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Cartoon Movement - Erdogan in Syria

Indipendentemente da dove lo si guardi, quello di Trump in Siria rischia di essere un errore clamoroso. Lo è, in primis, ovviamente da un punto di vista morale: i curdi siriani hanno combattuto l’Isis in prima fila e lo hanno fatto sia per difendere loro stessi, ovviamente, ma anche come avamposto occidentale contro la barbarie. Sia chiaro, non sono stati esenti da loro responsabilità (come il discutibile rapporto con Assad) e divisioni (di cui i curdi sono campioni), ma in quella zona del mondo è chiaramente inevitabile. Al di là di tutte le critiche, quindi, i curdi restano gli unici veri alleati che l’Occidente ha in quella zona del mondo, tralasciando chiaramente Israele.

Quello di Trump, però, è un errore soprattutto geopolitico. La guerra in Siria, infatti, non è una “guerra tra tribù”, come l’ha definita il Presidente americano per giustificare il rituro dalla Siria e la luce verde ad Erdogan per l’attacco. Quella in Siria, iniziata come guerra di liberazione da un regime totalitarista come quello di Assad, è oggi una guerra di imperialismi, che ha tre grandi protagonisti: Russia, Turchia e Iran.

Di questi tre, su questo Trump può avere ragione, siamo certi che i soli non veramente contenti del ritiro USA sono proprio i russi. Putin sa bene l’alzata di mano statunitense, non potrà che favorire l’asse islamista tra Turchia e Iran. Sebbene seguaci di due modelli di Islam diversi – sunnita la Turchia e sciita (khomeinista) l’Iran – Ankara e Teheran sono unite da una visione islamista, ovvero da una visione totalmente politica della religione. Non è un caso che, in Iran, proprio la Guida Suprema Ali Khamenei è il primo traduttore in farsi dei testi di Sayyd Qutb, ideologo della Fratellanza Mussulmana, a cui il Presidente turco Erdogan si ispira.

Turchia e Iran, però, non sono solo unite dall’islamismo, ma anche dall’odio verso i curdi. I curdi, infatti, sono considerati non solo nemici da Erdogan, ma anche dal Governo centrale iraniano, che li combatte sin da prima della nascita della Repubblica Islamica. Schiacciarli in Siria, quindi, non potrà che essere un vantaggio per Ankara e Teheran, anche in questo caso a discapito di Mosca, che nei curdi vedeva una via per contenere lo strapotere dei due “alleati” in Siria.

L’ultimo punto negativo inerente alla decisione di Trump, è forse quello che dovrebbe essere considerato il più importante dal punto di vista americano. Delle grandi potenze presenti oggi nel mondo, chi veramente si sta sfregando le mani per il ritiro dei soldati USA, è la Cina. L’Iran e la Turchia, infatti, sono pienamente inseriti nel progetto cinese “One Belt, One Road”, come la mappa sotto dimostra. Cosi facendo, piuttosto che dividere le potenze in gioco e contrastare l’imperialismo cinese, gli americani stanno indirettamente unendo tutti – per interesse o per necessità – a Pechino. Diciamo volontariamente per necessità perché, di questo passo, anche la Russia sarà costretta a diventare una pedina nelle mani cinesi, essendo la sua economia e la sua demografia troppo debole per poter veramente sfidare la Cina in solitaria.

Ovviamente, gli effetti negativi saranno a cascata, anche sul mondo arabo sunnita del Golfo – tradizionalmente alleato degli Stati Uniti – e sulla stessa Europa. Su entrambi, il potere attrattivo statunitense diminuirà, anche in questo caso a totale vantaggio di Pechino…

Seafarer Funds

 

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Qualche giorno addietro, abbiamo pubblicato una lettera aperta alla Presidente della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, chiedendo lumi sul suo recente viaggio in Iran. Lo abbiamo fatto soprattutto alla luce di un suo post Facebook, pubblicato nel 2011, in cui chiedeva all’allora Ministro degli Esteri Franco Frattini di non dimenticare il tema dei diritti umani durante una visita in Cina (No Pasdaran).

Ovviamente, non abbiamo ricevuto alcuna reazione alla lettera aperta (anzi, un paio di volte il post della lettera e’ sparito dal Facebook della Serracchiani…). Cosi come non abbiamo sentito alcun commento relativo al tema dei diritti umani, fatto dalla Presidente Serracchiani in occasione del suo arrivo a Teheran.

Ci svegliamo oggi con qualcosa di “più incredibile”. A detta dell’agenzia di stampa IRNA, la Serracchiani a Teheran avrebbe evidenziato l’esistenza di “similarità oltre l’immaginato” tra la nazione Iran e quella Italia. Scorrendo il testo dell’articolo, quindi, scopriamo ancora che l’unico riferimento a questa “similarità” e’ dato dall’ospitalità iraniana – del popolo iraniano… – verso l’ospite straniero. Assolutamente vero. Allo stesso tempo, visto che la Serracchiani avrebbe parlato di somiglianze che vanno oltre l’immaginazione, ci sono a tal proposito alcune domande che vorremmo rivolgere alla Presidente del Friuli Venezia Giulia.

Nel merito, quindi, vorremmo solamente sapere se:

  • anche in Italia in soli due anni sono stati impiccati 2000 detenuti, diversi dei quali per ragioni etniche o politiche?
  • anche l’Italia ha come abitudine quella di impiccare esseri umani in piazza, davanti a bambini?
  • anche in Italia alle bimbe di sette anni e’ imposto il velo a scuola?
  • anche in Italia, secondo la legge, la vita della donna e la sua testimonianza legale valgono meta’ di quella dell’uomo?
  • anche in Italia si emettono fatwe che considerano le minoranze religiose, in primis i Baha’i, come dei peccatori a cui e’ vietato persino avvicinarsi?
  • anche in Italia per chi decide di lasciare la sua fede religiosa e abbracciarne un’altra, e’ prevista la pena di morte per apostasia?
  • anche in Italia si viene condannati a morte per il “reato di omosessualità”?
  • anche in Italia gli attivisti per i diritti umani, gli artisti sgraditi e i giornalisti non allineati, finiscono in carcere con l’accusa di “offesa alla Guida Suprema”?
  • anche in Italia esiste un corpo militare di pretoriani denominato Pasdaran – esterno all’esercito nazionale – a cui e’ demandato di proteggere non il Paese, ma l’ideologia alla base del regime teocratico?
  • anche in Italia esiste una unita’ militare e jihadista – la Forza Qods – predisposta all’esportazione dell’ideologia clericale per mezzo di terrorismo e sangue?
  • anche l’Italia ha come abitudine quello di finanziare il terrorismo internazionale di organizzazioni quali Hezbollah, Hamas, Jihad Islamica, al Qaeda, Taliban e chi più ne ha più ne metta?
  • anche l’Italia ha come prassi, davanti a decisioni sgradite di altri Paesi, quello di inviare folle inferocite a distruggere sedi diplomatiche di altri Stati?
  • anche l’Italia rinnega l’Olocausto e invoca la distruzione dello Stato di Israele, uno Stato membro delle Nazioni Unite?
  • anche l’Italia ha l’abitudine di promuovere ufficialmente slogan politici quali “Morte all’America” e di bruciare le bandiere di altri Paesi in piazza durante solenni festività nazionali?

Potremmo continuare ancora, ma sarebbe già abbastanza se l’Egregia Presidente Serracchiani ci potesse per intanto dare alcune piccole risposte sulle poche domande sottoposte…

P.S.: Abbiamo letto Egregia Presidente il suo articolo in merito al viaggio in Iran. Se tanto da tanto, anche Lei come Frattini guardo’ il dito e non la luna…(Serracchiani.eu).

Per non dimenticare quella volta che…

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Lo abbiamo scritto prima del 14 luglio e lo abbiamo ripetuto dopo l’accordo firmato tra l’Iran e il P5+1: l’accordo nucleare tra Teheran e l’Occidente sarebbe diventato presto una “tana liberi tutti”, ovvero l’inizio della fine di quei deboli lacci che – con mille difficoltà – hanno tenuto a freno alcuni naturali ‘fornitori’ della Repubblica Islamica, dall’eccedere nelle loro azioni. Quanto affermato prima del JPCOA, purtroppo, si e’ rivelato drammaticamente vero: la Siria e’ stata ormai definitivamente spartita per aree di interessi e demarcazioni etniche-religiose (No Pasdaran), una divisione diventata ancora più netta con l’ufficializzazione dell’intervento militare russo-iraniano e con la formazione di quella che sembra essere una vera e propria alleanza tra Russia-Iran-Iraq-Hezbollah-Assad e Cina (ISW). La parte più drammatica di questa storia, e’ che questa nuova alleanza viene a crearsi quando ormai il regime di Assad stava collassando ed Hezbollah aveva annunciato l’inizio del ritiro dal territorio siriano.

In questi giorni, un nuovo tassello si aggiunge a questa – ormai incontrollata – storia: la Cina ha deciso di vendere nuovi missili all’Iran. Per la precisione, Pechino ha venduto a Teheran i missili balistici HQ-7 e Crotale (Want China Times). In entrambi i casi si tratta di missili terra-aria a corta gittata, ma facilmente (ri)adattabili per essere impiegati dai Pasdaran in Siria e per essere forniti ad Hezbollah e gli Houthi in Libano e Yemen. Insomma, esattamente quel tipo di missili che favoriscono le guerre settarie ed inter-etniche, caratteristiche dell’attuale contingenza geopolitica (soprattutto Mediorientale). Senza contare che, tra le altre cose, questi missili potranno essere messi a difesa degli impianti nucleari iraniani, riducendo ancora di più quel minimo di “pressione militare” che l’Occidente ancora mantiene sull’Iran.

A proposito di Siria, riportiamo l’arrivo di centinaia di Pasdaran iraniani e miliziani sciiti iracheni (gruppo Katai’b al-Imam Ali), nell’area intorno ad Homs e Hama (ISW). Per la precisione, il gruppo iracheno Katai’b al-Imam Ali, e’ legato ad un personaggio di nome Abu Mahdi al-Muhandis, consigliere del Generale Qassem Soleimani, capo della Forza Quds. Lo stesso Soleimani che, secondo l’accordo firmato a Vienna, godra’ della sospensione delle sanzioni internazionali contro la sua persona. Su Facebook, e’ stato anche postato un video che ritrae i jihadisti sciiti iracheni all’interno del territorio siriano (Video).

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Secondo una esclusiva della Reuters, l’Iran avrebbe firmato un accordo con l’Iraq per la vendita di armi al Governo di Baghdad. L’accordo, sempre secondo i documenti ottenuti dall’agenzia di stampa, sarebbe stato firmato nel novembre 2013 e varrebbe ben 195 millioni dollari. Se confermata, la notizia sarebbe preoccupante per diverse ragioni: 1) la compravendita scavalcherebbe completamente le sanzioni Onu che, come noto, proibiscono di comprare armi da Teheran; 2) la natura prettamemente etnica del Governo di al Maliki, sbilanciato in favore degli sciiti iracheni, determinerebbe un pericoloso approfondimento dello scontro etnico in Iraq, rappresentando una chiara provocazione per la maggioranza sunnita; 3) la scelta di Baghdad, rappresenterebbe una sfida aperta a Washington e un chiaro indirizzo del posizionamento che l’Iraq intende avere nel prossimo futuro, favorevole all’asse Teheran – Mosca. E’ bene ricordare che, dalla sua rielezione nel 2010; 4) l’asse Teheran-Baghdad, rafforzandosi, aumentarebbe anche la forza di Bashar al Assad in Siria. Il territorio iracheno, infatti, è quello usato dall’Iran per rifornire il dittatore siriano di soldi, armi e combattenti stranieri.

C’è di peggio: mentre la Reuters diffondeva la notizia dell’accordo militare tra Iran e Iraq, a Teheran il Ministro della Difesa Hossein Dehqantra i fondatori dell’organizzazione terrorista Hezbollahpresentava alle televisioni una nuova testata per missili “intelligente”, capace di essere montata su missili balistici da crociera e di garantire una maggiore precisione contro il bersaglio. Molto significativamente, la nuova testata è stata presentata in occasione di un evento organizzato a Teheran il 24 febbraio e dedicato alla figura di Salman al-Farsi, uno dei compagnio del profeta Maometto, venerato come uno dei dodici Imam nel mondo sciita. In tal senso, va ricordato che Salman al-Farsi è venerato come il perfetto sciita da sette estremiste come Nusayriyya, fondata da Ibn Nusayr nel IX secolo d.C. e molto attiva nell’attuale Siria.

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Come si capisce, si tratta di diretta alle forze navali americane nel Golfo e alle monarchie sunnite, Arabia Saudita in testa: la nuova testata, infatti, potrebbe essere caricata di missili come il Qader – testato nel dicembre scorso – programmati per un colpire bersagli in un range di 200 chil0metri. Anche per questo, gli Stati arabi stanno lavorando per reagire alla offensiva imperialista iraniana. Tra le ipotesi più pericolose, spesso annunciate da Riyadh, c’è la possibità che il regno Wahhabita si doti di un programma nucleare, solo teoricamente civile ma facilmente trasformabile in militare.

L’Arabia Saudita, ormai è di dominio pubblico, è rimasta delusa dalla reazione americana alle Primavere arabe, tanto da considerare in pericolo la sua stessa sicurezza nazionale. Per questo, come reazione, la diplomazia saudita ha clamorosamente rifiutato un posto all’interno del Consiglio di Sicurezza Onu nell’ottobre del 2013. Negli ultimi anni, quindi, Riyadh ha deciso di intensificare la sua controffensiva, non solo in Siria, ma anche nel settore missilistico e nucleare. Secondo una articolo pubblicato da Newsweek, infatti, la monarchia saudita avrebbe comprato dalla Cina i missili balistici terra-terra CSS-5 (anche noti come a Pechino come Dong Feng – 21), capaci di raggiungere un range di 1700 chilometri e di trasportare una testata militare di oltre 600 chilogrammi. Questi missili, secondo il popolare magazine, sarebbero stati comprati da Riyadh con il beneplacito americane e permetterebbero ai sauditi di colpire, con precisione, obiettivi strategici all’interno dell’Iran.

Questi missili, va chiarito, sarebbero designati per trasportare testate militare convenzionali, ma nulla impedirebbe in futuro all’Arabia Saudita di caricare anche testate nucleari. Ciò, soprattutto se si considera la collaborazione tra Riyadh ed Islamabad in questo settore: nel novembre del 2013, vogliamo ricordarlo, la BBC scrisse che la monarchia saudita aveva investito enormi cifre nel programma nucleare del Pakistan, già in possesso della bomba nucleare. Nel 2009, durante una visita in Arabia Saudita dell’inviato speciale americano Dennis Ross, il re Abdullah disse chiaramente che se Teheran avesse varcato la soglia, Riyadh si sarebbe immediatamente dotata della bomba atomica.

L’accordo di Ginevra sul nucleare iraniano è stato visto dalla monarchia saudita come un inaccettabile appeaseament occidentale. Per questo, oggi il rischio di una corsa agli armamenti nucleari nella regione del Golfo è sempre più concreto. L’unica via d’uscita per evitare questa catastrofe, rimane una sola: lo smanetallamente reale del programma nucleare iraniano, fonte primaria della destabilizzazione di tutta l’area mediorientale. Altre vie di compromesso, come queste notizie dimostrano, risulteranno unicamente fallaci palliativi dalle conseguenze imprevedibili.

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Il 20 gennaio il cosiddetto Joint Plan of Action è entrato in vigore. In poche parole, l’accordo raggiunto tra il 5+1 e Teheran a Ginevra nel novembre del 2013 è diventato operativo e parte delle sanzioni internazionali verso il regime degli Ayatollah verrà gradualmente ammorbidita. Secondo la diplomazia occidentale, questo lifting porterà nelle casse del regime “solamente 7-8” miliardi di dollari ma, come ammesso dallo stesso regime, i soldi che entranno nelle mani dei Pasdaran e della Guida Suprema saranno molti di più. Basti ricordare che, il 30 novembre scorso, il Vice Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha candidamente ammesso che Teheran otterrà 15 miliardi di dollari solamente dagli introiti derivanti dala riduzione delle sanzioni sul settore petrolifero.

Il problema, purtroppo, è che questo ammorbidimento delle sanzioni sta generando – come abbiamo visto in questi ultimi mesi – una corsa al business con la Repubblica Islamica. Come sempre, Teheran sta diffondendo grandi sorrisi, illudendo il mondo sulle sue reali intenzioni di fermare il programma nucleare. La verità, però, è ben diversa e sono gli stessi rappresentanti del regime a rivelare la loro intenzione di non adempiere seriamente agli obblighi previsti dall’accordo di Ginevra. Leggendo il testo del Joint Plant of Action, infatti, l’Iran si impegna nei seguenti sei mesi ad eliminare le sue riserve di uranio al 20% e non aumentare il quantitativo di uranio arricchito al 5% in forma di Uf6 (esafloururo di uranio, utilizzato per la produzione della bomba nucleare). Secondo quanto stabilito in Svizzerà, infatti, Teheran deve convertire metà dell’uranio arricchito al 20% in ossido per la fabbricazione di combustibile per il reattore di Teheran (noto come TRR). La metà dell’uranio al 20% rimanente, quindi, andrà convertità dagli scienziati in uranio arricchito non oltre il 5%. Aspetto centrale, da non dimenticare, tutto il nuovo uranio arricchito al 5% prodotto dall’Iran nei prossimi sei mesi – compreso quello ottenuto con la conversione dell’uranio al 20% – dovrà essere convertito in ossido (UO2), utilizziabile unicamente per la produzione di barre di combustibile per i reattori nucleari.

Qui sotto riportiamo, precisamente ed in lingua originale, quanto previsto in merito dal Joint Plan of Action:

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Dove sta il problema? Il problema, grave, sta nel fatto che l’Iran non ha alcuna intenzione di conformarsi realmente a questo accordo, rinunciato alla crescita della quantità di uranio arricchito in suo possesso. Il Capo dell’Agenzia Atomica Iraniana, il già Ministro di Ahmadinejad Ali Akbar Salehi, ha affermato che la  metà dell’uranio al 20% che Teheran dovrebbe convertire in uranio al 5%, verrà lasciato in forma di Uf6 e non verrà convertito in ossido (agenzia Isna). Così facendo, quindi, Teheran andrà ad aumentare di 400 kg l’uranio al 5% prodotto, raggiungendo una riserva totale di circa 7,150 Kg. Secondo il regime infatti, l’accordo non obbliga Teheran a convertire anche quel nuovo uranio prodotto al 5% in ossido. Si tratta, chiaramente, dell’ennesima lettura unilaterale di un accordo internazionale da parte del regime iraniano. A questo punto, aspetto fondamentale, bisogna capire una cosa: perchè avviene questo? Perchè, se Teheran vuole davvero un programma nucleare pacifico, ha problemi a convertire tutto l’uranio Uf6 in suo possesso in ossido UO2? Lo scopo non dovrebbe essere solo quello di produrre barre di combustibile per i reattori?

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La risposta è, come sempre, davanti ai nostri occhi ed è molto chiara: la Repubblica Islamica non ha affatto volontà di rinunciare a costruire la bomba nucleare. Mantenere l’uranio in forma di Uf6, anche se arricchito solamente solamente sino al 5%, permetterà sempre al regime di far ripartire l’arricchimento al 20% in qualsiasi momento, utilizzando tra l’altro centrifughe 15 volte più veloci delle precedenti (in merito si legga questa agenzia iraniana: Iran’s new centrifuges 15 times more powerful than old ones, says Salehi). Questa hudna (tregua) con l’Occidente, quindi, è meramente funzionale al bisogno del regime di uscire dall’isolamento internazionale e far ripartire una economia praticamente al collasso. Senza contare che, grazie a questo appeasement, gli Ayatollah avranno anche modo di sbarazzarsi delle sacche, sempre più rilevanti, di opposizione interna.

Pensare veramente che un regime come quello iraniano – fondamentalista, khomeinista, terrorista e corrotto – voglia davvero rinunciare a diventare la super potenza mediorientale solamente per far felici gli odiati nemici occidentali, è davvero irrealistico, ingenuo e soprattutto pericoloso…Come riprova di quanto scriviamo, vi riproponiamo un video del 2010 in cui Hassan Rahimpour Azghadi membro del Consiglio Supremo della Rivoluzione Culturale – organo che opera da Qom sotto il diretto controllo della Guida Suprem Ali Khamenei – dichiara senza peli sulla lingua i veri fini della Repubblica Islamica creata da Khomeini. 

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 Giulio Terzi di Sant’Agata non ha bisogno di lunghe presentazioni: figlio di un contadino Bergamasco di nobili origini, ha cominciato la sua lunga carriera diplomatica negli anni ’70 ed ha ricoperto incarichi di primo piano per conto del Ministero degli Affari Esteri, prima di essere nominato Ambasciatore d’Italia in Israele, Rappresentante permanente presso le Nazioni Unite e infine Ambasciatore negli Stati Uniti. Un lavoro denso di successi, culminato  – nel novembre del 2011 – con la nomina dello stesso Terzi al ruolo di Ministro degli Esteri.

Giulio Terzi si è soprattutto sempre contraddistinto per il suo impegno personale in favore della libertà e dei valori democratici: dalla battaglia per la moratoria sulla pena di morte, alla mozione ONU contro le mutilazioni genitali femminili, dall’impegno per i bambini soldato ai progetti di cooperazione culturale internazionale per i paesi in via di sviluppo. Una battaglia che, una volta terminata l’esperienza governativa, Terzi sta oggi continuando a portare avanti senza sosta attraverso i mass-media, i social networks e con la personale partecipazione a numerose conferenze e seminari di primo pianoUno dei principali temi spesso trattati dell’Ambasciatore Terzi è l’Iran. Coraggiosamente, infatti, Giulio Terzi ha preso parte a diversi incontri organizzati dalla resistenza iraniana, chiedendo pubblicamente e a più riprese al governo iracheno il rispetto dei diritti dei residenti di Camp Ashraf e Camp Liberty.

Proprio per questo suo impegno diretto e per il suo coraggio, abbiamo chiesto a Giulio Terzi di rilasciarci un intervista. L’Ambasciatore ha risposto positivamente e con entusiasmo. Siamo quindi profondamente onorati di riportarvi quanto da lui dichiarato al nostro sito.

NP: Lei è personalmente impegnato nella battaglia per i membri dell’opposizione iraniana rifugiati a Camp Asharaf in Iraq. Nel settembre scorso, un vero e proprio attacco militare è stato lanciato dalle forze irachene contro il campo. Un massacro che ha causato la morte di oltre 52 persone e il rapimento altre sette. Di recente, quindi, un attacco missilistico ha colpito Camp Liberty, presso Baghdad. Nonostante le condanne internazionali, il Governo iracheno sembra restio ad agire preferendo, al contrario, avviare una special relationship con il regime degli Ayatollah. Come pensa che evolverà la questione e cosa può fare la diplomazia occidentale per aiutare gli oppositori iraniani e liberare i rapiti? A Suo avviso potrebbero essere individuate delle responsabilità dirette di Teheran in quanto sta accadendo in Iraq?

GT: Da oltre un anno, la situazione degli espatriati iraniani residenti a Camp Ashraf,e ora a Camp Liberty è intollerabile e scandalosa per l’intera comunità internazionale. Dopo ripetuti attacchi che avevano già provocato vittime e feriti, lo scorso settembre chi muove milizie e forze speciali sciite in Iraq ha dato prova di tutta la sua criminale efferatezza. Cinquantadue residenti di Camp Ashraf suno stati brutalmente giustiziati da miliziani lasciati impunemente entrare nel campo, mentre i poliziotti iracheni di sorveglianza hanno finto di non vedere. Sono stati rapiti sette ostaggi. Durante il trasferimento dei superstiti a Camp Liberty ci sono stati altri attacchi. Nelle scorse settimane si sono abbattuti su Camp Liberty altri razzi, con morti, feriti e ingenti danni alle infrastrutture.Tutto ciò è ancor più orribile perché queste azioni mirate all’eliminazione fisica di un intero gruppo di tremila oppositori al regime iraniani colpisce persone tutte ufficialmente protette dalle Nazioni Unite. I motivi di sdegno e di preoccupazione aumentano. Dopo ben cinque mesi di appelli all’ONU, a Baghdad e a Washington, nessuna misura e’ stata ancora presa per proteggere Camp Liberty. E vi sono indizi evidenti che le milizie sciite sie preparano a colpire ancora. E’ urgentissimo trasferire il maggior numero possibile di residenti di Camp Liberty in Paesi sicuri. Insieme ad altri Paesi che si sono impegnati in Iraq, l’Italia ha il dovere di contribuire a salvare queste persone. Un centinaio di loro ha consolidati rapporti con l’Italia. Ho lanciato martedì scorso da Radio Radicale un appello al Governo affinché vengano prese tempestive decisioni per riconoscere loro l’asilo politico. Deve essere fatto ogni sforzo affinchè ciò avvenga.

NPL’elezione di Hassan Rohani è stata salutata dal mondo come una grande vittoria del moderatismo. Nonostante tutto, le pene capitali in Iran sono aumentate, giornali riformisti sono stati chiusi, le spese militari del regime sono aumentate e lo stesso esecutivo iraniano formato da Rohani ha al suo interno personaggi alle dipendenze del MOIS o responsabili di atroci crimini in passato. Possiamo parlare davvero di moderatismo o l’Occidente sta guardando a Teheran in maniera forse troppo ingenua e superficiale?

GT: Se l’atteggiamento di maggior apertura mostrato dal Presidente Rohani costituisca una vera svolta per l’Iran o un mero espediente tattico per fare uscire il Paese dall’isolamento e superare la pesante crisi economica, lo si vedrà rapidamente alla prova dei fatti. Allo stato delle cose, vi sono piu’ motivi di preoccupazione che di facile ottimismo. Sul piano interno, negli ultimi sei mesi le esecuzioni capitali sono aumentate; i prigionieri politici restano in carcere, continuano le torture, le restrizioni ai leaders riformisti e ai partecipanti alle manifestazioni del 2009 contro l'”elezione truccata” di Amadinejad. Né hanno cambiato la situazione le poche liberazioni simboliche avvenute per preparare la visita di Rohani alle Nazioni Unite lo scorso settembre. A livello regionale, come ha scritto recentemente anche il NYT, l’Iran “continua a nutrire sogni di egemonia regionale. Non vi è segnale che indichi che l’elezione di Rohani abbia cambiato alcunché. Sta aumentando il sostegno ai gruppi militanti nella regione. Recentemente l’Iran avrebbe fornito sofisticati missili a lungo raggio agli Hezbollah via Siria e inviato una nave, intercettato dalle autorità del Bahrain, carica di armi destinate agli oppositori sciti di quel governo sunnita”. Sarebbe pericoloso per i paesi occidentali rivedere completamente la loro strategia  sulla base di mere speranze sulla “svolta Rohani”, anziché su dati verificabili che dimostrino  un radicale  mutamento di rotta: sia sul piano interno – quello del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali – sia sul piano internazionale, in Siria, in Iraq, in Libano, nei confronti di Israele, e sulla questione nucleare.

NP: L’accordo di Ginevra ha, praticamente, riconosciuto il diritto iraniano ad arricchire l’uranio. Ciò, a dispetto delle sanzioni internazionali e delle denunce fatte dall’AIEA nei numerosi report dedicati al programma nucleare iraniano. Nonostante si tratti di un accordo ancora da definire, l’Occidente – Europa in testa – sta facendo la corsa per riavviare i rapporti commerciali con la Repubblica Islamica ponendo, tra l’altro, la questione dei diritti umani assolutamente in secondo piano. Pensa che possiamo fidarci degli Ayatollah o, come nel 2003,stiamo rischiando di prendere un clamoroso abbaglio?

GT: Rohani ha annunciato dall’inizio della sua presidenza di voler riprendere seriamente il negoziato nucleare con il Gruppo “5+1”, e soprattutto con gli Usa. Abbiamo successivamente appreso che contatti riservati tra Washington e Teheran erano già in corso da circa un anno. Per la verità ciò non mi ha stupito: tre anni prima c’era stato – ad esempio – un incontro bilaterale a margine di una riuione “5+1” tra i negoziatori iraniano e americano, con un’intesa di massima che era poi stata “lasciata cadere” dai vertici del regime. Non vi è però dubbio che una trattativa sulla sostanza della questione si è resa possibile solo ora. Per ammissione delle stesse autorità iraniane, la pressione economica delle sanzioni ne è il motivo determinante. L’intesa interinale costituisce un passo avanti su un terreno peraltro molto insidioso, che offre a Teheran maggiori opportunità e spazi di manovra di quelli che hanno gli occidentali. In estrema sintesi, i “5+1” iniziano per parte loro a smantellare il sistema sanzionatorio, mentre gli iraniani si impegnano a congelare l’arricchimento a livelli superiori al 5% (che però rapidamente si può convertire in bombe atomiche…). Il problema è che le sanzioni, una volta ritirate, non sono affatto facilmente riproponibili in caso di inadempimento iraniano… C’é  voluto molto tempo per convincere paesi come Cina, India, Brasile, Russia e persino taluni paesi europei a rispettarle. L’infrastruttura nucleare iraniana – centrifughe di ultima generazione, reattore di Arak, siti protetti – restano invece intatti, anche se – per ora – parzialmente “spenti”. Questo è il vero nocciolo del problema. Ottimismo, grande cautela, unità d’intenti tra Paesi occidentali mi sembrano quindi le parole chiave.

NP: L’Italia, come sa, è la capofila in Europa di queste nuove relazioni con l’Iran. Il Ministro Bonino a Teheran ha espressamente dichiarato che Roma vuole vincere la gara di amicizia con l’Iran. In poco tempo, quindi, sono arrivati nella Repubblica Islamica altri esponenti politici italiani di primo piano, tra i quali il Senatore Casini. Presto, quindi, lo stesso Letta potrebbe visitare l’Iran. Il messaggio che l’Italia sembra mandare, purtroppo, è quello di voler stabilire legami preferenziali con un regime autoritario, a dispetto delle azioni repressive e delle violenze quotidiane che questo commette. Non le sembra – soprattutto alla luce della Sua importantissima esperienza di Ambasciatore e Ministro degli Esteri – che il Governo italiano dovrebbe assumere un atteggiamento più prudente, improntato anche alla tutela dei valori di libertà e democrazia che sono rappresentati dalla stessa Costituzione Italiana?

GT: L’Italia ha rapporti consolidati e antichi con l’Iran, e le relazioni diplomatiche non si sono mai realmente interrotte. Un miglioramento di clima può suggerire scambi di visite a livello politico, di Governo e Parlamentare. Non si tratta evidentemente, in una realtà così complessa come quella iraniana, di competere per chi arriva primo, o di dare patenti di totale affidabilità e di fare “protagonismo”. Si tratta invece di lanciare messaggi precisi su quello che la comunità internazionale si attende, finalmente, da un Governo iraniano desideroso di riportare il paese a pieno titolo nella comunità internazionale: necessità di rispettare i diritti umani, le libertà fondamentali, il pluralismo politico, l’abolizione della tortura, la cessazione di un utilizzo “politico” e terribilmente diffuso della pena di morte. Sono fiducioso che questa impostazione, coerente con i valori fondamentati della politica politica estera del nostro Paese, continui a essere sostenuta con forza dal nostro Governo.

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La Repubblica Islamica, non ci si faccia illusioni, non ha alcuna intenzione di abbandonare il suo programma nucleare e, men che meno, il suo proposito di arrivare a possedere la bomba. Quello firmato a Ginevra dal regime, quindi, non è niente altro che un accordo di convenienza, intenso a riportare l’economia iraniana fuori da una crisi senza precedenti. E’ chiaro, però, che nei prossimi sei mesi l’Iran non sarà libero di portare avanti il programma nucleare in piena libertà e di installare ancora centrifughe per l’arricchimento dell’uranio a proprio piacimento. A questo punto, per gli Ayatollah si pone il dilemma di come riuscire ad non perdere tempo prezioso senza essere scoperti dalla Comunità Internazionale e senza rischiare di buttare al mare gli effetti della charm diplomacy di Rohani. Come risolvere il problema?

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A quanto sembra, una riposta potrebbe arrivare direttamente da Pyongyang. E’ di questi giorni un nuovo report dell’istituto americano ISIS, in cui vengono denunciate nuove attività nell’impianto nucleare di Yongbyon. Secondo quanto rilevato dalle immagini satellitari, infatti, risulterebbe che la Corea del Nord sta portando avanti attività di conversione della yellocake (l’uranio appena estratto dalle miniere) in diossido di uranio, una fase intermedia per la successiva conversione in metallo e in carburante per il reattore di 5 MWe in possesso dei nordcoreani. Le immagini satellitari, inoltre, hanno rilevato anche la presenza di un nuovo impianto che, secondo quanto denunciato dall’ISIS, servirebbe per l’installazione di nuove centrifughe per l’arricchimento dell’uranio.

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La collaborazione tra la Corea del Nord e l’Iran, come è noto, non rappresenta una novità. E’ di questo mese, tra l’altro, la notizia dell’arrivo di scienziati iraniani a Pyongyang, allo scopo di studiare lo sviluppo di un nuovo missile balistico. Non sarebbe una sorpresa, quindi, se si scoprisse che il regime comunista, già in possesso della bomba nucleare, si fosse messo a disposizione degli Ayatollah – dietro opportuno pagamento – per aiutare il regime iraniano a continuare ad arricchire l’uranio di nascosto. Vogliamo ricordare che le centrifughe usate dalla Corea del Nord per arricchiere l’Uf6. sono praticamente le stesse usate dall’Iran e provengono entrambe dalla rete clandestina del pakistano A.Q. Khan. Per molti affermazioni del genere rappresentano unicamente delle congetture ma, in fin dei conti, nessuno può negare la razionalità di un simile piano.

Se queste indiscrezioni risultassero veritiere, infatti, l’Iran potrebbe tranquillamente vivere sei mesi di rendita, ottenere il ritorno degli insvestitori esteri per poi accusare l’Occidente di aver fatto fallire l’accordo definitivo sul nucleare e ripresentarsi in scena con un quantitativo di uranio capace di classificare l’Iran come un “paese di soglia”, ovvero come uno Stato capace di costruire la bomba nucleare in poche settimane. 

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