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La notizia della liberazione di Aleppo da parte delle forze lealiste, ovvero di quelle fedeli a Bashar al Assad, è giunta nello stesso periodo in cui il regime siriano annunciava la nuova caduta di Aleppo nelle mani dell’Isis. Una notizia accettata senza controbattere da praticamente tutti i media internazionali.

Peccato che nessuno si e’ domandato se, la nuova caduta di Palmira nelle mani del Califfato, sia un evento autentico, o l’ennesimo fake organizzato dal regime. Ci spieghiamo meglio: come noto, grazie alla liberazione dei centinania di jihadisti sunniti dalle carceri siriane – tutti finiti nei gruppi ribelli siriani di matrice fondamentalista – il clan di Assad (e dell’Iran), è riuscito a cambiare la natura della rivolta siriana, trasformandola in un conflitto settario ed estremista. Lo scopo era chiaro: polarizzare lo scontro e presentare al mondo Assad come l’unica alternativa alla deriva wahhabista.

A tale scopo, non solo Assad ha rifornito Isis di uomini, ma anche di soldi. Come noto, e come riconosciuto anche dalla stessa Unione Europea, importanti busisnessman siriani hanno portato avanti per Damasco, traffici illegali con il Califfato, soprattutto nel settore energetico (No Pasdaran). In pratica, proprio il regime siriano e’ diventato il primo cliente di Isis, garantendo almeno il 70% delle finanze del gruppo terrorista di al Baghdadi. Non solo: per autenticare la fiction, l’esercito siriano ha permesso anche ad Isis di conquistare (e distruggere) la città di Palmira, patrimonio Unesco, ottenendo lo sdegno della Comunità Internazionale.

Come detto, era praticamente una grande fiction: quasi nessuno scontro tra l’esercito siriano e Isis è avvenuto per la presa di Palmira nel 2015 e quasi nessuno scontro tra Isis e l’esercito siriano è avvenuto durante la riconquista di Palmira da parte delle forze di Assad nel marzo del 2016. Le due parti si sono ordinatamente ritirate, come se ci fosse in coordinamento militare vero e proprio (Business Insider). Come noto, nonostante le denunce, l’entrata dell’esercito siriano a Palmira fu salutata dal mondo con grandi elogi e venne anche denunciata la scoperta di fosse comuni, a riprova dei massacri comessi dai fedeli di al Baghdadi. Peccato che, successivamente, ben pochi media denunciarono che quelle immagini erano un falso, riprese purtroppo da quanto avvenuto veramente in Iraq nel 2014 (EA World View).

Ora la domanda è una sola: come ha potuto Isis riconquistare Palmira alle forze siriane? Come ha potuto farlo nello stesso momento in cui, teoricamente, i gruppi ribelli e quelli jihadisti anti-Assad, si trovano in una fase di generale ritiro? Alcuni lo spiegano con la battaglia di Aleppo. Una operazione che, secondo i sostenitori di questa tesi, avrebbe richiesto ad Assad di concentrare le forze verso la nuova zona di conflitto. Difficile crederlo, soprattutto considerando che quella ad Aleppo est, non è stata una azione militare di terra, ma sostanzialmente una campagna aerea di distruzione totale, portata avanti dall’aviazione russa, in coordianamento con alcune forze milizie sciite sul terreno, direttamente agli ordini di Teheran.

La risposta è differente, e sta nelle diverse strategie che i sostenitori di Assad hanno. I russi, infatti, puntano ad una campagna militare durissima, che sia però finalizza ad un processo di negoziazione politica e di accordo non solo con alcune fazioni ribelli, ma soprattutto con la Turchia di Erdogan e altri attori sunniti, quali l’Arabia Saudita. A tal fine, Mosca considera anche la figura di Bashar al Assad come sacrificabile. Diversa è la posizione di Assad e soprattutto dell’Iran. Per questi due attori, la permanenza del dittatore siriano è vitale, cosi come la continuazione del conflitto sino alla fine. Un accordo negoziale, infatti, dovrebbe prevedere naturalmente una forma di exit strategy per Assad – una figura inaccettabile da parte dell’opposizione siriana. Senza Assad, l’Iran non avrebbe più la certezza di un partner fidato, capace di garantirgli non solo un accesso al Mediterraneo, ma soprattutto un collegamento diretto con Hezbollah in Libano. Non è un caso che, proprio durante le fasi finali della battaglia di Aleppo, sia Asssad che l’Iran si sono opposti con tutte le forze alla firma di una tregua. Un cessate il fuoco che hanno duvuto alla fine digerire, dopo gli accordi conseguiti da Putin con la Francia e la Turchia.

A riporva di quanto diciamo, quindi, riportiamo una recente intervista di Assad a Russia Today, in cui il dittatore siriano precisa che la guerra non è finita, che alla liberazione di Aleppo deve far seguito quella di altre aree come Idlib e denuncia la necessità di riprendere Palmira dalle mani di Isis (Sana.sy). Qui il cerchio si chiude, spiegando bene a cosa è servita la nuova caduta di Palmira: per mezzo di questa nuova finzione, Assad e Teheran intendono costringere Mosca a continuare la guerra e l’intera Comunità Internazionale ad abbandonare definitivamente tutte le forze ribelli presenti in Siria, anche quelle non legate ad Al Qaeda e al Califfato.

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L’Iran combatte Isis? Hamas e l’Iran sono ai ferri corti? Isis e Hamas sono nemici? Tutte teorie che, come sempre accade, sono smentite dai fatti. Gia’, perché al di la delle diversità politiche e religiose, non c’e’ contrapposizione che tenga all’interno del mondo terrorista, quando si tratta di attaccare un nemico comune.

Ecco allora che – mentre l’Occidente si riempie la bocca di illusioni sull’Iran – Teheran non si fa alcune problema a cooperare con Hamas e Isis per contrabbandare armamenti nella Penisola egiziana del Sinai. Secondo informazioni di intelligence, Hamas da mesi coopera con l’ala di Daesh nel Sinai, anche nota come Ansar Bait al-Maqdis. L’uomo che farebbe da intermediario in questa cooperazione e’ il capo dell’ala militare di Isis nel Sinai, tale Shadi al-Menai (Washington Institute).

Menai – inserito dall’Egitto nella top list dei “most wanted” – ha visitato numerose volte la Striscia di Gaza segretamente, incontrando diversi esponenti dell’ala militare di Hamas, le Brigate Izz al-Din al-Qassam. Grazie a queste discussioni avrebbero permesso l’avvio di una cooperazione tra Isis e Hamas, per il contrabbando delle armi provenienti dall’Iran e dalla Libia. Come sempre, a sostegno di questo accordo ci sono le tribù Beduine della Penisola del Sinai, capaci di far entrare le armi nella Striscia di Gaza per mezzo di tunnel. In questi mesi, diversi tunnel scavati tra Gaza e il Sinai sono stati attaccati dall’esercito egiziano. Ancora, sempre secondo l’intelligence, l’uomo di Hamas responsabile di mantenere le relazioni con i Beduini del Sinai, sarebbe Ayman Nofal, già arrestato dal Cairo nel 2008 e riuscito a scappare dalle prigioni egiziane solamente grazie al caos generatosi in seguito alla Primavera Araba del 2011. Vogliamo ricordare che fu proprio Ayman Nofal uno dei capi di Hamas incaricati dall’Iran di destabilizzare la Penisola del Sinai, in seguito al colpo di Stato che porto’ al potere il Generale al Sisi (No Pasdaran).

Queste informazioni rappresentano l’ennesima conferma della pericolosità del gruppo terrorista palestinese di Hamas. Una organizzazione che, proprio grazie al sostegno iraniano, contribuisce direttamente all’instabilità dell’Egitto e della Libia, Paesi chiave nell’ottica della sicurezza del Mediterraneo e dell’Italia stessa.


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A meeting between Russian President Vladimir Putin and the new Saudi Defense Minister Mohammed bin Salman al-Saud took place in Sochi.

Solo qualche settimana fa il “Kissinger italianoMassimo D’Alema – come stiamo messi male… – concedeva una intervista a Repubblica, proponendo la sua strategia per sconfiggere Isis: una alleanza preferenziale con il mondo sciita (Iran e Hezbollah) e la “nascita di un Islam europeo”. Il nemico giurato da sconfiggere, quindi, era per l’ex Ministro degli Esteri il “fondamentalismo Wahhabita”, in altre parole l’Arabia Saudita e i suoi alleati (Repubblica).

Al “Caro Leader” D’Alema, in seguito all’intervista, fu fatto presente che, pensare di sconfiggere il radicalismo sunnita in alleanza con il radicalismo sciita Khomeinista, non solo causerebbe un aumento del conflitto settario nel Medioriente, ma sfavorirebbe la nascita di un qualsiasi Islam Europeo, in considerazione del fatto che questo Islam e’ quasi totalmente sunnita. Ergo, pur non essendo per la maggior parte Wahhabita, ben pochi sunniti ‘Europei’ attratti dalle sirene del radicalismo, cambierebbero idea vedendo l’Occidente stringere rapporti preferenziali con i jihadisti sciiti a Teheran e nella Valle della Bekaa (GaiaItalia.com).

Oggi, una nuova spallata alle strategie dalemiane arriva direttamente da Riyadh. Dopo aver organizzato un meeting delle opposizioni siriane (da cui e’ stata escluso il Fronte al Nusra), l’Arabia Saudita ha annunciato la creazione di una “alleanza Islamica contro il terrorismo”. Di questa alleanza, secondo quanto riportato dalla Saudi Press Agency, fanno parte (oltre all’Arabia Saudita): Giordania, Emirati Arabi Uniti, Pakistan, Bahrain, Bangladesh, Benin, Turchia, Chad, Togo, Tunisia, Djibuti, Senegal, Sudan, Sierra Leone, Somalia, Gabon, Guinea, Isole del Commodoro, Costa D’Avorio, Kuwait, Libano, Libia, Maldive, Mali, Malesia, Egitto, Marocco, Nigeria, Niger e Yemen. Il comunicato, quindi, riporta anche la presenza dell’Indonesia e della “Palestina”, quest’ultimo un non Stato nella realtà, ma un chiaro segno da parte dei sauditi della loro intenzione di non lasciare la questione israelo-palestinese nelle mani dell’arci-rivale iraniano. 

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Come detto, obiettivo di questa coalizione e’ la sconfitta del terrorismo (Video in Arabo). Tradotto nelle parole della monarchia saudita, terrorista e’ il jihadista sunnita di Daesh e di al Nusra, ma anche e soprattutto il jihadista delle decine e decine di milizie sciite inserite nel libro paga della Repubblica Islamica. In tal senso, quindi, e’ bene andarsi a leggere attentamente il cominciato stampa ufficiale rilasciato per l’annuncio della alleanza islamica contro il terrorismo (Saudi Press News). Secondo quanto scritto, riportiamo il testo esatto in inglese, scopo della alleanza e’ quella di “achieving integration, closing ranks and uniting efforts to combat terrorism, which violates the sanctity of people’s lives, threatens regional and international security and peace, poses a threat to the vital interests of the nation and undermines coexistence in it“. 

In altre parole, quindi, gli Stati menzionati si alleano per combattere il terrorismo che viola la vita delle persone e minaccia la stabilita’ regionale e la sicurezza, mettendo a rischio gli interessi vitale della nazione e la coesistenza. Sotto questa dicitura, come suddetto, per i sauditi non rientra solamente la galassia Islamista – cresciuta all’ombra delle moschee Wahhabite finanziate da Riyadh e spesso sfuggita di mano – ma soprattutto la Repubblica Islamica dell’Iran, quotidianamente accusata da diversi Paesi del Golfo di essere la prima fonte di destabilizzazione della regione. In altre parole, quello che i sauditi stanno dicendo al mondo Occidentale e’ questo: vi aiutiamo a combattere il terrorismo salafita, ma lo facciamo mettendo in chiaro che i proxy dell’Iran fanno parte della stessa categoria di Isis e al Nusra. Non e’ un caso che, elencando i Paesi che soffrono della piaga del terrorismo, il Vice Re e Ministro della Difesa Saudita Mohammed bin Salman al Saud ha citato, tra gli altri,  Siria, Iraq, Yemen, Nigeria e Pakistan, ovvero i Paesi mussulmani in cui le milizie sciite filo-Teheran sono più’ attive (Saudi Press News).

Non e’ un caso infatti che, pur richiamandosi l’alleanza anche all’Organizzazione della Cooperazione Islamica, dall’accordo rimangono fuori non solo l’Iran, ma anche Paesi come l’Oman e l’Afghanistan, Stati a doppio filo legati a Teheran (oltre alla Siria e all’Iraq, ormai non-State). Significativamente, pero’, entrano nella coalizione il Pakistan – ove il 20% della popolazione e’ sciita – e il Libano, uno Stato all’interno del quale domina il contro-Stato sciita di Hezbollah.

Probabilmente molto presto, assisteremo alle prime conseguenze pratiche della nascita di questa alleanza. Non solo in Siria e in Iraq, ma anche e soprattutto in Yemen e in Africa. Non può essere un caso infatti che, l’annuncio della nascita della alleanza filo-saudita, e’ conciso anche con l’avvio di una durissima campagna dell’esercito nigeriano contro lo Sceicco Ibraheem Zakzaky. Lo Sceicco Zakzaky non e’ solo di fede sciita, ma e’ soprattutto un religioso completamente fedele all’Ayatollah Khamenei. In queste ultime settimane, erano circolate notizie in merito all’addestramento in Nigeria di jihadisti sciiti da inviare in Siria (Good Morning Iran). Il Parlamento iraniano ha già chiesto l’invio di una missione urgente in aiuto agli sciiti nigeriani (Fars News).

Concludendo, l’alleanza “Islamica” annunciata da Riyadh, rappresenta un monito per tutto l’Occidente. Seguire la strategia dalemiana, mettere da parte il mondo sunnita per abbracciare quello sciita legato all’Iran, non determinerà alcun risultato concreto. Al contrario, quanto accaduto, dimostra ancora una volta di più che, la salvezza del Medioriente, passa non solo dalla necessaria sconfitta del salafismo sunnita (primo fra tutti il cancro del Califfato), ma anche dal ritiro delle milizie sciite al servizio dei Pasdaran.

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Notizie come queste si potrebbe classificarle sotto la dicitura “curiosità dal Medioriente”. E’ certamente in questa categoria che si inserisce la lettera inviata da una Parlamentare iraniana, tale Laleh Eftekhari, alla moglie del Presidente turco Erdogan, la Signora Emine Erdogan. Nella lettera, la Eftekhari scrive senza mezzi termini che la Signora Emine e’ una madre fallita, non avendo agito quando le foto del figlio Bilal insieme ai leader dell’Isis sono state diffuse dai media. Per la cronaca, ovviamente, non e’ dato sapere se la lettera sia stata veramente spedita direttamente ad Ankara, ma per certo possiamo dire che e’ stata diffusa  dai media iraniani (lettera in Farsi).

Parlando con il popolare sito Iran Wire, Laleh Eftekhari ha chiarito i motivi che l’hanno spinta a scrivere la lettera. Per prima cosa, la Eftekhari denuncia il dramma siriano, sottolineando che ella possa personalmente testimoniare che la Siria di Assad ha svolto elezioni “libere e democratiche”. Una affermazione che, sempre secondo la parlamentare iraniana, ella ha riscontrato lavorando come osservatrice “internazionale” delle elezioni (tenute nel 2014 e che, strano a dirsi, hanno visto vincere ancora Bashar al Assad con l’88% dei voti…elezioni praticamente boicottate da tutti i gruppi non sostenitori del partito Baath). Un altra ragione che ha spinto la Eftekhari a scrivere la lettera e’ data dal fatto che, la Signora Erdogan, veste il velo e sostiene la popolazione di Gaza. In tal senso, quindi, per la parlamentare iraniana non e’ assolutamente possibile che una “tale devota”, non riconosca la stessa solidarietà ai Siriani – ovviamente quelli fedeli ad Assad e all’Iran – da sempre in lotta nell'”asse della resistenza” contro il “sionismo”.

Per la cronaca, Lelah Eftekhari e’ la stessa parlamentare che – davanti alla domanda di una maggiore uguaglianza della donna rispetto all’uomo in Iran, ha denunciato che la Sharia non si cambia e che una moglie, anche per uscire di casa, ha bisogno del permesso preventivo del marito (Iran Wire). La stessa parlamentare che, invece di rappresentare nell’organo legislativo le istanze della popolazione femminile iraniana, ha firmato una nuova proposta di legge per punire coloro che non portano adeguatamente il velo (No Pasdaran). Ricordiamo che, lo scorso anno, oltre 300 donne sono state bruciate con l’acido in Iran per non aver indossato adeguatamente l’hijab. Per questi crimini nessun colpevole ha mai pagato un prezzo.

La Parlamentare Laleh Eftekhari in un video propaganda di Press TV

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L’Occidente e’ abituato ad una lettura unilaterale della storia. Questo vale per le conquiste positive – non tutte infatti vengono dall’Occidente – ma anche per gli errori negativi – non tutti vengono dall’Occidente. L’Occidente, quindi, e’ abituato anche a pensare la geopolitica intorno a se stesso, guardando alle regioni del mondo confinanti come parte di questa unilateralità. La questione della strategia da applicare contro il Califfato, ne e’ un esempio lampante. 

In questi giorni, infatti, l’Occidente non e’ solo preso a cercare una strada per sconfiggere Daesh con i propri mezzi, ma discute anche di come farlo con gli alleati regionali. Il tutto, senza veramente aver compreso l’altra parte della geopolitica, ovvero quella che riguarda gli interessi dei potenziali “alleati”. Ecco allora che, in questo contesto, in tanti propongono di creare una special relationship soprattutto con l’Iran e le forze sciite (Khomeiniste) in Medioriente, evitando di farsi una domanda centrale: ma l’Iran vuole davvero sconfiggere il Califfato? 

Beh, apparentemente la risposta sarebbe positiva. Il vicino Stato Islamico di al-Baghdadi, infatti, non solo e’ sunnita, ma e’ anche di tradizione Hanbalita, Salafita e jihadista. Ergo, i primi nemici del Califfato sono proprio gli sciiti, in particolare gli sciiti legati alla Repubblica Islamica dell’Iran, vista come un male assoluto. Per questo, dicono analisti e esponenti politici alla D’Alema, l’Iran ha inviato mezzi e Pasdaran per combattere Isis, rappresentando sul terreno una forza che l’Occidente deve sostenere.

Premessa: una tesi simile, apparentemente basata sul realismo, e’ di per se una strategia perdente. Come sottolineato da sempre, pensare di sostenere il jihadismo sciita contro quello sunnita, non farà che aumentare il conflitto settario all’interno della regione Mediorientale, garantendo la nascita di una nuova spirale di violenza e odio nel futuro remoto. Non solo: anche chi propende per una nuova demarcazione di parte dei confini mediorientali fondata sulle divisioni etniche e religione, dovrebbe ricordarsi che in questa parte del mondo non e’ ancora lontanamente giunto quel processo di “laicizzazione” della politica iniziato nel Vecchio Continente con il “Date a Cesare quel che e’ di Cesare” e con il “cuius regio, eius religio“.

Torniamo alla domanda precedente: ma l’Iran vuole davvero sconfiggere il Califfato? Ne siamo davvero certi? Beh, per dare una risposta a questa domanda, proviamo a farlo ripercorrendo alcune fasi storiche centrali e il loro significato sugli interessi del regime iraniano.

Partiamo da un nome: Nuri al Maliki. Ex Primo Ministro iracheno, al-Maliki era in carica quando gli Stati Uniti decisero il ritiro delle truppe dall’Iraq (ritiro definitivo nel dicembre 2011). Lo stesso momento in cui, per mezzo di una strategia impressa dall’allora Generale Petraus, gli Usa cercavano di recuperare il sostegno delle tribù sunnite irachene e riportarle ad essere parte del gioco politico di Baghdad. Fu al-Maliki, a terminare il sostegno alle tribù sunnite irachene e ai cosiddette “Comitati del Risveglio”, creati appositamente per combattere le forze salafite presenti in Iraq, quelle da cui e’ originato Isil (Che cos’e’ l’Isis?). Perché? La risposta e’ semplice: al-Maliki volle approfondire lo scontro settario all’interno dell’Iraq – non solo con i sunniti ma anche con i curdi – per aumentare il suo potere. Lo fece nonostante la sua alleanza formale con gli Usa e appoggiandosi totalmente all’Iran. Fu il regime iraniano, infatti, a sostenere maggiormente il Governo al-Maliki, non solo politicamente, ma anche militarmente, rafforzando la presenza nel Paese di milizie sciite al servizio dei Pasdaran, quali l’Organizzazione Badr e Khata’ib Hezbollah. Senza capire questo passaggio, senza comprendere il peso di questa decisione, non e’ possibile comprendere l’evoluzione di Isis e la sua presa del potere a Musul, avvenuta praticamente quasi senza combattere. Quale interesse geopolitico per l’Iran? Il regime iraniano, geograficamente parlando, ha una sola via naturale di espansione territoriale: quella nel pianeggiante Iraq sciita, per anni religiosamente controllato dall’Ayatollah al Sistani, da sempre contrario al Khomeinismo. Grazie ad al-Maliki e al vuoto di potere creatosi, l’Iran e’ riuscito ad infiltrare radicalmente questa area – sia militarmente che religiosamente – con lo scopo di cambiare la natura dello sciismo locale, una volta venuto a mancare il ‘competitor’ al Sistani.

Ora un secondo nome: Bashar al Assad. Il regime di Assad, dopo il 2003, ha favorito l’ascesa del jihadismo sunnita in Iraq in funzione anti-americana. Lo ha fatto esattamente come l’Iran: lasciando a disposizione il proprio territorio per il libero passaggio di milizie salafite legate ad al-Zarqawi, in quel momento naturale alleato contro l’Occidente. In seguito, centinaia di questi jihadisti sunniti – non più utili dopo il ritiro USA – sono finiti nelle carceri siriane. Dall’Ottobre 2011, quindi, il regime iraniano e Assad, hanno scientificamente avviato una campagna di delegittimazione dell’opposizione siriana. Lo hanno fatto, ovviamente, liberando dalle prigioni siriane i peggiori jihadisti sunniti e lasciandoli liberi di unirsi a quello che poi sarebbe diventato il Califfato. Quando Isis ha conquistato Raqqa, quindi, Assad e i Pasdaran iraniani, si sono ben guardati dall’attaccare quella città. Al contrario, hanno avviato una indiretta collaborazione con il Califfato, comprando indirettamente il petrolio da al-Baghdadi e avviando di concerto con Isis, una campagna di attacco alle altre formazioni ribelli presenti in Siria. Per la cronaca, tra coloro che sono stati liberati dalle carceri siriane, c’era anche Abu Musab al-Suri, ideologo di Isis e dei attentati terroristici nello stile di quelli recentemente avvenuti a Parigi. Quale interesse geopolitico per l’Iran? Grazie alla “jihadizzazione dell’opposizione siriana”, avvenuta in primis grazie a Isis, il regime iraniano e’ riuscito a dare nuova legittimita’ ad Assad, presentandolo al mondo come il campione della “Siria pluralista”. Salvando il sistema Assad – anche grazie all’intervento militare della Russia – l’Iran e’ riuscito a salvare i suoi sbocchi nel Mediterraneo (Alawiti e Hezbollah). Che si salvi o no Assad, il regime iraniano ora non teme più di vedere le aree Alawite e i contatti diretti con Hezbollah, cadere in mano ai ribelli siriani. 

Una indiretta conferma di quanto affermato, arriva anche da un altro fattore. Pur avendo a disposizione un esercito ufficiale – l’Artesh – il regime iraniano ha sempre e solo agito in Siria e Iraq per mezzo dei Pasdaran. In altre parole, ha sempre e solo agito per mezzo di quella Guardia Rivoluzionaria che, ufficialmente, non ha il compito di difendere la “nazione iraniana”, ma “l’Iran Khomeinista”. Allo stesso tempo, lo ha fatto privilegiando il potere della Forza Quds – controllata dal Generale Qassem Soleimani – il cui compito e’ quello di esportare la rivoluzione Khomeinista nel mondo. Eppure, logica vuole che, se davvero una realtà come il Califfato fosse una minaccia esistenziale per l’Iran, la Repubblica Islamica dovrebbe usare tutte le sue forze per eliminarla. Al contrario, l’Artesh non e’ praticamente nella “partita Isis”, se non in maniera secondaria, ovvero dopo i Pasdaran e gli stessi Basij. Quando il comandante delle Forze di Terra dell’Artesh, Generale Mohammad Pakpour, si azzardo’ qualche mese fa a denunciare i rischi di una presenza di Isis ai confini iraniani, ad azzittirlo fu direttamente il Capo di Stato Maggiore iraniano, Generale Hassan Firouzabadi, un uomo legato ai Pasdaran. Firouzabadi dichiaro’ perentoriamente che “l’Iran non ha preoccupazioni per la minaccia di Isis” (Critical Threats).

Diviene allora fondamentale ricordare quanto affermato dal Capo dei Pasdaran, Mohammad Ali Jafari, solamente qualche giorno fa. In un pubblico discorso, Jafari ha dichiarato che l’Iran sta formando una sola grande nazione Islamica con Siria, Iraq e Yemen (No Pasdaran). Un obiettivo di propaganda ovviamente, ma che ben disegna il quadro geopolitico perseguito dalla Repubblica Islamica. Un quadro che, per poter esser minimamente realizzato, ha bisogno della “contrapposizione”, ovvero di un “nemico provvidenziale”, come il Califfato islamico di al-Baghdadi. Proprio grazie a questo nemico provvidenziale – e a coloro che follemente propongono di sconfiggere il salafismo sunnita con il khomeinismo sciita – l’Iran può presentarsi al mondo Occidentale come il solo rappresentante di un “Islam del dialogo”. Peccato che, quando dalla propaganda si passa alla realtà, si tratta dello stesso Iran che, perseguendo questo imperialismo, sta ponendo in atto tutte le premesse per lo scoppio di una crisi senza fine. Che si chiami Isis o altro, nessun sunnita, infatti accettera’ di farsi dominare o rischiare di essere dominato da agenti dell’Iran.

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Impressionante! Solo questa parola merita di essere usata per descrivere il mare di commenti assurdi, seguiti ai criminali fatti di Parigi. Tra le altre cose, e’ stato detto dall’ex Ministro degli Esteri D’Alema, che la politica europea verso Hezbollah e’ stata un errore e che con il Partito di Dio libanese bisogna trattare. Abbiamo sentito, quindi, l’europarlamentare Gianni Pittella, a capo del gruppo socialista, parlare della necessita’ di creare un alleanza con Russia e Iran (Unita’.tv).

E’ questa la strada giusta per eliminare Isis? E’ questa la via per convincere i potenziali futuri jihadisti europei ad abbandonare il loro amore per lo Stato Islamico? Beh, se qualcuno la pensa veramente cosi, allora e’ bene che si abitui – ancora di più – a vivere nel conflitto. Perché, di tante possibili opzioni, quella di una alleanza presenziale fra Occidente e Islam sciita, e’ il primo passo verso il successo pieno di Isis. Un primo passo che lo Stato Islamico spera e attende e grazie al quale riuscirà ad aumentare esponenzialmente il successo del suo pazzo proselitismo.

Perché? Perché qualcuno dovrebbe credere a quanto affermato in precedenza? Per due ordini di motivi: 1- un motivo religioso; 2- un motivo storico. Partiamo dalla prima ragione, quella più semplice da spiegare, ovvero la religione. Non lo scopriamo noi, ma e’ cosa ben nota, che Islam Sunnita e Sciita hanno ormai preso due strade totalmente separate. Peggio, dalla nascita del Wahhabismo, Fratellanza Mussulmana e dell’Iran Khomeinista, l’Islam si e’ sempre di più trasformato in Islamismo, rendendo i due opposti politicamente simili, ma totalmente e radicalmente antagonisti. Pensare di risolvere il problema dello Stato Islamico, della sua attrazione verso i fanatici della Salafya in Occidente, e’ davvero privo di senso. Al contrario: maggiormente l’Occidente virerà verso un potenziamento dell’Islam sciita Khomeinista – e ribadiamo la parola Khomeinista – maggiormente il numero di adepti al Califfato aumenterà. Non solo: insieme all’antagonismo dei potenziali jihadisti, ci sara’ quello delle petromonarchie del Golfo, prima fra tutti l’Arabia Saudita. Ogni soluzione diplomatica delle varie crisi mediorientali, quindi, sara’ fragile e probabilmente di breve periodo.

Per quanto concerne la ragione storica, vogliamo evitare di addentrarci negli effetti della rivoluzione islamica del 1979 in Iran. Preferiamo concentrarci, unicamente, sull’attualità contemporanea. Il conflitto tra Sciiti e Sunniti non nasce certo con la guerra siriana. In Siria, pero’, trova una nuova ragione di essere. Peggio: trova la ragione per eccellenza. Purtroppo, grazie al maledetto Califfato e alle incapacità dei sostenitori dell’opposizione laica, la storia della rivoluzione siriana e’ stata ormai capovolta dai protettori di Assad. Cosi, e’ stato dimenticato che se siamo arrivati a questo punto, se gli islamisti sunniti hanno trovato terreno fertile in Siria, e’ stato grazie al macellaio Assad e alle repressioni compiute con il sostegno dell’Iran e di Hezbollah. E‘ stato Teheran ad ordinare ai miliziani sciiti libanesi di entrare nel conflitto siriano, un ordine che ha scatenato ovviamente la reazione del mondo sunnita. E’ stato l’Iran a non permettere la fine del regime di Bashar al Assad, quando ancora la Siria aveva una opposizione credibile e non legata al terrorismo internazionale. Peggio, e’ stato il regime di Bashar al Assad a fomentare la nascita del Califfato, liberando nell’Ottobre del 2011 centinaia di islamisti arrestati dalle prigioni del regime (Newsweek). Un fatto ben noto, spesso volontariamente dimenticato, che aveva come scopo quello di delegittimare l’opposizione siriana (The National). Un progetto sicuramente riuscito, ma sfuggito di mano allo stesso regime. Un regime, quello di Assad, che non si e’ fatto problemi ad evitare volontariamente di bombardare le postazioni di Daesh e che, proprio dai jihadisti di al Baghdadi, ha fatto numerosi affari economici (No Pasdaran).

Spostandoci dalla Siria all’Iraq, anche in questo caso, le conseguenze dell’infiltrazione iraniana nel Paese sono palesi. Dopo il ritiro americano dall’Iraq, infatti, il governo filo-iraniano dell’ex premier al Maliki, ha volontariamente interrotto il sostegno ai Comitati del Risveglio, non rispondendo alle richieste di armamenti fatte dalle tribù sunnite, all’inizio della nuova penetrazione dei miliziani dello Stato Islamico in Iraq. L’attuale Isis – grazie anche ad ex comandanti di Saddam Hussein – nasce in Iraq nel 2006. Quando gli americani si ritirano da Baghdad, pero’, i jihadisti sunniti sono quasi sconfitti, grazie alla politica impressa dal Generale Petraeus e volta a recuperare il ruolo dei sunniti all’interno del Paese. Sotto ordine di Teheran, purtroppo, al Maliki cancella tutto quanto. Svuota di potere i sunniti e i curdi, generando il loro profondo malcontento. Non solo: depotenzia l’esercito iracheno e riempie il Paese di milizie sciiti al servizio di Qassem Soleimani. E’ in questo clima che, dopo essere penetrato nell’anarchia siriana come un cancro, i jihadisti sunniti di al Baghdadi ritornano in Iraq e conquistano Musul nel 2014. Lo fanno quasi senza combattere, con un esercito iracheno in rotta e quasi tutte le tribù sunnite pronte a giurare fedeltà al Califfo per combattere l’infiltrazione di Teheran.

In conclusione: pensare di eliminare lo Stato Islamico con una alleanza preferenziale con la Repubblica Islamica dell’Iran e Hezbollah, non e’ solo sbagliato, ma anche masochista. Sara’ il primo passo verso il baratro e verso il passaggio dello Stato Islamico da un processo di insediamento ad uno di consolidamento. Aprite gli occhi finché siete in tempo!

Milizie Sciite in Iraq, Fonte: Orsam

Milizie Sciite in Iraq, Fonte: Orsam

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In questi giorni si dibatte nel Governo in merito ad un maggiore impegno dell’aviazione militare italiana in Iraq contro Isis. Per quanto ci riguarda, al di la’ delle polemiche dei vari movimenti politici, riteniamo che bombardare il Califatto non sia solo un atto giustificato, ma anche dovuto. Questo perché Daesh e’ un gruppo terrorista spietato la cui eliminazione rappresenta un bene per l’intera umanità. Quanto verrà sostenuto nell’articolo che segue, quindi, non intende essere una polemica tipica di un ‘pacifismo’ inutile e insensato. Quanto affermeremo vuole essere un aiuto alla strategia italiana – e Occidentale – per ottenere un reale successo contro il Califfato di al Baghdadi (o chi per lui).

La tesi e’ molto semplice: si potrà bombardare Isis all’infinito, si potrà anche agire con le truppe di terra nuovamente, ma senza una strategia parallela che fermi l’imperialismo iraniano in Iraq. ogni strategia contro il Califfato sara’ destinata a fallire. Si badi bene: questa tesi non e’ solamente il frutto di una posizione politica contraria al regime iraniano – orgogliosamente portata avanti – ma anche una affermazione sostenuta dalla geopolitica dell’area. Il regime iraniano, infatti, ha una sola e naturale via di espansione politica: quella verso l’Iraq.

Nonostante le centinaia di chilometri di confine che ha la Repubblica Islamica con vari Paesi, le catene montuose e i deserti intorno all’Iran, se da un lato proteggono il Paese da invasioni esterne, dall’altro ne impediscono (o rendono poco appetibile) una reale capacita’ di estendersi verso Est (Afghanistan) e verso il nord-Ovest (Turchia e Caucaso). Per potersi espandere, quindi, gli Iraniani hanno bisogno di “discendere dalle montagne” della catena dello Zagros e trovare davanti a loro delle agibili pianure. La sola parte geografica che permette – e ha permesso nel passato – a Teheran di fare questo e’ l’Iraq. Come detto, cosi e’ stato in passato, con la Persia di Ciro il Grande (Stratfor). Non solo: questa e’ anche la ragione per cui gli iraniani hanno bisogno di agire per “interposta persona”, ovvero hanno la necessita’ di mantenere un impero a basso costo. Ai tempi di Ciro il Grande, l’Impero persiano resto’ in vita appoggiandosi sulle popolazioni locali, garantendo autonomia culturale e religiosa, in cambio di fedeltà politica. Oggi, al posto della fedeltà a Ciro, l’Iran lavora attivamente per cambiare la natura dello sciismo all’interno dell’Iraq, creando milizie e clerici fedeli al khomeinismo, garantendo loro potere politico, soldi e addestramento militare, in cambio della fedeltà alla Velayat-e Faqih.

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Ovviamente, come sempre accade nella geopolitica, ad una azione corrisponde una reazione. Questo e’ vero soprattutto dalla nascita dei due grandi rami dell’Islam, il Sunnismo e lo Sciismo. E’ qui sta la risposta alla domanda: perché da soli i bombardamenti ad Isis non possono bastare a salvare l’Iraq? Perché se molte delle tribù sunnite che hanno scelto di prestare giuramento ad al Baghdadi o accettarlo passivamente, non lo hanno fatto per amore del Califfato, ma per mera scelta di potere. Dopo la caduta di Saddam Hussein, il ritiro americano dall’Iraq e il governo settario di al Maliki, buona parte dei sunniti iracheni ha scelto Daesh come protettore davanti all’avanzata dello sciismo khomeinista (Congressional Research Service). Dalla fine di Saddam, va ricordato, Teheran e’ penetrato all’interno dell’Iraq, corrompendo politicamente molti dei suoi politici, offrendo vantaggi economici ai curdi e soprattutto usando l’arma militare della Forza Qods, responsabile dell’espansione del potere iraniano fuori dalla Repubblica Islamica.

Milizie Sciite in Iraq. Fonte: Orsam

Milizie Sciite in Iraq. Fonte: Orsam

La leggenda narra – storia nota – che ai tempi di Petraeus, il Generale Qassem Soleimani prese affermo’ espressamente di avere il pieno comando della situazione politica in Iraq. Vera o falsa che sia questa storia, ben rappresenta la storia contemporanea dell’Iraq post-Saddam. Senza una strategia di blocco dell’espansione iraniana in Iraq, senza una strategia di recupero politico dei sunniti, ogni azione militare contro il Califfato non otterrà un pieno successo. Iran Deal, all’interno del mondo sunnita, e’  stato percepito come l’ennesimo esempio della volontà Occidentale di escludere i sunniti – e i loro sostenitori fuori dall’Iraq – dalla partita (No Pasdaran).

Senza cambiare questa percezione – giusta o sbagliata che sia – nessuno convincerà i sunniti a cambiare il loro posizionamento politico…

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