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Ok, lo sappiamo ovviamente. Alla domanda del titolo ci sono diverse risposte positive: la prima riguarda la natura stessa di Isis, movimento che trova la sua base proprio sull’ideologia fondante dell’Arabia Saudita, ma che rappresenta una minaccia stessa all’esistenza di Riyadh. Non dissimile dal ragionamento che venne applicato sul rapporto tra al-Qaeda e Arabia Saudita. Con la ‘piccola’ differenza che, questa volta, il ‘figlio e competitor’ dei sauiditi ha anche una base territoriale. Ancora, un’altra risposta positiva potrebbe essere questa: i sauditi vorrebbero eliminare Isis per la sua brutalità, ma su questo entriamo in un campo di discussione pericoloso, sul quale e’ meglio non addentrarsi. Basti dire che, come noto, diverse follie ideologiche che Isis compie, trovano esatti corrispettivi alti Paesi, Arabia Saudita e Iran in testa.

La domanda provocatoria “ma perché l’Arabia Saudita dovrebbe voler eliminare Isis?”, e’ pero’ riferita in questo caso ad un ragionamento (geo)politico. Non solo: nominando l’Arabia Saudita, si intende molto generalmente anche parlare dell’intero spettro dei Paesi sunniti del Medioriente. Paesi tra loro estremamente diversi, ma con un punto che elimina ogni diversità ideologica, politica e religiosa: l’avversione verso la Repubblica Islamica dell’Iran.

Ora: Isis non e’ un prodotto impazzito della storia contemporanea. Che i suoi milizia siano dei pazzi, criminali e drogati, questo e’ ovvio. Ma la nascita di Isis, il suo sviluppo e la sua capacita’ di giungere sino a dove e’ arrivato, non sono ne casuali e ne alieni alla storia. Come abbiamo sempre evidenziato – sempre – dopo la morte di al Zarqawi (2006) e dei suoi due successori – Abu Ayyub al-Masri e Abu Omar al Baghdadi (2010) – quello che oggi e’ lo Stato Islamico era un movimento in piena ritirata. Cosa ha permesso all’allora AQI (al Qaeda in Iraq) di sopravvivere, trasformarsi e divenire quello che conosciamo oggi, ovvero Isis? Semplice: il vuoto di potere e la politica anti-sunnita impressa dai puppet dell’Iran in Medioriente!

Il vuoto di potere e il caos derivato dall’inizio della guerra in Siria, ha permesso al nuovo leader di AQI, Abu Bakr al Baghdadi, di infiltrarsi nel territorio siriano, trovare alleanze locali, combattere prima sotto la bandiera di Jabat al Nusra, per poi sganciarsi e rientrare in Iraq. Qui, come noto, la storia racconta che Isis e’ riuscito a prendere Musul e dichiarare la nascita del Califfato il 29 giugno del 2014. 

Purtroppo per D’Alema & Co., pero’, se Isis e’ riuscito a fare tutto questo, e’ perché in Siria ha trovato il terreno fertile di un regime ormai fallito, salvato unicamente dalle repressioni violente delle proteste pacifiche della popolazione. Repressioni permesse dall’ingresso dell’Iran e di Hezbollah nel conflitto, a protezione del regime del puppet Bashar al Assad.

In Iraq invece, dall’arrivo di al-Maliki al potere e particolarmente dal ritiro americano nel 2011, il Governo di Baghdad ha completamente abbandonato i Sunniti. Tribu’ che in quel periodo si erano impegnate direttamente a sconfiggere al-Qaeda, per mezzo dei Comitati del Risveglio. Non solo al-Maliki ha cancellato questo Comitati, ma ha anche represso le manifestazioni di protesta della popolazione sunnita irachena (esemplare il massacro di Hawaija nell’aprile del 2013). Ecco allora, da qui la seguente domanda: a chi obbediva al-Maliki? Ancora una volta la risposta e’ sempre la solita: al regime iraniano e ai Pasdaran, a cui l’ex Premier iracheno ha praticamente appaltato meta’ del Paese.

Mentre tutto questo accadeva cosa faceva l’Occidente? Altra risposta semplice: decideva di abbandonare i suoi alleati storici nella regione (in primis Mubarak), per legarsi a doppie mani non con leader veramente democratici, ma con un regime spietato come quello iraniano, considerato un nemico da quasi tutti i Paesi della regione. Questo appeasement non e’ andato avanti solo a parole, ma anche con fatti.

L’Occidente ha riconosciuto il programma nucleare iraniano. Un programma nato clandestinamente, a dispetto del fatto che l’Iran e’ stato da sempre parte del Trattato di Non Proliferazione Nucleare. L’Occidente ha chiuso gli occhi davanti agli abusi dei diritti umani da parte dell’Iran – primo fra tutti le 2000 condanne a morte eseguite sotto Rouhani – e davanti alle ripetute violazioni dell’accordo nucleare, compiute da Teheran negli ultimi mesi.

Dulcis in fundo: gli stessi Stati Uniti hanno deciso di chiudere gli occhi davanti all’umiliazione dei 10 Marines USA, fermati dai Pasdaran qualche giorno fa. Nonostante i Marines siano stati mostrati in pubblico come trofei da guerra e costretti a rilasciare assurde interviste sulla “bonta’ degli iraniani”, l’Occidente tutto e’ rimasto in pieno silenzio, dando ai sauditi – e a tutti i sunniti – l’ennesima conferma che l’accordo con gli iraniani rappresenta uno stravolgimento della geopolitica tradizionale del Mediorente.

Ergo, sicuramente provocatoriamente, la domanda e’: ma perché i sauditi dovrebbero voler eliminare Isis?

 

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Ecco, questo articolo potrebbe aprirsi cosi: “Caro Occidente, se almeno non vuoi dare retta alla logica, ascolta la voce dei tuoi alleati curdi”. Perché, sommariamente, di questo si tratta. Non c’e’ miglior risposta a chi propone una alleanza con l’Iran per sconfiggere Isis, di questa denuncia che arriva direttamente dai Curdi, ovvero da una delle forze scelte dall’Occidente per sconfiggere il Califfato.

Secondo quanto denunciando le forze curde, infatti, l’Iran ha avviato una massiccia campagna di reclutamento di jihadisti sciiti da inserire nella sua proxy milizia irachena Hashd al-Shaabi.  Una campagna che avrebbe portato oltre 5000 nuovi miliziani all’interno di questa organizzazione. Tra loro, denunciano dal Kurdistan, ci sono quasi 2000 curdi sciiti. Secondo Erbil, quindi, lo scopo di questa campagna di reclutamento non e’ tanto la lotta contro il Califfato, ma quella contro le forze sunnite curde dei Peshmerga (AINA).

“Hashd al-Shaabi” – anche nota come Forza di Mobilitazione Popolare – rappresenta un ombrello di organizzazioni sciite, creata in seguito ad una fawta emanata dall’Ayatollah al Sistani nel 2014. Nonostante l’obiettivo di al-Sistani fosse quello di creare una forza non settaria, per combattere il Califfato, il regime iraniano ha presto agito per prendere il controllo dell’organizzazione. Basta un breve sguardo alle milizie che compongono Hashd al-Shaabi, per capire che, i comandanti dell’organizzazione rispondono direttamente a Qassem Soleimani, Comandante della Forza Quds (Orsam). Non solo: e’ da tempo noto che l’Iran non gradisce il Governo di Barzani nel Kurdistan iracheno, considerato troppo indipendente. Quindi, a dispetto di diverse collaborazioni, Teheran ha da tempo messo in moto azioni politiche e militari per provocare una rivolta nel Kurdistan iracheno (No Pasdaran, No Pasdaran).

Scontri tra i Peshmerga e le unita’ della Forza di Mobilitazione Popolare sono già avvenuti. L’ultimo di questi scontri e’ accaduto lo scorso 12 Novembre, presso il checkpoint di Tuz Khurmatu, la principale autostrada tra Baghdad e Kirkuk. Lo scontro, durato tre giorni, ha provocato 21 feriti. Una rivalità che si aggiunge a quella già da tempo in corso tra i Curdi e i miliziani sciiti dell’Organizzazione Badr, anche loro al servizio dell’Iran (l’Organizzazione Badr e’ la formazione più importante della Forza di Mobilitazione Popolare).

Nel giugno scorso, Amnesty International ha pubblicamente denunciato Hashd al-Shaabi, accusandola di essere solamente l’ennesima milizia settaria e di portare avanti vere e proprie azioni di pulizia etnica verso i sunniti (East Online). Purtroppo, l’Occidente sta attivamente sostenendo questa milizia, non rendendosi conto che lo stesso Primo Ministro iracheno al-Abadi – ormai avverso a Teheran – ne ha praticamente perso il controllo. Aumentare il potere della Forza di Mobilitazione Popolare, quindi, significa solamente aumentare il potere dell’Iran in Iraq e amplificare lo scontro settario in Medioriente.

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