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La notizia della liberazione di Aleppo da parte delle forze lealiste, ovvero di quelle fedeli a Bashar al Assad, è giunta nello stesso periodo in cui il regime siriano annunciava la nuova caduta di Aleppo nelle mani dell’Isis. Una notizia accettata senza controbattere da praticamente tutti i media internazionali.

Peccato che nessuno si e’ domandato se, la nuova caduta di Palmira nelle mani del Califfato, sia un evento autentico, o l’ennesimo fake organizzato dal regime. Ci spieghiamo meglio: come noto, grazie alla liberazione dei centinania di jihadisti sunniti dalle carceri siriane – tutti finiti nei gruppi ribelli siriani di matrice fondamentalista – il clan di Assad (e dell’Iran), è riuscito a cambiare la natura della rivolta siriana, trasformandola in un conflitto settario ed estremista. Lo scopo era chiaro: polarizzare lo scontro e presentare al mondo Assad come l’unica alternativa alla deriva wahhabista.

A tale scopo, non solo Assad ha rifornito Isis di uomini, ma anche di soldi. Come noto, e come riconosciuto anche dalla stessa Unione Europea, importanti busisnessman siriani hanno portato avanti per Damasco, traffici illegali con il Califfato, soprattutto nel settore energetico (No Pasdaran). In pratica, proprio il regime siriano e’ diventato il primo cliente di Isis, garantendo almeno il 70% delle finanze del gruppo terrorista di al Baghdadi. Non solo: per autenticare la fiction, l’esercito siriano ha permesso anche ad Isis di conquistare (e distruggere) la città di Palmira, patrimonio Unesco, ottenendo lo sdegno della Comunità Internazionale.

Come detto, era praticamente una grande fiction: quasi nessuno scontro tra l’esercito siriano e Isis è avvenuto per la presa di Palmira nel 2015 e quasi nessuno scontro tra Isis e l’esercito siriano è avvenuto durante la riconquista di Palmira da parte delle forze di Assad nel marzo del 2016. Le due parti si sono ordinatamente ritirate, come se ci fosse in coordinamento militare vero e proprio (Business Insider). Come noto, nonostante le denunce, l’entrata dell’esercito siriano a Palmira fu salutata dal mondo con grandi elogi e venne anche denunciata la scoperta di fosse comuni, a riprova dei massacri comessi dai fedeli di al Baghdadi. Peccato che, successivamente, ben pochi media denunciarono che quelle immagini erano un falso, riprese purtroppo da quanto avvenuto veramente in Iraq nel 2014 (EA World View).

Ora la domanda è una sola: come ha potuto Isis riconquistare Palmira alle forze siriane? Come ha potuto farlo nello stesso momento in cui, teoricamente, i gruppi ribelli e quelli jihadisti anti-Assad, si trovano in una fase di generale ritiro? Alcuni lo spiegano con la battaglia di Aleppo. Una operazione che, secondo i sostenitori di questa tesi, avrebbe richiesto ad Assad di concentrare le forze verso la nuova zona di conflitto. Difficile crederlo, soprattutto considerando che quella ad Aleppo est, non è stata una azione militare di terra, ma sostanzialmente una campagna aerea di distruzione totale, portata avanti dall’aviazione russa, in coordianamento con alcune forze milizie sciite sul terreno, direttamente agli ordini di Teheran.

La risposta è differente, e sta nelle diverse strategie che i sostenitori di Assad hanno. I russi, infatti, puntano ad una campagna militare durissima, che sia però finalizza ad un processo di negoziazione politica e di accordo non solo con alcune fazioni ribelli, ma soprattutto con la Turchia di Erdogan e altri attori sunniti, quali l’Arabia Saudita. A tal fine, Mosca considera anche la figura di Bashar al Assad come sacrificabile. Diversa è la posizione di Assad e soprattutto dell’Iran. Per questi due attori, la permanenza del dittatore siriano è vitale, cosi come la continuazione del conflitto sino alla fine. Un accordo negoziale, infatti, dovrebbe prevedere naturalmente una forma di exit strategy per Assad – una figura inaccettabile da parte dell’opposizione siriana. Senza Assad, l’Iran non avrebbe più la certezza di un partner fidato, capace di garantirgli non solo un accesso al Mediterraneo, ma soprattutto un collegamento diretto con Hezbollah in Libano. Non è un caso che, proprio durante le fasi finali della battaglia di Aleppo, sia Asssad che l’Iran si sono opposti con tutte le forze alla firma di una tregua. Un cessate il fuoco che hanno duvuto alla fine digerire, dopo gli accordi conseguiti da Putin con la Francia e la Turchia.

A riporva di quanto diciamo, quindi, riportiamo una recente intervista di Assad a Russia Today, in cui il dittatore siriano precisa che la guerra non è finita, che alla liberazione di Aleppo deve far seguito quella di altre aree come Idlib e denuncia la necessità di riprendere Palmira dalle mani di Isis (Sana.sy). Qui il cerchio si chiude, spiegando bene a cosa è servita la nuova caduta di Palmira: per mezzo di questa nuova finzione, Assad e Teheran intendono costringere Mosca a continuare la guerra e l’intera Comunità Internazionale ad abbandonare definitivamente tutte le forze ribelli presenti in Siria, anche quelle non legate ad Al Qaeda e al Califfato.

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L’Iran combatte Isis? Hamas e l’Iran sono ai ferri corti? Isis e Hamas sono nemici? Tutte teorie che, come sempre accade, sono smentite dai fatti. Gia’, perché al di la delle diversità politiche e religiose, non c’e’ contrapposizione che tenga all’interno del mondo terrorista, quando si tratta di attaccare un nemico comune.

Ecco allora che – mentre l’Occidente si riempie la bocca di illusioni sull’Iran – Teheran non si fa alcune problema a cooperare con Hamas e Isis per contrabbandare armamenti nella Penisola egiziana del Sinai. Secondo informazioni di intelligence, Hamas da mesi coopera con l’ala di Daesh nel Sinai, anche nota come Ansar Bait al-Maqdis. L’uomo che farebbe da intermediario in questa cooperazione e’ il capo dell’ala militare di Isis nel Sinai, tale Shadi al-Menai (Washington Institute).

Menai – inserito dall’Egitto nella top list dei “most wanted” – ha visitato numerose volte la Striscia di Gaza segretamente, incontrando diversi esponenti dell’ala militare di Hamas, le Brigate Izz al-Din al-Qassam. Grazie a queste discussioni avrebbero permesso l’avvio di una cooperazione tra Isis e Hamas, per il contrabbando delle armi provenienti dall’Iran e dalla Libia. Come sempre, a sostegno di questo accordo ci sono le tribù Beduine della Penisola del Sinai, capaci di far entrare le armi nella Striscia di Gaza per mezzo di tunnel. In questi mesi, diversi tunnel scavati tra Gaza e il Sinai sono stati attaccati dall’esercito egiziano. Ancora, sempre secondo l’intelligence, l’uomo di Hamas responsabile di mantenere le relazioni con i Beduini del Sinai, sarebbe Ayman Nofal, già arrestato dal Cairo nel 2008 e riuscito a scappare dalle prigioni egiziane solamente grazie al caos generatosi in seguito alla Primavera Araba del 2011. Vogliamo ricordare che fu proprio Ayman Nofal uno dei capi di Hamas incaricati dall’Iran di destabilizzare la Penisola del Sinai, in seguito al colpo di Stato che porto’ al potere il Generale al Sisi (No Pasdaran).

Queste informazioni rappresentano l’ennesima conferma della pericolosità del gruppo terrorista palestinese di Hamas. Una organizzazione che, proprio grazie al sostegno iraniano, contribuisce direttamente all’instabilità dell’Egitto e della Libia, Paesi chiave nell’ottica della sicurezza del Mediterraneo e dell’Italia stessa.


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