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Nel rumore delle guerre intestine e settarie, drammatiche, che si stanno combattendo in Siria e Iraq, non si odono (per ora) le voci di dissenso interno ai vari schieramenti. Queste voci, però, esistono e, quando raccontate, offrono uno spaccato drammatico della situazione.

In un report speciale pubblicato dal think tant Washington Institute for Near East Policy, vengono riportate le voci di dissenso dei miliziani jihadisti di Hezbollah, nei confronti del regime iraniano. In particolare, grazie alla condizione di anonimato offerta, i miliziani di Hezbollah lamentano il fatto di essere considerate vite di serie B. Secondo quanto denunciano, infatti, il comandante iraniano Qassem Soleimani – a capo della Forza Quds dei Pasdaran – intepreta la sua missione principale come quella di salvare gli iraniani. A tale scopo, egli considera gli arabi sciiti impegnati in Siria e Iraq, come sacrificabili.

I vecchi combattenti di Hezbollah, consapevoli di questa situazione, si sono costantemente allontanati dal Partito di Dio, Questi combattenti, quindi, sono stati sostituiti da giovani ragazzi disoccupati a cui, più che l’ideologia, interessa un salario sicuro (almeno fino alla morte). La guerra in Siria, sta isolando le Comunità sciite del Libano e le sta allontanando anche dal regime iraniano. Un allotanamento che ha un effetto sugli stessi reduci sciiti della jihad siriana: una volta tornati nelle loro Comunità, dopo le cerimonie di facciata, questi miliziani restano spesso ai margini della società e diventano tossicodipendenti.

A quanto sembra, Qassem Soleimani non è molto disponibile al dialogo e alle critiche. Quando la leadership di Hezbollah non ha risposto alla richiesta di Soleimani di inviare nuovi jihadisti ad Aleppo, il comandante Pasdaran ha tagliato i salari per tre mesi, sino a quando Hezbollah non si è piegato. Insomma: una vera e propria relazione tra padrone e sottomesso che, ovviamente, ha creato una generale disilussione, soprattutto sul mito della possibile creazione di una “identità unita degli sciiti”.

Di seguito il link per leggere il report completo, in inglese:

http://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/view/hezbollah-losing-its-luster-under-soleimani

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Lo scorso Sabato, il Parlamento iracheno ha deciso il bando totale alla vendita dell’alcol. Secondo quanto deciso dal Parlamento di Baghdad, chi violerà questo divieto, verrà punito con una multa che varia dai 10 milioni ai 25 milioni di dinars (ovvero tra gli 8000 e I 20,000 dollari). Come per il proibizionismo americano, ovviamente, anche questo divieto imposto per motivi di religiosi, verrà chiaramente violato dalla popolazione.

Nella scelta del Parlamento di Baghdad, però, potrebbe esserci qualcosa di più pericoloso e scandaloso. Secondo il deputato Faiq al-Sheikh Ali del Partito del Popolo, raro gruppo politico secolare e liberale in Iraq, la decisione dei membri dell’organo legislativo iracheno – per la maggior parte legati all’ex Premier al Maliki, vero puppet del regime iraniano – sarebbe derivata dalla volontà di favorire la vendita di oppio tra la disperata popolazione.

Nel sud dell’Iraq, ovvero nel cuore della zona oggi sotto l’influenza della Repubblica Islamica dell’Iran, ci sono numerosi piantagioni papavero da oppio. Grazie al traffico illegale della droga nel sud dell’Iraq e dall’Iran, le milizie sciite riescono ad ottenere un introito di 2 milioni di dollari al giorno!!! Soldi con cui, ovviamente, pagano le loro champagne di propaganda e le armi con cui – con la scusa di combattere Isis – terrorizzano le popolazioni sunnite.

Negli ultimi tempi, ha denunciato il deputato Ali, il traffico di droga nel Sud dell’Iraq era diminuito, proprio per l’abbassamento dei prezzi dell’alcol. Da qui, appunto, la decisione drasitica del Parlamento iracheno, giustificata ufficialmente da motivazioni religiose.

Il bando non verrà messo in atto nel Kurdistan iracheno: la leadership locale, infatti, ha rifiutato di accettare il divieto proibizionista approvato il 23 Ottobre scorso.

Fonti

http://ekurd.net/iraqs-parliament-votes-to-ban-alcohol-2016-10-23

http://ekurd.net/iraq-ban-alcohol-drugs-2016-10-27

 

 

Una cellula di Hezbollah e’ stata individuata a Miami, e fermata con l’accusa di riciclaggio di denaro a favore dei cartelli della droga colombiani. La cellula era composta da tre uomini. I tre,  avevano messo in atto delle complicate azioni bancarie, al fine di ripulire 500,000 dollari provenienti dal traffico di stupefacenti (Miami Herald).

Il capo della cellula era Mohammad Ahmad Ammar, 31 anni, residente in Colombia. Ammar e’ stato fermato a Miami e ora si trova in carcere. Un secondo terrorista, Hassan Mohsen Mansour, e’ stato arrestato a Parigi, mentre il terzo, tale Ghassan Diab, e’ riuscito a scappare (si ritiene che si trovi ora o in Nigeria o direttamente in Libano). L’agenzia Americana DEA sta investicando sul caso, collegandolo anche ad un altro caso precedente, che ha visto l’arresto di 22 persone collegate al cartello della droga messicano del boss Joaquin “El Chapo” Guzman (Miami Herald).

Secondo quanto denuncia la DEA (Drug Enforcement Administration), Mohammad Ahmad Ammar aveva il compito di ripulire il denaro derivante dal traffico di troga dei cartelli di Medellin. A tal fine, Ammar ha effettuato transazioni tra Dubai e diversi Paesi del mondo quali Spagna, Olanda, Gran Bretagna, Australia e in Africa. La cellula di Hezbollah e’ stata incastrata grazie a degli infiltrate della DEA, che hanno chiesto ai terroristi del Partito di Dio di aiutarli a ripulire del denaro sporco. Ricordiamo che, dal Febbraio 2016, la DEA ha avviato una operazione speciale per fermare i contatti tra Hezbollah e i cartelli della droga, denominata “Progetto Cassandra”. Secondo l’agenzia Americana, grazie a questo rapporto criminale, Hezbollah otterrebbe oltre 400 milioni di dollari di introiti annuali. Soldi che, ovviamente, servono a Nasrallah per finanziare la jihad filo-khomeinista nel mondo, soprattutto in Siria.

Questa nuova inchiesta, riprova nuovamente il ruolo di Hezbollah nel traffico di droga e, in particolare, i rapporti tra il gruppo terrorista libanese e i cartelli criminali in America Latina.

Per approfondire: “Hizbullah narco-terrorism: A growing cross-border threat

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Mohammad Ahmad Ammar

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Ghassan Diab

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Hassan Mansour

 

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Sono almeno 4500 i detenuti che aspettano di essere impiccati nelle carceri iraniane. A rivelare questo dato scandaloso, e’ stato direttamente un deputato iraniano. La rivelazione, quindi, e’ stata pubblicata dal sito al-Arabiya in lingua araba. Purtroppo, dall’elezione di Hassan Rouhani alla presidenza iraniana, il numero di condanne a morte  è cresciuto in maniera incontrollata, raggiungendo quasi le 1000 esecuzioni nel 2015. Per quanto concerne il 2016, secondo l’Iran Documentation Center, le impiccaggioni sono quasi 300. Apparentemente si tratta di una dimunuzione del numero di esecuzioni compiute dal regime. In realtà, abbiamo notizia del fatto che si tratta meramente di una tattica politica: dopo il record di prigionieri ammazzati nel 2015, il regime iraniano sta tentando di spostare l’attenzione internazionale dall’abuso dei diritti umani al suo interno.

Purtroppo però, come messo in luce dal pezzo di al-Arabiya, il numero di detenuti che aspetta di essere messo a morte nelle carceri iraniane è altissimo. Preoccupano le parole del Segretario del Consiglio per i Diritti Umani iraniano, Javad Larijani. Parlando del numero di condanne a morte, Javad Larijani ha dichiarato che “Ahmad Shaheed, inviato ONU per i diritti umani in Iran e tutto l’Occidente, dovrebbero ringraziare l’Iran per le esecuzioni capitali che attua”. Questo, sempre secondo il ragionamento di Larijani, perchè di tratta di detenuti condannati per reati di droga (in realtà ci sono anche omosessuali e oppositori politici).

Javad Larijani dimentica di ricordare che, nonostante il record di condanne a morte dell’Iran, il traffico di droga nella Repubblica Islamica è in costante aumento. Larijani, quindi, omette anche quanto dichiarato dallo stesso Mohammad Bagher Olfat, Vice Capo della Magistratura iraniana che, appena pochi giorni fa, ha candidamente ammesso che “le condanne a morte non funzionano come deterrente contro il traffico di droga” (Death Penalty News). Questo perchè si tratta di un fenomeno direttamente ricollegato alla povertà e alla discriminazione di diverse minoranze etniche all’interno dell’Iran.

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Il regime iraniano e’ firmatario di ben cinque convenzioni internazionali dell’ONU, relative alla difesa dei diritti umani. Tra queste, vogliamo sottolinearlo, c’e’ il Covenant Internazionale per la difesa dei Diritti Civili e Politici, ma anche importanti Trattati in merito al ripudio al rispetto dei diritti dell’infanzia e al ripudio di ogni genere di discriminazione razziale,culturale, sociale ed economica (UNHR). Nonostante tutto, l’Iran e’ la patria dell’abuso dei diritti umani. 

Come noto, la Repubblica Islamica fa un uso costante della pena di morte, anche per colpire oppositori politici (2000 esecuzione dalla sola elezione di Rouhani nel giugno 2013). Non solo: con il sostegno indiretto dell’Agenzia contro il traffico di Droga dell’ONU, l’Iran usa la pena capitale anche per punire reati di droga di minore entità (in piena violazione delle stesse normative delle Nazioni Unite). All’uso fanatico del cappio, va aggiunto il non rispetto degli altri Trattati firmati da Teheran. La discriminazione in Iran e’ una pratica normale, soprattutto contro le minoranze etniche (Ahwazi), quelle religiose (Baha’i, Sunniti e Cristiani) e contro le donne.

Per quanto concerne quest’ultimo aspetto, vogliamo ricordare che: la vita della donna vale legalmente meta’ di quella dell’uomo (cosi come la sua testimonianza); la donna ha bisogno del permesso di un tutore maschile per lavorare e lasciare il Paese; le donne sono spesso soggette alla separazione di genere, anche sui posti di lavoro; il salario della donna e’ sempre più basso di quello dell’uomo (praticamente la meta’).

Per tutti questi motivi, l’ONU ha nominato un inviato speciale per le i diritti umani in Iran, dal 2010 l’ex Ministro degli Esteri delle Maldive Ahmed Shaheed. Nonostante le ripetute richieste, il regime iraniano non ha mai permesso all’inviato ONU di entrare nel Paese. Al contrario, ad ogni report prodotto – non importa se più o meno negativo – Teheran ha reagito descrivendo Shaheed come un venduto al nemico Occidentale. Tra le altre cose, ultimamente, l’Iran ha anche provato ad inventare una storia di rapporti segreti tra l’Arabia Saudita e lo stesso Ahmed Shaheed (campagna fallita pietosamente).

Per questi motivi, in questi giorni, l'”International Campaign for Human Rights in Iran“, ha lanciato una apposita campagna dal titolo “L’Iran deve permettere all’inviato ONU di entrare nel Paese. Come fanno notare gli attivisti, infatti, cosi come l’Iran intende accettare (teoricamente) le visite degli ispettori AIEA per il programma nucleare, deve accettare anche le visite dei delegati internazionali, per quanto concerne il rispetto dei Trattati sui diritti umani, civili e politici.

Si tratta di una richiesta dovuta che, in primis, l’Italia dovrebbe fare al Presidente iraniano Hassan Rouhani in occasione della sua prossima visita a Roma (14-15 Novembre). Il rispetto dei diritti umani dev’essere una premessa e una pre-condizione, per i nuovi rapporto con la Repubblica Islamica dell’Iran.

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Ieri tre poliziotti sono morti in Bahrain dopo l’espolsione di un ordigno al plastico. L’attentato, secondo quanto reso noto dalle autorità locali, è avvenuto nel villaggio di Dahi – a maggioranza sciita – a ovest della capitale Manama. Come detto, purtroppo, nell’attacco sono periti tre servitori dello Stato: due di nazionalità bahreina e uno degli Emirati Arabi Uniti, membro della missione militare inviata in Bahrain dal Consiglio di Cooperazione del Golfo. Almeno per ora, nessuno ha voluto rivendicare l’attacco (anche se 25 persone sono state già arrestate), ma la mano del regime iraniano è facilmente individuabile. L’attentato, infatti, è stato compiuto per mezzo di esplosivo al plastico C4, prodotto dalla combinazione di RDX (ovvero la ciclotrimetilentrinitroammina) in melma, con il legante plastico dissolti in un solvente. I Pasdaran, per mezzo degli agenti della Forza Quds, sono i primi responsabili dell’esportazione criminale di questo esplosivo a gruppi ribelli, organizzazioni terroriste e proxy vari, con lo scopo di colpire forze militari straniere o destabilizzare gli Stati considerati nemici.

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Ormai da diversi anni, va sottolineato, gli esperti di terrorismo hanno individuato in Teheran la fonte primaria della proliferazione di questo esplosivo in Medioriente e in altre parti del mondo. Ci sono diverse prove a testimonianza di quanto qui affermato. Solo per fare alcune brevi esempi, in ordine cronologico:

Qui sotto potrete vedere due video in merito al plastico C4 e ai suoi effetti: nel primo video, un militare americano spiega e mostra come è composto l’esplosivo al plastico C4. Nel secondo video, invece, vedrete una simulazione di una attacco con questo esplosivo, contro un autobus. Purtroppo, come suddetto, questo secondo accadimento è davvero accaduto nell’attentato suicida di Burgas nel 2012, provocando la morte di sette turisti innocenti e il ferimento di altre 32 persone.

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IRAN PENA DI MORTE

Le immagini che vi mostriamo – sebbene riprese da lontano – le sconsigliamo vivamente ad un pubblico sensibile. Nell’Iran del riformista e moderato Hassan Rohani, la TV pubblica IRIB manda in onda immagini di morte: il filmato che potete vedere sotto, infatti, riprende una pubblica esecuzione avvenuta in una piazza della città di Ahwaz. Il prigioniero, che secondo le informazioni che abbiamo ottenuto si chiamava Hoseyn Tukan, era stato arrestato con l’accusa di traffico di droga. L’impiccaggione è avvenuta il 29 giugno scorso alle 8 del mattino. Nello stesso giorno, ci teniamo a sottolinearlo, in Iran venivano messi a morte altri quattro prigionieri: uno, identificato come Mohsen Hosseini-Nik, è stato ucciso nella prigione di Gachsaran (ovest dell’Iran) e altri tre – identificati come Aref Noorzahi  Shir Mohammad Kashani e Ghorbanali Soori, nel carcere di Zehdan.

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