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Anche di questa donna, come nel caso precedente, non sappiamo il nome e cognome. Ciò che sappiamo, però, è quello che lei ci mostra e che ci racconta. Per quanto concerne quello che ci mostra, l’immagine non lascia spazio a commenti: ancora una volta, si tratta della schiena tumefatta di una giovane ragazza iraniana, frustata dal regime dopo aver compiuto qualcosa di “haram” (peccaminoso secondo l’Islam).

Questa volta, sempre grazie alla pagina Facebook “My Stealthy Freedom” – la mia libertà rubata – riusciamo ad avere una intervista diretta con la povera ragazza che ha subito questa punizione medievale. E’ lei, infatti, a raccontare di avere 28 anni e di essere andata ad un compleanno di un amico a Mashhad. Qui, è stata arrestata dale forze di sicurezza del regime, per aver bevuto dell’alcol, ufficialmente proibito in Iran. Poco dopo essere stata arrestata, la giovane ventotenne è stata portata in una clinica, dove è stata sottoposta all’alcol test, per vedere quanto aveva bevuto. Solo in seguito, quindi, la ragazza è stata trasferita in un centro detentivo ove è rimasta due giorni. Qui, una donna l’ha costretta a spogliarsi, trattandola come una poco di buono.

Dopo 48 ore detenzione, la ragazza è stata liberata. Sembrava tutto finito, ma non era cosi. Il regime non aveva dimenticato la sua “colpa”, ma solamente momentaneamente sospeso la questione. Due anni dopo il fatto, infatti, la ragazza è stata chiamata a pagare il prezzo di quel “crimine”: 80 frustrate sulla schiena. Rinchiusa in una piccola stanza del carcere, la ragazza è stata nuovamente costretta a spogliarsi e frustata senza alcuna pieta. Nonostante il dolore, le urla e il pianto, racconta la giovane, le frustrate continuavano sempre più forti. Mentre la frustava, la carceriera ordinava alla ragazza di chiedere perdono a Dio.

Chiudendo la sua intervista, la giovane fa una domanda, a cui noi non vogliamo dare risposta; “in quale parte del mondo, si subisce questo trattamento inumano, solamente per aver voluto festeggiare il compleanno di un amico?”

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Notizie come queste si potrebbe classificarle sotto la dicitura “curiosità dal Medioriente”. E’ certamente in questa categoria che si inserisce la lettera inviata da una Parlamentare iraniana, tale Laleh Eftekhari, alla moglie del Presidente turco Erdogan, la Signora Emine Erdogan. Nella lettera, la Eftekhari scrive senza mezzi termini che la Signora Emine e’ una madre fallita, non avendo agito quando le foto del figlio Bilal insieme ai leader dell’Isis sono state diffuse dai media. Per la cronaca, ovviamente, non e’ dato sapere se la lettera sia stata veramente spedita direttamente ad Ankara, ma per certo possiamo dire che e’ stata diffusa  dai media iraniani (lettera in Farsi).

Parlando con il popolare sito Iran Wire, Laleh Eftekhari ha chiarito i motivi che l’hanno spinta a scrivere la lettera. Per prima cosa, la Eftekhari denuncia il dramma siriano, sottolineando che ella possa personalmente testimoniare che la Siria di Assad ha svolto elezioni “libere e democratiche”. Una affermazione che, sempre secondo la parlamentare iraniana, ella ha riscontrato lavorando come osservatrice “internazionale” delle elezioni (tenute nel 2014 e che, strano a dirsi, hanno visto vincere ancora Bashar al Assad con l’88% dei voti…elezioni praticamente boicottate da tutti i gruppi non sostenitori del partito Baath). Un altra ragione che ha spinto la Eftekhari a scrivere la lettera e’ data dal fatto che, la Signora Erdogan, veste il velo e sostiene la popolazione di Gaza. In tal senso, quindi, per la parlamentare iraniana non e’ assolutamente possibile che una “tale devota”, non riconosca la stessa solidarietà ai Siriani – ovviamente quelli fedeli ad Assad e all’Iran – da sempre in lotta nell'”asse della resistenza” contro il “sionismo”.

Per la cronaca, Lelah Eftekhari e’ la stessa parlamentare che – davanti alla domanda di una maggiore uguaglianza della donna rispetto all’uomo in Iran, ha denunciato che la Sharia non si cambia e che una moglie, anche per uscire di casa, ha bisogno del permesso preventivo del marito (Iran Wire). La stessa parlamentare che, invece di rappresentare nell’organo legislativo le istanze della popolazione femminile iraniana, ha firmato una nuova proposta di legge per punire coloro che non portano adeguatamente il velo (No Pasdaran). Ricordiamo che, lo scorso anno, oltre 300 donne sono state bruciate con l’acido in Iran per non aver indossato adeguatamente l’hijab. Per questi crimini nessun colpevole ha mai pagato un prezzo.

La Parlamentare Laleh Eftekhari in un video propaganda di Press TV

[youtube:https://www.youtube.com/watch?v=Vvqk5D_EBsY%5D

 

Twitter si conferma la piattaforma social dove i rappresentanti iraniani diffondono maggiormente la loro propaganda. Lo stesso mezzo che aveva unito i manifestanti di Teheran contro il regime nel 2009, e’ oggi usato da personaggi come Rouhani e Khamenei per “predicare il verbo”, ovvero promuovere una nuova immagine della Repubblica Islamica. Peccato che, buona parte dei tweet che vengono postati, non abbiano un reale riscontro in Iran. Ieri, ad esempio, il Presidente iraniano ha twittato in favore dell’uguaglianza di genere, relativa in particolare all’occupazione e all’educazione. Qui sotto il tweet di Rouhani:

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Davvero delle belle parole, se non fosse per il fatto che rappresentano una delle più grandi bugie mai sentite. Nella Repubblica Islamica, infatti, non solo la donna e’ discriminata, ma la discriminazione e’ anche legge. La stessa Costituzione iraniana (art. 21), toglia alla donna ogni tipo di caratterizzazione umana indipendente. E’ infatti demandato al Governo (e non alla legge) la protezione dei diritti della donna e la dignità delle madri e la creazione di Corti che “proteggano e preservino la famiglia”. Le stesse Corti presiedute da religiosi che promuovono la Sharia, l’obbligatorietà del velo e che valutano la testimonianza di una donna la meta’ di quella dell’uomo. Non solo, le stesse Corti che, applicando l’articolo 147 del Codice Penale, considerano le bambine dai “9 anni lunari in su” responsabili sotto il profilo criminale (i maschi dai 15 anni lunari in su).

Peggio: nel Codice Penale iraniano, sempre seguendo la legge Islamica, esiste un concetto chiamato “dyya“, ovvero una compensazione monetaria pagata alle vittime (o alle loro famiglie), in casi di omicidio o danno fisico e materiale. Secondo l’articolo 544 del nuovo Codice Penale iraniano, “la Dyya per l’uccisione di una donna e’ pari alla meta’ di quella dovuta ad un uomo“. In poche parole, la legge iraniana considera legalmente la vita della donna inferiore a quella dell’uomo. Cosi, secondo questo perverso principio, avviene che se un uomo mussulmano uccide una donna mussulmana, la famiglia di quest’ultima può richiedere la ritorsione nei confronti dell’assassino (il qisas), ma deve pagare al killer una cifra pari alla meta’ del valore della vita dell’uomo…davvero assurdo. Sempre secondo il Codice Penale iraniano, quindi, viene legittimato il “delitto d’onore” (articolo 630) e sancita l’obbligatorietà del velo. Per quanto concerne il velo, l’articolo 683 afferma che: “le donne che appaiono per strada e in posti pubblici senza l’hijab islamico, possono essere condannate ad una pena che varia da 10 giorni a 2 mesi di galera e punite con una ammenda che varia da 50 a 5000 Rial“. In questo periodo le donne iraniane si stanno ribellando all’obbligatorietà del velo, inviando le loro foto con i capelli al vento alla pagina Facebook “My Stealthy Freedom“.

Anche per quanto concerne i diritti di famiglia, le donne sono totalmente discriminate. La legislazione iraniana, infatti, legalizza il matrimonio dei minori: secondo la legge, infatti, e’ legare per una bambina essere data in sposa dall’età di 13 anni (per i maschi 15).  Recentemente la questione dell’eta’ minima del matrimonio e’ stata al centro di uno scontro tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani: il Parlamento aveva infatti modificato l’articolo del Codice Civile che permetteva il matrimonio delle bambine dell’eta’ di 9 anni, innalzando l’eta’ minima ai 15 anni. Il Consiglio dei Guardiani ha opposto resistenza e, solamente dopo una mediazione tra i due rami del potere, l’eta’ minima e’ stata alzata a 13 anni. Sempre secondo il Codice Civile iraniano, quindi, alle donne e’ permesso avere un solo marito, mentre per gli uomini e’ autorizzata la poligamia (articolo 942 del Codice Civile). Anche per quanto concerne il divorzio e l’affidamento dei figli, la legge iraniana favorisce nettamente il marito rispetto alla moglie. 

Le donne hanno bisogno di un permesso scritto dei loro “protettori” (padri, mariti), anche per quanto concerne il diritto ad ottenere un passaporto per lasciare il Paese (art.18 relativo al rilascio dei Passaporti, del 1973) e per trovare un lavoro. Un marito  in Iran può infatti rifiutare alla moglie il diritto di lavorare, quando questo diritto “non e’ compatibile con l’interesse della famiglia o la sua dignita’ o la dignita’ di sua moglie” (articolo 1117 del Codice Civile). Non solo: per quanto riguarda le cariche pubbliche, la legge iraniana mette in chiaro come alcune posizioni debbano essere appannaggio unicamente dell’uomo. Nessuna donna infatti può diventare Presidente dell’Iran (articolo 115 della Costituzione), capo della Magistratura o Procuratore Generale (articolo 162 della Costituzione).

Concludiamo, ricordano che alle donne non e’ permesso l’accesso libero agli stadi (e per ora nulla sembra realmente cambiare in tal senso, nonostante il caso Ghoncheh Ghavami)) e che, proprio sotto la Presidenza di Rouhani, l’emittente di Stato IRIB ha imposto la segregazione di genere per i dipendenti delle radio e che, numerose donne attiviste dei diritti umani, si trovano oggi in carcere per le loro idee progressiste e democratiche. Tra loro ricordiamo Narges Mohammadi, Atena Farghadani e Atena Daemi.

Per maggiori informazioni in merito alla discriminazione della donna nella Repubblica Islamica, invitiamo a leggere il report “Gender Inequality and Discrimination: The Case of Iranian Women“, scritto dal Centro di Documentazione per i Diritti Umani in Iran.

[youtube:https://youtu.be/5-HCWOZxR2A%5D

Mentre il mondo si concentra sull’account Instagram “Rich Kids of Tehran” e la loro vita da figli privilegiati dei Mullah della Repubblica Islamica, nel vero Iran si continua a morire di fame. La notizia che vi diamo oggi è davvero triste: una mamma di 35 anni, residente a Zabol, ha messo in vendita suo figlio di 5 anni perchè, afferma, non riesce a mantenerlo come merita. In una intervista rilasciata per il sito Taavana, la donna ha denunciato la precarietà con cui vive la sua famiglia e le malattie del marito (soffre di cuore). Un tempo autista l’uomo, di 55 anni, ha perso il lavoro per le sue condizioni fisiche e, ovviamente, lo Stato non ha pensato minimamente ad aiutarlo. La madre del bambino ha precisato che non vuole soldi per suo figlio, ma solo una casa sicura dopo possa crescere e vivere dignitosamente. Alla fine della lunga intervista, anche la donna ha rivelato di essere malata e di avere problemi ai reni.

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