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heydar

La Corte Suprema iraniana ha confermato la condanna a morte per Hedayat Abdollahpour, 25enne curdo, accusato di aver preso parte ad uno scontro a fuoco tra i Pasdaran, e il movimento separatista curdo DPIK, di stanza nel nord dell’Iraq.

La follia di questa condanna e’ che, secondo quanto dichiarato dall’avvocato del condannato, Hossein Amadiniaz, un giudice della Corte Suprema iraniana ha esplicitamente ammesso che Hedayat e’ innocente e che non ha avuto nulla a che vedere con lo scontro a fuoco. Nonostante cio’, la conferma della pena capitale e’ frutto – avremme ammesso lo stesso giudice – delle pressioni delle forze militari e di sicurezza iraniane.

Inizialmente, infatti, la Corte Suprema aveva cancellato la condanna a morte per Hedayat Abdollahpour. Il 18 gennaio scorso, pero’, Abdollahpour e’ stato nuovamente condannato a morte dalla Sezione 2 del Tribunale Rivoluzionario di Oroumiyeh. Per lui, l’accusa era sempre quella di “cooperazione con un gruppo di opposizione curdo”. La Corte Suprema, stavolta, ha confermato la condanna alla pena capitale con una sentenza emessa il 7 ottobre scorso.

Per la cronaca, Hedayat e’ un meccanico ed e’ stato chiamato dalle parti del villaggio di Oshnavieh, per riparare una automobile. Arrivato li, si e’ trovato nel mezzo di uno scontro a fuoco, in cui non ha in alcun modo preso parte.

prigioniero curdo

Mohammad Nazari e’ il più “anziano” prigioniero politico iraniano: arrestato nel Maggio del 1994 dagli agenti del Ministero dell’Intelligence (MOIS), Mohammad e’ stato condannato a morte per essere un membro del partito curdo di opposizione PDKI. Nel 1999, quindi, la pena di Mohammad e’ stata trasformata in carcere a vita e da 23 anni ormai, Mohammad si trova rinchiuso nel carcere di Rajaee Shahr di Teheran.

Da mesi ormai, Mohammad sta lottando non per essere scarcerato, ma per ricevere il permesso ad un rilascio temporaneo per ricevere le cure mediche di cui ha bisogno e che il regime non gli autorizza. Tra le altre cose, secondo il nuovo codice penale iraniano, a Mohammad spetterebbe di diritto il rilascio, considerando che il crimine da lui commesso – teoricamente – e’ stato depenalizzato.

Purtroppo, pero’, il regime iraniano non ha alcuna pietà per i prigionieri politici. Per queste ragioni, Mohammad Nazari ha deciso di dichiarare lo sciopero della fame alla fine di luglio e le sue condizioni di salute oggi sono pessime (sta perdendo anche i denti).

Qualche mese fa, un rappresentante del MOIS ha fatto visita a Mohammad Nazari, promettendogli la libertà in cambio della rinuncia alla lotta politica. Mohammad ha accettato, ma ha condizionato la sua rinuncia solamente a scarcerazione avvenuta. Purtroppo, ad oggi, le parole di quell’agente del MOIS sono rimaste solo inutili promesse.

mohammad nazari

 

kirkuk khamenei

Nonostante le smentite degli Stati Uniti, le milizie sciite filo iraniane dell’Hashd al-Shaabi – Forza di Mobilitazione Popolare – stanno partecipando attivamente alla guerra contro i curdi iracheni.

Una nuova dimostrazione di quanto affermato, arriva direttamente dal palazzo del Governatorato di Kirkuk: qui, infatti, un membro dell’Hashd al-Shaabi si e’ ripreso mentre parlava dall’interno dell’edificio, insultando le forze Peshmerga. Alle sue spalle, impossibili da non vedere, sono ben in vista i quadri della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei.

Ovviamente, all’offensiva militare ne sta seguendo una diplomatica: il Presidente iracheno Fuad Masum, curdo, e’ volato a Suleimaniya per mediare un accordo tra le parti. Gli Stati Uniti hanno chiesto la fine delle violenze ma, sinora, sembra che abbiano unicamente ottenuto il ritiro dell’Hashd al-Shaabi dall’area centrale di Kirkuk.

Chi sta massimizzando il profitto, quindi, e’ proprio l’Iran: Qassem Soleimani, a cui in teoria sarebbe proibito uscire dall’Iran, sta ormai da giorni nel Kurdistan iracheno, guidando l’azione delle forze paramilitari sciite e inviando a Barzani gli ultimatum di Khamenei.

Non e’ certamente dato sapere come si concludera’ lo scontro nel Kurdistan iracheno. Quello che e’ certo e’ che, l’Iraq del dopo Isis, sembra avere le stesse connotazioni e problematiche di quello che ha preceduto l’arrivo del Califfato, ovvero un drammatico mix di tribalismo, corruzione ed influenze esterne, in primis quelle del regime iraniano.

Un mix pericoloso, che potrebbe davvero portare il Paese verso una guerra civile senza confini…

isw

Kulbar

La regione del Kurdistan iraniano e’ di nuovo in protesta. Decine e decine di curdi iraniani hanno chiuso i loro negozi e sono scesi in piazza – soprattutto nel capoluogo di Sanandaj e presso Baneh e Mariwan – dopo l’uccisione di due trasportatori “Kolbar”, da parte del regime (Rudaw.net).

Con il termine Kolbar (o Kulbar), ci si riferisce a dei trasportatori curdi che importano merce al confine tra confine tra Iran e Iraq. Il regime accusa i Kolbar di importare droga, ma e’ provato che le merci trasportate da questi curdi iraniani non hanno nulla a che vedere con gli stupefacenti. Si tratta di merci di vario genere, tra cui anche le sigarette, che i curdi iraniani importano illegalmente dall’Iraq, allo scopo di mantenere le loro famiglie (spesso portano a casa meno di dieci dollari al giorno). Ricordiamo che l’area del Kurdistan iraniano e’ tra le più povere del Paese, discriminata dal potere centrale di Teheran.

Solidarietà ai curdi iraniani e’ arrivata anche dai curdi siriani del cantone di Kobani, che hanno appoggiato la protesta di Baneh e hanno condannato duramente gli abusi dei diritti umani commessi dalla Repubblica Islamica dell’Iran (ANHA). Solidarietà ai curdi iraniani e’ arrivata anche dal partito turco HDP (Kurdistan24).

In conseguenza delle nuove repressioni in atto nel Kurdistan iraniano, il movimento di opposizione curdo Komalah, ha dichiarato la ripresa della lotta armata contro il regime. Ad annunciarlo e’ stato direttamente uno dei comandanti Peshmerga, Ibrahim Minsham, in una intervista a Kurdistan24.

A seguito delle manifestazioni di questi giorni, il regime ha arrestato oltre 30 attivisti curdi, nonostante le proteste fossero state tutte pacifiche e non violente.

sarias sadeghi

Sarias Sadeghi, uno degli attentatori di Teheran

I media iraniani accusano dei due attentati di Teheran, compiuti la scorsa settimana contro il Parlamento e il Mausoleo dell’Imam Khomeini, i curdi iraniani affiliati ad Isis. Negli attentati, purtroppo, hanno perso la vita almeno 17 persone.

Se le accuse del regime sono vere, si tratta dell’ennesima dimostrazione di come questi attacchi, siano il frutto del cortocircuito dei rapporti tra la Repubblica Islamica e il terrorismo sunnita di matrice salafita.

Come detto in un articolo scritto qualche giorno addietro, il regime iraniano ha sempre sostenuto il terrorismo sunnita, non solo nei Territori Palestinesi, ma soprattutto in Iraq e Afghanistan, contro le forze militari Occidentali. In questo, e’ nato il sostegno di Teheran a gruppi jihadisti come “Ansar al-Islam” e “Tawheed e Jihad”.

Volontariamente, il regime iraniano ha – attraverso i Pasdaran – favorito la radicalizzazione religiosa nelle zone curde, permettendo a diversi curdi di agire liberamente e di arruolarsi per la jihad salafita in Iraq, Afghanistan e Siria. Assad stesso, su ordine di Teheran, ha liberato centinaia di terroristi sunniti dalle prigioni siriane, dando loro un pass per arruolarsi contro gli americani in Iraq.

L’uso dei curdi iraniani, quindi, aveva per Teheran non solo lo scopo di contrastare gli americani in Iraq, ma anche quello di indebolire il potere delle forze curde iraniane favorevoli all’indipendenza dalla Repubblica Islamica (in particolare il Partito del Kurdistan Democratico-KDP).

Uno degli attentatori di Teheran, si chiamava Sarias Sadeghi. Si scopre che, dal 2014, Sadeghi era conosciuto come un estremista e sostenitore di Isis. Talmente noto che la stessa agenzia di stampa curda KurdistanKurd.com, aveva denunciato la sua presenza nella regione e la sua attività di proselitismo filo-Isis nelle Moschee. Impensabile credere che il regime iraniano e i Pasdaran, fossero all’oscuro di quanto avveniva.

KK

L’agenzia di Kurdistan Kurd del 2014, che denuncia l’attività pro-Isis di Sarias Sadeghi

Non solo: alcuni siti hanno riportato che Sarias Sadeghi era stato addirittura arrestato dagli agenti del Ministero dell’Intelligence iraniano e detenuto per alcuni mesi. Dopo l’arresto, era stato quindi rilasciato previo il pagamento di una condizionale di 200 milioni di rial. Chiaramente la sua liberazione e’ legata al reclutamento di Sadeghi da parte del regime iraniano. 

La collusione tra regime iraniano e estremismo sunnita Salafita, e’ talmente radicata che proprio recentemente, le forze di sicurezza afghane hanno arrestato degli iraniani reclutati da Isis in Afghanistan. A questo si aggiunga che, negli ultimi mesi, il Governo di Kabul ha accusato Teheran di aver sviluppato rapporti privilegiati con i Talebani, in ottica anti Governativa (Middle East Institute).

Aggiungiamo anche che, lo stesso regime iraniano, non e’ nuovo a “inside jobs” per giustificare l’uso del terrorismo internazionale o la repressione degli oppositori. Gli attacchi contro il Mausoleo dell’Imam Reza presso Mashhad, avvenuti nel 1994, furono imputati inizialmente all’opposizione iraniana riconducibile al MKO. Successivamente, in uno scontro interno al regime, venne arrestato Saeed Imami, ex agente dell’intelligence iraniana, accusato anche di aver ucciso per conto del regime numerosi oppositori e intellettuali iraniani all’estero. Saeed mori’ in carcere prima che potesse fare i nomi dei suoi comandanti all’interno del regime.

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Pochi analisti e soprattutto pochi media pongono veramente attenzione all’Iraq, quando parlano del cosiddetto “Siraq” (Siria + Iraq). Quasi sempre, infatti, i media si concentrano sulla Siria, guardando alla crisi irachena con un occhio quasi marginale. In realtà, nonostante la tragedia umana della guerra siriana, in Iraq si sta giocando una partita centrale per i futuri assetti geopolitici mediorientali. 

Il regime iraniano, ormai da anni, sta lavorando per prendere il controllo di buona parte dell’Iraq. Lo sta facendo attraverso il Parlamento iracheno, soprattutto cercando di riportare al potere l’ex premier al-Maliki, attraverso il controllo dei gruppi paramilitari – in primis la Forza di Mobilitazione Popolare, riconosciuta ufficialmente anche da Baghdad – e attraverso la creazione di centri di controllo politici, anche in aree prettamente sunnite, quali Musul.

Proprio a Mosul, come denuncia il quotidiano arabo Asharq al-Awsad, la Forza Qods dei Pasdaran ha aperto dei nuovi uffici speciali. Entrando nella capitale del Provincia di Nineveh, cuore del sunnismo iracheno, i Pasdaran iraniani puntano a coltivare le relazioni con i capi tribù sunniti locali, allo scopo di convincerli ad accettare il potere iraniano per mezzo di armi e soldi. Questi uffici sarebbero sotto il controllo diretto di capi della Forza di Mobilitazione Popolare e soprattutto dell’ex Premier iracheno al-Maliki che, grazie a questo sistema di corruzione, mira a vincere le prossime elezioni parlamentari irachene previste per il 2018 (mei.edu). A questo si aggiunga che, proprio in questi giorni, e’ stato ufficialmente nominato il nuovo ambasciatore iraniano in Iraq: come preannunciato, si tratta di Iraj Masjedi, già comandante della Forza Qods e consigliere personale di Qassem Soleimani (BBC Persian).

In queste ore, il Vice Presidente iracheno Ayad Allawi, ha rivelato che uno dei leader della Forza di Mobilitazione Popolare, si e’ recato in Iran per discutere della ripartizione interna dei profughi dell’area strategica di Jurf al Sakhar, vicino alla capitale Baghdad. Jurf al Sakhar e’ stata ripresa ad Isis nel 2014, ma oltre 12000 abitanti – sunniti – sono stati evacuati coattivamente dalla città e, ad oggi, non e’ stato consentito loro di tornare. Nonostante parte del Governo iracheno di al-Abadi stia premendo per un loro ritorno – nell’ottica di una riconciliazione nazionale – i potenti gruppi filo-iraniani della Forza di Mobilitazione Popolare, hanno sinora posto il veto (mei.edu).

Tutto questo ragionamento, va collegato al tentativo iraniano di controllare la città di Shirqat, distretto del Governatorato di Salah al-Din, a forte maggioranza sunnita e curda. Qui, infatti, Teheran sta cercando di costruire un corridoio che, dall’Iran, si dispieghi verso la provincia di Diyala, oggi a maggioranza sciita, verso la Provincia di Kirkuk e – come suddetto – la città di Shirqat.

Riuscire a fare questo, permetterebbe ai Pasdaran di avere un accesso diretto alla Siria, passando per Tal Afar e le montagne del distretto di Sinjar.

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Sono almeno 57 i detenuti messi a morte dal regime iraniano, solamente nei primi venti giorni del 2017. Venti di questi condannati, sono stati impiccati in un solo giorno, il 14 gennaio scorso, nelle carceri di Gohardasht, di Karaj, di Rasht e di Kermanshah. Il 17 gennaio, quindi, altri Quattro detenuti sono stati impiccati presso il carcere Vakilabad di Mashhad (Freedom Messenger).

Di seguito, invece, pubblichiamo le immagini delle ennesime esecuzioni capitali avvenute in pubblico in Iran. Questa volta, a finire sulla forca davanti alla folla sono stati due detenuti curdi, entrambi accusati di furto in una gioielleria. L’esecuzione è avvenuta presso Sarpol-Zahab l’8 gennaio del 2017 (Kurdpa).

Le esecuzioni pubbliche in Iran, sono state più volte condannate dalla Comunità Internazionale, soprattutto dalle organizzazioni per i diritti umani. Non solo si tratta di un metodo brutale e medievale, volto a incutere terrore nell’intera popolazione. Queste esecuzioni, purtroppo, hanno anche un risvolto sociale disarmamete: a guardare i detenuti penzolare da una corda, infatti, ci sono anche diversi bambini. Nel 2013, volendo simulare quanto aveva appena visto, un bimbo iraniano di 12 anni si è involontariamente impiccato da solo dentro casa (Radio Free Europe).

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