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Risultato immagini per Mohammad Rasoulof

Una notizia terribile ci giunge dall’Iran: mentre la Magistratura libera migliaia di detenuti per l’emergenza Coronavirus scoppiata nelle prigioni della Repubblica Islamica, il regime ha deciso di convocare il regista Mohammad Rasoulof, per fargli scontare la pena ad un anno di detenzione a cui e’ stato condannato nel 2019 per “propaganda contro lo Stato” (per il contenuto dei suoi film).

Si tratta come suddetto, di una notizia che lascia senza parole, non solo per l’ingiustizia della condanna – determinata da ragioni politiche – ma anche per la tempistica scelta dalle autorità iraniane. Una tempistica che dimostra tutta la crudeltà di un regime, disposto a tutto per eliminare fisicamente i suoi critici.

Rasoulof e’ stato chiamato a sorpresa in carcere per scontare la sua pena, meno di una settimana dopo essere stato premiato a Berlino con l’Orso d’Oro per il film “There is No Evil”. Il premio e’ stato ritirato dalla figlia del regista iraniano, perché Teheran non ha permesso a Rasoulof di lasciare il Paese.

Ricordiamo infine che, nel novembre 2019, più di 200 rappresentanti dell’industria cinematografica iraniana, hanno firmato un pubblico appello per denunciare le censure imposte dal regime.

 

memri iran gay

L’Iran odia gli omosessuali e che questo odio nella Repubblica Islamica viene spesso trasformato in vero e proprio terrore, considerato che il regime può’ condannare a morte i gay con l’accusa di “sodomia”.

Una nuova conferma di questo odio arriva da una recente intervista del Generale dei Pasdaran Mostafa Izadi, comandante della Base responsabile di Cyber e Nuove Minacce. Intervistato il 28 febbraio dal Quinto Canale della TV iraniana, il generale ha affermato:

L’uomo e’ differente dall’animale. L’Occidente e’ in crisi. Non e’ triste che un candidato alla Presidenza in America – mi vergogno a dirlo – e’ un omosessuale…non e’ triste che a una persona del genere sia consentito presentare la sua candidatura? E’ una vera decadenza. La nostra rivoluzione (quella islamista), cerca davvero di mostrare alle persone come liberare l’umanità

Non serve aggiungere altro, se non sottolineare che nel messaggio di Izadi, e’ contenuta implicitamente l’idea che “liberare l’umanità”, significa eliminare tutti coloro che la rendono ignobile, come appunto i gay. E’ davvero con un regime del genere che i democratici americani vogliono tornare a trattare? Davvero l’odio verso Trump può legittimare nel mondo progressista, simili idee abominevoli?

Risultato immagini per ahmadreza djalali

In queste giorni – come saprete già – centinaia di persone si stanno mobilitando per salvare la vita di Patrick George Zaki, studente egiziano dell’università di Bologna, incarcerato al Cairo per le sue opinioni politiche contro al-Sisi.

Per la libertà di Zaki, come suddetto, si stanno mobilitando non solo gli attivisti, ma anche rappresentanti politici di primo livello, i media e lo stesso Ministero degli Esteri guidato da Di Maio. Il tema e’ molto sensibile per l’Italia, non solo per il ricordo del caso Regeni, ma anche perché coinvolge le relazioni diplomatiche tra Roma e il Cairo e per le denunce delle torture subite in carcere dallo stesso Zaki – ma questa accusa, a quanto pare, e’ ancora tutta da provare.

Premessa necessaria: attivarsi per la scarcerazione di Zaki va benissimo. Chiunque viene incarcerato per le sue idee, deve essere liberato immediatamente e deve veder garantito il diritto di esprimersi liberamente. Cio’ detto, e’ inaccettabile il doppio standard di alcuni attivisti per i diritti umani in Italia: mentre, infatti, per Zaki la mobilitazione e’ stata immediata, per altri casi – simili e altrettanto importanti – c’e’ stato quasi soltanto un assordante (e colpevole) silenzio.

In particolare, ci riferiamo al caso di Ahmadreza Djalali, ricercatore medico iraniano, in carcere dal 2016 a Teheran e condannato alla pena capitale con l’accusa di essere una spia. Accusa che Ahmadreza ha sempre negato, denunciando di essere stato punito per aver rifiutato di diventare un agente dell’intelligence iraniana. In questi anni di detenzione, Ahmadreza ha perso decine di chili e il suo stato di salute e’ ormai al limite.

Per Ahmadreza Djalali e’ stata forte la mobilitazione degli accademici. Una mobilitazione partita dall’università del Piemonte Orientale, dove il ricercatore iraniano ha lavorato per alcuni anni. Dalle ONG per i diritti umani – escluso il caso Amnesty – c’e’ stato invece quasi un silenzio totale. Soprattutto, pero’, sono mancati gli attivisti e i movimenti di pressione che, attraverso manifestazioni e articoli, hanno chiesto la cittadinanza italiana per Ahmadreza e preteso la sospensione delle relazioni diplomatiche con Teheran.

Allora la domanda e’: perché questo doppio standard? Facendo una attenta analisi politica viene il sospetto che, a usare la leva dei diritti umani contro al-Sisi, non ci siano solo organizzazioni veramente interessate ai diritti civili e politici in Egitto, ma gruppi di pressione legati alla Fratellanza Mussulmana – e all’attivismo pro-palestinese – che da anni hanno trovato rifugio in Italia (e in altri Paesi europei) dopo essere stati cacciati per aver terrorizzato la regione con attacchi terroristici. Un attivismo ripreso forte in Italia, soprattutto dopo la fine della breve parentesi islamista di Mohammed Morsi.

Se questo sospetto fosse confermato, si spiegherebbe facilmente anche il disinteresse di questi stessi gruppi islamisti, verso il caso Djalali, considerando soprattutto che l’islamismo sunnita e l’islamismo sciita khomeinista hanno parecchi punti in comune sia a livello ideologico che politico.

Come suddetto quindi, e’ assolutamente condivisibile l’idea che l’Egitto di al-Sisi deve fare tanti passi avanti verso lo Stato di Diritto e verso le garanzie politiche necessarie per libertà di espressione di tutti i suoi cittadini. Cosi come – lo ripetiamo – ci auguriamo il  pronto rilascio di Patrick Zaki e il suo ritorno a Bologna sano e salvo. Detto cio’, e’ altrettanto chiaro che dietro il caso Zaki ci sono interessi che vanno oltre l’amore per i diritti umani, portati avanti volontariamente da organizzazioni che usano argomenti cari all’attivismo progressista, per fini politici pericolosi e contrari all’interesse nazionale italiano.

Per queste ragioni, e’ necessario che chi si mobilita genuinamente per cause come quelle di Zaki, si dimostri non solo capace di farlo anche per altre cause altrettanto nobili – quali quella di Ahmadreza Djalali – ma faccia anche una considerazione importante su chi manifesta al suo fianco. Una analisi necessiaria, al fine di capire se si queste persone sono tutte veramente sensibile ai diritti umani, o invece intendano meramente usare i diritti umani per riportare al Cairo regimi fondati su un pericoloso fondamentalismo islamico…

Risultato immagini per Parvaneh Salahshuri

Alla fine e’ andata come sempre va nella Repubblica Islamica, quando esci fuori dai parametri accettabili dal regime: la deputata riformista Parvaneh Salahshouri – che aveva difeso le ragioni dei manifestanti – e’ stata convocata da un Tribunale iraniano per rispondere alle accuse di “diffusione di menzogne” e “propaganda contro il sistema”.

La Salahshouri, deputata velatissima eletta a Teheran, aveva coraggiosamente preso la parola in Parlamento, non solo per difendere le ragioni per cui i manifestanti scendevano in piazza e protestavano contro il regime, ma aveva anche puntato l’indice contro i Pasdaran, accusati di interferire in ogni settore della vita politica ed economica del Paese. Secondo quanto affermato dalla stessa Salahshouri, sarebbero stati proprio i Pasdaran a denunciare la deputata.

La Salahshouri, infine, aveva anche chiesto ufficialmente la nascita di una commissione di inchiesta, per indagare i responsabili delle repressioni delle violenze contro i manifestanti (solo nelle ultime proteste per il rincaro del prezzo della benzina, sono state uccise 1500 persone e arrestate altre 12000).

Secondo quanto e’ stato reso noto dalla ISNA, la Salahsouri non si sarebbe tirata indietro davanti alle accuse, presentandosi subito in Tribunale per rispondere delle accuse rivolte.

Risultato immagini per Amir-Hossein Maghsoudloo"

Ai più il nome di Amir Tataloo – all’anagrafe Amir-Hossein Maghsouldloo – non dirà moltissimo. A chi pero’ e’ appassionato di musica e di Iran, questo nome racconta molte cose e la sua recente vicenda in Turchia, ne racconta ancora di piu’ sul pessimo stato di salute del regime iraniano.

Amir Tataloo e’ un musicista iraniano, un rapper, molto famoso e con oltre un milione di followers su Instagram. A fine gennaio Amir e’ stato arrestato in Turchia, mentre faceva scalo per raggiungere Londra, dove si sarebbe dovuto esibire in alcuni concerti. Secondo quanto e’ stato reso noto, Ankara avrebbe fermato Amir in base ad un “red alert” sul suo nome presente nel sito dell’Interpol e inserito direttamente dal regime iraniano. Fortunatamente, grazie anche ad un appello firmato da oltre 40.000 persone, Amir e’ stato liberato ad inizio febbraio.

Per chi conosce la storia recente dell’Iran, il fatto che il regime voglia arrestare Amir Tataloo lascia senza parole. Solamente nel maggio del 2017, Amir si guadagnava i titoli dei giornali per aver pubblicato una canzone in sostegno del programma nucleare iraniano, un pezzo che fu interpretato come un diretto sostegno alle istituzioni del regime.

Peccato che, come ha rivelato lo stesso Tataloo una volta lasciato l’Iran, si trattava di una grande messa in scena, preparata ad arte dal MOIS, il Ministero dell’Intelligence iraniano: Tataloo, infatti, era stato arrestato nel 2013 per la sua attività musicale underground, portata avanti senza il permesso del Ministero della Cultura Islamica. Nel 2016, quindi, era stato ancora una volta messo in carcere per due mesi per aver insultato un giudice durante una udienza del processo a suo carico.

Cosa ha fatto quindi il regime? Sapendo quanto Amir sia famoso nel Paese, ha deciso di usarlo con la forza. E’ stato scritto per lui un pezzo ad hoc e Amir e’ stato piazzato su una nave da guerra iraniana – la Damavand – dove ha girato il videoclip della canzone (che vi mostriamo in basso). Insomma, come rivelato dal rapper nel maggio del 2017, l’intelligence ha costretto Amir a collaborare, pena una dura condanna al carcere.

Purtroppo per il MOIS la verità alla fine viene sempre a galla: Amir ha lasciato l’Iran, sfuggendo all’arresto e ha mostrato non solo la faccia brutale del regime, ma anche quanto sia fortemente privo di legittimità, costretto ad minacciare un artista per cercare di guadagnare un minimo di consenso tra le nuove generazioni.

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L’agenzia di stampa iraniana ISNA ha annunciato l’avvenuto arresto del giovane manifestante che, durante le proteste dello scorso 12 gennaio, si e’ arrampicato per colpire e staccare un manifesto celebrativo del Generale Qassem Soleimani.

Come il video diffuso in rete dimostra, il giovane manifestante ha espresso la sua rabbia verso l’immagine dell’ex comandante della Forza Qods, mentre la folla intorno non solo lo esaltava, ma gridava a gran voce “Marg Bar Diktator“, ovvero “Morte al Dittatore”. Un video fortissimo che dimostrava tutta le bugie della propaganda iraniana e che ha fatto il giro del mondo.

Ieri, quindi, il capo della Polizia di Teheran Hossein Rahimi, ha annunciato l’arresto di questo ragazzo che, sempre secondo le informazioni delle autorita’, risulta essere minorenne. Davanti alla polizia, sotto pressione e minacce, il ragazzo pare essere stato costretto a chiedere scusa e per ora rilasciato su cauzione in vista del processo.

Nel frattempo, mentre il regime continua ad arrestare coloro che hanno manifestato la loro rabbia in seguito alla notizia dell’abbattimento dell’aereo ucraino, il Governo iraniano continua a rifiutare di inviare le scatole nere a Kiev.

Il regime iraniano ha dissacrato la tomba del Reverendo Hossein Soodmand, pastore evangelico, condannato a morte nel dicembre del 1990 da Teheran con l’accusa di apostasia, per aver abbandonato l’Islam e aver abbracciato il cristianesimo.

A darne notizia e’ stata l’organizzazione “Articolo 18”, che promuove la libertà di fede nella Repubblica Islamica. Secondo le informazioni ricevute, la tomba del Reverendo si trovava presso Behesht-e Reza, il cimitero di Mashhad, la seconda città dell’Iran per grandezza.

La figlia del Reverendo Soodmand, che da anni vive in esilio in Europa, ha denunciato che la famiglia ha scoperto il terribile accaduto ad inizio dicembre 2019, quando come ogni anno si e’ recata al cimitero per rendere omaggio al pastore ucciso dal regime.

Hossein Soodmand decise di convertirsi dall’Islam al cristianesimo prima della Rivoluzione khomeinista del 1979. Con l’avvento del regime clericale, Hossein venne arrestato, torturato e spedito in isolamento per oltre un mese. Pochi mesi dopo l’arresto, Hossein venne mandato al patibolo e la sua esecuzione e’ la sola riconosciuta ufficialmente persino dal regime stesso.

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