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In queste ore la Farnesina ha dato la notizia di un incontro tra il Ministro degli Esteri Mogherini e i rappresentati di tre importanti organizzazioni quali Amnesty, Nessuno Tocchi Caino e la Comunità di Sant’Egidio. Al centro dell’incontro la voglia dell’Italia di sfruttare il semestre di presidenza dell’Unione Europea per spingere le Nazioni Unite ad approvare la moratoria contro la pena di morte. L’Assemblea Generale dell’Onu voterà nel merito nel dicembre prossimo e Roma intende lavorare per accrescere il consenso in questo senso.

Peccato che, buona parte dell’Occidente, sta parlando bene in merito alla necessità di abolire la pena di morte, ma razzolando male. Uno dei casi piu’ eclatanti in questo senso è proprio quello dell’Iran. Teheran, da sempre, fa un uso sconsiderato della pena di morte, non soltanto contro i trafficanti di droga, ma anche contro coloro che si oppongono alle politiche dei Mullah o come strumento di repressione contro le minoranze etniche (caso eclatante quello degli Arabi Ahwazi nel Khuzestan). Pensare di promuovere una moratoria contro la pena di morte, giustissima, mantenendo nel contempo le relazioni diplomatiche con uno Stato repressivo come l’Iran, rappresenta davvero un controsenso. Perlomeno, rappresenta un drammatico sviamento della realtà quello di voler ampliare i rapporti con la Repubblica Islamica, in seguito al supposto “nuovo corso” impresso da Rouhani.

Da quando Rouhani è stato eletto, infatti, l’Iran ha dato lavoro al boia come mai capitato negli ultimi anni. In un solo anno di Presidenza Rouhani, infatti, Teheran ha contato oltre 700 condanne a morte. Un caso record, che non ha uguali in nessun altro Paese del mondo (fonte UANI).

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Sul sito dell’organizzazione Iran Human Rights Documentation Center, quindi, è possibile seguire una lista costantemente aggiornata delle condanne a morte messe in atto in Iran. L’ultima condanna riportata dal centro, per la cronaca, rislae al 16 giugno scorso. Con questa condanna, il numero di persone messe a morte nel 2014 ha raggiunto i 342 esseri umani. Di queste condanne, solamente  125 sono state ufficialmente rese note dal Governo. Per il resto, purtroppo, si tratta di impiccagioni avvenute in segreto e rese note al mondo solo grazie al coraggio degli attivisti internazionali.

La messa in atto di una politica seria e coerente per quanto concerne la pena di morte, quindi, non può non passare attraverso una totale ridefinizione dei rapporti diplomatici con l’Iran, un regime sanguinario, che della pena di morte ha fatto uno strumento quotidiano di oppressione e repressione. 

 

Mentre Hassan Rohani si divertiva ad inviare auguri di Natale al mondo, il regime iraniano continuava a mietere i suoi crimini. Tre imputati, accusati di aver disobbedito alla polizia, sono stati pubblicamente frustati nella piazza principale di Dehdasht il 25 dicembre del 2013. La condanna è stata emessa dal procuratore della regione di  Kohgiluye e Boyerahmad. Per capire di cosa stiamo parlando, postiamo tre video che mostrano come avviengono in Iran le frustazioni pubbliche. Il primo video è stato ripreso nel 2009, mentre il regime reprimeva l’Onda Verde, il secondo video nel 2012 ed il terzo, infine nell’aprile del 2013, poche settimane prima dell’elezione dello stesso Rohani a presidente. Mentre l’Occidente fa la corsa a Teheran, la Repubblica Islamica è sempre più libera di abusare dei diritti umani.

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