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In queste ore il regime iraniano ha bloccato un altro social network. Si chiama “Telegram”, non e’ molto famoso in Italia, ma in Iran e’ una delle applicazioni usate dai giovani per comunicare in maniera istantanea. Come rivelano i media, dopo aver bloccato numerose volte Instagram, WhatsApp, Facebook e Viber, ora Teheran e’ passato anche a Telegram. La ragione del blocco del social network ideato in Russia, pero’, non sembra legata tanto all’attivismo politico anti-regime all’interno della Repubblica Islamica, quanto ad una vendetta delle autorità iraniane contro la compagnia di Pavel Durov (Radio Free Europe).

Come rivela lo stesso imprenditore russo su Twitter, il Ministero dell’Intelligence iraniano (MOIS) ha cercato di cooptare Telegram, chiedendo ai gestori del servizio di fornire informazioni alle forze di sicurezza di Teheran. L’obiettivo, ovviamente, era quello di colpire gli attivisti per i diritti umani e per i diritti civili e sbatterli in prigione ad ogni critica verso il regime fatta via chat. Secondo quanto afferma Pavel Durov, pero’, Telegram ha rifiutato le avances del MOIS, rispendendo al mittente la richiesta.

Poco dopo, come suddetto, Telegram Messenger e’ stato bloccato in tutta la Repubblica Islamica. Di seguito riportiamo la conversazione Twitter, con le rivelazione da parte del magnate russo Pavel Durov (Twitter). Riportiamo anche che, l’account Twitter da cui e’ partita la rivelazione () e’ stato cancellato. Per la cronaca Pavel Durov – che per anni ha vissuto a Torino – e’ noto come il Mark Zuckerberg della Russia. Ricordiamo infine che decine e decine di attivisti politici iraniani sono oggi in carcere per via di frasi e post di critica al regime, fatte per mezzo dei social networks. 

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Il Grande Fratello iraniano non ha confini ed è capace di leggere tutto quello che i giovani iraniani scrivono, anche semplicemente per ridere tra loro in chat. L’agenzia HRANA, infatti, ha reso noto l’arresto di 11 attivisti dei social network. La loro colpa? Sempliceme: aver parlato in maniera “poco dignitosa” dell’Ayatollah Khomeini. In poche parole, aver riso sull”inventore del sistema repressivo della velayat-e Faqih, falsamente riconducibile alla tradizione sciita. Secondo quanto riportato dalla ISNA, tutti gli arrestati sono accusati di aver diffuso materiale diffamatorio sull’Imam, per mezzo di social networks quali Viber, Tango e Whatsapp. Non soltanto: per loro l’accusa di aver ridicolizzato i valori della Repubblica Islamica e delle figure religiose che la governano (particolarmente l’Ayatollah Khomeini). L’agenzia ISNA, infine, ha rimarcato come tutti i fermati hanno “confessato il loro crimine…”.

In questo periodo, va ricordato, è in atto una offensiva per la chiusura definitiva di Whatsapp. Questo programma, molto usato dai giovani iraniani per comunicare liberamente (rarità in Iran), è stato già diverse volte con l’accusa di favorire lo spionaggio Occidentale e valori contrari all’Islam.  Proprio ieri il Procuratore Gholam Hossein Mohseni-Ejei, ex Ministro dell’Intelligence sotto Ahmadinejad (dal 2005 al 2009), ha comunicato al Ministro della Comunicazione Mahmoud Vaezi di avere solamente 30 giorni per bloccare definitivamente Whatsapp in tutto il Paese. Se il Governo non obbedirà alla decisione della magistratura, ha reso noto l’agenzia Fars, “i giudici prenderanno tutte le misure necessarie per attuare l’ordinanza”.

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