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Il Ministero dell’Interno egiziano, ha rivelato di aver scoperto e arrestato una cellula terrorista legata alla Fratellanza Mussulmana. La cellula era composta da 13 individui, i cui obiettivi erano quelli di compiere attentati nel Paese, non solo contro istituzioni nazionali, ma anche contro luoghi di culto cristiani. 

Nei covi usati dai terroristi, sono state trovate armi ed esplosivi di fabbricazione iraniana. Una nuova conferma delle strette relazioni tra il regime di Teheran e la Fratellanza Mussulmana (ricordiamo la famosa visita di Ahmadinejad in Egitto, durante la deleteria Presidenza di Morsi).

Non solo: qualche giorno fa Isis ha pubblicato un video in cui mostrava dei cecchini colpire dei soldati egiziani, nella Penisola del Sinai. Il terroristi di Isis, in quel video, usavano fucili di precisione AM50, già usati dai ribelli Houthi in Yemen.

Si tratta dell’ennesima prova del ruolo eversivo del regime iraniano nella regione Mediorientale – e non solo…Tra le altre cose, osservatori egiziani hanno denunciato il ruolo dei Pasdaran iraniani nel traffico di armi che avviene, per mezzo di tunnel, tra la Penisola del Sinai e la Striscia di Gaza.

Un traffico che vede protagonisti anche i terroristi libanesi di Hezbollah: il caso esemplare fu quello di Sami Shihad, operativo dell’Unita’ 1800 di Hezbollah, arrestato in Egitto nel 2009 per aver trafficato armi tra Iran, Sudan, Penisola del Sinai e Gaza. Sami Shihad riusci a scappare dalle prigioni egiziani e arrivare liberamente a Beirut, per riapparire in pubblico ad una manifestazione di Hezbollah nel 2011. La cosa, risulta meno incredibile se si pensa che, nel 2013, la procura egiziana apri’ una indagine contro Mohammed Morsi, per aver passato informazioni relative alla sicurezza dello stato non solo a Hamas, ma anche ad Hezbollah.

Il chiaro obiettivo di Teheran e’ quello di avere, anche in Egitto, cellule terroriste pronte ad agire – quando richiesto – per fomentare instabilità nel Paese e conseguenti proteste anti Governative. 

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L’Iran combatte Isis? Hamas e l’Iran sono ai ferri corti? Isis e Hamas sono nemici? Tutte teorie che, come sempre accade, sono smentite dai fatti. Gia’, perché al di la delle diversità politiche e religiose, non c’e’ contrapposizione che tenga all’interno del mondo terrorista, quando si tratta di attaccare un nemico comune.

Ecco allora che – mentre l’Occidente si riempie la bocca di illusioni sull’Iran – Teheran non si fa alcune problema a cooperare con Hamas e Isis per contrabbandare armamenti nella Penisola egiziana del Sinai. Secondo informazioni di intelligence, Hamas da mesi coopera con l’ala di Daesh nel Sinai, anche nota come Ansar Bait al-Maqdis. L’uomo che farebbe da intermediario in questa cooperazione e’ il capo dell’ala militare di Isis nel Sinai, tale Shadi al-Menai (Washington Institute).

Menai – inserito dall’Egitto nella top list dei “most wanted” – ha visitato numerose volte la Striscia di Gaza segretamente, incontrando diversi esponenti dell’ala militare di Hamas, le Brigate Izz al-Din al-Qassam. Grazie a queste discussioni avrebbero permesso l’avvio di una cooperazione tra Isis e Hamas, per il contrabbando delle armi provenienti dall’Iran e dalla Libia. Come sempre, a sostegno di questo accordo ci sono le tribù Beduine della Penisola del Sinai, capaci di far entrare le armi nella Striscia di Gaza per mezzo di tunnel. In questi mesi, diversi tunnel scavati tra Gaza e il Sinai sono stati attaccati dall’esercito egiziano. Ancora, sempre secondo l’intelligence, l’uomo di Hamas responsabile di mantenere le relazioni con i Beduini del Sinai, sarebbe Ayman Nofal, già arrestato dal Cairo nel 2008 e riuscito a scappare dalle prigioni egiziane solamente grazie al caos generatosi in seguito alla Primavera Araba del 2011. Vogliamo ricordare che fu proprio Ayman Nofal uno dei capi di Hamas incaricati dall’Iran di destabilizzare la Penisola del Sinai, in seguito al colpo di Stato che porto’ al potere il Generale al Sisi (No Pasdaran).

Queste informazioni rappresentano l’ennesima conferma della pericolosità del gruppo terrorista palestinese di Hamas. Una organizzazione che, proprio grazie al sostegno iraniano, contribuisce direttamente all’instabilità dell’Egitto e della Libia, Paesi chiave nell’ottica della sicurezza del Mediterraneo e dell’Italia stessa.


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Mentre in Israele imperversa il terrorismo, in Iran arrivano di corsa i rappresentanti delle organizzazioni jihadiste palestinesi. Ovviamente, sono alla ricerca di sostegno materiale ed economico per la loro nuova jihad. Un sostegno che, indubbiamente, verrà presto favorito dal miliardi che la Repubblica Islamica incamererà dall’alleggerimento di parte delle sanzioni internazionali. Per la cronaca, parlando di fatti concreti, ieri a Teheran i rappresentati di Hamas e della Jihad Islamica – Khaled Ghadoumi  e Nasser Abu Sharif – si sono incontrati con un certo Hossein Sheikholaeslam, un personaggino assai poco raccomandabile. Il caro Hossein, infatti, non e’ solo il Segretario Generale della Commissione di Supporto all’Intifada, ma anche l’ex Ambasciatore iraniano in Siria. Per chi non lo sapesse, l’Ambasciatore iraniano in Siria e’ quello che, direttamente, gestisce il movimento terrorista libanese Hezbollah (Good Morning Iran).

Dall’incontro, neanche a dirlo, e’ arrivato un sostegno incondizionato del regime iraniano alla nuova jihad palestinese. Hossein Sheikholaeslam ha colto l’occasione per rimarcare come, la cosiddetta nuova Intifada, sara’ l’occasione per rimettere la questione palestinese al centro dell’agenda islamica (Fars News). Neanche a dirlo, una nuova crisi che cade a pennello per gli interessi del regime iraniano: quale migliore occasione, infatti, per spostare l’attenzione dalla Siria, dai fallimenti nella difesa del macellaio Assad e dalle sconfitte in Yemen? E quale migliore occasione per Hamas, per rifarsi un look? Dopo la vittoria di Morsi in Egitto, Hamas decise di sfidare l’Iran sulla questione siriana. Purgato Morsi, sopravvissuto Assad, entrato in crisi il padrino Erdogan e con Putin ormai in guerra contro la Fratellanza Mussulmana, Hamas ha compreso di essere vicino ad una crisi esistenziale. Senza dimenticare, infine, che Hamas si sta dimostrando incapace anche di controllare la stessa Striscia di Gaza, considerando le recenti infiltrazioni di Isis…

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Ecco allora che, tra terrorismo palestinese e Iran, rinasce la collaborazione stretta, sull’onda della necessita’ reciproca. Durante la conferenza tenutasi a Teheran, per la cronaca, i leader di Hamas e della Jihad Islamica hanno denunciato entrambi gli accordi di Oslo, gli stessi che l’intera Comunità Internazionale sostiene con fermezza (Palestine-Persian). Assai interessante, tra le altre cose, e’ stata la dichiarazione del rappresentante di Hamas Khaled Ghadoumi, in merito al futuro di Israele. Ghadoumi – parlando di una previsione fatta dallo Sciecco Yassin in base ad una interpretazione del Corano – ha affermato che “Israele non esisterà più entro il 2027” (Palestine-Persian). Guarda caso, un’affermazione che va sulla stessa linea delle recenti affermazioni della Guida Suprema Ali Khamenei (“Israele sparira’ entro i prossimi 25 anni”).

Infine, un ultimo appunto che lascia pensare: dopo aver elogiato l’Imam Khomeini, il rappresentante iraniano Hossein Sheikholaeslam ha voluto ricordare come la Prima Intifada del 1987 e’ scoppiata dopo i tragici fatti della Mecca e questa “nuova Intifada” scoppia dopo i tragici fatti di Mina. Per chi non lo sapesse, nel 1987, durante il pellegrinaggio sacro alla Mecca, un gruppo di pellegrini sciiti – fomentato dall’Iran – si scontro’ con le forze saudite, lasciando sul terreno 400 morti. Anche nel caso dell’incidente di Mina, avvenuto nel pellegrinaggio alla Mecca di quest’anno, alcuni commentatori hanno parlato di infiltrazioni di agenti iraniani, allo scopo di destabilizzare il regime saudita (al Monitor).

Al di la’ delle tesi del complotto, ben piu’ importante e’ il significato politico della comparazione fatta da Hossein Sheikholaeslam. L’ennesima implicita minaccia iraniana di usare le crisi del Medioriente per espandere la rivoluzione khomeinista…

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Apprendiamo dai media internazionali e da quelli italiani, che la Russia ha deciso di entrare militarmente al fianco di Bashar al Assad. Non solo: proprio in queste ore, dopo il diniego della Bulgaria e della Grecia, l’Iran ha concesso a Mosca lo spazio aereo per portare rifornimenti di armi e uomini a Damasco. La notizia sta creando allarme – motivatamente – per il rischio di un allargamento del conflitto o di uno scontro diretto tra grandi potenze.

Ancora una volta, pero’, molti politici ed analisti guardano al dito, dimenticando la luna. In altre parole, come siamo arrivati a questo punto? Come siamo arrivati al punto in cui, allo stesso Presidente Putin, non interessa neanche piu’ negare il coinvolgimento militare in Siria? In fondo, se ci pensiamo bene, la vicinanza di Mosca ad Assad non e’ una cosa nuova ed e’ dall’aprile scorso che si hanno notizie dei militari russi al fianco del dittatore siriano. E’ necessario, quindi, rimettere insieme i pezzi, per capire qualcosa di molto importante: l’accordo nucleare tra Iran e Occidente, rappresenta la grande vittoria diplomatica della Russia. 

Partiamo ad un presupposto: affermando che Mosca ha vinto con Iran Deal, non intendiamo affrontare il nodo tecnico dell’accordo nucleare, ma il suo messaggio politico e i suoi effetti pratici. Prima dell’Iran Deal e dopo lo scoppio della crisi in Crimea, la Russia era fortemente isolata, alla ricerca di un tentativo disperato di mantenere i suoi interessi geo-politici, cercando di nascondere (cosa impossibile), un suo coinvolgimento diretto nei conflitti. Erano quelli i mesi in cui si vociferava che il personale russo, stava scappando via dalla Siria. Un noto giornale, addirittura, titolava: “Putin sta abbandonando Assad e scappando dalla Siria?” (Observer). Erano quelli i mesi in cui, tra le altre cose, i diplomatici Occidentali esprimevano ancora una certa insicurezza sulla firma di un accordo nucleare con l’Iran (a giugno, infatti, si decise di prolungare ancora le negoziazioni). Poi qualcosa cambio’ e, il 14 luglio scorso, la Mogherini annuncio’ al mondo la firma dell’accordo con Teheran. Una firma benedetta da Vladimir Putin.

Perché? Perché Putin benedisse un accordo che – almeno teoricamente – rimetteva in gioco un potenziale competitor energetico e creava i presupposti politici per un riavvicinamento fra Washington e Teheran? In fondo, all’epoca dello Shah, proprio l’Iran rappresentava per la Russia uno dei principali antagonisti, in considerazione della sua alleanza con il blocco Occidentale…Beh, le ragioni sono almeno tre:

  • per il prestigio diplomatico: sostenendo l’accordo nucleare con l’Iran, Putin e’ passato da leader ostracizzato a politico lodato (primo fra tutti dal Presidente USA). Per un Presidente giudicato, sino a pochi giorni prima, una minaccia per la sicurezza dell’Europa, diciamo che si e’ trattato di un successo non di poco conto;
  • per il messaggio politico che Iran Deal mandava: Legittimando il programma nucleare iraniano – un programma clandestino e illegale – l’Occidente lanciava al mondo questo messaggio: “agite pure contro le norme internazionali tanto prima o poi noi, sappiatelo, verremo a patti con voi. Putin ha capito benissimo che, sostenendo l’accordo nucleare, avrebbe rafforzato questo deleterio messaggio. Non solo: l’Occidente e’ venuto anche a patti con un regime che abusa dei diritti umani, ha represso le sue proteste interne nel 2009 e finanza dal 1979 il peggior terrorismo internazionale. Al confronto, avrà pensato il Presidente russo, quello che fa Mosca e’ una nocciolina;
  • la libertà di vendere armamenti e tecnologia nucleare: dalla prima motivazione, deriva la seconda. Iran Deal ha messo in atto un meccanismo di competizione in tutto il Medioriente e amplificato la distanza tra Sciiti e Sunniti. In questo contesto – considerando anche la perdita di credibilità americana – la Russia si e’ perfettamente inserita in questo spazio, cominciando a vendere armi e firmando accordo nucleare con chiunque fosse disponibile. In primis con l’Egitto – il cuore del mondo arabo (al Monitor) – e successivamente con l’Arabia Saudita, teoricamente il grande antagonista di Iran e Siria (Defense Aerospace).

Geopoliticamente parlando, la Russia e’ un grande e potenze Orso Bianco che, senza uno sbocco ai mari caldi, rischia di essere rinchiuso in gabbia. Ecco la ragione per la quale Mosca sta tentando di approfittare della crisi tra Bruxelles e Atene ed ecco la ragione per la quale, soprattutto, la base navale di Latakia rappresenta per Mosca un perno fondamentaleDopo l’accordo nucleare del 14 luglio scorso, Putin ha iniziato una campagna diplomatica – in parte ancora in corso – per trovare un accordo con l’Arabia Saudita sulla Siria. Il tentativo e’ fallito, proprio per il disaccordo sul destino politico di Bashar al Assad. Messa da parte la diplomazia, il Presidente russo ha deciso di mostrare i muscoli. 

Se Obama ha scritto a Khamenei” – ha pensato Putin – “io adesso posso legittimamente difendere Bashar al Assad. Cosi e’ stato. Si badi bene: questo non significa che il destino di Bashar al Assad sia quello di restare alla guida della Siria a tempo indeterminato. Nel breve termine la sua posizione teoricamente si rafforza (basta leggere le parole di Velayati), ma lo scenario e’ ancora potenzialmente aperto. Questo significa, come sottolineato in altre occasioni (No Pasdaran), che Iran Deal ha condannato la Siria a non essere più uno Stato unitario. Se non si salverà Assad in persona, si salveranno i membri la sua cricca, perché saranno loro a dover garantire gli interessi di Mosca e Teheran in Siria. Questo, soprattutto dopo la benedizione americana all’ingresso della Turchia nel conflitto siriano e iracheno e dopo l’inizio dei bombardamenti francesi e inglesi.

Diversi mass-media stanno facendo passare il messaggio che, dietro l’intrusione delle grandi potenze in Siria, ci sia soprattutto la campagna contro il califfato di Isis. Quello che non si capisce, purtroppo, che la guerra a Daesh e’ solo la grande giustificazione – per quanto forte e motivata – con cui, ormai tutte le grandi potenze, stanno rafforzando il loro controllo su parte della Siria. Un controllo che, proprio grazie all’accordo nucleare con l’Iran, nessuno sara’ disposto a lasciare sia nel breve che nel lungo termine. 

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Nervana Mahmoud, famosa blogger egiziana, non ci gira intorno: l’accordo nucleare con l’Iran, rappresenta un potenziale “bacio mortale” per le prospettive di pluralismo democratico in tutto il Medioriente. Grazie a questo accordo, infatti, i rappresentanti illiberali nell’Islam – sia sciiti che sunniti – riceveranno un enorme incoraggiamento. In seguito a questo accordo “il Presidente americano Obama sara’ ricordato dai libri di storia come colui che ha abbracciato i nemici del liberalismo in Medioriente” (Ahram).

Nel suo articolo, Nervana ricorda anche di aver visitato personalmente la Repubblica Islamica qualche anno fa. In Iran, a sua sorpresa, la blogger egiziana trovo’ una società vibrante, con una gioventù carica di valori liberali e voglia di democrazia. “Questi ragazzi” – sottolinea Nervana – “potranno anche celebrare oggi l’alleggerimento delle sanzioni e la fine dell’isolamento, ma e’ assai difficile che l’accordo nucleare sanerà il divario esistente tra loro e i governanti teocratici“. Per i Mullah, infatti, l’accordo nucleare rappresenta unicamente il riconoscimento che, per l’Occidente, il modello teocratico anti-modernista e’ un modello di un successo. 

Non solo: anche per quanto concerne le speranze di vedere l’Iran cambiare il suo atteggiamento aggressivo, secondo la blogger egiziana, si tratta solamente di una grande illusione. In una fase in cui e’ in corso una vera e propria guerra settaria in diversi Paesi Arabi, un Iran più forte determinerà unicamente l’avvio di processi imitativi, rafforzando gruppi e movimenti politici anti-democratici e teocratici.  L’ingerenza iraniana in Libano, Iraq, Siria e Yemen, causerà l’arrivo al potere di forze concorrenti, anche loro ispirate all’Islamismo politico. Dal 1979, infatti, l’Islamismo sunnita ha imparato una sola lezione dall’Iran: “Yes we can“, uno slogan scandito dagli islamisti ben prima della vittoria elettorale di Obama nel 2008. L’Islamismo Arabo vede nell’Iran teocratico un modello capace di realizzare i loro sogni di dominio della società mussulmana. Il nuovo accordo nucleare, quindi, non farà che rafforzare questo terribile obiettivo. 

La Siria, per la blogger Nirvana Mahmoud, sara’ il primo Paese a pagare il prezzo dell’Iran Deal. Il Paese resterà imprigionato nella guerra settaria tra sciiti e sunniti, guidata da forze radicali, anti-democratiche e spietate. Nello stesso Egitto – ove ne la rimozione di Mubarak e ne la fine del regime di Morsi hanno prodotto una democrazia liberale – una parte dei Fratelli Mussulmani ha cominciato a guardare con interesse al modello iraniano, nonostante il forte antagonismo con gli sciiti. Parte dei Fratelli Mussulmani, infatti, ritiene che il fallimento di Morsi e’ stato direttamente causato dalla sua “riluttanza a portare avanti una politica rivoluzionaria”. In questo contesto, la violenza imposta dai Mullah dopo il 1979 contro le opposizioni, viene vista come un “modello”. Dall’altra parte, gli stessi sostenitori del Presidente al-Sisi, useranno l’Iran come pretesto per giustificare repressioni contro le opposizioni, coprendo le loro azioni dietro al fatto che, un Occidente che legittima il regime iraniano dopo 36 anni di violenza, non ha il potere morale di giudicare l’Egitto.

Il durissimo op-ed di Nervana Mahmoud si conclude ricordando il discorso tenuto da Obama al Cairo nel 2009. Un discorso in cui il Presidente americano parlo’ di tolleranza, rispetto per le minoranze, libertà di religione e diritto a godere di una reale democrazia. L’accordo nucleare con l’Iran va esattamente dalla parte opposta rispetto a questi nobili obiettivi. Iran Deal, infatti, legittima un regime che abusa quotidianamente dei diritti umani e che prende in giro l’intera Comunità Interazionale. I suoi effetti collaterali, ovviamente, non potranno che essere estremamente drammaticamente negativi e pericolosi.

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Bernard Lewis, grande esperto di Medioriente, ha scritto un libro dal titolo magistrale: “il linguaggio politico dell’Islam”. Un libro stampato e ristampato ma, purtroppo, poco tenuto a mente. Quando un importante leader politico islamico parla, scrive o pubblica idee sui social, un buon analista dovrebbe essere attento alle parole che vengono usate. Questa affermazione e’ particolarmente vera quando si parla della Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei. Ecco quindi che, tutti i tweet pubblicati sugli account (in farsi e in inglese) devono essere letti attentamente e, ove necessario, compresi profondamente. In questi ultimi giorni, quindi, Khamenei ha pubblicato una serie di tweet sul risveglio islamico – in Occidente noto come le “Primavere Arabe” – e sul futuro del Medioriente. I suoi tweet, si badi bene, erano direttamente ricollegati ad alcuni discorsi rilasciati dalla Guida Suprema nelle stesse ore.

Vogliamo sottolineare due tweet in particolare che, secondo la nostra analisi, devono essere tenuti a mente dall’Occidente, perché potrebbero avere delle conseguenze dirette sulla stabilita’ dell’intera regione Mediorientale. Poco prima delle celebrazioni dell’Eid al Mab’ath – la proclamazione di Maometto a Profeta – Khamenei ha pubblicato questo tweet: gli arroganti hanno temporaneamente soppresso il Risveglio Islamico, ma non potranno sopprimerlo per lungo tempo. La grande potenza islamica non può essere trascurata. Abbiamo volontariamente colorato in rosso la parola “arroganti”, perché in questo termine sta tutto il significato del messaggio di Khamenei.

Il vero significato dell'”arroganza” nel pensiero dell’Islam radicale

Per capire di cosa parliamo dobbiamo ritornare all’inizio del 1900 e, paradossalmente, andare a ricercare il pensiero di un ideologo dell’islamismo radicale sunnita: Sayyid Qutb. Dopo Al Banna – fondatore dei Fratelli Mussulmani – Sayyid Qutb e’ considerato l’ideologo principale della salafia, colui che probabilmente influenzato maggiormente il pensiero dell’Islam radicale. Per sommi capi, Qutb divideva il mondo in due sfere: una sfera rappresentante un “Islam dei veri credenti” (rappresentante il Partito di Dio), e una sfera rappresentante la jahiliyya, ovvero il mondo dell’ignoranza (il Partito di Satana). Si badi bene, pero’: nel pensiero di Qutb, il termine “ignoranza” ha lo stesso significato di “arroganza”. Come sottolinea William E. Shepard – autore del saggio “la dottrina della jahiliyya nel pensiero di Sayyed Qutb” – nel Corano la parola jahiliyya non compare mai con come semplice ignoranza. Al contrario, nel Corano il termine ignoranza compare sempre collegato ad una forte ostilita’ e aggressivita’ di coloro che portano avanti un pensiero pagano e anti islamico (esempio: “la fiera arroganza della jahiliyya“, Corano 48:26).

Da questa interpretazione del concetto di jahiliyya, quindi, si arriva al passo successivo del pensiero radicale di Qutb: se l’ignoranza indica un senso di aggressività da parte del pagano, da ciò deriva anche il dovere del mussulmano di portare avanti un jihad offensivo, inteso come un dovere del fedele di eliminare coloro che si oppongono all’affermazione della vera fede. Tra i nemici da eliminare, quindi, Qutb non individuava solamente i pagani Occidentali, ma anche tutti i leader arabi che non si conformavano al vero pensiero islamico

Ali Khamenei, il traduttore Persiano di Sayyid Qutb

Ali Khamenei e’ un grande conoscitore di tutto il pensiero di Sayyid Qutb, tanto da aver tradotto le opere del pensatore radicale sunnita in Farsi. Non e’ un caso, tra l’altro, che nonostante la divisione tra Sciiti e Sunniti, proprio l’Iran Khomeinista abbia da sempre tentato di avere (non sempre con successo) stretti legami con la Fratellanza Islamica. Come spesso accade, il pensiero estremista – pur nascendo da “ideologie diverse” – trova alla fine un punto di congiunzione. Ecco allora che il tweet di Khamenei sull'”arroganza” di coloro che vogliono sopprimere il risveglio islamico, acquista un significato diverso e drammaticoUn significato che dovrebbe far tremare tutti coloro che hanno a cuore la stabilita’ del Medioriente, soprattutto se lo si ricollega a questo altro tweet pubblicato, il 17 maggio, da Khamenei:

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Nello stesso giorno in cui, parlando davanti a diversi membri dell’establishment iraniano, Khamenei indicava nell’America la creatrice di Isis e nell’Occidente il primo nemico (perché creatore di una conoscenza artefatta), la Guida Suprema iraniana individuava le prime aree dove il risveglio islamico non poteva essere soppresso. Mentre i media internazionali si sono focalizzati sulle parole di Khamenei sullo Yemen, sul Bahrain e sulla Palestina, pochi hanno fatto attenzione al tweet di Khamenei sull’Egitto. Il significato di questo tweet e’ chiaro: il regime di al Sisi e’ parte della jahiliyya, ovvero quel Partito di Satana che si oppone al vero Islam. Per questo, messaggio indiretto contenuto nel tweet, in questo Paese in jihad offensivo e’ giusto e giustificato.

Concludendo, quindi, consigliamo a chi materialmente in Occidente e’ protagonista della vita quotidiana delle relazioni internazionali – e soprattutto chi ha a cuore la stabilita’ del Medioriente – di fare molta attenzione alla chiamata al jihad di Ali Khamenei. Una attenzione particolarmente alta, perciò, andrebbe dedicata allo Yemen, la porta dell’Iran per infiltrare il Sinai – usando i terroristi di Hamas e le bande beduine – per destabilizzare tutto l’Egitto. Un Egitto ritornato ad essere il fulcro dello svilupppo positivo del pensiero islamico, soprattutto dopo il coraggioso discorso di al Sisi ad Al Ahzar.

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Questo filmato testimonia un interessantissimo dibattito avvenuto su un canale televisivo iracheno. Ve lo mostriamo perchè riteniamo che sia la testimonianza migliore per capire quanto sta accandendo oggi nel mondo islamico. Ciò, non tanto per comprendere l’inesistente scontro tra Sciiti e Sunniti, ma per capire lo scontro reale, quello tra l’imperialismo Khomeinista dell’Iran e la reazione del mondo sunnita, guidata dalla Wahaabita Arabia Saudita, ma composto da una serie di Paese (tra i quali Egitto e Giordania), molto distanti dall’ideologia di Riyadh. A dimostrazione che, quanto sta accandendo oggi, è una reazione all’invasione dei Pasdaran e delle milizie sciite in Libano (Hezbollah, un vero e proprio Stato nello Stato), in Siria, in Iraq, in Bahrain e in Yemen.

Questo dibattito è la migliore riprova di quanto assurda sia stata l’idea di sconfiggere Isis con una alleanza tattica con i jihadisti sciiti pagati dall’Iran. Invece che raffreddare i toni, quasto gravissimo errore dell’Occidente ha amplificato il conflitto politico, portandolo ai livelli di un vero e proprio conflitto settario. Ribadiamo, per sconfiggere Isis (e il salafismo sunnita) sono necessarie tre cose: 1- contenimento dell’imperialismo sciita (stop appeasement); 2- empowerment politico delle forze sunnite in Siria e in Iraq nei governo centrali (ovvero basta con Assad e il Governo settario di al Abadi); 3- nel mondo sunnuita, è importante continuare a sostenere la chiusura totale dello spettro politico a quelle forze Islamiste che non accettano di far parte del sistema politico democraticamente e senza violenza, quali parte dei Fratelli Mussulmani, la Jihad Islamica e Hamas (ovvero, senza negare l’importanza dell’Islam nel mondo arabo, nessuna imposizione della Sharia dall’alto e in maniera fascista e compulsoria).

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