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galizia

Malta ha ordinato la rimozione dal suo incarico di  Ali Sadr Hashemi Nejad, Direttore della Banca iraniana Pilatus. La decisione de La Valetta, arriva dopo la notizia dell’arresto di Hashemi Nejad negli Stati Uniti, il 21 marzo scorso, con l’accusa di aver violato le sanzioni americane contro il regime iraniano.

In particolare, Hashemi Nejad avrebbe inviato una cifra che va dai 115 milioni di dollari ai 500 milioni di dollari in Venezuela a delle front companies, ufficialmente per contratti relativi al settore costruzioni, che pero’ sono successivamente stati girati da Caracas a Teheran.

Se Ali Sadr Hashemi Nejad e’ stato arrestato e se i crimini da lui commessi sono venuti a galla, e’ grazie alle inchieste portate avanti negli anni dalla giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, uccisa nell’ottobre del 2017 in un terribile attentato. Sono stati i suoi articoli e le sue denunce, infatti, a far luce sulla corruzione nell’isola di Malta e sul losco lavoro della Banca iraniana Pilatus (banca accusata di aver direttamente corrotto il Primo Ministro maltese).

Come dichiarato dai figli di Daphne Caruana Galizia – Matthew, Andrew e Paul – l’arresto di Ali Sadr Hashemi Nejad, rappresenta finalmente una giusta vendetta contro quanto accaduto alla loro madre. Daphne, infatti, prima di morire, era stata denunciata dalla Banca Pilatus, che l’aveva accusata di averli diffamati.

 

 

 

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ahmadinejad soleimani

Da anni e’ ormai in corso una vera e propria guerra tra l’ex Presidente iraniano Ahmadinejad e la fazione vicina alla Guida Suprema Ali Khamenei (con cui, in questo momento, si schierano anche i Pasdaran).

Le ragioni di questo scontro sono sia economiche che politiche. Politicamente parlando, durante l’ultima parte del suo secondo mandato, Ahmadinejad promosse una visione millenarista del potere, allo scopo di depotenziare il ruolo della Guida Suprema ed elevare la carica di Presidente ai massimi vertici. In questa ottica, Ahmadinejad cerco’ anche di rendere praticamente ereditaria la carica presidenziale, promuovendo il suo vice – Rahim Mashaei – a suo successore. Il piano del Presidente negazionista falli’, per l’opposizione prima dei clerici e poi delle Guardie Rivoluzionarie, che scelsero di sostenere la Guida Suprema.

Economicamente parlando, come noto, Ahmadinejad arrivo’ al potere grazie ai Pasdaran e ripago’ le Guardie Rivoluzionarie inondandoli di soldi, firmando con le loro società numerosi contratti. Grazie al sostegno di imprenditori come Babak Zanjani – oggi in carcere in Iran e condannato a morte – Ahmadinejad e i Pasdaran riuscirono ad evadere le sanzioni internazionali sul greggio, incamerando miliardi di dollari.

Dopo l’arresto di Zanjani, negli ultimi mesi sono finiti in manette anche Hamid Baqaei, ex Responsabile dell’Ufficio di Presidenza – poi condannato  a 15 anni di carcere – e lo stesso Rahim Mashaei. Ufficialmente, le ragioni dell’arresto di Zanjani, Baqaei e Mashaei e’ la corruzione. Indubbiamente si tratta di una accusa sicuramente reale, ma dietro questi arresti c’e’ qualcosa di più profondo.

L’obiettivo dei Pasdaran iraniani, infatti, e’ chiudere la bocca a coloro che sono ben consapevoli del livello di corruzione all’interno delle Guardie Rivoluzionarie. A riprova di quanto affermato, ci sono le stesse rivelazioni fatte in questi giorni da Mahmoud Ahmadinejad: parlando alla stampa, Ahmadinejad ha rivelato che l’arresto di Hamid Baqaei e’ legato alle operazioni della Forza Qods in Africa nel 2013.

Nel 2013, secondo Ahmadinejad, la Forza Quds – comandata da Qassem Soleimani – ha dato a Baqaei 3,7 milioni di euro (in contanti) a Baqaei, per corrompere dei leader africani che avevano partecipato alla Conferenza dei Paesi non Allineati, organizzata a Teheran nell’agosto del 2012. Hossein Taeb, Responsabile dell’Unita’ Intelligence dei Pasdaran, ha quindi accusato Baqaei davanti ad una Corte iraniana, di essersi appropriato di quella somma. A sua volta, Baqaei ha reagito, dicendo di non aver mai ricevuto quella somma e di non aver avuto mai fiducia nei Pasdaran.

Reagendo alla condanna di Baqaei, Ahmadinejad ha scritto una lettera aperta al Generale Qassem Soleimani e due lettere alla Guida Suprema Khamenei. Nella lettera a Soleimani, Ahmadinejad ha chiesto da dove provenissero quei 3,7 milioni di dollari dati a Baqaei e con quale scopo fossero stati concessi. Ahmadinejad ha anche minacciato Soleimani di rivelare loro corrispondenza privata, avvenuta nel corso degli anni. Nelle lettere a Khamenei, Ahmadinejad ha attaccato le pessime performance del Governo Rouhani, denunciando la discriminazione all’interno del sistema giudiziario del regime.

Ricordiamo che, negli anni ’80, proprio la lotta al vertice iraniano fra il Grande Ayatollah Montazeri e il triumvirato Khomeini-Rafsanjani-Khamenei, fece emergere lo scandalo “Irangate“. Di converso, proprio quella lotta intestina, determino’ la caduta di Montazeri e l’ascesa al potere di Khamenei a successore di Khomeini.

 

 

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Il Ministro Calenda, con il Ministro dell’Industria iraniano Mohammad Rezá Nematzadé 

Nella Legge di Bilancio 2018, come ormai stranoto, il Ministro dello Sviluppo Carlo Calenda ha fatto un bel favore agli industriali italiani, Confindustria in testa: una norma che trasforma Invitalia in una Sace del Tesoro, totalmente sostenuta da fondi pubblici, capace di garantire – in prima istanza – gli investimenti in Paesi ad alto rischio. Assicurazione che viene garantita non solo agli imprenditori italiani, ma anche alle controparti straniere. Una norma ad hoc per far partire gli investimenti in Iran, superando le opinioni contrarie di Cassa Depositi e Prestiti.

Nonostante questo regalino di fine anno del Governo, a neanche due settimane dallo scoppio delle proteste in Iran, Confindustria si smarca dall’Iran. Come riportato da un paginone de Il Messaggero – Gruppo Caltagirone – che sul tema ci fa anche il titolo di prima e successivamente riportato in inglese dall’AdnKronos, la Vice Presidente del Dipartimento internazionalizzazione di Confindustria, Licia Mattioli, ha dichiarato che le proteste in Iran certamente non faciliteranno gli investimenti italiani in quel Paese.

Appena un giorno prima, davvero interessante, sempre il Messaggero aveva dedicato un primo articolo sul tema, sottolineando che le proteste in Iran preoccupano l’intelligence italiana. Un “rumor” soffiato da qualcuno alla giornalista del quotidiano romano…

Concludiamo ribadendo che sono mesi che sottolineamo la follia di correre ad investire in Iran. Al di la’ delle posizioni politiche di chi scrive, chiaramente anti regime, queste proteste nella Repubblica Islamica, dimostrano per l’ennesima volta come il problema sia sistemico, ovvero una realtà in cui – dietro le istituzioni ufficiali – esistono quelle para statali, molto più potenti del Governo stesso.

Istituzioni come le fondazioni religiose (Bonyad) e il network finanziario dei Pasdaran, che non rispettano lo Stato di Diritto, che non rispettano la concorrenza leale (sono spesso esentate da tasse), che sono note nel mondo per la loro corruttibilità e per il ricilaggio di danaro che fanno, spesso anche a fini di finanziamento del terrorismo internazionale.

E’ davvero questo il Paese in cui gli imprenditori italiani possono investire in sicurezza? E’ davvero questo il Paese che merita di ricevere da Invitalia delle “assicurazioni di prima istanza”, anche ai clienti iraniani? E come si verificherà – formalmente – che questi famigerati clienti non sono solo front companies dei Pasdaran iraniani?

Rivoluzione o ennesima protesta, il consiglio resta sempre uno solo: da un Paese cosi, in preda costante ad una guerra in stile mafioso tra fazioni, scappate!

protest iran

Le immagini che vi mostriamo in basso arrivano da Mashhad, una delle principali città iraniane e non necessitano di tanti commenti: da mesi ormai – nonostante il silenzio dei media italiani – avvertiamo i lettori che l’Iran bolle, fortunatamente non nel senso culinario del termine.

Da tempo, infatti, centinaia di iraniani sono scesi in piazza nelle principali città del Paese – Teheran in testa – per protestare contro il regime, soprattutto contro la corruzione elevatissima, il coinvolgimento dei Pasdaran nelle attività finanziarie e l’assenza di ogni minima regola di stato di diritto.

Ieri, quindi, si e’ raggiunto il culmine: migliaia di persone hanno affollato le strade di Mashhad, al grido “Morte a Rouhani”, “La Repubblica Islamica e’ stata uno sbaglio” e “No Gaza, No Libano, la nostra vita solo per l’Iran”. Secondo alcuni osservatori, nuovamente, si sono sentiti anche slogan in lode allo Shah. Proteste ci sono state anche in Arak, Urumiya e Arak.

Mentre tutto questo accadeva, il Governo italiano lavorava attivamente per superare le giuste ritrosie di Cassa Depositi e Prestiti, in merito agli investimenti in Iran. Peggio, mentre tutto questo accadeva, su proposta del Ministro Calenda l’esecutivo approvava un articolo della Legge di Bilancio (151, ex 32) che, senza vergogna, snaturava l’agenzia Invitalia, trasformandola in una specie di SACE pubblica, per assicurare – in prima istanza – gli investimenti italiani in “Paesi ad alto rischio”, leggasi Iran…un articolo ad hoc per gli interessi di pochi industriali italiani, consapevoli dei rischi di investimento in Iran e quindi disposti a rischiare…solo con i soldi del contribuente…

Per la cronaca, il regime ha riportato che “solo” 52 manifestanti sono stati fermati durante le proteste. La verità e’ che, purtroppo, il numero e’ ben più alto e si parla id almeno 100 fermati.

Come suddetto, l’Iran bolle e la popolazione ne ha piene le scatole ormai di un regime che – al di la’ delle promesse di uguaglianza in nome dell’Islam – ha solo diffuso corruzione, misoginia, fondamentalismo e speso i soldi principalmente per finanziare il terrorismo internazionale.

Concludendo, consigliamo vivamente agli imprenditori italiani di scappare dall’Iran. Soldi pubblici o meno, in quel Paese gli investitori troveranno principalmente gli interessi economici dei Pasdaran, pretoriani armati pronti ad usare le manette, tutte le volte che qualcuno non rispetta i loro codici…non scritti…

basel institute

Una nuova, clamorosa, conferma della follia di investire danaro in Iran, arriva dall’Istituto di Governance di Basilea, una organizzazione no-profit, collegata con la locale università svizzera.

Secondo l’indice economico redatto annualmente dall’Istituto, la Repubblica Islamica dell’Iran e’ al primo posto, per rischio di riciclaggio. Con 8,6 punti, addirittura prima dell’Afghanistan e della Guinea-Bissau, proprio l’Iran e’ lo Stato ove si rischia maggiormente che i soldi investiti, finiscano nel riciclaggio.

Questo per diverse ragioni, legate particolarmente a: vulnerabilità strutturale del sistema politico, altissimo livello di corruzione interna, debolezza del sistema giudiziario e disfunzioni del sistema politico. Quest’ultimo punto, specifichiamo noi, indica la tendenza del regime iraniano a usare i fondi a disposizione non per migliorare il sistema economico, ma per i fini politici/ideologici del regime stesso quali il finanziamento del terrorismo internazionale e gli interessi particolari delle varie fazioni interne (in primis gli interessi legati ai Pasdaran e alla Guida Suprema).

Chiaramente, per chi veramente conosce l’Iran, questa classifica non stupisce. Da anni, infatti, e’ noto che investire nella Repubblica Islamica e’ un progetto folle, almeno sino a quando esisterà questo regime clericale e fondamentalista. Purtroppo, pero’, esiste una Comunità politica Occidentale – particolarmente quella rappresentata da personalità politiche quali Federica Mogherini, Emma Bonino o Adolfo Urso – che racconta una narrativa diversa, fallace e non veritiera.

Invitiamo nuovamente gli imprenditori europei e quelli italiani in particolar modo, a salvaguardare i loro fondi ed evitare di investirli in un Paese dittatoriale e inaffidabile, qual’e’ l’Iran!

basilea index riciclaggio

Nonostante tutte le pressioni, l’organismo internazionale FATF – Financial Action Task Force – non sembra intenzionato a rivedere il suo giudizio nei confronti del regime iraniano. Nell’ultimo giudizio emesso il 24 febbraio scorso, il FATF ha chiaramente ribadito che, a dispetto degli impegni presi nel giugno del 2016, il regime islamista non ha risposto positivamente alle richieste fatte dall’agenzia intergovernativa. In particolare, viene sottolineato, il FATF resta preoccupato soprattutto per il rischio di riciclaggio di denaro per il finanziamento del terrorismo internazionale. Per questo motive, ancora una volta, il FATF ha chiesto al regime iraniano di applicare le necessarie normative e raccomandazioni per dimostrare la trasparenza delle transazioni finanziare con Teheran (FATF).

Al di là di quello che i promotori del business con il regime iraniano cercano di dimostrare, la situazione economica nella Repubblica Islamica è disperata. Il regime è in preda ad una guerra di fazioni e interessi economici. Una conflitto intestino che ha esteso la corruzione a tutti i settori della società. Lo stesso Mohsen Rezaei, potente Pasdaran oggi Segretario del Consiglio per il Discernimeno con ambizioni da Presidente, ha dovuto pubblicamente ammettere che “la corruzione e la cattiva gestione del Paese, stanno portando la Repubblica Islamica sull’orlo del collasso” (al-Arabiya).

Ora una domanda a tutti gli imprenditori: volete davvero investire in un Paese simile? Un Paese corrotto e fanatico, ideologicamente fondamentalista e primo sponsor internazionale del terrorismo? I vostri guadagni meritano molto di più!

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Tre vice comandanti dell’unità di intelligence dei Pasdaran iraniani, sono stati arrestati con l’accusa di corruzione, contrabbando, estorsione e riciclaggio di denaro. I tre, secondo le informazioni trapelate dal sito riformista “Amad News”, erano assistenti personali di Hossein Taeb, potente comandante dell’unità di intelligence delle Guardie Rivoluzionarie, inserito nella lista delle persone sottoposte a sanzioni internazionali, per il suo ruolo nell’abuso dei diritti umani, soprattutto durante la repressione del cosiddetto movimento dell’Onda Verde (Defend Democracy).

Dalle informazioni rilasciate in questi giorni da Amad News, si apprende che i tre Pasdaran sono stati arrestati ad Ottobre 2016: due di loro, “Atheem” e “Ifshari”, si troverebbero ancora in carcere, mentre il terzo fermato, indicato come tale “Mihrab”, sarebbe stato rilasciato su cauzione (Asharq al-Awsat).

La pubblicazione di queste informazioni sensibili avventa in questi giorni in Iran, deve essere inquadrata come parte della guerra intestina in corso all’interno del regime, tra la fazione di Hassan Rouhani, e quella legata alle Guardie Rivoluzionarie (alleati della magistratura). Una guerra che si gioca soprattutto sulla denuncia del drammatico livello di corruzione interna alla Repubblica Islamica, capace di coinvolgere i massimi livelli dell’establishment. In questi giorni, come noto, la fazione di Hassan Rouhani è rimasta orfana del suo rappresentante più potente, ovvero l’ex Presidente iraniano Hashemi Rafsanjani (No Pasdaran).

E’ chiaro che, nelle prossime settimane, assisteremo ad una crescita esponenziale della tensione tra le due fazioni in lotta, soprattutto in vista delle prossime elezioni presidenziali. In questo senso, sarà Khamenei a giocare il ruolo di ago della bilancia.