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Secondo quanto riporta The Art Newspaper, Miuccia Prada sarebbe in prima linea nella promozione della diplomazia culturale tra Italia e Iran. In questo contesto, grazie all’omonima Fondazione, la Signora Prada porterà una serie di antiche sculture al Museo Nazionale di Teheran (The Art Newspaper). Si tratta di una esibizione parte del Memorandum of Understanding firmato tra il Ministro della Cultura iraniano Ali Jannati e quello Italiano Franceschini nel marzo del 2015 (Press TV). Come sempre, almeno teoricamente, le collaborazioni bilaterali tra due Paesi nel campo culturale devono essere sempre viste come un fattore positivo. Il problema e’ che, come noto, nei sistemi non democratici la cultura e’ la prima forma di propaganda dei regime e la prima forma di opposizione dei dissidenti.

Per quanto concerne la Repubblica Islamica, la cultura che il regime khomeinista promuove e’ volta a rappresentare l’attuale Iran come una continuazione storica dell’antica Persia. Una pura falsità, utile solo ai fini della propaganda, soprattutto in questo contesto di appeasement internazionale. Purtroppo, la rivoluzione del 1979 e’ stata completamente snaturata dal regime clericale e il suo effetto diretto e’ stata la creazione di una Repubblica teocratica che, in pochi anni, ha cancellato tutta una serie di diritti civili ottenuti dal popolo iraniano, nonostante la dittatura dello Shah. Mentre espone fieramente statue greche (sfruttando la collaborazione di realtà come la Fondazione Prada), il regime iraniano nasconde completamente il lavoro di molti giovani artisti iraniani, non allineati con il volere dei clerici. Peggio, quando necessario, le forze di sicurezza intervengono arrestando gli artisti e condannandoli a decine di anni di carcere.

Sono decine i casi di artisti iraniani non allineati perseguitati dal regime. Per citarne alcuni, possiamo parlare del regista Jafar Panahi – oggi rinchiuso agli arresti domiciliari e costretto a girare film di nascosto –  di Mohammad Nourizad, di Mostafa Azizi (The Guardian), di Shahriar Siroos – artista Baha’i recentemente imprigionato per ragioni religiose (Payvand) – o degli artisti curdi Salar Sablaghyee e Hazhar Hadadi – arrestati nel marzo del 2015 per aver partecipato ad una celebrazione del Nowrouz, l’antico capodanno Persiano (Kurdish Human Rights). Oggi, pero’, possiamo soprattutto parlare di Atena Farghadani, giovane artista iraniana, condannata a 12 anni di carcere per aver pubblicato sul suo Facebook una vignetta sgradita al regime (No Pasdaran). Atena ha appena ricevuto un premio internazionale per il suo coraggio e le sofferenze che sta patendo in carcere.

Senza contare che, proprio il Ministero della Cultura e della Guida Islamica, e’ il primo responsabile della censura culturale presente all’interno della Repubblica Islamica. E’ questo il Ministero che impone la censura alla letteratura, al cinema, al teatro e alla musica in tutto l’Iran (a tal proposito, consigliamo alla Signora Prada la lettura dell’opuscolo “Cultural Censorship in Iran“). Non solo: e’ sempre il Ministero della Cultura e della Guida Islamica a gestire la censura dei media e quella di Internet, impedendo ai giovani iraniani il libero accesso al diritto di informazione (Iran Human Rights).

In tutta questa storia, spiace dover vedere che proprio la Fondazione Prada abbia deciso di prestarsi alla collaborazione culturale con il regime iraniano. Spiace, perché sappiamo che per anni la Signora Miuccia Prada si e’ battuta per i diritti delle donne e dei lavoratori, ottenendo anche importanti riconoscimenti internazionali (Il Sole 24 Ore). Rattrista, quindi, dover ricordare proprio alla Signora Prada che, nella Repubblica Islamica, la vita delle donne vale meta’ di quella degli uomini, il velo e’ obbligatorio, i matrimoni forzati ancora molto diffuso e la segregazione di genere imposta in molti posti di lavoro. Senza contare che, a dispetto della propaganda del Governo Rouhani, alle donne continua ad essere negato l’accesso agli stadi e il diritto di cantare liberamente in pubblico. 

Concludiamo citando proprio le parole di Miuccia Prada. Una volta la Signora Prada ha affermato: “quello che indossi rappresenta il modo di presentarsi al mondo – soprattutto oggi, quando i contatti umani sono veloci. La moda e’ un linguaggio istantaneo. Come non concordare. Se quello che si indossa rappresenta il modo di presentarsi al mondo, riteniamo allora che la Signora Prada dovrebbe lottare per il diritto delle donne iraniane – e di tutto il popolo – di scegliere autonomamente e indipendentemente come presentarsi all’esterno. Perché per il popolo iraniano, rattrista ricordarlo, la moda e’ ancora un “linguaggio di regime”.

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Siamo alla vigilia del Primo Maggio, la Giornata Internazionale dei Lavoratori. Per questo, lanciamo un appello accorato alle tre maggiori sigle sindacali italiane – CGIL, CISL e UIL – ma anche a tutte le altre sigle minori, affinché si battano per la liberazione di cinque sindacalisti arrestati in questi giorni in Iran. I cinque arrestati sono: Ebrahim Maddadi e Davood Razavi membri dell’Unione delle Compagne di Bus di Teheran e Periferia, arrestati il 29 aprile nella loro casa, Mahmoud Salehi e Osman Ismaili, attivisti sindacali arrestati presso Saqez nel Kurdistan Iraniano e Reza Amjadi, altro attivista, fermato dagli agenti in borghese presso Sanandaj, sempre nel Kurdistan iraniano.

A questi cinque sindacalisti, va aggiunto anche Alireza Hashemi, capo dell’Organizzazione degli Insegnanti, detenuto nella prigione di Evin e condannato a sette anni di carcere in questi giorni. La sua condanna, guarda caso, e’ arrivata proprio mentre le piazze iraniane si riempivano di coraggiosi insegnati che protestavano per salario migliore e per impedire che i testi di studio venissero modificati in “senso più islamico”. A questo dato inquietante aggiungiamo che, durante le proteste sindacali avvenute in Iran tra Marzo e Aprile di quest’anno, oltre 230 persone sono state arrestate dalle forze di sicurezza del regime.

Per una analisi completa del drammatico status dei diritti sindacali in Iran in questo periodo, rimandiamo al report dell’International Campaign for Human Rights in Iran. Per quello che ci interessa in questo momento, vogliamo rimarcare come la Repubblica Islamica, pur essendo tra i firmatari delle convenzioni dell’ILO (International Labor Organization), continua a reprimere ed incarcerare i sindacalisti e gli attivisti per i diritti dei lavoratori. Una situazione intollerabile, a cui e’ necessario porre un termine immediatamente. L’appello alle sigle sindacali per la liberazione dei sei attivisti menzionati, sarebbe il primo passo verso l’affermazione del diritto inalienabile dell’essere umano di protestare per ottenere una condizione di lavoro più umana e dignitosa. Un diritto sinora negato ai lavoratori iraniani.

La foto di due dei sindacalisti arrestati: Ebrahim Maddadi e Davood Razavi

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Incredibile ma vero, con tutti i problemi che l’Iran ha (primo fra tutti la disoccupazione giovanile), il Parlamento iraniano ha trovato il tempo per dedicare una intera sessione di lavoro al problema dei leggings, noto indumento femminile. In una riunione ad hoc, infatti, il Majles ha ufficialmente ammonito il Ministro dell’Interno Abdolreza Rahmani-Fazli per la sua politica lasciva nei confronti delle donne che indossano i leggings. Durante la seduta, come le immagini dimostrano, sono state mostrate delle fotografie di attraenti ragazze iraniane che indossano il popolare indumento aderente alle gambe. Diversi deputati iraniani, probabilmente incapaci di contenere l’eccitamento erotico, hanno chiesto al Ministro di mettere al bando i leggings, in nome della lotta contro la cultura occidentale e della modestia…

Che dire? Speriamo che sotto le lunge tuniche, qualcuno non ne abbia approfittato per toccare le proprie parti basse e peccaminose…non vorremmo assistere a casi di “timorata eiaculazione precoce…”

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La brutale repressione del regime siriano contro le proteste della popolazione civile sta direttamente influenzando il rapporto tra la Repubblica Islamica dell’Iran e il movimento fondamentalista palestinese di Hamas. Secondo quanto riportato dall’Agenzia di stampa Reuters, infatti, una fonte diplomatica avrebbe messo in luce come il regime iraniano starebbe tagliato i fondi a Hamas come segno di protesta per lo scarso supporto di quest’ultima al Presidente siriano Bashar al-Assad.

Il taglio dei finanziamenti internazionali, secondo quanto scritto, ha fatto precipitare il budget di Hamas da 555 milioni di dollari del 2010 ai soli 55 milioni del 2011. Questa drastica riduzione di fondi non è stata determinata solamente dal contrasto tra Iran e Hamas in merito alla situazione siriana, ma anche dalla decisione dei Fratelli Mussulmani egiziani – di cui Hamas rappresenta la diretta emanazione – di convogliare parte dei soldi prima destinati alla causa palestinese, al finanziamento delle proteste di piazza della cosiddetta “Primavera Araba”.

La poca fermezza nel sostenere Bashar al-Assad da parte di Hamas ha lasciato senza stipendio oltre 40000 dipendenti civili e nel settore della sicurezza della Striscia di Gaza e sta seriamente minacciando il controllo dell’area da parte dei miliziani islamici. Hamas, da parte sua, ha promesso che nel mese di agosto i salari verranno erogati con certezza e per tempo. Probabilmente, quindi, è proprio per dimostrare la fedeltà alla causa del Presidente Assad che Hamas ha speditivamente messo a tacere una manifestazione di protesta avvenuta nel campo profughi palestinese di Al-Ramel (in Siria), durante i bombardamenti delle forze governative siriane al porto di Latakia.

Come si vede, quindi, si palesa chiaramente il prezzo che ogni alleato del regime di Teheran deve pagare per accedere ai fondi degli Ayatollah: ogni forma di dissenso, ovviamente, viene considerata un tradimento e deve essere duramente punita. Nonostante il fatto che lo stesso capo di Hamas – Khaled Meshaal –  sia rifugiato in Siria, il movimento islamico palestinese è formato da militanti di fede sunnita che, chiaramente, mal stanno digerendo la morte di centinaia di loro correligionari. Uomini e donne ferocemente assassinati dai un regime guidato da una minoranza alawita che, per buona parte del mondo islamico sunnita, non è considerata nemmeno come parte del cosiddetto dar al Islam (la casa dell’Islam).

 

Ormai il regime iraniano ha lanciato una vera e propria Guerra alla rete Internet e a chi usa il Web per divulgare le sue idee. In questi giorni, infatti, la Repubblica Islamica ha annunciato che ad agosto partirà “Clear Web” la rete Intranet che gli Ayatollah hanno costruito per filtrare le informazioni dall’esterno. In poche parole, la popolazione iraniana sarà praticamente inserita in una “ampolla di piombo”, al fine di evitare che possa ricevere qualsiasi notizia che i Pasdaran ritengono pericolosa.

Non basta: insieme alla rete Intranet “indigena”, dal 2009 a oggi il regime ha attuato una feroce campagna repressiva contro i blogger iraniani che esprimevano una linea politica di dissenso verso il Governo. A farne le spese sono stati numerosi giovani che, senza pietà, sono stati condannati a decine di anni di carcere. Tra i bloggers più conosciuti ci sono Hossein Derakhshan e Hossein Ronaghi Maleki.

Derakhshan è stato condannato dalla magistratura iraniana a 19 anni di prigione per aver “collaborato con Stati nemici” e per aver fatto “propaganda contro il regime”. Hossein Ronaghi-Maleki (nome da blogger Babak Khorramdin), invece, è stato arrestato durante le proteste elettorali del 2009 e, dopo mesi di isolamento, è stato condannato a 10 anni di carcere. In questo periodo, purtroppo, si è beccato una brutta infezione al rene e per ottenere di essere trasferito in ospedale ha dovuto diversi due scioperi della fame. Fortunataente il trasferimento in ospedale è arrivato, anche se l’operazione di impianto di un nuovo rene è stata pagata totalmente dalla famiglia. Riportato in carcere dopo appena 14 giorni oggi, secondo quanto denuncia il padre, Hossein rischia una nuova infezione che, sicuramente, lo porterebbe alla morte in pochissimo tempo.

In questi ultimi giorni, infine, le organizzazioni umanitarie hanno denunciato che altri due bloggers sono stati duramente colpiti dal regime. Payman Roshanzami è stato condannato a sette mesi di carcere per aver “insultato il leader” in un articolo da lui postato. Il pezzo, intitolato “aspetti legali per cambiare il Leader” è stato ritenuto offensivo verso la Guida Suprema Khamenei. Ovviamente, il processo di Roshanzami si è tenuto a porte chiuse, nonostante l’articolo 168 della Costituzione iraniana preveda che, in caso di processo politico, il processo di debba tenere a porte aperte.

L’altro caso è quello della blogger Pegah Ahangarani, arrestata a Teheran all’inizio di giugno e di cui non si hanno più notizie. La Ahangarani doveva recarsi in Germania per fotografare i campionati femminili mondiali di calcio. Poco prima di partire, secondo quanto denunciato da fonti vicine alla blogger, Pegah sarebbe stata convocata dal Ministero dell’Intelligence di lei sarebbero successivamente sparite tutte le tracce. Nel 2009, Pegah Ahangarani si era recata proprio a Berlino per seguire il Berlin International Film Festival per il giornale tedesco Deutsche Welle con cui collaborava. Ella era anche un membro dello staff politico di Mousavi e, come tale, aveva già subito numerosi interrogatori dai Pasdaran del regime.

Questi, purtroppo, sono solo alcuni dei casi drammatici in cui versano tutti coloro che tentano di esprimere liberamente in Iran le loro idee. Mentre il mondo fa affari con questo regime criminale, ad Evin e in tutte le carceri iraniane, centinaia di giovani soffrono solamente per aver espresso il loro diritti di dire “NO”.

E’ morto di stenti e sofferenze indicibili il giornalista Reza Hoda Saber, prigioniero politico, in sciopero della fame dalla morte – qualche giorno fa – di Haleh Sahabi, figlia dell’oppositore politico Ezotollah Sahabi, deceduta durante il funerale del padre.

Secondo quanto hanno denunciato le organizzazioni dei diritti umani, infatti, Reza Hoda Saber sarebbe morto per negligenza delle guardie carcerarie che, davanti alle sofferenze del giornalista, non si sarebbero immediatamente attivati per trasferirlo in una struttura ospedaliera.

Giornalista di fama, Reza Hoda Saber aveva 52 anni e dal 2000 al 2009 era stato uno dei principali esponenti del giornale “Iran Farda” (successivamente chiuso dalla repressione del regime). Inquisito nel maggio del 2004, Saber era stato condannato a cinque anni di reclusione per attività “contro lo Stato”. Arrestato l’ultima volta nell’agosto del 2010, Reza Hoda Saber era  rinchiuso nel carcere di Evin a Teheran, penitenziario noto per essere uno dei più duri.

Reza Hoda Saber aveva numerosi seguaci e, proprio per il rischio di proteste, i miliziani iraniani hanno ritardato le procedure per l’inizio della cerimonia funebre.  Nemmeno a dirlo, si tratta di una nuova, terribile e drammatica, violazione di ogni forma di diritto umano da parte di un regime repressivo e brutale.

 

 

Sono oltre un centinaio le condanne a morte eseguite in Iran dall’inizio del 2011. Un numero impressionante che si va ad aggiungere alle oltre 250 del 2010 dall’organizzazione non governativa Amnesty International. Tutto ciò, va ricordato, unito alla violazione dei più basilari diritti dei detenuti e di ogni forma di libertà e pensiero alternativo.

Oltre alla barbarie della pena di morte, quanto accaduto recentemente in Iran rappresenta uno dei fatti più abominevoli da descrivere. A Qazvin un uomo di 37 anni, Mehdi Faraji, è stato condannato il 26 maggio all’impiccaggione per aver ucciso cinque donne. Apparentemente niente di nuovo: stavolta, però, a togliere la sedia sotto ai piedi del condannato è stato – come testimoniano le immagini diffuse da Iran Human Rights – un bambino.

La notizia ha fatto il giro del mondo, costringendo il regime iraniano a giustificarsi. Una giustificazione, a dire la verità, che non ha fatto che rendere ancora più assurda l’intera drammatica vicenda: il bambino, infatti, secondo il regime non era affatto tale, ma aveva 23 anni ed era uno dei figli di una delle vittime. Un banale tentativo di trovare una giustificazione ad una azione inqualificabile che ha spezzato definitivamente l’innocenza di un minorenne.

Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce di Human Rights, ha duramente condannato l’accaduto e l’ha evidenziato come i leaders iraniani debbano essere ritenuti responsabili della promozione di una cultura della brutalità e della morte. Per la cronaca, sono circa 300 carcerati attualmente nelle prigioni della Repubblica Islamica in attesa dell’esecuzione della pena di morte decisa dai cosiddetti “tribunali internazionali”. La maggior parte delle pene,sono state emesse contro trafficanti di droga, ma numerosi sono anche i dissidenti politici e gli attivisti per i diritti umani.