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Ok, lo sappiamo ovviamente. Alla domanda del titolo ci sono diverse risposte positive: la prima riguarda la natura stessa di Isis, movimento che trova la sua base proprio sull’ideologia fondante dell’Arabia Saudita, ma che rappresenta una minaccia stessa all’esistenza di Riyadh. Non dissimile dal ragionamento che venne applicato sul rapporto tra al-Qaeda e Arabia Saudita. Con la ‘piccola’ differenza che, questa volta, il ‘figlio e competitor’ dei sauiditi ha anche una base territoriale. Ancora, un’altra risposta positiva potrebbe essere questa: i sauditi vorrebbero eliminare Isis per la sua brutalità, ma su questo entriamo in un campo di discussione pericoloso, sul quale e’ meglio non addentrarsi. Basti dire che, come noto, diverse follie ideologiche che Isis compie, trovano esatti corrispettivi alti Paesi, Arabia Saudita e Iran in testa.

La domanda provocatoria “ma perché l’Arabia Saudita dovrebbe voler eliminare Isis?”, e’ pero’ riferita in questo caso ad un ragionamento (geo)politico. Non solo: nominando l’Arabia Saudita, si intende molto generalmente anche parlare dell’intero spettro dei Paesi sunniti del Medioriente. Paesi tra loro estremamente diversi, ma con un punto che elimina ogni diversità ideologica, politica e religiosa: l’avversione verso la Repubblica Islamica dell’Iran.

Ora: Isis non e’ un prodotto impazzito della storia contemporanea. Che i suoi milizia siano dei pazzi, criminali e drogati, questo e’ ovvio. Ma la nascita di Isis, il suo sviluppo e la sua capacita’ di giungere sino a dove e’ arrivato, non sono ne casuali e ne alieni alla storia. Come abbiamo sempre evidenziato – sempre – dopo la morte di al Zarqawi (2006) e dei suoi due successori – Abu Ayyub al-Masri e Abu Omar al Baghdadi (2010) – quello che oggi e’ lo Stato Islamico era un movimento in piena ritirata. Cosa ha permesso all’allora AQI (al Qaeda in Iraq) di sopravvivere, trasformarsi e divenire quello che conosciamo oggi, ovvero Isis? Semplice: il vuoto di potere e la politica anti-sunnita impressa dai puppet dell’Iran in Medioriente!

Il vuoto di potere e il caos derivato dall’inizio della guerra in Siria, ha permesso al nuovo leader di AQI, Abu Bakr al Baghdadi, di infiltrarsi nel territorio siriano, trovare alleanze locali, combattere prima sotto la bandiera di Jabat al Nusra, per poi sganciarsi e rientrare in Iraq. Qui, come noto, la storia racconta che Isis e’ riuscito a prendere Musul e dichiarare la nascita del Califfato il 29 giugno del 2014. 

Purtroppo per D’Alema & Co., pero’, se Isis e’ riuscito a fare tutto questo, e’ perché in Siria ha trovato il terreno fertile di un regime ormai fallito, salvato unicamente dalle repressioni violente delle proteste pacifiche della popolazione. Repressioni permesse dall’ingresso dell’Iran e di Hezbollah nel conflitto, a protezione del regime del puppet Bashar al Assad.

In Iraq invece, dall’arrivo di al-Maliki al potere e particolarmente dal ritiro americano nel 2011, il Governo di Baghdad ha completamente abbandonato i Sunniti. Tribu’ che in quel periodo si erano impegnate direttamente a sconfiggere al-Qaeda, per mezzo dei Comitati del Risveglio. Non solo al-Maliki ha cancellato questo Comitati, ma ha anche represso le manifestazioni di protesta della popolazione sunnita irachena (esemplare il massacro di Hawaija nell’aprile del 2013). Ecco allora, da qui la seguente domanda: a chi obbediva al-Maliki? Ancora una volta la risposta e’ sempre la solita: al regime iraniano e ai Pasdaran, a cui l’ex Premier iracheno ha praticamente appaltato meta’ del Paese.

Mentre tutto questo accadeva cosa faceva l’Occidente? Altra risposta semplice: decideva di abbandonare i suoi alleati storici nella regione (in primis Mubarak), per legarsi a doppie mani non con leader veramente democratici, ma con un regime spietato come quello iraniano, considerato un nemico da quasi tutti i Paesi della regione. Questo appeasement non e’ andato avanti solo a parole, ma anche con fatti.

L’Occidente ha riconosciuto il programma nucleare iraniano. Un programma nato clandestinamente, a dispetto del fatto che l’Iran e’ stato da sempre parte del Trattato di Non Proliferazione Nucleare. L’Occidente ha chiuso gli occhi davanti agli abusi dei diritti umani da parte dell’Iran – primo fra tutti le 2000 condanne a morte eseguite sotto Rouhani – e davanti alle ripetute violazioni dell’accordo nucleare, compiute da Teheran negli ultimi mesi.

Dulcis in fundo: gli stessi Stati Uniti hanno deciso di chiudere gli occhi davanti all’umiliazione dei 10 Marines USA, fermati dai Pasdaran qualche giorno fa. Nonostante i Marines siano stati mostrati in pubblico come trofei da guerra e costretti a rilasciare assurde interviste sulla “bonta’ degli iraniani”, l’Occidente tutto e’ rimasto in pieno silenzio, dando ai sauditi – e a tutti i sunniti – l’ennesima conferma che l’accordo con gli iraniani rappresenta uno stravolgimento della geopolitica tradizionale del Mediorente.

Ergo, sicuramente provocatoriamente, la domanda e’: ma perché i sauditi dovrebbero voler eliminare Isis?

 

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Ecco, questo articolo potrebbe aprirsi cosi: “Caro Occidente, se almeno non vuoi dare retta alla logica, ascolta la voce dei tuoi alleati curdi”. Perché, sommariamente, di questo si tratta. Non c’e’ miglior risposta a chi propone una alleanza con l’Iran per sconfiggere Isis, di questa denuncia che arriva direttamente dai Curdi, ovvero da una delle forze scelte dall’Occidente per sconfiggere il Califfato.

Secondo quanto denunciando le forze curde, infatti, l’Iran ha avviato una massiccia campagna di reclutamento di jihadisti sciiti da inserire nella sua proxy milizia irachena Hashd al-Shaabi.  Una campagna che avrebbe portato oltre 5000 nuovi miliziani all’interno di questa organizzazione. Tra loro, denunciano dal Kurdistan, ci sono quasi 2000 curdi sciiti. Secondo Erbil, quindi, lo scopo di questa campagna di reclutamento non e’ tanto la lotta contro il Califfato, ma quella contro le forze sunnite curde dei Peshmerga (AINA).

“Hashd al-Shaabi” – anche nota come Forza di Mobilitazione Popolare – rappresenta un ombrello di organizzazioni sciite, creata in seguito ad una fawta emanata dall’Ayatollah al Sistani nel 2014. Nonostante l’obiettivo di al-Sistani fosse quello di creare una forza non settaria, per combattere il Califfato, il regime iraniano ha presto agito per prendere il controllo dell’organizzazione. Basta un breve sguardo alle milizie che compongono Hashd al-Shaabi, per capire che, i comandanti dell’organizzazione rispondono direttamente a Qassem Soleimani, Comandante della Forza Quds (Orsam). Non solo: e’ da tempo noto che l’Iran non gradisce il Governo di Barzani nel Kurdistan iracheno, considerato troppo indipendente. Quindi, a dispetto di diverse collaborazioni, Teheran ha da tempo messo in moto azioni politiche e militari per provocare una rivolta nel Kurdistan iracheno (No Pasdaran, No Pasdaran).

Scontri tra i Peshmerga e le unita’ della Forza di Mobilitazione Popolare sono già avvenuti. L’ultimo di questi scontri e’ accaduto lo scorso 12 Novembre, presso il checkpoint di Tuz Khurmatu, la principale autostrada tra Baghdad e Kirkuk. Lo scontro, durato tre giorni, ha provocato 21 feriti. Una rivalità che si aggiunge a quella già da tempo in corso tra i Curdi e i miliziani sciiti dell’Organizzazione Badr, anche loro al servizio dell’Iran (l’Organizzazione Badr e’ la formazione più importante della Forza di Mobilitazione Popolare).

Nel giugno scorso, Amnesty International ha pubblicamente denunciato Hashd al-Shaabi, accusandola di essere solamente l’ennesima milizia settaria e di portare avanti vere e proprie azioni di pulizia etnica verso i sunniti (East Online). Purtroppo, l’Occidente sta attivamente sostenendo questa milizia, non rendendosi conto che lo stesso Primo Ministro iracheno al-Abadi – ormai avverso a Teheran – ne ha praticamente perso il controllo. Aumentare il potere della Forza di Mobilitazione Popolare, quindi, significa solamente aumentare il potere dell’Iran in Iraq e amplificare lo scontro settario in Medioriente.

[youtube:https://youtu.be/y1c6omFxDlY%5D

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L’Occidente e’ abituato ad una lettura unilaterale della storia. Questo vale per le conquiste positive – non tutte infatti vengono dall’Occidente – ma anche per gli errori negativi – non tutti vengono dall’Occidente. L’Occidente, quindi, e’ abituato anche a pensare la geopolitica intorno a se stesso, guardando alle regioni del mondo confinanti come parte di questa unilateralità. La questione della strategia da applicare contro il Califfato, ne e’ un esempio lampante. 

In questi giorni, infatti, l’Occidente non e’ solo preso a cercare una strada per sconfiggere Daesh con i propri mezzi, ma discute anche di come farlo con gli alleati regionali. Il tutto, senza veramente aver compreso l’altra parte della geopolitica, ovvero quella che riguarda gli interessi dei potenziali “alleati”. Ecco allora che, in questo contesto, in tanti propongono di creare una special relationship soprattutto con l’Iran e le forze sciite (Khomeiniste) in Medioriente, evitando di farsi una domanda centrale: ma l’Iran vuole davvero sconfiggere il Califfato? 

Beh, apparentemente la risposta sarebbe positiva. Il vicino Stato Islamico di al-Baghdadi, infatti, non solo e’ sunnita, ma e’ anche di tradizione Hanbalita, Salafita e jihadista. Ergo, i primi nemici del Califfato sono proprio gli sciiti, in particolare gli sciiti legati alla Repubblica Islamica dell’Iran, vista come un male assoluto. Per questo, dicono analisti e esponenti politici alla D’Alema, l’Iran ha inviato mezzi e Pasdaran per combattere Isis, rappresentando sul terreno una forza che l’Occidente deve sostenere.

Premessa: una tesi simile, apparentemente basata sul realismo, e’ di per se una strategia perdente. Come sottolineato da sempre, pensare di sostenere il jihadismo sciita contro quello sunnita, non farà che aumentare il conflitto settario all’interno della regione Mediorientale, garantendo la nascita di una nuova spirale di violenza e odio nel futuro remoto. Non solo: anche chi propende per una nuova demarcazione di parte dei confini mediorientali fondata sulle divisioni etniche e religione, dovrebbe ricordarsi che in questa parte del mondo non e’ ancora lontanamente giunto quel processo di “laicizzazione” della politica iniziato nel Vecchio Continente con il “Date a Cesare quel che e’ di Cesare” e con il “cuius regio, eius religio“.

Torniamo alla domanda precedente: ma l’Iran vuole davvero sconfiggere il Califfato? Ne siamo davvero certi? Beh, per dare una risposta a questa domanda, proviamo a farlo ripercorrendo alcune fasi storiche centrali e il loro significato sugli interessi del regime iraniano.

Partiamo da un nome: Nuri al Maliki. Ex Primo Ministro iracheno, al-Maliki era in carica quando gli Stati Uniti decisero il ritiro delle truppe dall’Iraq (ritiro definitivo nel dicembre 2011). Lo stesso momento in cui, per mezzo di una strategia impressa dall’allora Generale Petraus, gli Usa cercavano di recuperare il sostegno delle tribù sunnite irachene e riportarle ad essere parte del gioco politico di Baghdad. Fu al-Maliki, a terminare il sostegno alle tribù sunnite irachene e ai cosiddette “Comitati del Risveglio”, creati appositamente per combattere le forze salafite presenti in Iraq, quelle da cui e’ originato Isil (Che cos’e’ l’Isis?). Perché? La risposta e’ semplice: al-Maliki volle approfondire lo scontro settario all’interno dell’Iraq – non solo con i sunniti ma anche con i curdi – per aumentare il suo potere. Lo fece nonostante la sua alleanza formale con gli Usa e appoggiandosi totalmente all’Iran. Fu il regime iraniano, infatti, a sostenere maggiormente il Governo al-Maliki, non solo politicamente, ma anche militarmente, rafforzando la presenza nel Paese di milizie sciite al servizio dei Pasdaran, quali l’Organizzazione Badr e Khata’ib Hezbollah. Senza capire questo passaggio, senza comprendere il peso di questa decisione, non e’ possibile comprendere l’evoluzione di Isis e la sua presa del potere a Musul, avvenuta praticamente quasi senza combattere. Quale interesse geopolitico per l’Iran? Il regime iraniano, geograficamente parlando, ha una sola via naturale di espansione territoriale: quella nel pianeggiante Iraq sciita, per anni religiosamente controllato dall’Ayatollah al Sistani, da sempre contrario al Khomeinismo. Grazie ad al-Maliki e al vuoto di potere creatosi, l’Iran e’ riuscito ad infiltrare radicalmente questa area – sia militarmente che religiosamente – con lo scopo di cambiare la natura dello sciismo locale, una volta venuto a mancare il ‘competitor’ al Sistani.

Ora un secondo nome: Bashar al Assad. Il regime di Assad, dopo il 2003, ha favorito l’ascesa del jihadismo sunnita in Iraq in funzione anti-americana. Lo ha fatto esattamente come l’Iran: lasciando a disposizione il proprio territorio per il libero passaggio di milizie salafite legate ad al-Zarqawi, in quel momento naturale alleato contro l’Occidente. In seguito, centinaia di questi jihadisti sunniti – non più utili dopo il ritiro USA – sono finiti nelle carceri siriane. Dall’Ottobre 2011, quindi, il regime iraniano e Assad, hanno scientificamente avviato una campagna di delegittimazione dell’opposizione siriana. Lo hanno fatto, ovviamente, liberando dalle prigioni siriane i peggiori jihadisti sunniti e lasciandoli liberi di unirsi a quello che poi sarebbe diventato il Califfato. Quando Isis ha conquistato Raqqa, quindi, Assad e i Pasdaran iraniani, si sono ben guardati dall’attaccare quella città. Al contrario, hanno avviato una indiretta collaborazione con il Califfato, comprando indirettamente il petrolio da al-Baghdadi e avviando di concerto con Isis, una campagna di attacco alle altre formazioni ribelli presenti in Siria. Per la cronaca, tra coloro che sono stati liberati dalle carceri siriane, c’era anche Abu Musab al-Suri, ideologo di Isis e dei attentati terroristici nello stile di quelli recentemente avvenuti a Parigi. Quale interesse geopolitico per l’Iran? Grazie alla “jihadizzazione dell’opposizione siriana”, avvenuta in primis grazie a Isis, il regime iraniano e’ riuscito a dare nuova legittimita’ ad Assad, presentandolo al mondo come il campione della “Siria pluralista”. Salvando il sistema Assad – anche grazie all’intervento militare della Russia – l’Iran e’ riuscito a salvare i suoi sbocchi nel Mediterraneo (Alawiti e Hezbollah). Che si salvi o no Assad, il regime iraniano ora non teme più di vedere le aree Alawite e i contatti diretti con Hezbollah, cadere in mano ai ribelli siriani. 

Una indiretta conferma di quanto affermato, arriva anche da un altro fattore. Pur avendo a disposizione un esercito ufficiale – l’Artesh – il regime iraniano ha sempre e solo agito in Siria e Iraq per mezzo dei Pasdaran. In altre parole, ha sempre e solo agito per mezzo di quella Guardia Rivoluzionaria che, ufficialmente, non ha il compito di difendere la “nazione iraniana”, ma “l’Iran Khomeinista”. Allo stesso tempo, lo ha fatto privilegiando il potere della Forza Quds – controllata dal Generale Qassem Soleimani – il cui compito e’ quello di esportare la rivoluzione Khomeinista nel mondo. Eppure, logica vuole che, se davvero una realtà come il Califfato fosse una minaccia esistenziale per l’Iran, la Repubblica Islamica dovrebbe usare tutte le sue forze per eliminarla. Al contrario, l’Artesh non e’ praticamente nella “partita Isis”, se non in maniera secondaria, ovvero dopo i Pasdaran e gli stessi Basij. Quando il comandante delle Forze di Terra dell’Artesh, Generale Mohammad Pakpour, si azzardo’ qualche mese fa a denunciare i rischi di una presenza di Isis ai confini iraniani, ad azzittirlo fu direttamente il Capo di Stato Maggiore iraniano, Generale Hassan Firouzabadi, un uomo legato ai Pasdaran. Firouzabadi dichiaro’ perentoriamente che “l’Iran non ha preoccupazioni per la minaccia di Isis” (Critical Threats).

Diviene allora fondamentale ricordare quanto affermato dal Capo dei Pasdaran, Mohammad Ali Jafari, solamente qualche giorno fa. In un pubblico discorso, Jafari ha dichiarato che l’Iran sta formando una sola grande nazione Islamica con Siria, Iraq e Yemen (No Pasdaran). Un obiettivo di propaganda ovviamente, ma che ben disegna il quadro geopolitico perseguito dalla Repubblica Islamica. Un quadro che, per poter esser minimamente realizzato, ha bisogno della “contrapposizione”, ovvero di un “nemico provvidenziale”, come il Califfato islamico di al-Baghdadi. Proprio grazie a questo nemico provvidenziale – e a coloro che follemente propongono di sconfiggere il salafismo sunnita con il khomeinismo sciita – l’Iran può presentarsi al mondo Occidentale come il solo rappresentante di un “Islam del dialogo”. Peccato che, quando dalla propaganda si passa alla realtà, si tratta dello stesso Iran che, perseguendo questo imperialismo, sta ponendo in atto tutte le premesse per lo scoppio di una crisi senza fine. Che si chiami Isis o altro, nessun sunnita, infatti accettera’ di farsi dominare o rischiare di essere dominato da agenti dell’Iran.

[youtube:https://youtu.be/dmsNNc1nfKY%5D

General Mohammad Ali Jafari is seen in this 2005 file photo. Iran's highest authority, Supreme Leader Ayatollah Ali Khamenei, on September 1, 2007 replaced the commander of the Revolutionary Guards, a force U.S. officials have said Washington may label a terrorist group. Guards commander-in-chief Yahya Rahim Safavi was replaced by Jafari, who has been a commander in the Guards, Khamenei said in an order reported by state television. No reason was given for the move. REUTERS/Stringer/Files (IRAN) - RTR1TCEB

Parla il Capo dei Pasdaran e non usa mezzi termini per dichiarare i reali obiettivi del regime. Parlando a venerdì scorso davanti ai Basij, Mohammad Ali Jafari, ha dichiarato che l’Iran stra creando una sola nazione islamica con Iraq, Siria e Yemen (EA World View). Nello stesso discorso, Jafari ha ribadito l’importanza dell’intervento dei Pasdaran in Siria e minacciato il Governo, ribadendo la necessita’ di opporsi alle forze “della sedizione” presenti all’interno della Repubblica Islamica. Alla fine del suo discorso, in piena estasi religiosa, Jafari ha affermato: “Se Dio vuole, questa unita’ continuerà sino all’arrivo dell’Imam Nascosto, il dodicesimo Imam aspettato dai Mussulmani Sciiti”. Le parole di Jafari sono arrivate nello stesso giorno in cui i Basij mettevano in atto una simulazione (video in basso) della conquista Israele e della presa della Moschea di al Aqsa a Gerusalemme (qualcosa al limite del ridicolo…).

Sempre parlando di Pasdaran, riportiamo la notizia – non verificabile – del ferimento del Generale Qassem Soleimani ad Aleppo. Secondo quanto riportato dall’opposizione siriana e iraniana, il Capo della Forza Qods, sarabbe stato gravemente ferito durante un attacco con missili anti-carro contro il tank in cui si trovava. Nell’attacco, un altro Pasdaran iraniano sarebbe deceduto. Trasferito d’urgenza a Teheran, Soleimani sarebbe ora ricoverato in ospedale. Secondo alcuni (Twitter), quindi, il ferimento di Qassem Soleimani sarebbe addirittura stato confermato dalle stesse Guardie Rivoluzionarie (e alcuni parlando di una sua morte in seguito alle ferite). Ribadiamo: la notizia del ferimento (ne tantomeno della morte) del generale iraniano non e’ per il momento confermabile con certezza. Per ora la sola conferma del ferimento di Soleimani arriva dalla pagina Facebook giornalista iraniano Amir Mousawi (Facebook). Alcuni pero’ sostengono che questa pagina Facebook sia un fake.

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Impressionante! Solo questa parola merita di essere usata per descrivere il mare di commenti assurdi, seguiti ai criminali fatti di Parigi. Tra le altre cose, e’ stato detto dall’ex Ministro degli Esteri D’Alema, che la politica europea verso Hezbollah e’ stata un errore e che con il Partito di Dio libanese bisogna trattare. Abbiamo sentito, quindi, l’europarlamentare Gianni Pittella, a capo del gruppo socialista, parlare della necessita’ di creare un alleanza con Russia e Iran (Unita’.tv).

E’ questa la strada giusta per eliminare Isis? E’ questa la via per convincere i potenziali futuri jihadisti europei ad abbandonare il loro amore per lo Stato Islamico? Beh, se qualcuno la pensa veramente cosi, allora e’ bene che si abitui – ancora di più – a vivere nel conflitto. Perché, di tante possibili opzioni, quella di una alleanza presenziale fra Occidente e Islam sciita, e’ il primo passo verso il successo pieno di Isis. Un primo passo che lo Stato Islamico spera e attende e grazie al quale riuscirà ad aumentare esponenzialmente il successo del suo pazzo proselitismo.

Perché? Perché qualcuno dovrebbe credere a quanto affermato in precedenza? Per due ordini di motivi: 1- un motivo religioso; 2- un motivo storico. Partiamo dalla prima ragione, quella più semplice da spiegare, ovvero la religione. Non lo scopriamo noi, ma e’ cosa ben nota, che Islam Sunnita e Sciita hanno ormai preso due strade totalmente separate. Peggio, dalla nascita del Wahhabismo, Fratellanza Mussulmana e dell’Iran Khomeinista, l’Islam si e’ sempre di più trasformato in Islamismo, rendendo i due opposti politicamente simili, ma totalmente e radicalmente antagonisti. Pensare di risolvere il problema dello Stato Islamico, della sua attrazione verso i fanatici della Salafya in Occidente, e’ davvero privo di senso. Al contrario: maggiormente l’Occidente virerà verso un potenziamento dell’Islam sciita Khomeinista – e ribadiamo la parola Khomeinista – maggiormente il numero di adepti al Califfato aumenterà. Non solo: insieme all’antagonismo dei potenziali jihadisti, ci sara’ quello delle petromonarchie del Golfo, prima fra tutti l’Arabia Saudita. Ogni soluzione diplomatica delle varie crisi mediorientali, quindi, sara’ fragile e probabilmente di breve periodo.

Per quanto concerne la ragione storica, vogliamo evitare di addentrarci negli effetti della rivoluzione islamica del 1979 in Iran. Preferiamo concentrarci, unicamente, sull’attualità contemporanea. Il conflitto tra Sciiti e Sunniti non nasce certo con la guerra siriana. In Siria, pero’, trova una nuova ragione di essere. Peggio: trova la ragione per eccellenza. Purtroppo, grazie al maledetto Califfato e alle incapacità dei sostenitori dell’opposizione laica, la storia della rivoluzione siriana e’ stata ormai capovolta dai protettori di Assad. Cosi, e’ stato dimenticato che se siamo arrivati a questo punto, se gli islamisti sunniti hanno trovato terreno fertile in Siria, e’ stato grazie al macellaio Assad e alle repressioni compiute con il sostegno dell’Iran e di Hezbollah. E‘ stato Teheran ad ordinare ai miliziani sciiti libanesi di entrare nel conflitto siriano, un ordine che ha scatenato ovviamente la reazione del mondo sunnita. E’ stato l’Iran a non permettere la fine del regime di Bashar al Assad, quando ancora la Siria aveva una opposizione credibile e non legata al terrorismo internazionale. Peggio, e’ stato il regime di Bashar al Assad a fomentare la nascita del Califfato, liberando nell’Ottobre del 2011 centinaia di islamisti arrestati dalle prigioni del regime (Newsweek). Un fatto ben noto, spesso volontariamente dimenticato, che aveva come scopo quello di delegittimare l’opposizione siriana (The National). Un progetto sicuramente riuscito, ma sfuggito di mano allo stesso regime. Un regime, quello di Assad, che non si e’ fatto problemi ad evitare volontariamente di bombardare le postazioni di Daesh e che, proprio dai jihadisti di al Baghdadi, ha fatto numerosi affari economici (No Pasdaran).

Spostandoci dalla Siria all’Iraq, anche in questo caso, le conseguenze dell’infiltrazione iraniana nel Paese sono palesi. Dopo il ritiro americano dall’Iraq, infatti, il governo filo-iraniano dell’ex premier al Maliki, ha volontariamente interrotto il sostegno ai Comitati del Risveglio, non rispondendo alle richieste di armamenti fatte dalle tribù sunnite, all’inizio della nuova penetrazione dei miliziani dello Stato Islamico in Iraq. L’attuale Isis – grazie anche ad ex comandanti di Saddam Hussein – nasce in Iraq nel 2006. Quando gli americani si ritirano da Baghdad, pero’, i jihadisti sunniti sono quasi sconfitti, grazie alla politica impressa dal Generale Petraeus e volta a recuperare il ruolo dei sunniti all’interno del Paese. Sotto ordine di Teheran, purtroppo, al Maliki cancella tutto quanto. Svuota di potere i sunniti e i curdi, generando il loro profondo malcontento. Non solo: depotenzia l’esercito iracheno e riempie il Paese di milizie sciiti al servizio di Qassem Soleimani. E’ in questo clima che, dopo essere penetrato nell’anarchia siriana come un cancro, i jihadisti sunniti di al Baghdadi ritornano in Iraq e conquistano Musul nel 2014. Lo fanno quasi senza combattere, con un esercito iracheno in rotta e quasi tutte le tribù sunnite pronte a giurare fedeltà al Califfo per combattere l’infiltrazione di Teheran.

In conclusione: pensare di eliminare lo Stato Islamico con una alleanza preferenziale con la Repubblica Islamica dell’Iran e Hezbollah, non e’ solo sbagliato, ma anche masochista. Sara’ il primo passo verso il baratro e verso il passaggio dello Stato Islamico da un processo di insediamento ad uno di consolidamento. Aprite gli occhi finché siete in tempo!

Milizie Sciite in Iraq, Fonte: Orsam

Milizie Sciite in Iraq, Fonte: Orsam

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Apprendiamo dai media internazionali e da quelli italiani, che la Russia ha deciso di entrare militarmente al fianco di Bashar al Assad. Non solo: proprio in queste ore, dopo il diniego della Bulgaria e della Grecia, l’Iran ha concesso a Mosca lo spazio aereo per portare rifornimenti di armi e uomini a Damasco. La notizia sta creando allarme – motivatamente – per il rischio di un allargamento del conflitto o di uno scontro diretto tra grandi potenze.

Ancora una volta, pero’, molti politici ed analisti guardano al dito, dimenticando la luna. In altre parole, come siamo arrivati a questo punto? Come siamo arrivati al punto in cui, allo stesso Presidente Putin, non interessa neanche piu’ negare il coinvolgimento militare in Siria? In fondo, se ci pensiamo bene, la vicinanza di Mosca ad Assad non e’ una cosa nuova ed e’ dall’aprile scorso che si hanno notizie dei militari russi al fianco del dittatore siriano. E’ necessario, quindi, rimettere insieme i pezzi, per capire qualcosa di molto importante: l’accordo nucleare tra Iran e Occidente, rappresenta la grande vittoria diplomatica della Russia. 

Partiamo ad un presupposto: affermando che Mosca ha vinto con Iran Deal, non intendiamo affrontare il nodo tecnico dell’accordo nucleare, ma il suo messaggio politico e i suoi effetti pratici. Prima dell’Iran Deal e dopo lo scoppio della crisi in Crimea, la Russia era fortemente isolata, alla ricerca di un tentativo disperato di mantenere i suoi interessi geo-politici, cercando di nascondere (cosa impossibile), un suo coinvolgimento diretto nei conflitti. Erano quelli i mesi in cui si vociferava che il personale russo, stava scappando via dalla Siria. Un noto giornale, addirittura, titolava: “Putin sta abbandonando Assad e scappando dalla Siria?” (Observer). Erano quelli i mesi in cui, tra le altre cose, i diplomatici Occidentali esprimevano ancora una certa insicurezza sulla firma di un accordo nucleare con l’Iran (a giugno, infatti, si decise di prolungare ancora le negoziazioni). Poi qualcosa cambio’ e, il 14 luglio scorso, la Mogherini annuncio’ al mondo la firma dell’accordo con Teheran. Una firma benedetta da Vladimir Putin.

Perché? Perché Putin benedisse un accordo che – almeno teoricamente – rimetteva in gioco un potenziale competitor energetico e creava i presupposti politici per un riavvicinamento fra Washington e Teheran? In fondo, all’epoca dello Shah, proprio l’Iran rappresentava per la Russia uno dei principali antagonisti, in considerazione della sua alleanza con il blocco Occidentale…Beh, le ragioni sono almeno tre:

  • per il prestigio diplomatico: sostenendo l’accordo nucleare con l’Iran, Putin e’ passato da leader ostracizzato a politico lodato (primo fra tutti dal Presidente USA). Per un Presidente giudicato, sino a pochi giorni prima, una minaccia per la sicurezza dell’Europa, diciamo che si e’ trattato di un successo non di poco conto;
  • per il messaggio politico che Iran Deal mandava: Legittimando il programma nucleare iraniano – un programma clandestino e illegale – l’Occidente lanciava al mondo questo messaggio: “agite pure contro le norme internazionali tanto prima o poi noi, sappiatelo, verremo a patti con voi. Putin ha capito benissimo che, sostenendo l’accordo nucleare, avrebbe rafforzato questo deleterio messaggio. Non solo: l’Occidente e’ venuto anche a patti con un regime che abusa dei diritti umani, ha represso le sue proteste interne nel 2009 e finanza dal 1979 il peggior terrorismo internazionale. Al confronto, avrà pensato il Presidente russo, quello che fa Mosca e’ una nocciolina;
  • la libertà di vendere armamenti e tecnologia nucleare: dalla prima motivazione, deriva la seconda. Iran Deal ha messo in atto un meccanismo di competizione in tutto il Medioriente e amplificato la distanza tra Sciiti e Sunniti. In questo contesto – considerando anche la perdita di credibilità americana – la Russia si e’ perfettamente inserita in questo spazio, cominciando a vendere armi e firmando accordo nucleare con chiunque fosse disponibile. In primis con l’Egitto – il cuore del mondo arabo (al Monitor) – e successivamente con l’Arabia Saudita, teoricamente il grande antagonista di Iran e Siria (Defense Aerospace).

Geopoliticamente parlando, la Russia e’ un grande e potenze Orso Bianco che, senza uno sbocco ai mari caldi, rischia di essere rinchiuso in gabbia. Ecco la ragione per la quale Mosca sta tentando di approfittare della crisi tra Bruxelles e Atene ed ecco la ragione per la quale, soprattutto, la base navale di Latakia rappresenta per Mosca un perno fondamentaleDopo l’accordo nucleare del 14 luglio scorso, Putin ha iniziato una campagna diplomatica – in parte ancora in corso – per trovare un accordo con l’Arabia Saudita sulla Siria. Il tentativo e’ fallito, proprio per il disaccordo sul destino politico di Bashar al Assad. Messa da parte la diplomazia, il Presidente russo ha deciso di mostrare i muscoli. 

Se Obama ha scritto a Khamenei” – ha pensato Putin – “io adesso posso legittimamente difendere Bashar al Assad. Cosi e’ stato. Si badi bene: questo non significa che il destino di Bashar al Assad sia quello di restare alla guida della Siria a tempo indeterminato. Nel breve termine la sua posizione teoricamente si rafforza (basta leggere le parole di Velayati), ma lo scenario e’ ancora potenzialmente aperto. Questo significa, come sottolineato in altre occasioni (No Pasdaran), che Iran Deal ha condannato la Siria a non essere più uno Stato unitario. Se non si salverà Assad in persona, si salveranno i membri la sua cricca, perché saranno loro a dover garantire gli interessi di Mosca e Teheran in Siria. Questo, soprattutto dopo la benedizione americana all’ingresso della Turchia nel conflitto siriano e iracheno e dopo l’inizio dei bombardamenti francesi e inglesi.

Diversi mass-media stanno facendo passare il messaggio che, dietro l’intrusione delle grandi potenze in Siria, ci sia soprattutto la campagna contro il califfato di Isis. Quello che non si capisce, purtroppo, che la guerra a Daesh e’ solo la grande giustificazione – per quanto forte e motivata – con cui, ormai tutte le grandi potenze, stanno rafforzando il loro controllo su parte della Siria. Un controllo che, proprio grazie all’accordo nucleare con l’Iran, nessuno sara’ disposto a lasciare sia nel breve che nel lungo termine. 

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Si parla sempre più insistentemente dei crimini disumani del Califfato. Giustissimo. I crimini di Daesh, pero’, permettono ad altri regimi – altrettanto orrendi – di coprire i loro stessi crimini. In particolare, nessuno in Occidente denuncia il dramma delle spose bambine all’interno della Repubblica Islamica. Il Governo iraniano, secondo le statistiche ufficiali, ammette che solamente qualche centinaio di bambine, vengono forzate al matrimonio prima della maggiore eta’. Secondo Majid Arjomandi, capo dell’Servizio Sociale di Emergenza del regime iraniano, solamente 360 bimbe sotto i 14 anni sono state date in spose negli ultimi anni (Iran Human Rights).

Premesso che anche un solo caso e’ una tragedia, quanto riporta la rappresentante di Teheran e’ falso. Il 18 agosto scorso, infatti, il giornale Shahrvand ha pubblicato un report davvero drammatico. Secondo quanto denunciato dal quotidiano, infatti il numero di spose bambine in Iran nel 2014 e’ stato superiore a 40,000!!! Per la precisione, secondo quanto regolarmente registrato dalla burocrazia iraniana, le spose bambine sotto i 15 anni sono state 40,404, mentre i ragazzi sotto i 20 anni 32,587. Sempre secondo lo stesso giornale, tra il 2004 e il 2014, le spose bambine sono state 419,488 (Khabar Online).

Vogliamo ricordare che, nella Repubblica Islamica, queste cose non capitano per caso: secondo la legge, infatti, una bambina in Iran può essere data in sposa legalmente dall’età di 13 anni. Nello stesso report del 2014 dell’inviato speciale dell’ONU per i diritti umani, Ahmad Shaheed ha denunciato che almeno 48,580 bambine tra i 10 e i 14 anni sono andate in spose nel 2011. Non solo: il report denunciava del totale delle spose bambine, 48,567 bimbe sotto i 15 anni avevano già dato alla luce un figlio. Tra il marzo del 2012 e il marzo del 2013, quindi, i matrimoni regolarmente registrati delle spose bambine (sotto i 15 anni), sono stati 40,635, di cui almeno 8000 con uomini di almeno 10 anni più grandi. Infine, almeno 1537 matrimoni di bimbe sotto i 10 anni sono stati registrati nel 2012 (un incremento rispetto al 2010-2011, in cui le spose bambine sotto i 10 anni erano state 716).

Purtroppo la pratica delle spose bambine e’ nella stessa natura ideologica del regime iraniano (No Pasdaran). Lo stesso Ayatollah Khomeini – padre fondatore della Repubblica Islamica – legittimava i “piaceri sessuali” con bimbe di eta’ inferiore ai 9 anni! Non solo: nel 2013 il Parlamento iraniano ha anche approvato una legge che permette ai genitori di sposare i figli adottati (The Guardian).

I crimini del regime iraniano sulle bimbe minorenni, sono in piena violazione di importanti accordi internazionali, firmati dallo stesso Governo di Teheran (ad esempio la Convenzione per i diritti dei Bambini e la  Convenzione Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali). Nonostante queste palesi violazioni, nessun organo sovranazionale e nessuna diplomazia nazionale, agisce concretamente per punire i Mullah per i loro vergognosi crimini, non meno gravi di quelli brutali del Califfato di al Baghdadi. 

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