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In queste giorni – come saprete già – centinaia di persone si stanno mobilitando per salvare la vita di Patrick George Zaki, studente egiziano dell’università di Bologna, incarcerato al Cairo per le sue opinioni politiche contro al-Sisi.

Per la libertà di Zaki, come suddetto, si stanno mobilitando non solo gli attivisti, ma anche rappresentanti politici di primo livello, i media e lo stesso Ministero degli Esteri guidato da Di Maio. Il tema e’ molto sensibile per l’Italia, non solo per il ricordo del caso Regeni, ma anche perché coinvolge le relazioni diplomatiche tra Roma e il Cairo e per le denunce delle torture subite in carcere dallo stesso Zaki – ma questa accusa, a quanto pare, e’ ancora tutta da provare.

Premessa necessaria: attivarsi per la scarcerazione di Zaki va benissimo. Chiunque viene incarcerato per le sue idee, deve essere liberato immediatamente e deve veder garantito il diritto di esprimersi liberamente. Cio’ detto, e’ inaccettabile il doppio standard di alcuni attivisti per i diritti umani in Italia: mentre, infatti, per Zaki la mobilitazione e’ stata immediata, per altri casi – simili e altrettanto importanti – c’e’ stato quasi soltanto un assordante (e colpevole) silenzio.

In particolare, ci riferiamo al caso di Ahmadreza Djalali, ricercatore medico iraniano, in carcere dal 2016 a Teheran e condannato alla pena capitale con l’accusa di essere una spia. Accusa che Ahmadreza ha sempre negato, denunciando di essere stato punito per aver rifiutato di diventare un agente dell’intelligence iraniana. In questi anni di detenzione, Ahmadreza ha perso decine di chili e il suo stato di salute e’ ormai al limite.

Per Ahmadreza Djalali e’ stata forte la mobilitazione degli accademici. Una mobilitazione partita dall’università del Piemonte Orientale, dove il ricercatore iraniano ha lavorato per alcuni anni. Dalle ONG per i diritti umani – escluso il caso Amnesty – c’e’ stato invece quasi un silenzio totale. Soprattutto, pero’, sono mancati gli attivisti e i movimenti di pressione che, attraverso manifestazioni e articoli, hanno chiesto la cittadinanza italiana per Ahmadreza e preteso la sospensione delle relazioni diplomatiche con Teheran.

Allora la domanda e’: perché questo doppio standard? Facendo una attenta analisi politica viene il sospetto che, a usare la leva dei diritti umani contro al-Sisi, non ci siano solo organizzazioni veramente interessate ai diritti civili e politici in Egitto, ma gruppi di pressione legati alla Fratellanza Mussulmana – e all’attivismo pro-palestinese – che da anni hanno trovato rifugio in Italia (e in altri Paesi europei) dopo essere stati cacciati per aver terrorizzato la regione con attacchi terroristici. Un attivismo ripreso forte in Italia, soprattutto dopo la fine della breve parentesi islamista di Mohammed Morsi.

Se questo sospetto fosse confermato, si spiegherebbe facilmente anche il disinteresse di questi stessi gruppi islamisti, verso il caso Djalali, considerando soprattutto che l’islamismo sunnita e l’islamismo sciita khomeinista hanno parecchi punti in comune sia a livello ideologico che politico.

Come suddetto quindi, e’ assolutamente condivisibile l’idea che l’Egitto di al-Sisi deve fare tanti passi avanti verso lo Stato di Diritto e verso le garanzie politiche necessarie per libertà di espressione di tutti i suoi cittadini. Cosi come – lo ripetiamo – ci auguriamo il  pronto rilascio di Patrick Zaki e il suo ritorno a Bologna sano e salvo. Detto cio’, e’ altrettanto chiaro che dietro il caso Zaki ci sono interessi che vanno oltre l’amore per i diritti umani, portati avanti volontariamente da organizzazioni che usano argomenti cari all’attivismo progressista, per fini politici pericolosi e contrari all’interesse nazionale italiano.

Per queste ragioni, e’ necessario che chi si mobilita genuinamente per cause come quelle di Zaki, si dimostri non solo capace di farlo anche per altre cause altrettanto nobili – quali quella di Ahmadreza Djalali – ma faccia anche una considerazione importante su chi manifesta al suo fianco. Una analisi necessiaria, al fine di capire se si queste persone sono tutte veramente sensibile ai diritti umani, o invece intendano meramente usare i diritti umani per riportare al Cairo regimi fondati su un pericoloso fondamentalismo islamico…

regeni djalali

Il 25 gennaio del 2016 veniva rapito in Egitto il ricercatore Giulio Regeni. Giulio, purtroppo, venne trovato morto il 3 febbraio successivo nella capitale Il Cairo.

La morte di Regeni causo’ una drammatica crisi diplomatica tra Egitto ed Italia, con il Governo italiano che – nonostante i forti interessi nazionali – decise di richiamare l’Ambasciatore per rimandarlo solamente un anno e mezzo dopo, nell’agosto del 2017, dopo aver costretto il Governo egiziano a ricevere gli inquirenti italiani.

Al di la’ della condivisione o meno della scelta di rimandare il rappresentante diplomatico italiano al Cairo, e’ un dato di fatto che sulla questione Regeni, l’Italia non ha posto il tema dei diritti civili e dei diritti umani in secondo piano. Non solo: Giulio Regeni e’ divenuto un simbolo per diversi gruppi politici, soprattutto per il Movimento Cinque Stelle e per i partiti di sinistra. Il Presidente egiziano al-Sisi, quindi, e’ divenuto il simbolo dell’abuso dei diritti umani, politici e civili.

Niente di tutto questo e’ avvenuto e sta avvenendo per il caso del ricercatore medico iraniano Ahmadreza Djalali, arrestato nell’aprile del 2016, costretto a rilasciare una confessione sotto tortura, condannato a morte e da un anno e mezzo in carcere, probabilmente anche malato di tumore.

Ahmadreza Djalali, si badi bene, pur non essendo un prigioniero italiano, e’ un “prigioniero che appartiene all’Italia”. Nel senso che, pur non avendo un passaporto italiano, infatti, Ahmadreza ha lavorato per anni in Italia, all’Università del Piemonte Orientale. Proprio da qui, dopo il suo arresto, e’ partita la campagna per la liberazione di Djalali.

Al contrario di Regeni, il caso Djalali non ha avuto alcuna conseguenza diplomatica. Peggio, invece di sospendere le relazioni con l’Iran, l’Italia ha approfondito i rapporti economici con Teheran, senza porre alcuna precondizione nel rispetto dei diritti umani.

Anche a livello politico, solamente pochissime voci – spesso solitarie – si sono elevate dagli scranni parlamentari per denunciare il caso Djalali (qui un plauso va ai Senatori Manconi, Cattaneo e Ferrara e all’onorevole Locatelli). Voci coraggiose che, purtroppo, sono state sommerse da quelle che hanno raccontato un “Iran partner dell’Italia” o un “Iran partner necessario per la stabilita’ della regione”. Narrazioni inventate, come i fatti hanno dimostrato, per vendere al pubblico un paese immaginario e immaginato.

Politicamente parlando, al contrario del caso Regeni, i Cinque Stelle e la sinistra sia Renziana che Dalemiana, hanno abbracciato l’Iran. Peggio, come nel caso di Manlio di Stefano, hanno addirittura elogiato l’Ayatollah Khamenei…

Ora, a due anni dalla scomparsa di Regeni, l’Italia deve mettere sullo stesso piano del ricercatore italiano, quello di Ahmadreza Djalali. Cio’ vale soprattutto per il fatto che, per fortuna, al contrario dello sfortunato Regeni, Ahmadreza e’ ancora vivo. Ahmadreza Djalali può e deve essere ancora restituito alla sua famiglia, all’abbraccio di sua moglie e dei suoi figli piccoli.

Per fare tutto questo, pero’, l’Italia – e l’Europa tutta – devono porre la questione dei diritti umani come precondizione delle relazioni diplomatiche con l’Iran. Devono, se necessario, richiamare gli Ambasciatori a Teheran e isolare un regime fanatico, misogino e responsabile della violazione di numerosi trattati internazionali.

Sapra’ l’Europa della Mogherini e l’Italia della Bonino fare tutto questo? Onestamente, abbiamo davvero dei dubbi…