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All’indomani del terribile attacco con armi chimiche in Siria, le domande che tutti si pongono sono le seguenti: 1- chi e’ stato?; 2- Perché’? Prima di provare a rispondere a queste domande, ricordiamo che il regime iraniano e’ stato fondamentale nella costruzione e nello sviluppo, di tutto il programma di armamenti chimici del regime siriano (No Pasdaran).

Chi? Perché? 

Alla prima domanda, quasi tutti gli attori internazionali sono concordi: l’attacco e’ stato compiuto dal regime di Bashar al Assad, contro la principale roccaforte dell’opposizione siriana, rimasta dopo la caduta di Aleppo, ovvero la regione di Idlib. Un attacco avvenuto nonostante il cessate il fuoco nazionale, promosso dalla Russia subito dopo la fine della battaglia di Aleppo. Unica posizione differente, ma da analizzare bene, e’ proprio quella di Mosca: per un verso, infatti, e’ vero che i russi si sono opposti ad una risoluzione ONU contro Assad. Per un altro, pero’, e’ anche vero che non hanno negato le responsabilità del regime nel bombardamento, affermando che gli agenti chimici provenivano da un deposito dell’opposizione bombardato dai jet siriani.

Bisogna allora cercare di rispondere alla seconda domanda: perché? Per quale motivo un attacco di questo genere, in un momento di ampio attivismo dei negoziati – seppur praticamente quasi fallimentare – e con un cessate il fuoco nazionale in atto. In questo processo di abbassamento delle tensioni generali, il maggior protagonista attuale della guerra siriana, ovvero la Russia, era uno dei promotori, in accordo anche con la Turchia di Erdogan.

Iran: il grande perdente del conflitto siriano

In tutto il processo negoziale, un attore e’ quasi sempre rimasto drammaticamente escluso: la Repubblica Islamica dell’Iran. Primo Paese ad intervenire nel conflitto siriano al fianco di Bashar al Assad, l’Iran e’ stato costretto nel 2015 ad inviare Qassem Soleimani a Mosca, per pregare in ginocchio Putin di intervenire in salvezza del regime di Damasco. Putin lo ha fatto, ma a modo suo. Lo ha fatto con una azione militare senza alcuna pietà per un verso, ma anche senza allinearsi completamente all’asse sciita. Al contrario, lo Zar russo ha continuato a mantenere un dialogo con il fronte sunnite, ma ha anche raggiunto un accordo con Israele, al fine di evitare un conflitto fra le due aviazioni. 

Non solo: Putin ha costretto l’Iran a umiliarsi concedendo la base militare di Hamadan. Peggio, nel recentissimo viaggio di Rouhani a Mosca, la Russia ha ottenuto l’uso completo delle basi militari iraniane (EAWorldView). Un vero smacco per gli islamisti iraniani, che dell’indipendenza “politica, culturale, economica o militare”, hanno fatto addirittura un mantra scritto nella costituzione (art. 9).

Cosa ci guadagna Teheran dall’attacco chimico in Siria?  

Il regime iraniano oggi e’ drammaticamente diviso al suo interno, soprattutto alla vigilia del voto Presidenziale di maggio. In questa divisione, i Pasdaran – controllori di oltre il 50% dell’economia del Paese – stanno cercando di ottenere due obiettivi:

  1. chiudere il Paese alle imprese straniere, al fine di non perdere i privilegi economici;
  2. costringere Putin a scegliere definitivamente l’asse sciita, aumentando la tensione tra Stati Uniti e Russia e soprattutto tra Russia e Turchia.

Con l’attacco chimico in Siria, le Guardie Rivoluzionarie iraniane ottengono molti dei loro obiettivi. La tensione fra Washington e Mosca e’ salita, considerando che Trump e Putin hanno preso due posizioni opposte sulla questione e lo scontro ha raggiunto il Consiglio di Sicurezza ONU. Le divergenze, pero’, si sono sentite anche fra Erdogan e Putin, dopo mesi di accordi tra le due parti (anche sull’Iraq): sebbene i due Presidenti abbiano annunciato di aver parlato al telefono, a Mosca hanno negato che il contenuto della telefonata abbia riguardato anche l’attacco chimico in Siria (versione opposta quella dei turchi).

Gli effetti interni in Iran

Tutto questo, chiaramente, avrà anche degli effetti interni in Iran, dove pochi giorni fa il Presidente Rouhani ha chiesto al Ministro dell’Interno di avviare una indagine sui numerosi arresti di giornalisti e blogger (Good Morning Iran). L’aumento delle tensioni regionali, infatti, permetterà ai Pasdaran e a Khamenei di indebolire ancora di più l’ala pragmatica di Rouhani (i riformisti in Iran, sono praticamente spariti da anni).

Attenzione: nonostante l’annunciata candidatura dell’ Hojatoleslam Seyed Ebrahim Raeesi, potente capo della Bonyad Astan Quds Razavi di Mashhad (Tasnim News), non e’ detto che alla fazione di Khamenei e dei Pasdaran interessi direttamente vincere le prossime elezioni Presidenziali. L’obiettivo reale e’ quello di avere un prossimo Presidente – anche Rouhani – debole e incapace di portare avanti reali riforme e possibilmente da inquisire se (e quando) necessario.

La caduta di Assad: un passo fondamentale

Purtroppo, nell’attuale conflitto siriano, e’ difficile scegliere da che parte stare: da una parte c’e’, infatti, il dittatore spietato Bashar al Assad. Dall’altra, una opposizione ormai spesso preda alle forze estremiste salafite. Nonostante tutto, per capire le priorità, bisogna distruggere la narrazione che intende salvare Assad.

La caduta del dittatore di Damasco, e’ un passo fondamentale per indebolire l’asse sciita, colpendo anche Hezbollah in Libano. Un processo centrale, non solo per costruire un nuovo Iran, ma anche per costringere il mondo sunnita ad abbandonare definitivamente le forze salafite e l’ideologia che portano avanti. 

Il 13 Maggio del 2016, i media davano la notizia dell’uccisione a Damasco di Mustafa Badreddinne, uno dei maggiori terroristi dell’organizzazione libanese Hezbollah. Ad oggi, in merito alla morte di Badredinne, si sono fatte diverse ipotesi. La prima, ovviamente, ha puntato l’indice contro Israele, ma un articolo apparso in tal senso su Al-Mayadeen è stato presto cancellato. La seconda ipotesi, quindi, è stata quella che vede l’opposizione siriana responsabile della morte del terrorista di Hezbollah.

In questi giorni, quindi, una nuova ipotesi si sta facendo spazio: secondo quanto pubblicato da al-Arabiya, ad uccidere Mustafa Badreddinne sarebbe stato un complotto interno nello schieramento filo-Teheran. In particolare, si sarebbe trattato di una azione voluta direttamente da Qassem Soleimani – comandante della Forza Qods – in accordo con Hassan Nasrallah, Segretario di Hezbollah. Ricordiamo che Badredinne era stato incaricato direttamente dal duo Soleimani-Nasrallah, di comandare le forze di Hezbollah, intervenute nel 2012 al fianco di Assad nella guerra siriana (al-Arabiya).

Mentre si trovava in Siria, però, la figura di Badredinne sarebbe divenuta scomoda. Il terrorista libanese, infatti, non soltanto era stato giudicato colpevole, in contumacia, dell’uccisione dell’ex Premier libanese Rafiq Hariri, avvenuta nel 2005, ma si sarebbe anche opposto alle modalità di commando del Generale iraniano Soleimani. Precisamente, Badredinne avrebbe criticato Soleimani per non dare la stessa attenzione alle vite dei combattenti arabi sciiti, rispetto a quelle degli iraniani.

Il 13 maggio del 2016, quindi, Badredinne sarebbe stato attirato in una trappola, ordina contro di lui all’aeroporto internazionale di Damasco. Badredinne sarebbe arrivato all’aeroporto con altre tre persone, una di queste la sua guardia del corpo. Secondo le fonti filo-Hezbollah, Badredinne sarebbe stato ucciso con una bomba ad implosione. Le foto pubblicate da al-Arabiya – immagine in alto – però, mostrano come nessuna esplosione è avvenuta nel luogo in cui il terrorista libanese è morto. Inoltre, delle tre persone arrivate con Badredinne all’aeroporto, solo lui sarebbe rimasto ucciso (alquanto inverosimile).

Sempre secondo quanto riporta il media arabo, una delle persone presenti all’aeroporto di Damasco quel giorno era Ibrahim Hussein Jezzini, consideranto uno stretto confindente di Badredinne. Potrebbe essere stato proprio lui, su ordine di Nasrallah, a compire l’omicidio. Pochi giorni dopo la morte di Badredinne, il clerico sciita Abbas Hoteit ha commentato: “Mustafa Badredinne è stato ucciso da due proiettili traditori”.

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Il missile iraniano “Soleimani”

La tregua firmata da Stati Uniti e Russia in Siria, sembra praticamente già morta. Appena sei giorni dopo la firma dell’accordo, nato fragilissimo, gli aerei del regime di Damasco hanno attaccayo Dael, nella provincial di Daraa (10 morti),  Ghanto, nella provincia di Homs e persino Aleppo, la città chiave la cui disperata situazione della popolazione civile, aveva fortemente influenzato la firma del cessate il fuoco. Nell’attacco, purtroppo, sono stati colpiti dei bambini (Twitter).

Ad Aleppo, in particolare, i ribelli hanno denunciato che il regime di Assad sta portando anche una azione di terra, al fine di occupare un complesso di 1070 abitazioni. Intensi scontri, quindi, sono anche avvenuti presso Jobar, distretto di Damasco. Il regime tenta di ricatturare quest’area ai ribelli dal 2012. Anche stavolta, pare che il tentativo sia andato male.

Nel frattempo, il regime iraniano ha mostrato in Siria un nuovo missile denominato “Soleimani”, in onore del comamdante della Forza Qods dei Pasdaran (foto in alto). Secondo quanto è stato reso noto dall’opposizione siriana, il missile sarebbe stato sinora testato negli scontri avvenuti nella provincia di Hama.

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Un vero e proprio quartier generale, da dove il regime iraniano praticamente comanda le azioni militari in difesa del dittatore siriano Bashar al Assad. Secondo quanto pubblicato in un articolo esclusivo del Daily Mail, questo quartier generale – definito “la Serra”, in farsi Maqar-e Shishe’i – si trova a Damasco, non lontano dall’aeroporto internazionale. Composto da cinque piani, il quartier generale iraniano permette anche ai Pasdaran di coordinare le loro attività militari con quelle dei russi, soprattutto per quanto concerne lo scambio di materiale di intelligence e le attività delle milizie paramilitari (si veda l’immagine sottostante). La fonte di questa informazione esclusiva, sempre secondo quanto riporta il quotidiano inglese, sarebbe direttamente un agente dei Pasdaran che, segretamente, avrebbe passato le informazioni ai membri della resistenza anti-regime legata ai Mujahedeen del Popolo (Daily Mail).

Sempre secondo i dati pubblicati dal Daily Mail, sarebbero almeno 16000 i membri delle milizie paramilitari sciite comandate direttamente da Teheran, in particolare dalla Forza Qods del Generale Qassem Soleimani, unità speciale dei Pasdaran espressamente dedita ad esportare la rivoluzione khomeinista fuori dalla Repubblica Islamica. Questo numero è quello fornito da fonti Occidentali. Le fonti interne dei dissidenti anti-Teheran, parlano però di almeno 60000 paramilitari sciiti impegnati in Siria, a cui vanno aggiunti 10000 terroristi di Hezbollah. Forze di jihadisti pro-Pasdaran, provenienti da Paesi quali l’Iraq, il Pakistan, i Terrritori palestinesi e l’Afghanistan.

La “Serra” dell’Iran a Damasco è composto da almeno 180 stanze e, proprio nelle vicinanze, ha una pista di atterraggio (ribattezzata dall’opposizione “Muhammed Ali”), che permette ai Pasdaran di ricevere rifornimenti di beni alimentari, materiali, armamenti e truppe fresche. Sempre secondo quanto riporta il Daily Mail, sinora l’Iran avrebbe speso almeno 100 miliardi di dollari per sostenere il regime di Bashar al Assad, soldi ovviamente rubati dalle case del popolo iraniano che langue nella disoccupazione. Soldi ottenuti, tra le altre cose, anche dalla fine delle sanzioni internazionali contro Teheran relative al programma nucleare clandestino.

Nel piano meno uno del palazzo, è stato creato un ufficio sotto la direzione del Pasdaran Razi Mousavi, ex comandante della Forza Qods in Siria, il cui compito è quello di pagare mensilmente i salari dei jihadisti sciiti al servizio di Assad. Il capo attuale delle operazioni militari iraniane in Siria si chiama Jafaar Assadi: Assadi ha diviso la Siria in cinque diversi fronti (Nord, Est, Sud, Comando Centrale, Costa). Per ogni fronte è stata costruita una base militare dei Pasdaran, capaci di ospitare almeno 6000 miliziani con armamenti pesanti. Per quanto concerne il numero di iraniani direttamente coinvolti nel conflitto, dallo scorso anno questo numero sarebbe cresciuto da 5000 Pasdaran a 16000.

Nonostante questo schiramento di forze, il regime iraniano non è riuscito a mantenere in piedi Assad da solo. Per questo, nel luglio dello scorso anno, il Generale Qassem Soleimani – in violazione delle sanzioni a suo carico – è volato a Mosca per chiedere il sostegno di Putin (la Russia è poi intervenuta nel conflitto). Secondo il Daily Mail, questo sostegno sarebbe costato a Teheran il pagamento di almeno 3 miliardi di dollari, sui 10 miliardi previsti per il costo dell’intervento russo in Siria.

Come dimostrato, lo schiramento di forze regolari e irregolari in Siria, può essere definita come una vera e propria forza di occupazione.

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E’ da tempo che scriviamo che l’asse filo-Assad in Siria non e’ affatto un monolite. Abbiamo chiaramente detto che, sebbene legati da numerosi interessi comuni, gli iraniani e i russi non ‘giocano’ proprio la stessa partita. Cosi come a Teheran, pur sapendo bene che l’intervento di Mosca ha salvato il potere di Assad, nessuno e’ rimasto veramente contento dell’ingresso ufficiale dei militari russi nel conflitto.

Cosa e’ accaduto ad Aleppo?

Una controprova di quanto da tempo affermiamo, arriva direttamente dalla Siria: secondo quanto riportato da siti vicini all’opposizione e da giornalisti vicini al regime (post di Kinana Allouche), il 16 giugno scorso, l’esercito siriano ha bombardato delle postazioni di Hezbollah presso Tel Al-Maysat e Al-Bureij, nell’area vicino ad Aleppo. Poco dopo, quindi, lo scontro si e’ spostato nei villaggi sciiti di Nubl e Al-Zaharaa. I bombardamenti avrebbero causato decine di morti sia tra le file di Hezbollah, che tra quelle dell’esercito lealista. Secondo quanto riporta il sito “Shaam”, quindi, la stessa aviazione russa avrebbe partecipato al conflitto interno, bombardando le postazioni di Hezbollah nelle aree intorno ad Aleppo. Aspetto interessante: al fianco di Hezbollah avrebbe combattuto anche la milizia sciita irachena,  Al-Nujaba (Memri).

Le ragioni di questo scontro, sarebbero almeno due:

  1. le forze di Hezbollah insistono nell’accettare di ricevere ordini solo da Teheran e di non considerarsi subordinati agli ufficiali dell’esercito di Assad;
  2. Hezbollah, seguendo chiaramente una direttiva iraniana, ha espresso la sua contrarietà all’idea di un cessate il fuoco ad Aleppo (cessate il fuoco annunciato dalla Russia a sorpresa).

Dietro lo scontro, le divisioni tra Mosca e Teheran

Quanto accaduto il 16 giugno ad Aleppo, ha una sola grande motivazione: la geopolitica di Mosca e quella di Teheran non coincide. Certo, a Putin interessa un rapporto privilegiato con gli iraniani, soprattutto nell’ottica del commercio di armi, ma il Presidente russo vede anche la Repubblica Islamica come un competitor pericoloso nel settore dell’Oil & Gas. Un concorrente che, ovviamente, l’Occidente ha rimesso in gioco proprio per isolare la Russia (No Pasdaran).

Ancora: anche in Medioriente e nella stessa Siria, le posizioni di Teheran e Mosca non sono identiche. L’Iran e’ intervenuto in Siria non tanto per salvare Assad, ma per rendere la Siria alawita uno “stato-puppet”, utile per espandere l’imperialismo khomeinista e per riuscire a controllare e rifornire di armi e soldi Hezbollah in Libano. Per questo, il debole Bashar al Assad ha sempre rappresentanto una linea rossa per Teheran: un leader ormai privo di potere, da maneggiare a piacere dei Pasdaran.

Per Putin la storia e’ differente: la Russia – da trent’anni in Siria – ha bisogno di mantenere in vita la Siria alawita non tanto per farne una provincia russa, ma per garantire alla Marina basi militari come quella di Tartus, vitali per permettere a Mosca di accedere ai “mari caldi”. Per questo, per il Presidente russo, Assad non e’ una linea rossa, cosi come non lo e’ la firma di accordi con l’opposizione se convenienti all’interesse principale.

Infine, per l’Iran la Siria deve rappresentare una grande “base militare” da cui poter attaccare Israele (via Hezbollah) quando e se necessario. Israele, per la Repubblica Islamica, rappresenta infatti quel “nemico esterno necessario”, funzionale al potere interno dei Mullah, basato sull’idea che il mondo esterno sia fatto di complotti anti-islamici e anti-Teheran. Per Mosca, al contrario, Israele e’ divenuto un interlocutore di primo piano, con cui si possono stringere accordi politici, militari e soprattutto commerciali. Senza contare che, al contrario degli iraniani, gli israeliani non sembrano intenzionati a mettere in atto una politica energetica provocatoria nei confronti dei russi.

Tutto questo senza dimenticare l’Arabia Saudita, per l’Iran un vero nemico, ma considerata dalla Russia un partner importante nel Golfo e soprattutto nel mondo sunnita. Non va dimenticato, infatti, che la Russia ha un rilevante problema di radicalismo islamico al suo interno, ideologicamente legato al salafismo wahhabita. Per Putin quindi, oltre alle armi, il dialogo con gli al-Saud rimane una priorità.

Il Meeting Tripartito di Teheran…un fallimento?

La scorsa settimana l’Iran ha dato grande risalto ad un incontro – avvenuto a Teheran – tra i Ministri della Difesa dell’Iran, della Russia e della Siria. Nonostante i sorrisi e messaggi pubblici, l’incontro “tripartito” sembra essere stato un fallimento. Gli iraniani hanno fatto sapere ai russi di non essere felici della loro disponibilità a stringere patti con l’opposizione siriana, mentre da Mosca e’ stato messo in chiaro che Putin non ha alcuna volta di approfondire la campagna militare ad Aleppo o di iniziarne una più importante direttamente nella tana dell’Isis, a Raqqa (Asia Times).

Considerando che tutte le notizie che arrivano sugli scontri – militari e politici – del fronte pro Assad sono frammentati, e’ impossibile fare una disamina definitiva. Nonostate tutto, sembra chiaro che non si tratta di un “blocco unico” e che questo “Triple-Entente”, potrebbe anche implodere dal suo stesso interno…

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Mentre in Israele imperversa il terrorismo, in Iran arrivano di corsa i rappresentanti delle organizzazioni jihadiste palestinesi. Ovviamente, sono alla ricerca di sostegno materiale ed economico per la loro nuova jihad. Un sostegno che, indubbiamente, verrà presto favorito dal miliardi che la Repubblica Islamica incamererà dall’alleggerimento di parte delle sanzioni internazionali. Per la cronaca, parlando di fatti concreti, ieri a Teheran i rappresentati di Hamas e della Jihad Islamica – Khaled Ghadoumi  e Nasser Abu Sharif – si sono incontrati con un certo Hossein Sheikholaeslam, un personaggino assai poco raccomandabile. Il caro Hossein, infatti, non e’ solo il Segretario Generale della Commissione di Supporto all’Intifada, ma anche l’ex Ambasciatore iraniano in Siria. Per chi non lo sapesse, l’Ambasciatore iraniano in Siria e’ quello che, direttamente, gestisce il movimento terrorista libanese Hezbollah (Good Morning Iran).

Dall’incontro, neanche a dirlo, e’ arrivato un sostegno incondizionato del regime iraniano alla nuova jihad palestinese. Hossein Sheikholaeslam ha colto l’occasione per rimarcare come, la cosiddetta nuova Intifada, sara’ l’occasione per rimettere la questione palestinese al centro dell’agenda islamica (Fars News). Neanche a dirlo, una nuova crisi che cade a pennello per gli interessi del regime iraniano: quale migliore occasione, infatti, per spostare l’attenzione dalla Siria, dai fallimenti nella difesa del macellaio Assad e dalle sconfitte in Yemen? E quale migliore occasione per Hamas, per rifarsi un look? Dopo la vittoria di Morsi in Egitto, Hamas decise di sfidare l’Iran sulla questione siriana. Purgato Morsi, sopravvissuto Assad, entrato in crisi il padrino Erdogan e con Putin ormai in guerra contro la Fratellanza Mussulmana, Hamas ha compreso di essere vicino ad una crisi esistenziale. Senza dimenticare, infine, che Hamas si sta dimostrando incapace anche di controllare la stessa Striscia di Gaza, considerando le recenti infiltrazioni di Isis…

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Ecco allora che, tra terrorismo palestinese e Iran, rinasce la collaborazione stretta, sull’onda della necessita’ reciproca. Durante la conferenza tenutasi a Teheran, per la cronaca, i leader di Hamas e della Jihad Islamica hanno denunciato entrambi gli accordi di Oslo, gli stessi che l’intera Comunità Internazionale sostiene con fermezza (Palestine-Persian). Assai interessante, tra le altre cose, e’ stata la dichiarazione del rappresentante di Hamas Khaled Ghadoumi, in merito al futuro di Israele. Ghadoumi – parlando di una previsione fatta dallo Sciecco Yassin in base ad una interpretazione del Corano – ha affermato che “Israele non esisterà più entro il 2027” (Palestine-Persian). Guarda caso, un’affermazione che va sulla stessa linea delle recenti affermazioni della Guida Suprema Ali Khamenei (“Israele sparira’ entro i prossimi 25 anni”).

Infine, un ultimo appunto che lascia pensare: dopo aver elogiato l’Imam Khomeini, il rappresentante iraniano Hossein Sheikholaeslam ha voluto ricordare come la Prima Intifada del 1987 e’ scoppiata dopo i tragici fatti della Mecca e questa “nuova Intifada” scoppia dopo i tragici fatti di Mina. Per chi non lo sapesse, nel 1987, durante il pellegrinaggio sacro alla Mecca, un gruppo di pellegrini sciiti – fomentato dall’Iran – si scontro’ con le forze saudite, lasciando sul terreno 400 morti. Anche nel caso dell’incidente di Mina, avvenuto nel pellegrinaggio alla Mecca di quest’anno, alcuni commentatori hanno parlato di infiltrazioni di agenti iraniani, allo scopo di destabilizzare il regime saudita (al Monitor).

Al di la’ delle tesi del complotto, ben piu’ importante e’ il significato politico della comparazione fatta da Hossein Sheikholaeslam. L’ennesima implicita minaccia iraniana di usare le crisi del Medioriente per espandere la rivoluzione khomeinista…

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Apprendiamo dai media internazionali e da quelli italiani, che la Russia ha deciso di entrare militarmente al fianco di Bashar al Assad. Non solo: proprio in queste ore, dopo il diniego della Bulgaria e della Grecia, l’Iran ha concesso a Mosca lo spazio aereo per portare rifornimenti di armi e uomini a Damasco. La notizia sta creando allarme – motivatamente – per il rischio di un allargamento del conflitto o di uno scontro diretto tra grandi potenze.

Ancora una volta, pero’, molti politici ed analisti guardano al dito, dimenticando la luna. In altre parole, come siamo arrivati a questo punto? Come siamo arrivati al punto in cui, allo stesso Presidente Putin, non interessa neanche piu’ negare il coinvolgimento militare in Siria? In fondo, se ci pensiamo bene, la vicinanza di Mosca ad Assad non e’ una cosa nuova ed e’ dall’aprile scorso che si hanno notizie dei militari russi al fianco del dittatore siriano. E’ necessario, quindi, rimettere insieme i pezzi, per capire qualcosa di molto importante: l’accordo nucleare tra Iran e Occidente, rappresenta la grande vittoria diplomatica della Russia. 

Partiamo ad un presupposto: affermando che Mosca ha vinto con Iran Deal, non intendiamo affrontare il nodo tecnico dell’accordo nucleare, ma il suo messaggio politico e i suoi effetti pratici. Prima dell’Iran Deal e dopo lo scoppio della crisi in Crimea, la Russia era fortemente isolata, alla ricerca di un tentativo disperato di mantenere i suoi interessi geo-politici, cercando di nascondere (cosa impossibile), un suo coinvolgimento diretto nei conflitti. Erano quelli i mesi in cui si vociferava che il personale russo, stava scappando via dalla Siria. Un noto giornale, addirittura, titolava: “Putin sta abbandonando Assad e scappando dalla Siria?” (Observer). Erano quelli i mesi in cui, tra le altre cose, i diplomatici Occidentali esprimevano ancora una certa insicurezza sulla firma di un accordo nucleare con l’Iran (a giugno, infatti, si decise di prolungare ancora le negoziazioni). Poi qualcosa cambio’ e, il 14 luglio scorso, la Mogherini annuncio’ al mondo la firma dell’accordo con Teheran. Una firma benedetta da Vladimir Putin.

Perché? Perché Putin benedisse un accordo che – almeno teoricamente – rimetteva in gioco un potenziale competitor energetico e creava i presupposti politici per un riavvicinamento fra Washington e Teheran? In fondo, all’epoca dello Shah, proprio l’Iran rappresentava per la Russia uno dei principali antagonisti, in considerazione della sua alleanza con il blocco Occidentale…Beh, le ragioni sono almeno tre:

  • per il prestigio diplomatico: sostenendo l’accordo nucleare con l’Iran, Putin e’ passato da leader ostracizzato a politico lodato (primo fra tutti dal Presidente USA). Per un Presidente giudicato, sino a pochi giorni prima, una minaccia per la sicurezza dell’Europa, diciamo che si e’ trattato di un successo non di poco conto;
  • per il messaggio politico che Iran Deal mandava: Legittimando il programma nucleare iraniano – un programma clandestino e illegale – l’Occidente lanciava al mondo questo messaggio: “agite pure contro le norme internazionali tanto prima o poi noi, sappiatelo, verremo a patti con voi. Putin ha capito benissimo che, sostenendo l’accordo nucleare, avrebbe rafforzato questo deleterio messaggio. Non solo: l’Occidente e’ venuto anche a patti con un regime che abusa dei diritti umani, ha represso le sue proteste interne nel 2009 e finanza dal 1979 il peggior terrorismo internazionale. Al confronto, avrà pensato il Presidente russo, quello che fa Mosca e’ una nocciolina;
  • la libertà di vendere armamenti e tecnologia nucleare: dalla prima motivazione, deriva la seconda. Iran Deal ha messo in atto un meccanismo di competizione in tutto il Medioriente e amplificato la distanza tra Sciiti e Sunniti. In questo contesto – considerando anche la perdita di credibilità americana – la Russia si e’ perfettamente inserita in questo spazio, cominciando a vendere armi e firmando accordo nucleare con chiunque fosse disponibile. In primis con l’Egitto – il cuore del mondo arabo (al Monitor) – e successivamente con l’Arabia Saudita, teoricamente il grande antagonista di Iran e Siria (Defense Aerospace).

Geopoliticamente parlando, la Russia e’ un grande e potenze Orso Bianco che, senza uno sbocco ai mari caldi, rischia di essere rinchiuso in gabbia. Ecco la ragione per la quale Mosca sta tentando di approfittare della crisi tra Bruxelles e Atene ed ecco la ragione per la quale, soprattutto, la base navale di Latakia rappresenta per Mosca un perno fondamentaleDopo l’accordo nucleare del 14 luglio scorso, Putin ha iniziato una campagna diplomatica – in parte ancora in corso – per trovare un accordo con l’Arabia Saudita sulla Siria. Il tentativo e’ fallito, proprio per il disaccordo sul destino politico di Bashar al Assad. Messa da parte la diplomazia, il Presidente russo ha deciso di mostrare i muscoli. 

Se Obama ha scritto a Khamenei” – ha pensato Putin – “io adesso posso legittimamente difendere Bashar al Assad. Cosi e’ stato. Si badi bene: questo non significa che il destino di Bashar al Assad sia quello di restare alla guida della Siria a tempo indeterminato. Nel breve termine la sua posizione teoricamente si rafforza (basta leggere le parole di Velayati), ma lo scenario e’ ancora potenzialmente aperto. Questo significa, come sottolineato in altre occasioni (No Pasdaran), che Iran Deal ha condannato la Siria a non essere più uno Stato unitario. Se non si salverà Assad in persona, si salveranno i membri la sua cricca, perché saranno loro a dover garantire gli interessi di Mosca e Teheran in Siria. Questo, soprattutto dopo la benedizione americana all’ingresso della Turchia nel conflitto siriano e iracheno e dopo l’inizio dei bombardamenti francesi e inglesi.

Diversi mass-media stanno facendo passare il messaggio che, dietro l’intrusione delle grandi potenze in Siria, ci sia soprattutto la campagna contro il califfato di Isis. Quello che non si capisce, purtroppo, che la guerra a Daesh e’ solo la grande giustificazione – per quanto forte e motivata – con cui, ormai tutte le grandi potenze, stanno rafforzando il loro controllo su parte della Siria. Un controllo che, proprio grazie all’accordo nucleare con l’Iran, nessuno sara’ disposto a lasciare sia nel breve che nel lungo termine. 

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