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Mentre l’Ambasciata d’Italia in Iran non fa che promuovere le relazioni commerciali con Teheran e mentre la Mogherini studia sistemi per aggirare le sanzioni americane con la benedizione dell’UE, lo stato dell’economia iraniana e’ sempre piu’ deprimente.

Secondo l’economista Ibrahim Zaraghi, la popolazione iraniana detiene unicamente il 4% della ricchezza del Paese. Oltre la meta’ della popolazione, quindi, non e’ proprietaria della sua abitazione e spende almeno 2/3 degli introiti per pagare un affitto. Per la cronaca, questi sono dati forniti dal sito Javan Online).

Nel frattempo – a dispetto delle promesse del Presidente Rouhani (che in campagna elettorale prometteva 30 milioni di nuovi posti di lavoro) – l’inflazione nella Repubblica Islamica e’ alle stelle: il 10 ottobre scorso, come il grafico sottostante mostra, ha toccato il valore record di 264% (praticamente piu’ di quello dello Zimbabwe). Nel frattempo, in questi anni – compresi gli anni in cui era in pieno vigore l’accordo nucleare – il tasso di disoccupazione in Iran e’ cresciuto del 22%…

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Perche’ queste discrepanze? Perche’ questi dati economici cosi pessimi? Tutta colpa delle sanzioni americane? Ovviamente no. La colpa principale, come anche le proteste di piazza hanno mostrato, sta nella natura del regime iraniano. Un regime la cui economia, per oltre il 50% e’ in mano a holding legate alla Guida Suprema, alle fondazioni religiose (Bonyad) e soprattutto ai Pasdaran. Miliardi fatti non con lo scopo di far veramente sviluppare l’economia del Paese, ma di passare piccole sovvenzioni ai poveri – cosi da poterli controllare – e soprattutto per finanziare le peggiori iniziative del regime fuori dal Paese (ovvero finanziare il terrorismo internazionale, riciclare denaro e contrabbandare materiale illegale, compreso il narcotraffico).

Una breve analisi dei soldi che Teheran spende per finanziare i Pasdaran e i gruppi terroristici nel mondo – in questo senso per quei pochi dati open source che abbiamo – gia’ mostrano che quasi trenta miliardi di dollari vanno spesi con finalita’ diverse da quelle dello sviluppo del Paese della normale difesa militare.

E’ davvero questo il Paese con cui vale la pena di fare affari?

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La crisi diplomatica tra l’Iran e il mondo arabo – Qatar escluso – ormai si estende a macchia d’olio. Dopo la rottura delle relazioni diplomatiche tra Iran e Marocco e dopo le accuse a Teheran del Governo algerino, ora si apre il fronte con la Giordania.

Secondo un importarte rappresentante giordano, Amman ha richiamato il suo Ambasciatore a Teheran, S.E. Abdullah Abu Rumman, e non pare avere alcuna intenzione di nominare un successore.

Ovviamente, la crisi si inserisce all’interno dello scontro tra Arabia Saudita e Iran, con il Ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi che ha dichiarato che la “stabilita’ di Riyad e’ parte della sicurezza del Regno Hashemita. La Giordania rigetta l’interferenza iraniana negli affari interni dei Paesi della regione”.

Teheran non ha reagito ufficialmente a questa decisione giordana, ma le agenzie di stampa iraniane hanno gia’ iniziato a martellare contro Amman. La Tasnim News, vicina ai Pasdaran, ha accusato le forze speciali giordane di aver aiutato la monarchia del Bahrain a reprimere le “manifestazioni popolari”.

Nel rumore delle guerre intestine e settarie, drammatiche, che si stanno combattendo in Siria e Iraq, non si odono (per ora) le voci di dissenso interno ai vari schieramenti. Queste voci, però, esistono e, quando raccontate, offrono uno spaccato drammatico della situazione.

In un report speciale pubblicato dal think tant Washington Institute for Near East Policy, vengono riportate le voci di dissenso dei miliziani jihadisti di Hezbollah, nei confronti del regime iraniano. In particolare, grazie alla condizione di anonimato offerta, i miliziani di Hezbollah lamentano il fatto di essere considerate vite di serie B. Secondo quanto denunciano, infatti, il comandante iraniano Qassem Soleimani – a capo della Forza Quds dei Pasdaran – intepreta la sua missione principale come quella di salvare gli iraniani. A tale scopo, egli considera gli arabi sciiti impegnati in Siria e Iraq, come sacrificabili.

I vecchi combattenti di Hezbollah, consapevoli di questa situazione, si sono costantemente allontanati dal Partito di Dio, Questi combattenti, quindi, sono stati sostituiti da giovani ragazzi disoccupati a cui, più che l’ideologia, interessa un salario sicuro (almeno fino alla morte). La guerra in Siria, sta isolando le Comunità sciite del Libano e le sta allontanando anche dal regime iraniano. Un allotanamento che ha un effetto sugli stessi reduci sciiti della jihad siriana: una volta tornati nelle loro Comunità, dopo le cerimonie di facciata, questi miliziani restano spesso ai margini della società e diventano tossicodipendenti.

A quanto sembra, Qassem Soleimani non è molto disponibile al dialogo e alle critiche. Quando la leadership di Hezbollah non ha risposto alla richiesta di Soleimani di inviare nuovi jihadisti ad Aleppo, il comandante Pasdaran ha tagliato i salari per tre mesi, sino a quando Hezbollah non si è piegato. Insomma: una vera e propria relazione tra padrone e sottomesso che, ovviamente, ha creato una generale disilussione, soprattutto sul mito della possibile creazione di una “identità unita degli sciiti”.

Di seguito il link per leggere il report completo, in inglese:

http://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/view/hezbollah-losing-its-luster-under-soleimani

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Come ormai stranoto, Arabia Saudita e Iran sono arrivate nuovamente ai ferri corti. Oggetto del nuovo scontro, la riprovevole pena capitale inflitta al clerico sciita Nimr al-Nimr, condannato a morte da Riyadh come agitatore e considerato una quinta colonna di Teheran nel Regno degli al-Saud (Saudi Gazette). La storia potrebbe – tra le altre cose – ripetersi presto con la condanna a morte (per crocifissione) di Ali al-Nimr, nipote dello Sceicco Nimr al-Nimr.

La Repubblica Islamica dell’Iran aveva ripetutamente preannunciato “gravi conseguenze” se lo Sciecco al-Nimr fosse stato veramente condannato a morte. Dopo l’annuncio dell’esecuzione capitale, quindi, Khamenei ha dato il la’ ad una grande passione del Khomeinismo: l’assalto alle ambasciate straniere. Come avvenuto con l’Ambasciata americana a Teheran nel 1979 (Youtube) e come accaduto contro l’Ambasciata britannica nel 2011 (Youtube), le fazioni radicali del regime iraniano si sono scatenate contro la rappresentanza saudita a Teheran e contro il consolato saudita a Mashhad. Ancora una volta, ovviamente, in piena violazione delle normative internazionali sulla tutela delle missioni diplomatiche straniere. Come sempre, neanche a dirsi, il regime iraniano ha condannato l’assalto ma continuato ad aizzare la folla. Sembra che, in queste ore, quaranta persone siano state fermate per l’attacco contro le sedi diplomatiche dell’Arabia Saudita in Iran (ma ovviamente saranno tutte rilasciate molto presto…).

Cosa dobbiamo aspettarci ora? Una guerra diretta tra Iran e Arabia Saudita? Difficile. Teheran non ha alcun interesse oggi ad avviare una guerra diretta contro Ryiadh. Non ne ha l’interesse politico – leggi appeasement con l’Occidente – e non ne ha le facoltà economiche – leggi il peso di anni di guerra in Siria e di coinvolgimento in Iraq. Questo, pero’, non significa che non dobbiamo preoccuparci. Anzi, al contrario, e’ necessario che l’Occidente tenga in enorme considerazione le parole che arrivano da i maggiori centri di potere all’interno della Repubblica Islamica.

La Guida Suprema Ali Khamenei ha invocato una “punizione divina” contro l’Arabia Saudita (Tasnim News). Una punizione che, sempre secondo il Rahbar, arriverà “molto presto”. A fargli da eco sono arrivati i Pasdaran che, in un comunicato ufficiale, hanno dichiarato che “l’odioso regime dei Saud dovrà senza dubbio pagare un prezzo per la vergognosa azione” (Tasnim News). Fuori dall’Iran, l’ex Premier iracheno Nuri al Maliki ha promesso di rovesciare presto la monarchia saudita (Indipendent) e la milizia irachena Harkat Hezbollah al-Nujaba ha annunciato che presto compirà attacchi all’interno dell’Arabia Saudita (al Sumaria TV). Ovviamente, non e’ potuto mancare l’intervento del Segretario di Hezbollah, il terrorista Hassan Nasrallah, sempre pronto a far da sponda a qualsiasi posizione dell’Iran (al Manar). Infine, assai interessante e pericoloso, l’agenzia iraniana Fars News (vicina ai Pasdaran), ha pubblicato un comunicato di un sedicente gruppo saudita denominato “Fadaeeyoun al-Nimr” (i devoti di al-Nimr), che ha promesso vendetta per l’esecuzione del clerico sciita a Riyadh (Fars News).

Il regime iraniano, come noto, e’ professionista della guerra asimmetrica e dell’esportazione del terrorismo a livello internazionale. La destabilizzazione dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati sunniti, quindi, rappresenterebbe per l’intera Comunità Internazionale un danno senza precedenti, soprattutto alla luce del drammatico fallimento delle Primavere Arabe, dell’irrisolta crisi siriana/irachena/yemenita e della guerra in corso contro Daesh. Impedire questa destabilizzazione, perciò, deve rappresentare un interesse prioritario per l’intero Occidente.

Ecco allora che urge immediatamente un ripensamento della strategia verso la Repubblica Islamica dell’Iran. Urge soprattutto una sospensione immediata del prossimo alleggerimento delle sanzioni internazionali verso Teheran. Anche se questo significherà indebolire la cosiddetta fazione pragmatica (non moderata…) vicina a Rouhani, esiste il rischio concreto che una parte sempre più cospicua dei soldi che l’Iran otterrà dalla fine delle sanzioni internazionali, venga immediatamente girato ai Pasdaran e alla Forza Quds (adibita all’esportazione del terrorismo iraniano nel mondo).  La sorte dei soldi che arriveranno presto nelle casse di Teheran, infatti, più che da Rouhani e Rafsanjani, dipende dalla Guida Suprema Khamenei, oggi in prima fila nella lotta ad ogni “infiltrazione Occidentale” nella Repubblica Islamica. La crisi con Riyadh, quindi, servirà unicamente Khamenei per amplificare lo scontro e rafforzare le Guardie Rivoluzionarie.

Il prezzo di una politica Occidentale “naive” (ingenua) verso l’Iran, potrebbe costare anni di violenze e morte non solo in Medioriente, ma anche a livello globale.

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Se vuoi capire Gaza, studia la geopolitica iraniana. Così si potrebbe riassumere, in poche parole, un consiglio a chiunque volesse seriamente cercare di capire quanto sta avvenendo a Gaza in un quadro regionale piu’ ampio. L’attuale crisi di Gaza, infatti, guarda caso accade proprio in un momento in cui a Teheran diverse cose pericolose bollono in pentola. Andiamo a vedere allora i motivi per cui il regime iraniano sta soffiando sul fuoco di Gaza, a discapito delle vite di migliaia di civili palestinesi ed israeliani.

  • Primo Punto: la Questione Nucleare: il regime iraniano al suo interno è diviso sul negoziato tra un’ala piu’ pragmantica, interessata solo a mantenere il potere nelle mani dei Mullah e a fare soldi con l’Occidente (Rouhani e Rafsanjani), e un’ala radicale, fondata sullo scontro culturale e militare contro l’Occidente. Quest’ala è quella attualmente guidata da Ali Khamenei e dai Pasdaran. Per la Guida Suprema, ad esempio, lo scontro con l’Occidente è la base della Velayat-e Faqih e non esiste un compromesso di grande periodo raggiungibile con il Grande Satana (gli Stati Uniti). I negoziati sul nucleare, quindi, sono praticamente ad un punto morto. Non solo: Khamenei li ha volontariamente deragliati, pubblicando numerose redlines che i negoziatori iraniani devono seguire. La crisi di Gaza, perciò, cade a fagiolo per tutte le fazioni iraniane: tenendo la Comunità Internazionale impegnata su Israele e Palestina, l’Iran punta ad ottenere almeno altri 6 mesi di negoziato, continuando ad intascare i profitti dell’alleggerimento delle sanzioni;
  • Secondo Punto:  la crisi di Gaza riporta l’Iran al centro della geopolitica palestinese. Con Hamas indebolito e l’accordo sottoscritto con Abu Mazen, Teheran rischiava di essere tagliata fuori dai giochi. Premendo sull’ala estremista di Hamas, perciò, Teheran ha indirettamente costretto all’angolo il movimento islamico, offrendosi come unica sponda di sostegno politico e militare. La Repubblica Islamica, infatti, sa molto bene che in questo momento tutti i Paesi arabi stanno voltando le spalle a Hamas, colpevole di aver portato avanti una politica di eccessiva interferenza negli affari interni di diversi Stati della regione (Egitto in testa);

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  • Terzo Punto: I Pasdaran. Le Guardie Rivoluzionarie hanno un solo scopo: lavorare per l’esportazione della rivoluzione khomeinista e salvaguardare il cosiddetto Asse della Resistenza (Iran, Siria, Hezbollah, Hamas). Dopo lo scoppio della crisi siriana, con Hamas schierato contro Bashar al Assad, i rapporti con Gaza si erano raffreddati. Negli ultimi mesi però, in raccordo con la fine dell’esperienza Morsi in Egitto, diversi esponenti di Hamas si sono recati in Iran a chiedere perdono per i loro peccati. I peccatori, chiaramente, sono stati accolti a braccia aperte come fedeli che ritornavano all’ovile dalla Forza Quds, a patto che facessero veramente ammenda dei loro peccati. La scelta di non firmare la tregua proposta da Il Cairo e di cercare lo scontro militare, sembra proprio corrispondere alla volontà di Hamas di dare ad una forza esterna (l’Iran) la prova della sua fedeltà all’obiettivo comune di  “distruggere Israele”. Putroppo, una prova di fedeltà data sulla pelle della vita degli abitanti di Gaza;
  • Quarto Punto: la situazione in Iraq e in Siria. Con il mondo concentrato sulla crisi di Gaza, l’Iran e i suoi alleati (Assad in primis) hanno campo libero di agire liberamente. In Iraq, Teheran ha campo libero per inviare le sue forze contro l’ISIS e ottenere così fedeltà assoluta da al Maliki (a discapito dell’unità dell’Iraq, probabilmente). I massacri in Siria, invece, sono drammaticamente spariti dalle TV mondiali, pur venendo portati avanti senza pietà da Bashar al Assad, grazie al sostegno dei Pasdaran iraniani e delle milizie sciite finanziate da Teheran. In Siria, per la cronaca, l’Iran sta costruendo un vero e proprio movimento Pasdaran parallelo, modellato su quello di Teheran;
  • Quinto Punto: il Libano di Hezbollah. Dopo lo scoppio della crisi siriana, Hezbollah ha subito una crisi interna ed esterna. Se prima era visto in Libano e non solo, come un movimento di liberazione, oggi è reputato solamente una organizzazione terrorista al servizio di Teheran e impegnata nell’uccisione dei nemici sunniti. La crisi di Gaza, quindi, consente ad Hezbollah di respirare e calmare le acque assai calde all’interno al Partito di Dio (soprattutto con l’avanza di ISIS in Iraq). E’ chiaro che Teheran approfitterà dello sguardo del mondo su Israele e Gaza per riarmare fortemente Hezbollah e usarlo per rafforza il potere in Libano e non solo.

 

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