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La storia che vi stiamo per raccontare e’ semplicemente folle. In Iran, un insegnante di arte e’ stato esiliato per un anno, per aver cantato – su richiesta degli studenti – una canzone popolare durante la sua lezione.

Secondo quanto riporta Iran Human Rights, il Dipartimento Educazione di Gilan ha ordinato al Maestro Aziz Ghasamzadeh di trasferirsi un anno da Roudbar ad Anzali. Un ordine d’esilio arrivato dopo la pubblicazione in Rete di un video che mostra il Maestro Ghasamzadeh, mentre canta ai suoi studenti una canzone popolare iraniana, una ballata intitolata “Chera Rafti” (Perché te ne vai), del cantante Homayoun Shajarian.

Nonostante non ci sia alcune regolamento che ufficialmente proibisce di cantare – esiste la proibizione per le donne, invece – il Dipartimento Educativo di Gilan ha considerato l’atto come una violazione delle norme religiose e ha scelto di punire il bravo Maestro.

Aziz Ghasamzadeh, oltre ad essere un insegnate di arte, e’ anche un musicista e un cantante in un gruppo che si chiama Sepehr. Come suddetto, la musica non e’ ufficialmente bandita nella Repubblica Islamica, ma i musicisti sono costantemente soggetti a restrizioni e pressioni da parte della frangia più estremista del regime, che intende applicare la Sharia rigorosamente. 

 

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Freedom House, la storica ONG che si occupa di monitorare lo stato delle libertà politiche e civili nel mondo, ha rilasciato il queste ore il rating del 2017. Il regime iraniano, purtroppo, si trova sempre più in basso, con soli 17 punti rispetto ad un massimo di 100. Ufficialmente, quindi, Freedom House classifica l’Iran come “Not Free”, ovvero un Paese senza libertà.

In poche parole, l’Iran è un “Paese oppressivo”, in cui la libertà di stampa e di circolazione in Rete, sono praticamente nulle. Bassissimo. quasi nullo, anche il livello delle libertà civili e politiche (in entrambi i casi, il punteggio è 6 su 7, ove 7 è il livello più basso…).

A breve Freedom House rilascierà il report completo relativo ai nuovi rating, con tutte le informazioni relative anche al regime iraniano. Nelle anticipazioni riportate sul sito, viene denunciato come nella Repubblica Islamica i fondamentalisti controllano le istituzioni principali, quali la magistratura e il Consiglio dei Guardiani. Proprio il controllo di queste istituzioni chiave, ha portato alla squalifica di numerosi candidati riformisti, anche nelle elezioni parlamentari dello scorso febbraio. Inoltre, sempre sul sito, vengono ricordati i numerosi abusi dei diritti umani e lo straziante caso dell’attivista Narges Mohammadi, condannata a 16 anni di carcere per la sua campagna contro la pena di morte in Iran (Freedom House).

Chiunque accetta di legarsi al regime iraniano senza precondizioni deve sapere perciò che, cosi facendo, favorisce e si rende complice attivo di un regime che opprime il suo popolo e ne abusa quotidianamente!

Un incontro del 2015 della Freedom House sui Diritti Umani in Iran

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I fratelli Mehdi e Hossein Rajabian, mentre si consegnano alle autorità iraniane nel giugno 2016

I dottori dell’ospedale Imam Khomeini sono stati chiari: il musicista iraniano Mehdi Rajabian, imprigionato ad Evin per ragioni politiche, soffre di sclerosi multipla (Hrana). L’ospedalizzazione di Mehdi è avvenuta a fine dicembre dello scorso anno, quando il giovane detenuto ha accusato forti mal di testa, estrema debolezza fisica. Considerando i suoi gravi precedenti problemi di salute, era già stato ricoverato ad inizio dicembre 2016, Teheran ha deciso procedere al nuovo ricovero (No Pasdaran). Purtroppo, a dispetto dei problemi che avevano causato il primo ricovero e di uno sciopero della fame durato un mese, il regime decise di riportare in carcere Mehdi Rajabian.

Ricordiamo che Mehdi Rajabian, con il fratello Hossein e un loro partner d’affari Yousef Emadi, sono stati arrestati nel 2013, per aver creato una etichetta musicale underground (la BargMusic). I tre sono stati accusati di diffondere “corruzione in terra” e condannati nel 2015 a sei anni di carcere. La loro detenzione è cominciata nel giugno del 2016.

Per la cronaca, la condanna di Mehdi, Hossein e Yousef, è stata emessa dal giudice Mohammad Moghisseh, in soli 15 minuti di processo. I tre, prima di essere condannati, sono stati soggetti a durissime pressioni, per rilasciare una confessione forzata di colpevolezza davanti alle telecamere della TV di Stato IRIB. Per la loro liberazione, Amnesty International ha avviato una importante campagna, che vi invitiamo a sostenere.

 

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Nonostante le precarie condizioni di salute, torna in carcere il musicista iraniano Mehdi Rajabian, 27 anni, condannato a tre anni di carcere insieme al fratello Hossein, per aver “diffuso la corruzione in terra” (Iran Human Rights). I due, insieme al loro partner  Yousef Emadi, avevano lanciato una etichetta underground – la BargMusic – che non solo permetteva anche alle donne di cantare, ma promuoeva anche film indipendenti di natura sociale. Esemplare, in tal senso, il film girato da Hossein Rajabian, sul diritto della donna al divorzio (si veda il trailer in basso).

Mehdi e Hossein Rajabian, sono stati arrestati nel 2013 e, come suddetto, condannati a sei anni nel 2015. Rinchiusi ad Evin dal giugno del 2016, i due hanno dichiarato lo sciopero della fame, in protesta contro il loro arresto e per le pessime condizioni di detenzione a cui erano sottoposti.

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Dopo aver perso diversi chili, il regime è stato costretto a liberare su cauzione Mehdi Rajabian, accettando di trasferirlo in ospedale all’inizio di dicembre (The Guardian). Purtroppo, però, la pietà del regime è durata poco e niente: in queste ore, infatti, si apprende che Teheran ha deciso di riportare in carcere Mehdi, a dispetto del rischio di vederlo crollare definitivamente (Washington Post).

Per la cronaca, la condanna di Mehdi, Hossein e Yousef, è stata emessa dal giudice Mohammad Moghisseh, in soli 15 minuti di processo. I tre, prima di essere condannati, sono stati soggetti a durissime pressioni, per rilasciare una confessione forzata di colpevolezza davanti alle telecamere della TV di Stato IRIB. Per la loro liberazione, Amnesty International ha avviato una importante campagna, che vi invitiamo a sostenere.

 

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Il due ottobre scorso, una importante delegazione tedesca è giunta in Iran. La delegazione era guidata dal Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel e con lui c’erano ben 120 imprenditori (tra loro i rappresentanti di importanti compagnie come la Siemens, la SMS metallurgy group, la Keller HCW e la Mitsubishi Germania). Teoricamente, per Teheran, si doveva trattare di un enorme successo, sia in termini di visibilità che di accordi, considerano che Gabriel aveva firmato con il suo omologo iraniano Ali Tayyebnia ben 10 accordi preliminari, tra cui un accordo fondamentale tra la Banca Federale tedesca e la Banca Centrale iraniana. Un patto necessario per Teheran, soprattutto perchè quasi nessuna banca al mondo vuole – ancora oggi – lavorare con la Repubblica Islamica.

Qualcosa però è andato drammaticamente storto e questo qualcosa dimostra quanto, nella testa del regime iraniano, il fanatismo ideologico superi qualsiasi tipo di pragmatismo politico. Al contrario degli altri politici Occidentali giunti a Teheran, il Ministro dell’Economia tedesco Gabriel si è azzardato a fare due cose che non avrebbe dovuto neanche immaginiare: parlando al Der Spiegel, il rappresentante di Berlino ha pubblicamente invitato il regime ad attuare riforme e ha posto il riconoscimento diplomatico di Israele da parte dell’Iran, come precondizione per i nuovi rapporti tra Berlino e Teheran (EA World View).

Apriti cielo: una volta diffuse dai media iraniani le parole di Gabriel, il regime si è immediatamente chiuso a riccio. Il Ministro degli Esteri Zarif e lo speaker del Parlamento Larijani hanno entrambi cancellato il loro incontro con Sigmar Gabriel. Il capo della Magistratura iraniana, Sadeq Amoli Larijani – fratello di Javan Larijani, recentemente passato per Roma… – ha pubblicamente detto che l’Iran avrebbe dovuto negare l’ingresso a Gabriel. Chi ha incontrato il Ministro tedesco, come il portavoce del Governo iraniano Mohammad Bagher Nobakht, ha dovuto tutelarsi inventando che Gabriel gli avrebbe privatamente detto che le sue parole erano state “traviate” dal Der Spiegel (Tasnim News, Mehr News, Fars News, Mehr News).

Purtroppo per Teheran, c’è ben poco da inventare per il regime iraniano: nell’intervista del 30 settembre scorso, infatti, il Ministro Gabriel dice esplicitamente che “Ein normales, freundschaftliches Verhältnis zu Deutschland wird erst dann möglich sein, wenn Iran das Existenzrecht Israels akzeptiert“, ovvero che ogni relazione amichevole tra la Germania e l’Iran passa necessariamente per il riconoscimento (da parte di Teheran), del diritto di Israele ad esistere (Der Spiegel). Tra le altre cose, una precondizione già dichiarata esplicitamente dalla Cancelliera Angela Merkel nel febbraio del 2016 (Indipendent).

Quanto successo al Ministro tedesco, rappresenta l’ennesima dimostrazione che la sola modalità in cui i rappresentanti di Teheran sanno trattare con il mondo, è quella che non prevede alcun tipo di critica. D’altronde, recentemente proprio l’Italia ha sperimentato sulla sua pelle quanto suddetto: le critiche sull’uso della pena di morte espresse da Gentiloni al Segretario del Consiglio per i Diritti Umani iraniano, Javan Larijani durante la sua visita in Italia, sono state totalmente censurate dai media iraniani (No Pasdaran).

Purtroppo, la Farnesina non ha in alcun modo reagito a questa ignobile censura, dimostrando solamente la debolezza della sua diplomazia.

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La coraggiosa attivista iraniana Narges Mohammadi ha presenziato ieri alla nuova udienza contro di lei e ha deciso di presentare appello contro la condanna a 16 anni di detenzione inflittale dal regime (Iran Human Rights). Questa durissima condanna le è stata inflitta dai Mullah per aver creato una organizzazione che si batte contro la pena di morte – si chiama “Step by Step to Stop the Death Penalty” – e per aver “minacciato la sicurezza nazionale” e diffuso “propaganda contro il regime”, prendendo parte a manifestazioni in favore dei diritti umani e per la liberazione dei detenuti politici. Tra le imputazioni contro Narges, anche quella di aver incontrato la predecessora di Federica Mogherini, Lady Ashton, durante un suo viaggio a Teheran nel 2014.

Purtroppo il regime iraniano sta punendo in maniera durissima Narges. Non lo sta facendo solamente per mezzo della lunga condanna al carcere, ma colpendola anche come madre di due piccoli bambini. Da quando è stata nuovamente incarcerata, ovvero dal Maggio del 2015, il regime sta negando – quasi totalmente – alla Mohammadi ogni contatto con i suoi figli. Per questa ragione, Narges Mohammadi ha anche scritto una lettera aperta al Capo della Magistratura iraniana Sadegh Larijani, rivendicando i suoi diritti di detenuta e soprattutto di madre. Alla lettera , neanche a dirlo, Narges non ha avuto alcuna risposta (Freedom Messenger).

Il caso di Narges Mohammadi, rappresenta probabilmente uno dei più grandi fallimenti dell’Occidente verso il popolo iraniano, particolarmente dopo la firma dell’accordo nucleare. Non solo Narges non è stata tutelata, nonostante le sue coraggiose battaglie per la democrazia in Iran. Peggio, Narges è stata totalmente abbandonata anche dopo la sua condanna e la stessa Federica Mogherini, nonostante le pressioni e le lettere aperte, non ha mai trovato un momento per chiedere pubblicamente a Teheran di rilasciare l’attivista iraniana.

Nel frattempo, in Italia è arrivato Mohammad Javad Larijani, fratello del capo della magistratura iraniana Sadegh Larijani, a cui finalmente il Ministro Gentiloni, ha fatto presente – flebilmente – la contrarietà italiana all’uso della pena di morte nella Repubblica Islamica. Una critica che i media iraniani hanno semplicemente cancellato o totalmente ignorato la critica, riportando solamente la volontà dell’Italia di guardare all’Iran come “esempio nella lotta al terrorismo”. Nonostante la denuncia della censura imposta da Teheran sulle parole di Paolo Gentiloni, la Farnesina non ha mimimanente pensato di protestare ufficialmente nei confronti della Repubblica Islamica…

Vi invitiamo a sostenere la campagna di “PEN  International” per chiedere l’immediata scarcerazione di Narges Mohammadi e promuovendo l’hashtag #FreeNarges

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Il 14 settembre scorso, apriti cielo, un rappresentante del Governo italiano ha finalmente azzardato una critica la regime iraniano. Durante l’incontro tra Paolo Gentiloni e il rappresentante di Teheran Mohammad Javad Larijani, Segretario del Consiglio per i Diritti Umani (sic), il Ministro degli Esteri italiano ha, citiamo testualmente in inglese, “reaffirmed that Italy is against the death penalty and recalled the international campaign which has been going on for years now asking for a moratorium”. Ovvero ha ribadito la contrarietà italiana all’uso della pena di morte e il sostegno alla Moratoria Internazionale contro la pena capitale. Putroppo, neanche a dirlo, la questione della pena di morte non è stata posta come una delle precondizioni nelle nuove relazioni con Teheran, ma va comunque rilevato che meglio poco che nulla (Comunicato dagli Esteri).

Peccato che, le parole del Ministro italiano, sono state completamente cancellate dalla stampa iraniana. Facendo un breve giro sulle pagine in lingua inglese delle agenize di stampa della Repubblica Islamica, si può facilmente vedere come il contenuto dell’incontro Gentiloni – Larijani, sia stato riportato solamente parzialmente o addirittura totalmente dimenticato. Chi ha omesso in maniera radicale di riportare la notizia dell’incontro. sono state agenzie di stampa quali la Fars News, vicina ai Pasdaran, e la Tasnim News, anche questa legata alle Guardie Rivoluzionarie. Tasnim News, però, non scorda di riportare l’incontro tra il Presidente del Senato Grasso e Larijani, ove evidentemente non sono emerse (almeno pubblicamente) critiche al regime .

L’incontro tra Gentiloni e Larijani, al contrario, viene riportato da quattro agenzie d’informazione iraniane, Mehr News, Press TV, Irna e Pars Today. In tutti i casi, vi invitiamo a leggere voi stessi, non viene proferito verbo sulle parole di Gentiloni contro l’uso della pena di morte nella Repubblica Islamica. Ci si limita a riportare quello che fa comodo, dando una immagine dell’Iran come partner (e modello) per l’Italia nella lotta al terrorismo e al narcotraffico (ci sarebbe da ridere…).

D’altronde, come non ricordare che il Larijani che è arrivato a Roma, è lo stesso che poco prima di partire per l’Italia ha affermato che “le Nazioni Unite e l’Occidente dovrebbero ringraziare l’Iran per le condanne a morte che segue” (Freedom Messenger). Non serve aggiungere alcun commento…