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Nonostante tutte le pressioni, l’organismo internazionale FATF – Financial Action Task Force – non sembra intenzionato a rivedere il suo giudizio nei confronti del regime iraniano. Nell’ultimo giudizio emesso il 24 febbraio scorso, il FATF ha chiaramente ribadito che, a dispetto degli impegni presi nel giugno del 2016, il regime islamista non ha risposto positivamente alle richieste fatte dall’agenzia intergovernativa. In particolare, viene sottolineato, il FATF resta preoccupato soprattutto per il rischio di riciclaggio di denaro per il finanziamento del terrorismo internazionale. Per questo motive, ancora una volta, il FATF ha chiesto al regime iraniano di applicare le necessarie normative e raccomandazioni per dimostrare la trasparenza delle transazioni finanziare con Teheran (FATF).

Al di là di quello che i promotori del business con il regime iraniano cercano di dimostrare, la situazione economica nella Repubblica Islamica è disperata. Il regime è in preda ad una guerra di fazioni e interessi economici. Una conflitto intestino che ha esteso la corruzione a tutti i settori della società. Lo stesso Mohsen Rezaei, potente Pasdaran oggi Segretario del Consiglio per il Discernimeno con ambizioni da Presidente, ha dovuto pubblicamente ammettere che “la corruzione e la cattiva gestione del Paese, stanno portando la Repubblica Islamica sull’orlo del collasso” (al-Arabiya).

Ora una domanda a tutti gli imprenditori: volete davvero investire in un Paese simile? Un Paese corrotto e fanatico, ideologicamente fondamentalista e primo sponsor internazionale del terrorismo? I vostri guadagni meritano molto di più!

Il Pasdaran Abdollahi, a capo della Khatam al-Anbia

Il Pasdaran Abdollahi, a capo della Khatam al-Anbia

I Pasdaran sono furiosi con il Governo di Hassan Rouhani, per un accordo firmato tra la Iran Shipping Lines (IRISL) e la sudcoreana Hyundai. L’accordo prevede la costruzione, da parte della compagnia asiatica, di dieci navi container per la IRISL. In un Paese normale, questo accordo sarebbe considerato un passo positivo a livello economico. L’Iran, però, anche economicamente parlando non è un Paese normale. Buona parte del suo sistema economico, infatti, è controllato direttamente – o indirettamente – dai Pasdaran e dalle Fondazioni religiose (Bonyad).

Per questo, l’accordo IRISL – Hunday ha fatto scattare la reazione delle compagnie controllate dalle Guardie Rivoluzionarie. Il Generale Abdollah Abdollahi, a capo della holding dei Pasdaran Khatam al-Anbia, ha duramente criticato l’accordo, sottolineando che la Iran Marine Industrial Company, una controllata della Khatam al-Anbia, potrebbe costruite le dieci nuove navi container, senza ricorrere ad una società estera (EA World View). Per questo, Abdollahi ha chiesto al Presidente iraniano di cancellare l’accordo con Hunday (Tasnim News, The Maritime Executive)

Il Governo, per bocca del vicepresidente Eshagh Jahangiri, non ha rigettato la richiesta dei Pasdaran, ma ha cercato di salvare gli impegni presi con Hunday sottolineando che si trattava di un progetto già sottoscritto nel 2008, ma sospeso per via delle sanzioni internazionali. Mentre Jahangiri tentava di parare i colpi, il capo dei Pasdaran Ali Jafari, invitava i dirigenti della Khatam al-Anbia ad aumentare il loro impegno verso il jihad economico – promosso direttamente da Khamenei – concentrando l’attenzione soprattutto sulla produzione domestica (Fars News). Un chiaro segnale al Governo, contro l’arrivo delle compagnie estere (soprattutto quelle Occidentali).

Le reazioni dei Pasdaran ai contratti firmati dal Governo con compagnie straniere, non vanno prese come mera propaganda, ma come minacce reali. Basti ricordare quanto accaduto nel 2004, quando i Pasdaran bloccarono tutti gli accessi all’Imam Khomeini Airport – e gli stessi voli in arrivo – per far cancellare l’accordo di gestione dello scalo firmato dal Governo Khatami, con un consorzio turco-austriaco. Il Governo iraniano fu costretto a cancellare quanto aveva sottoscritto…

La crisi tra le varie fazioni dell’establishment iraniano sul caso Hunday – IRISL, rappresenta un monito per tutti gli investitori, soprattutto quelli Occidentali. Si tenga a mente che in Iran non esiste un vero stato di diritto e che le regole le fanno coloro che hanno la forza. Purtroppo, nella Repubblica Islamica, chi detiene la forza, detiene anche il potere di cancellare il diritto, anche se scritto nero su bianco…

Da vedere: Audizione alla Commissione esteri del Congresso Americano

“I Pasdaran sono i maggiori beneficiari dell’accordo nucleare”

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L’isola di Qeshm si trova nello Stretto di Hormuz, proprio di fronte all’importante porto di Bandar Abbas. L’isola ha una posizione strategica nella geopolitica regionale dell’Iran, perchè si trova vicino al Porto Rashid degli Emirati Arabi Uniti e al porto di Khasab di proprietà dell’Oman. Qeshm è fondamentale per l’economia iraniana perchè è un’isola ricca di idrocarburi, principalmente giacimenti di petrolio e gas. Per questo, Teheran ha deciso di inserire l’isola all’interno delle aree economiche speciali (Free Enterprise Zone). Nonostante la presenza di risorse davvero importanti, la popolazione dell’isola – circa 100.000 abitanti distribuiti in 59 villaggi, vive sotto la soglia di povertà, dedicandosi faticosamente alla pesca. La parola “faticosamente” deve essere evidenziata per un motivo particolare: considerata la posizione strategica, infatti, Teheran ha fatto dell’isola di Qeshm una base militare per i suoi sottomarini. Per questo, quindi, l’area è praticamente sotto il totale controllo dei Pasdaran e la pesca locale ne risente pesantemente. Per poter sopravvivere, quindi, diversi abitanti si danno al commercio illegale di pertrolio grezzo, estratto artigianalmente dalle popolazioni indigente disperate.

Invece di puntare su una crescita sociale ed economica della popolazione locale, il regime iraniano – come sua abitudine – propende per la mera repressione. Sabato scorso, quindi, forze dei Pasdaran sono entrate in un villaggio dell’isola, colpendo brutalmente la popolazione indigena. Le immagini, davvero forti, che vedete qui sotto, sono state scattate dai testimoni dell’attacco e mostrano la crudeltà con cui Teheran tratta i locali. Nell’attacco, secondo quanto denunciato sinora, tre persone sono state brutalmente uccise e altre sei pesantemente menomate.

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Ci svegliamo stamane con una brutta notizia che arriva direttamente dal forum economico di Astana. Parlando davanti alle rappresentanze internazionali, il Ministro dell’Economia dell’Iran Ali Tayebnia ha testualmente dichiarato: “l’Italia potrebbe essere per l’Iran la porta aperta verso l’Europa, in vista della probabile fine delle sanzioni e dell’inizio di un periodo economico di ripresa e di miglioramento delle relazioni commerciali dell’Iran“.  Continuando, quindi, il Ministro  Tayebnia ha aggiunto: “L’approccio e la visione dell’Italia verso l’Iran è stata sempre positiva e differente dagli altri Paesi Europei. Io spero che in questa nuova condizione del nostro Paese, l’Italia giocherà un ruolo importante nelle relazioni tra Teheran e l’Europa“.

Che dire? Non è la prima volta che il regime iraniano afferma una cosa del genere. Già nel dicembre del 2013, lo stesso Presidente Rohani disse che “l’Iran vedeva nell’Italia la porta d’ingresso verso l’Europa“. Le parole di Rohani arrivarono in occasione della visita dell’ex Ministro degli Esteri Bonino nella Repubblica Islamica. Il ministro Bonino fu la prima rappresentante europea di primo livello a visitare l’Iran dopo l’elezione di Hassan Rouhani, nonostante nulla fosse ancora cambiato all’interno del regime iraniano. In quella occasione, la Bonino dichiarò appassionatamente che “l’Italia voleva vincere la gara di amicizia con l’Iran“. Una uscita infelice, sopratutto per una donna cresciuta politicamente nel Partito Radicale. Alla visita della Bonino, quindi, hanno fatto seguito quella di Massimo D’Alema, dell’ex Ministro della Cultura Bray e delle rappresentanze parlamentari guidate dal Senatore Casini e dall’Onorevole Ettore Rosato. Alle visite “politiche”, vanno anche aggiunte quelle dei diversi imprenditori italiani arrivati negli ultimi mesi in Iran grazie ai buoni auspici delle Camere di Commercio e delle rappresentanze diplomatiche.

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L’Italia, va precisato, ha sinora sempre tenuto fede al quadro sanzionatorio verso l’Iran. Un punto fermo ribadito anche recentemente  in una nota ufficiale della Farnesina. Nonostante ciò, pare che l’Iran – sfruttando il vento positivo e i buoni auspici di alcuni rappresentanti istituzionali italiani – voglia approfittare della situazione, giocando un gioco sporco. Seguendo le agenzie di stampa che provengono da Teheran, infatti, sempre che gli agenti degli Ayatollah vogliano dare la sensazione di rapresentare un Paese aperto al business e usare il nome dell’Italia come trampolino di lancio per firmare i primi contratti con aziende europee. Come dimostrato dalla recente Esibizione sui prodotti Petrolchimici, sul Petrolio e sul Gas organizzata a Teheran (6-9 maggio), la Repubblica Islamica punta chiaramente a firmare accordi internazionali anche in settore tuttora soggetti alle sanzioni internazionali.

Vogliamo aggiungere alcuni dati fondamentali: come suddetto, anche dopo l’elezione di Hassan Rouhani alla Presidenza dell’Iran, niente è cambiato all’ìnterno della Repubblica Islamica. Nessun accordo è stato sinora raggiunto sul nucleare, nonostante le parole di speranza recentemente espressa dai negoziatori. L’Iran non ha alcuna intenzione di fermare o ridurre drasticamente il suo pìrogramma nucleare e ne ha intenzione di bloccare lo sviluppo dei missili balistici (direttamente collegati alla bomba). La situazione dei diritti umani all’interno del regime, quindi, è drammaticamente peggiorata: le esecuzioni capitali hanno raggiunto livelli mai visti e chiunque cerchi di esprimere la propria voglia di libertà viene arrestato, picchiato e costretto a confessare pubblicamente di essere un pericolo per lo Stato. Ancora: il regime iraniano sta massicciamente continuando a sostenere i massacri di Bashar al Assad in Siria, fornendo al dittatore di Damasco supporto materiale, ideologico, diplomatico e finanziario.

Siamo certi che l’Italia continuerà a mantenere una linea rigorosa verso l’Iran, sulla scia della poszione della Comunità Internazionale. Allo stesso tempo, però, guardiamo con preccupazione ai messaggi pericolosamente contraddittori che arrivano dall’Iran, chiaramente orientati a dare una immagine positiva e distorta del regime islamista. Si tratta di manovre pericolsamente sporche che, purtroppo, potrebbero incoraggiare alcuni imprenditori italiani a prendere una strada indipendente, con effetti diretti sul quadro sanzionatorio internazionale.

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Pmi in corsa verso Teheran“: è questo il titolo di un articolo odierno de Il Sole 24 Ore (pagina 19), dedicato alla recente Oil and Gas exhibition, organizzata a Teheran tra il 6 e il 9 maggio di quest’anno. L’articolo, in soldoni, rimarca come l’Iran rappresenti una grande possibilità di investimento per le imprese italiane e di come decine e decine di imprenditori stiano alla finestra, pronti ad aprire uffici nella Repubblica Islamica appena si troverà un accordo sul nucleare. Tra coloro che sono stati intervistati dall’autore del pezzo (Luca Orlando, NdA) c’è anche Luca Giansanti, attuale ambasciatore italiano in Iran. Nelle sue dichiarazioni, l’Ambasciatore Giansanti afferma che è necessario seminare ora in Iran, per poi successivamente essere pronti ad approfittare della riapertura del mercato con Teheran. Quello che, però, ci ha colpiti negativamente di più, sono le altre affermazioni fatte dal diplomatico italiano, in merito all’attuale situazione nell’IRI. Giansanti afferma che oggi nella Repubblica Islamica “c’è un clima nuovo e al governo si ritrovano interlocutori che in passato avevano creato le condizioni per il boom di interscambio con l’Italia“.

Quando un Ambasciatore di un Paese democratico come l’Italia parla dell’Iran e soprattutto dell’esistenza di un clima nuovo, dovrebbe basare le sue affermazioni su alcuni dati reali e non meramente sulla charm diplomacy che il regime degli Ayatollah sta oggi portando avanti. Come l’Ambasciatore Giansanti saprà, infatti, nonostante Rohani all’interno dell’Iran poco o nulla è cambiato. Diversi giornali riformisti sono stati chiusi, il rispetto dei diritti umani non è migliorato (parola di Ahmad Shaheed, inviato speciale dell’Onu per l’Iran) e il numero di condanne a morte nel Paese è drammaticamente aumentato. Tra le altre cose, proprio pochi giorni prima della fiera sul petrolio e il gas di Teheran, i Pasdaran sono entrati nel carcere di Evin ed hanno picchiato a sangue i prigionieri politici presenti nel braccio 350. Anche per quanto concerne i diritti delle donne e delle minoranze, nonostante le promesse fatte da Rohani in campagna elettorale, non è mutato alcunchè. Anzi: le donne iraniane hanno, da sole, cominciato una campagna per la liberazione dall’oppressione del velo, mentre per quanto concerne le minoranze oppresse, è di queste ore la notizia di un altro cimitero Bahai rasato al suolo dalle ruspe dei Mullah…

Non basta: l’Ambasciatore Giansanti sbaglia anche quando parla degli attuali interlocutori iraniani e dei rapporti con l’Italia. Il boom di interscambio, a cui Giansanti si riferisce, è stato ottenuto dal regime di Teheran attraverso la menzogna e l’inganno. E’ stato infatti Hassan Rohani in persona, durante la campagna elettorale, a dichiarare di aver firmato nel 2003 l’accordo di Teheran con il gruppo degli U3 (Francia, Germania e Gran Bretagna), al solo scopo di permettere al regime di guadagnare tempo e completare il programma nucleare clandestino. Vantarsi quindi di aver aumentato gli scambi commerciali con un Paese che, deliberatamente, ha violato e viola le disposizioni internazionali, appare certamente improprio e fuori luogo. Come riprova, vi riproponiamo il video originale delle dichiarazioni di Rohani, con sottotitoli in inglese.

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Sia chiaro, non siamo ingenui. L’Iran è sicuramente un grande mercato per l’Italia e l’Ambasciatore Giansanti non è stato inviato a Teheran per farsi portavoce dell’opposizione iraniana. Nonostante ciò, considerando che l’incarico dei funzionari pubblica italiani si basa sulla Costituzione del 1948, riteniamo che l’Ambasciatore italiano, nel suo agire, debba tenera a mente molto bene la Prima Parte del Testo fondante lo Stato italiano post-fascista, dedicata ai Principi fondamentali della Repubblica. In particolare, consigliamo a tutti di imparare a memoria l’articolo 2 della Costituzione che, testualmente, afferma: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale“. Buona cosa sarebbe voler vedere questi diritti applicati a tutta l’umanità e non solamente a pochi privilegiati…

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In Iran il termine “economia di resistenza” è molto conosciuto. Venne coniato per la prima volta durante la guerra contro l’Iraq, in un momento in cui la popolazione iraniana era direttamente colpita dalle bombe irachene e il regime di Khomeini sembrava per crollare. All’epoca, in pieno conflitto, quello slogan fu direttamente funzionale alla necessità di unire il popolo iraniano in un momento drammatico. Nonostante la fine della guerra – ricordiamo che il conflitto poteva terminare nel 1982, ma Khomeini in persona rifiutò la tregua con Baghdad – il concetto di economia di resistenza è ancora oggi usato dall’establishement iraniano. Questa volta, però, l’unione del popolo è solo la scusa per creare un modello ecomico basato sul potere della Guida Suprema Khamenei e su quello dei Pasdaran. Oggi, infatti, sono loro a controllare praticamente l’intera economia della Repubblica Islamica grazie a centinaia di società e attraverso una dilagante corruzione.

Nel 2010, fu Khamenei in persona a rispolverare l’economia di resistenza. Cogliendo l’occasione dello scontro internazionale con l’Occidente, la Guida Suprema Khamenei sostenne che solamente per mezzo dell’autosufficienza l’Iran avrebbe sconfitto i suoi nemici e ottento il progresso. Usando come giustificazione le sanzioni internazionali, Khamenei e l’allora Presidente Ahmadinejad, inserirono le società dei Pasdaran in ogni settore economico. Nel 2012, lo stesso comandante dei Basij Mohammad Reza Naqdi, ammise che “le sanzioni sono la più grande benedizione per la nostra economia e noi dobbiamo pregare quotidianamente che loro [l’Occidente, N.d.A.], le aumentino sempre di più”.

Oggi, a dispetto dell’accordo sul nucleare raggiunto a Ginevra e dell’alleggerimento delle sanzioni internazionali, l’economia di resistenza sembra ancora l’unico modello che gli Ayatollah intendono imporre all’Iran. Nonostante l’alto numero di disoccupati tra la popolazione giovanile (tra il 15% e il 24%), il regime iraniano non sembra avere alcuna intenzione di aprire se stesso all’esterno. Al contrario, nel febbraio del 2014 Khamenei ha rilasciato un piano economico di 24 punti, interamente fondato sul concetto di “economia di resistenza” e sulla riduzione della dipendenza dal petrolio. A dispetto dei suoi stessi obiettivi politici e delle promesse fatte durante la campagna elettorale, lo stesso Presidente Rohani ha elogiato il piano proposto da Ali Khamenei.

Cambiano le parole, quindi, ma il risultato resta lo stesso: il regime iraniano perpetua a non tenere conto delle esigenze della popolazione e continua a lavorare per indirizzare tutti i proventi verso i pretoriani. Khamenei, da parte sua, controlla un impero da 95 miliardi di dollari, attraverso conti bancari e proprietà sparsi per l’intero globo.  Per quanto concerne le Guardie Rivoluzionarie, per capire la forza del loro impero economico, consigliamo la lettura di un report del 2009 pubblicato dalla Rand Corporation, intitolato “The Rise of Pasdaran“.

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Dopo l’accordo di Ginevra, come spesso abbiamo detto, Teheran è diventato il punto di approdo di molti politici, diplomatici e uomini d’affari occidentali, personaggi pronti a passare sopra alle violazioni dei diritti umani che il regime iraniano commette, in nome di soldi e petrolio. Prossimamente, parlando d’Italia, una delegazione di imprenditori si recherà in Iran sotto l’egida dell’organizzazione Isiamed, da sempre molto vicina all’ambasciata iraniani a Roma. Or bene, a dispetto del giudizio politico negativo in merito a queste aperture di credito eccessive, vogliamo mettere in guardia coloro che intendono fare affari con gli Ayatollah dal rischio di prendere enormi fregature: il regime iraniano, infatti, è molto bravo a vendere fumo, ma basta scavare un pochino più a fondo per capire che il sistema economico della Repubblica Islamica è fragile e non fornisce le dovute assicurazioni per chi investe.

La fragilità dell’economia iraniana, si badi bene, ha ben poco a che fare con le sanzioni internazionali, ma è quasi interamente legata al sistema di corruzione che esiste all’interno dell’Iran. Un sistema assai dispendioso per chi intende investire e che, soprattutto, favorisce personaggi legati a poteri occulti quali i Pasdaran o la rete controllata dalla Guida Suprema Ali Khamenei. La corruzione in Iran è talmente elevata che, anche le stesse autorità locali, sono consapevoli del rischio che essa pone dinnanzi ad un potenziale investitore straniero. In queste ore, clamorosamente, un monito è stato lanciato ai media dal Ministro dell’intelligence iraniano in persona, l’Ayatollah Mahmud Alavi.

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Parlando all’agenzia Mehr News, il Ministro dell’Intelligence Alavi ha dichiarato che i media non devono riportare notizie in merito a tutti gli scandali legati al contrabbando e alla corruzione che scoppiano constamente in Iran. Il rischio, sottolinea il Ministro, è che queste notizie legate al livello altissimo di corruzione in Iran colpiscano direttamente l’economia iraniana, allontanando potenziali investitori esteri dal cercare di fare affari nella Repubblica Islamica. Vogliamo ricordare che, proprio in questi giorni, è stato arrestato il miliardario iraniano Babak Zanjani, legato a doppio filo con tutto l’establishment politico locale, accusato di evasione fiscale grazie ad un network di compagnie che passava daIl’Iran, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Malesia e Tajikistan. Solamente un anno fa, invece, era scoppiato nella Repubblica Islamica uno scandalo di frode contro diversi instituti bancari iraniani per una cifra record di oltre 2,6 miliardi di dollari. Tra le banche coinvolte, tra l’altro, c’era anche la popolare Bank Sederat. Lo scandalo, secondo quanto scritto dai media iraniani, arrivò fino a sfiorare il coinvolgimento di Rahim Mashaei, fedele consigliere, genero e capo dello staff dell’ex Presidente Ahmadinejad.

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Se non volete credere a noi, credete almeno a Trasparency International, nota  e affidabile organizzazione che si occupa di monitorare il livello di corruzione nei vari Paesi del mondo. Secondo Trasparency International l’Iran si classifica al 144 posto (su 177) per quanto concerne il livello di trasparenza e lotta alla corruzione. Praticamente, in poche parole, si tratta di un Paese dove l’economia in nero è assolutamente la regola e dove investire presenta un rischio elevatissimo. Per la cronaca, il livello di corruzione misurato da Transparency International, riguarda in primis le instituzioni pubbliche, ovvero direttamente lo Stato iraniano…

Ergo, chiunque intendesse investire nella Repubblica Islamica, se non ha a cuore i diritti umani, farebbe bene almeno ad avere a cuore i propri soldi, controllando bene che dall’altra parte, in Iran – al di là della propaganda di questi tempi- ci sia davvero dall’altra parte un partner affidabile, pulito e non legato a doppio filo con le cerchie corrotte e perverse che controllano i fili dell’economia iraniana…Impresa assai ardua… 

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