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Solamente qualche giorno fa, il regime iraniano ha impiccato Mohammad Salas, membro della minoranza dei Sufi, arrestato durante una protesta e accusato di aver investito – e ucciso – tre poliziotti iraniani in quella occasione. Salas ha sempre negato le accuse nei suoi confronti, affermando di essere stato costretto a confessare dopo aver subito un processo ingiusto e delle torture.

Non contento il regime, dopo aver impiccato Salas, ha deciso di arrestare la sua avvocatessa Zeinab Taheri. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars News, la Taheri e’ stata arrestata per “affermazioni false”, in pratica per aver detto pubblicamente di ritenere che il suo cliente fosse innocente.

Per la cronaca, Zeinab Taheri e’ anche l’avvocatessa di Ahmadreza Djalali, cittadino iraniano-svedese, condannato a morte in Iran con l’accusa di spionaggio. Anche Ahmadreza e’ stato turturato e costretto ad una confessione pubblcia, addirittura trasmessa in televisione. Il suo caso e’ molto noto in Italia, perche’ Ahmadreza ha lavorato per anni nel settore della ricerca medica all’Universita’ del Piemonte Orientale (da dove e’ partita la campagna per la sua liberazione, dopo l’arresto nell’aprile del 2016).

La vera ragione dell’arresto di Ahmadreza e’ il suo rifiuto di lavorare come agente del MOIS – l’intelligence iraniana – in Europa. Ricordiamo infine che, solamente una settimana fa, il regime ha arrestato nuovamente Nasrin Sotoudeh, anche lei avvocatessa impegnata nella difesa dei diritti umani.

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Il regime iraniano ha nuovamente arrestato Nasrin Sotoudeh, famosa avvocatessa impegnata da sempre nella difesa dei diritti umani.

A dare notizia del nuovo arresto di Nasrin, e’ stato il marito Reza Khandan, con un post pubblicato sulla sua pagina Facebook. Nel post, Khandan ha anche scritto che – ricevendo gli agenti incaricati in casa – ha affermato: “Con tutte le cose che il Governo dovrebbe fare per il Paese, la sola cosa che fa e’ arrestare persone”.

Ricordiamo che Nasrin e’ stata gia’ arrestata nel 2010 e condannnata a sei anni di carcere per “propaganda contro lo Stato” e “cospirazione”. Nel 2012 Nasrin ha dichiarato lo sciopero della fame, che duro’ addirittura 50 giorni, per protestare contro le persecuzioni alla sua famiglia.

Alla fine la Magistratura scelse di liberarla nel settembre del 2013, ma da anni le e’ pratiamente impedito di  svolgere liberamente la sua professione di avvocato. Ultimamente Nasrin ha preso parte anche al movimento di protesta per i diritti delle donne, contro l’obbligatorieta’ di portare il velo.

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Ieri, mentre Zarif diffondeva il suo video di minacce verso tutto l’Occidente, l’Italia accoglieva in pompa magna i diplomatici iraniani, giunti a Roma per partecipare al nuovo meeting del gruppo E4 (Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia).

Ricordiamo che il forum E4 e’ ripartito dopo la decisione del Presidente Trump di non certificare nuovamente il JCPOA e rimandarlo al Congresso. In quella occasione, Trump trasferi’ direttamente agli europei la responsabilita’ della permanenza degli USA nell’accordo nucleare, a patto che venissero negoziate altre questioni centrali quali l’interferenza dell’Iran in Medioriente il programma missilistico del regime (ieri sembra che la riunione E4 sia stata focalizzata sulla crisi in Yemen).

Mentre a Roma veniva accolta la delegazione iraniana guidata da Hossein Jaberi Ansari – Vice Ministro degli Esteri – in Iran il ricercatore medico Ahmadreza Djalali continuava a marcire in prigione. In una foto diffusa qualche giorno fa in Rete, e’ possibile vedere l’accademico irano-svedese estremamente deperito.

Secondo la moglie di Djalali, Ahmadreza e’ in condizioni di salute pessime e una analisi del sangue fatta in carcere, ha rilevato un drammatico abbassamento dei globili bianchi. Risultati che, a parere dei medici, richiederebbero un ricovero immediato dell’accademico irano-svedese.

Ahmadreza Djalali e’ stato arrestato a Teheran nell’aprile del 2016, mentre si trovava in Iran invitato da una universita’ locale. Accusato di spionaggio, e’ stato condannato a morte e la sua sentenza alla pena capitale e’ stata recentemente confermata. L’accusa di spionaggio contro Ahmadreza e’ unicamente il frutto del rifiuto da parte di Djalali di collaborare con il servizio segreto iraniano, diventando un agente del MOIS in Europa. (qui la lettera scritta da Ahmadreza dal carcere). Purtroppo, Ahmadreza e’ stato anche costretto ad una confessione forzata, trasmessa vergognosamente anche dalla TV di Stato iraniana.

Ricordiamo che ben 175 Premi Nobel hanno scritto al Segretario dell’ONU, per chiedere il rilascio immediato di Ahmadreza Djalali.

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La pagina della rappresentanza italiana alle Nazioni Unite, ha dato notizia della visita di Francesco Rocca – Presidente della Federazione Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa – in Iran. Una visita che precede l’arrivo di Rocca in Iraq, per una conferenza internazionale.

Secondo quanto si puo’ leggere nell’articolo di ONU Italia, ma anche secondo quanto riportato dalle agenzie iraniane, il viaggio di Rocca in Iran e’ stato incentrato sulle priorita’ umanitarie, non solo nelle aree terremotate della Repubblica Islamica (come il terremoto di Kermanshah nel novembre del 2017), ma anche in territori in guerra come la Siria e lo Yemen.

Ovviamente, non serve neanche dirlo, si tratta di temi di assoluta importanza. Nonostante tutto, si rimane senza parole nel vedere che il tema dei diritti umani non sia assolutamente stato toccato. In particolare, il Presidente Rocca avrebbe dovuto sollevare la questione dei prigionieri politici iraniani e del loro stato detentivo. Come noto, nelle carceri iraniane sono detenuti decine e decine di prigionieri politici, a cui sistematicamente vengono negate le necessarie cure mediche. Prigionieri che, proprio per riuscire ad ottenere i loro diritti, spesso iniziano estenuanti scioperi della fame, che rischiano molto spesso di portarli alla morte (lo stesso Ahmadreza Djalali, in carcere ha perso decine di chili, dopo aver iniziato uno sciopero della fame per protesta).

Visitando l’Iran, Rocca ha incontrato direttamente il Vice Presidente del regime islamista sciita, Eshaq Jahangiri. Come suddetto, almeno pubblicamente, il tema dei prigionieri politici e’ stato totalmente dimenticato. Ci auguriamo che, almeno a telecamere spente, il Presidente Rocca abbia compiuto il suo dovere, sollevanto l’argomento e pretendendo che i rappresenti della Mezzaluna Rossa, ottengano il permesso di visitare le carceri iraniane dove sono rinchiusi gli oppositori politici.

Un documentario su Atena Daemi, prigioniera politica in Iran

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Il cantante metal iraniano Nikan Khosravi, fondatore del gruppo “Confess”, ha lasciato l’Iran. Anzi, per meglio dire, Nikan e’ scappato dalla Repubblica Islamica, per evitare una condanna a sei anni di carcere, inflittagli dal giudice Mohammad Moghisseh.

Nikan e il suo amico Arash Ilkhan sono stati arrestati dai Pasdaran iraniani il 9 novembre del 2015, pochi giorni dopo la pubblicazione del loro secondo album “In Pursuit of Dreams”. Come suddetto, i due vennero subito accusati di produzione di musica satanica. Durante gli interrogatori, i due musicisti sono stati accusati di “lavorare per Satana” e di “negare l’esistenza di Dio”.

Il 17 marzo del 2017, Moghisseh ha condannato Nikan Khosravi ha sei anni di carcere per “insulto al sacro” e “propaganda contro lo Stato”. Sicuro della sua condanna, Nikan ha deciso di lasciare l’Iran, per evitare di essere sbattuto in carcere. Arash Ilkhani, invece, si trova ancora nella Repubblica Islamica, in attesa della sentenza del giudice.

Nikan Khosravi, giunto in Turchia, si e’ immediatamente rivolto all’agenzia delle Nazioni Unite UNHCR per chiedere asilo politico, anche in un Paese terzo. Descrivendo il suo arresto, Khosravi ha che tra i sei e gli otto Pasdaran sono entrati nella sua casa, senza alcun mandato, hanno perquisito ovunque la stanza, confiscato gli effetti personali e l’hanno portato fuori incappucciato. Arash invece, e’ stato fermato mentre andava all’università. Durante gli interrgatori, Nikan Koshravi ha dichiarato di aver temuto di essere condannato a morte.

Fortunatamente, grazie al suo avvocato, Nikan e’ riuscito a dimostrare che le sue canzoni non contenevano alcun contenuto satanico, ma che erano riferite solamente a Dio e alla natura. Spiegazioni che, nonostante tutto, non sono bastate per evitargli la condanna al carcere. Una condanna decisa dal giudice Moghisseh in soli 15 minuti…

 

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Maryam Shariatmadari, una delle ragazze che si sono tolte pubblicamente il velo in protesta contro le leggi della Sharia, e’ stata condannata ad un anno di carcere dalla Corte Criminale di Teheran, Sezione 1091. Secondo la Corte, Maryam avrebbe “incoraggiato la corruzione rimuovendo il suo hijab“.

La protesta di Maryam, avvenuta il 23 febbraio del 2018 a Teheran, fu repressa in maniera particolarmente cruenta: Maryam non fu solo arrestata, ma fu fisicamente scaraventata per terra da un poliziotto e successivamente costretta ad essere operata per le conseguenze della caduta.

Maryam Shariatmadari, studentessa di informatica presso la Amir Kabir University, e’ la seconda donna che viene condannata al carcere per aver protestato contro il velo obbligatorio. Prima di lei, all’inizio di marzo, Narges Hosseini era stata condanna a due anni di detenzione per la stessa motivazione.

La cosa incredibile e’ che, mentre le ragazze iraniane vengono sbattute in prigione per aver lottato per la loro libertà e dignità, la Repubblica Islamica salva dal carcere personalità accusate di abusi sessuali. Il caso più noto e’ quello di Saeed Tousi, Tousi e’ uno dei recitatori del Corano più noti in Iran ed e’ il preferito dell’Ayatollah Khamenei. Accusato di pedofilia, Tousi e’ stato prima condannato a quattro anni di carcere e poi assolto completamente, grazie all’intervento diretto della Guida Suprema.

Le ragazze arrestate per aver protestato contro l’hjiab sono seguite anche dall’avvocatessa Nasrin Sotoudeh, nota a livello internazionale per la sua battaglia in favore dei diritti umani. Nasrin, con un collega, segue anche Shaparak Shajarizadeh, un’altra donna arrestata per le stesse ragioni.

Ricordiamo che, secondo l’articolo 638 del Codice Penale iraniano, “chiunque commetta un atto haram (impuro) in un luogo pubblico o per strada” oltre ad una condanna al carcere, rischia anche di ricevere ben 74 frustate.

Il video della protesta di Maryam Shariatmadari

 

 

 

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Oggi e’ il compleanno di Atena Daemi, attivista per i diritti umani e contro la pena di morte, incarcerata dal regime sin dal novembre 2016. Atena e’ stata condannata a sette anni di carcere per aver criticato il regime e aver sostenuto sul suo profilo Facebook, la condanna degli artefici del massacro del 1988 contro gli oppositori politici (oltre 30,000 morti).

Da quando e’ stata rinchiusa in carcere, le condizioni di salute di Atena sono drasticamente peggiorate. Prima, in protesta contro la persecuzione dei suoi famigliari, Atena ha dichiarato lo sciopero della fame. Uno sciopero che l’ha totalmente sfiancata e ha drammaticamente deteriorato il suo stato fisico. Tanto che i medici hanno detto che Atena necessita di una operazione urgente, che ovviamente il regime le ha negato. Il 9 marzo scorso, Amnesty International ha denunciato che Atena Daemi e Golrokh Ebrahimi Iraee, altra prigioniera politica, sono state picchiate nel carcere di Shahr-e Rey, vicino Teheran.

In questi anni, purtroppo, in Occidente pochissime voci si sono levate per la liberazione di Atena Daemi. Soprattutto, assordante e’ stato il silenzio delle cosiddette “femministe”, in primis di quelle italiane. Donne che pretendono di esser riconosciute come “voci libere”, ma che in realtà in questi anni sono corse a Teheran tutte velate e non hanno proferito verbo sugli abusi dei diritti umani da parte della Repubblica Islamica.