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Il caso “Blue Girl” – ovvero il drammatico suicidio di Sahar Khodayari, la ragazza iraniana che si e’ data fuoco dopo essere stata arrestata per aver provato ad entrare in uno stadio – sta scuotendo ancora il regime iraniano.

In queste ore, come riporta Iran Wire, i giornalisti iraniani hanno ricevuto un messaggio direttamente dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale. Ricordiamo che il Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e’ Ali Shamkhani, ma che nello stesso consiglio siedono anche i “moderati” Rouhani e Zarif.

Nel messaggio ricevuto dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, i giornalisti vengono caldamente invitati a non parlare di Sahar, sottolineando che “focalizzarsi troppo su questo evento” equivale a sostenere le campagne denigratorie della stampa estera contro la Repubblica Islamica. Nello stesso messaggio, viene inoltre fatto divieto di usare negli articolo parole come “bue girl” (Sahar e’ stata definita la “Blue Girl” perche’ era una sfagatata fan dell’Esteghlal, il cui colore simbolo e’ il blu”.

Peggio, il regime ha “invitato” – ovvero minacciato – la famiglia di Sahar, proebendo loro qualsiasi contatto con la stampa. La famiglia pero’, proprio in queste ore, ha mandato due foto della loro figlia alla giornalista iranian dissidente Masih Alinejad, Foto che Masih ha quindi pubblicato sui social e che vi mostriamo in alto e in basso dell’articolo.

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In queste ore, il Ministro degli Esteri iraniano ha fatto una gaffe clamorosa. Zarif, infatti, ha pubblicato sul suo profilo Instagram un post, con un link Youtube, invitando gli iraniani a guardare il intervento di qualche mese fa alla Amirkabir University e pubblicato da TED (il discorso e’ in farsi).

Peccato che Zarif si sia dimenticato di aggiungere al post la frase “se riuscite ad aprire il link”…Gia’ perche’, come molti dei suoi followers gli hanno fatto subito notare, la censura imposta dal regime sulla Rete internet.

Peggio, raggiungendo la massima ironia, alcuni followers (come mohsen.1370h) hanno chiesto a Zarif se ha qualche buon sistema anti-filtraggio, per aggirare la censura (in Iran sono comunemente usati questi sistemi e spesso i codici sono venduti dagli stessi che, su ordine dei Pasdaran, impongono la censura…).

Qui di seguito un vecchio video in cui viene chiesto conto a Zarif della censura di Internet in Iran. La risposta del “moderato” Zarif rasenta il ridicolo, invocando la protezione dei bambini e la necessita’ di ascoltare la voce di coloro che invocano una limitazione del diritto di espressione nella Repubblica Islamica…

 

 

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In un articolo esclusivo pubblicato da Huffinghton Post, viene rivelato che la BBC – pur di far tornare i suoi giornalisti in Iran – ha accettato le condizioni imposte dal regime, ovvero una vera e propria censura.

Secondo Huff Post – che ha visionato uno scambio interno di email – la BBC ha accettato di non pubblicare il materiale che raccoglie in Iran sul suo canale in farsi, BBC Persian. Nelle email visionate da Huff Post sarebbe anche stato concordato che: il corrispondente della BBC Martin Patience e il suo team in Iran lasceranno Teheran domenica e che “e’ assolutamente imperativo che niente del materiale da loro raccolto, verra’ pubblicato su BBC Persian, sulla radio o online” (compresi i social network e i retweet dai canali BBC).

Non e’ chiaro chi, per conto della BBC, abbia accettato queste folli clausule. Si sa solo che, in reazione a quanto rivelato, il Portavoce della BBC ha dichiartato che “tutti i media internazionali sono soggetti a restrizioni in Iran. Noi abbiamo accettato alcune limitazioni, al fine di fornire al nostro pubblico del materiale raro proveniente dall’interno dell’Iran”. In pratica, un ammissione di colpevolezza.

Ricordiamo che BBC Persian e’ particolarmente temuta dal regime. Questo perche’ e’, nonostante la censura che il regime impone, gli iraniani sfidano le forze di sicurezza e installano parabole sui balconi delle loro case. Grazie a queste parabole, hanno accesso a canali “proibiti” e BBC Persian fornisce loro una informazione altra rispetto a quella che il sistema vuole filtrare.

Per queste ragioni, gli staff della BBC Persian sono stati duramente attaccati sia nel 2009 – durante le proteste dell’Onda Verde – e sia nel 2017. Due anni fa, infatti, il regime ha congelato i beni di 152 collaboratori presenti e passati della BBC Persian e aperto contro di loro un procedimento giudiziario accusandoli di “cospirazione contro la sicurezza nazionale”.

Ricordiamo infine che la Repubblica Islamica e’ al 170° posto – su 180 – nella classifica del World Press Freedom Index, pubblicata annualmente da Reporters Senza Frontiere, organizzazione non governativa di base a Parigi. Secondo RSF, almeno 860 giornalisti  sono stati imprigionati o condannati a morte dal 1979 ad oggi in Iran.

Riportiamo qui di seguito, brevemente, i nomi degli avvocati iraniani difensori dei diritti civili e umani, che sono attualmente detenuti nelle carceri iraniane, condannati a decine di anni di carcere e a punizioni brutali e medievali, quali le frustate. Questo articolo e’ parte di una serie di articoli che pubblicheremo prossimamente, relativamente ai crimini contro coloro che provano a far valere le ragioni dello Stato di Diritto in Iran.

In questo articolo presentiamo i primi quattro avvocati: Amir Salar Davoodi, Nasrin Sotoudeh, Mohammad Najafi e Farhad Mohammadi.

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1- Amir Salar Davoodi: condannato il 1 giugno 2019 a 30 anni di carcere e 111 frustate. Per lui l’accusa e’ quella di aver creato un canale su Telegram, aver insultato il regime e aver fatto propaganda contro lo Stato. La sua reale colpa e’ quella di aver concesso interviste al canale televisivo VOA, Voice of American, relativamente al suo lavoro di difensore di diversi detenuti politici;

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2- Nasrin Sotoudeh: caso notissimo nel mondo, Nasrin e’ stata arrestata il 13 giugno del 2018 nella sua abitazione. Condannata prima a 5 anni di carcere, e’ stata in seguito condannata anche a 33 anni di carcere e 148 frustate. Il che porta la sua pena totale a 38 anni di detenzione e 148 frustate (di questi 38 anni, Nasrin ne scontera’ sicuramente 12);

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3- Mohammad Najafi: condannato a 19 anni di carcere e 74 frustate. Anche lui accusato di insulto alla Guida Suprema, diffusione di false informazioni e propaganda contro lo Stato, per aver concesso interviste al canale VOA. Najafi e’ stato arrestato dopo che ha cominciato ad indagare sulla morte del detenuto Vahid Heydari, morto sotto custodia. Persino un parlamentare iraniano, Mahmoud Sadeghi, ha denunciato che le accuse contro Najafi sono pura fabbricazione;

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4- Farhad Mohammadi: arrestato il 2 gennaio 2019, Farhad e’ non solo un avvocato, ma anche un attivista per l’ambiente e il Segretario del Partito Nazionale di Unita’ del Kurdistan. Ad oggi, le ragioni del suo arresto sono ancora ignote

 

 

In Occidente il nome Sasy Mankan non dira’ molto a tante persone. In Iran e nella comunita’ persiana espatriata, Sasy invece e’ molto noto. Sasy infatti e’ un famosissimo cantante pop iraniano che, una decina di anni fa, ha abbandonato il Paese e si e’ rifugiato negli Stati Uniti, dopo aver sostenuto le proteste dell’Onda Verde e averne incontrato uno dei leader, Mehdi Karroubi (ancora agli arresti dominciliari…).

In questi giorni in Iran e’ scoppiata una vera e propria “dance challenge”, ovvero una gara di ballo tra giovani studentesse iraniane che, al ritmo della canzone “Gentleman” di Sasy Mankan, si sono fatte riprendere mentre ballano e cantano felicemente. Apriti cielo: questi video hanno causato la rabbia del regime e della fazione piu’ conservatrice dell’establishment iraniano.

La rabbia e’ stata cosi forte che, persino il Ministro dell’educazione Mohammad Bat’haei ha definito i video un vero e proprio complotto, che ha come fine quello di deviare e creare ansia nella societa’, diffondendo “video provocatori”. Il Vice Presidente del Parlamento iraniano, Ali Motahari ha chiesto la testa dei dirigenti scolastici che si sono permessi di far ascoltare musica pop alle studentesse, chiedendo ovviamente il loro immediato licenziamento…

Ricordiamo che in Iran e’ vietata la musica pop. I soli cantanti pop che possono sperare di superare la censura, sono quelli che diffondono temi di propaganda politica e religiosa. Ancora, come noto, nella Repbblica Islamica e’ severamente vietato alle ragazze di ballare e cantare in pubblico…

 

La repressione del regime iraniano non risparmia nessuno: cosi come colpisce senza pieta’ coloro che criticano il regime dall’opposizione, si scaglia senza problemi anche con i sostenitori della Repubblica Islamica, quando questi si azzardano a criticare la Guida Suprema.

E’ quello che e’ accaduto a Mojataba Dadashi, 23 anni, studente di scienze politiche della Hakim Sebzevari University di Sabzevar (nella provincia del Khorosan Razavi). Mojataba, il 4 febbraio 2019, aveva postato un video sul suo profilo Twitter e su Telegram, in cui criticava la Repubblica Islamica per essere “non islamica, per non essere un repubblica e per non essere rivoluzionaria”. Insomma, in poche parole, Mojataba accusava il regime di non compiere i suoi doveri secondo le normative della Velayat-e Faqih. Tra le altre cose, Mojataba aveva pubblicato questo video vestito con l’uniforme dei Basij…

Appena nove giorni dopo la pubblicazione del video – ora rimosso – Mojataba Dadashi e’ stato arrestato e successivamente condannato a 3 anni di carcere e 74 frustate, con l’accusa di “aver insultato la Guida Suprema e di propaganda contro lo Stato”. Per la cronaca il processo contro Dadashi e’ stato presieduto dal giudice Mohammad Gholami, il 16 marzo del 2019. Dadashi e’ stato portato davanti al giudice completamente rasato in testa e con i polsi e le caviglie ammanettate.

Per protestare contro una sentenza che lo studente iraniano ritiene ingiusta, il 3 aprile 2019 Dadashi ha pubblicato un altro video su Twitter (in basso), ricordando come lo stesso Khamenei, parlando a Mashhad il 21 marzo 2019, avesse sottolineato che chiunque era libero di parlare liberamente. Mojataba ha quindi invitato Khamenei e gli altri ufficiali del regime ad un pubblico dibattito, dicendo di non aver paura di essere frustato.

 

La popolazione iraniana e’ martoriata dalle conseguenze di una drammatica alluvione che ha colpito alcune regioni del Paese, in particolare l’area di Shiraz. Decine sono stati i morti (almeno 44) e le devastazioni, anche frutto del ritardo dei soccorsi.

Un ritardo dovuto anche dal fatto che, il budget pubblico destinato al Dipartimento che si occupa delle emergenze naturali, e’ 80 volte inferiore a quello che il Governo destina ai seminaristi allievi delle scuole religiose…

Nonostante il dramma, il regime non ha perso la sua passione di minacciare i suoi stessi cittadini. Il 27 marzo scorso, in una dichiarazione ufficiale, Ramin Pashaei – Vice Capo dell’Unita’ Cyber della Polizia, ha affermato che “tutte le unita’ della polizia sono state allertate di monitorare i social network e di prendere adeguate misure contro chi pubblica immagini e diffonde dicerie che disturbano l’opinione pubblica e la pace sociale”. Pashaei ha anche accusato coloro che hanno condiviso foto e video delle devastazioni sui social di aver un provocato un danno al Paese.

In altre parole, la polizia iraniana ha invitato i cittadini vittime del disastro naturale, ad auto-censurarsi. In caso contrario, secondo l’articolo 18 della Legge sui Crimini Online, questi stessi cittadini potranno essere perseguiti con l’accusa di “diffusione di menzogne” e condannati a decine di anni di galera.

Concludendo, la Repubblica Islamica si conferma per essere un Paese non solo incapace di garantire la sicurezza ai suoi stessi cittadini, ma anche pronto a reprimere senza remore le vittime stesse, quando queste si azzardano a raccontare la verita’…

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