerati per non essersi allineati. Nel loro nome e fino alla loro liberazione, nessun “nuovo Iran” esisterà veramente.

Loro non hanno votato... (2)