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L’agenzia Hrana, dedita alla denuncia quotidiana degli abusi dei diritti umani in Iran, ha dato la notizia dell’arresto del blogger dissidente Mehdi Khazali. L’arresto è avvenuto il 13 febbraio davanti alla sede della casa editrice Hayan, su ordine della corte di Shahid Moghadasi. Mehdi Khazali, sarebbe stato quindi trasferito nel braccio 350 del carcere di Evin, sotto il diretto controllo dei Pasdaran. In questo braccio, sono rinchiusi i prigionieri politici.

Mehdi Khazali, figlio del clerico ultraconservatore Ayatollah Abolghasem Khazali, ha deciso di non seguire le orme del padre e ha duramente criticato il regime, soprattutto dopo la repressione dell’Onda Verde tra il 2009 e il 2011. Recentemente, Mehdi Khazali si era duramente espresso sia contro l’intervento della Forza Qods in Siria, sia invitando a boicottare le annuali celebrazioni in ricordo della rivoluzione khomenista del 1979. Probabilmente, l’arresto è dovuto proprio all’invito al boicottaggio fatto da Khazali, essendo avvendo a pochi giorni da quel coraggioso appello.

Ad oggi, non si hanno notizie dello stato detentivo di Mehdi Khazali. Si sa solo che, Khazali è ancora detenuto illegalmente, senza alcuna accusa formale formulata nei suoi confronti dal regime. Il suo arresto, come quello di decine di altri attivisti, è parte dell’ondata di repressioni che l’Iran sta compiendo in vista delle elezioni Presidenziali del Maggio 2017.

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Il 26 agosto scorso la famiglia del blogger Sattar Beheshti, torturato e ucciso dal regime nel novembre del 2012, aveva organizzato una cerimonia in ricordo del loro caro. In quella occasione, infatti, i famigliari volevano festeggiare il compleanno di Sattar, nato proprio il 26 agosto del 1977.

Purtroppo, la famiglia e gli amici di Sattar non hanno fatto nemmeno in  tempo ad accendere una candela di ricordo. Appena avuta notizia dell’incontro, le forze di sicurezza iraniane di sono precipitate nella case del padre di Sattar e hanno impedito a chiunque volesse entrare, di prendere parte alla cerimonia. Non solo: i Pasdaran del regime hanno anche arrestato, in maniera violenta, Sahar Beheshti – sorella del defunto blogger Sattar – e suo marito Mostafa Eslami. I due sono stati trasferiti in una località sconosciuta (Hrana).

In seguito all’arresto di Sahar e di suo marito, la signora Gohar Eshghi (anziana madre di Sattar e Sahar Beheshti) e un gruppo di attivisti, si sono recati presso la sede della polizia di Robat Karim, a pochi chilometri dalla capitale Teheran. Qui, invece di ricevere informazioni, la delegazione è stata fermata e cacciata a malomodo. Uno degli attivisti, Mohammad Mozaffari, è stato anche arrestato e interrogato per numerose ore (Hrana).

Ricordiamo che, dopo la morte di Sattar Beheshti, le forze di sicurezza iraniane avevano avvertito la famiglia del giovane blogger, minacciando di essere pronti ad arrestare altri altri membri della famiglia se non fosse calato il silenzio sull’intera vicenda. Coraggiosamente, la famiglia di Sattar non si è piegata, diventando un simbolo della lotta civile per la democrazia in Iran.

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In questi giorni un caso internazionale sta investendo l’Italia e l’Iran. Come noto, si tratta del caso di Mehdi Khosravi, attivista e blogger iraniano dissidente, arrestato a Lecco il 6 agosto scorso su richiesta (tramite Interpol) del regime iraniano. Contro di lui, Teheran ha pronta una accusa di corruzione, una mera scusa per riportarlo nella Repubblica Islamica e punirlo. Dopo l’arresto di Khosravi, anche il figlio dell’ultimo Shah iraniano Reza Pahlavi si è appellato a Matteo Renzi, denunciando che il ritorno del blogger iraniano a Teheran, significherebbe per lui finire in carcere ed essere torturato dal regime (testo della lettera). Ricordiamo che a Mehdi Khosravi era stato concesso asilo politico in Gran Bretagna nel 2009.

Il caso Mehdi Khosravi, si badi bene, non deve preoccupare solamente per la singola questione e per il destino di un dissidente democratico iraniano, ma anche e soprattutto per il suo significato. In questo senso, poco cambia se la decisione italiana di fermare Khosravi sia stata dettata dalla (ennesima) volontà di accondiscendere alle volontà di Teheran per interessi economici (dopo il caso delle statue coperte), o se si sia trattato meramente dell’applicazione di una richiesta burocratica proveniente dall’Interpol. Ovviamente, se la decisione fosse dettata dalla prima motivazione, sarebbe totalmente sconfortante e umiliante per la democrazia italiana. Se invece si trattasse di una mera applicazione di una pratica burocratica, la questione sarebbe altrattato triste, richiamando alla memoria i lavori di Hanna Arendt in merito a quella “dispotica burocrazia”, origine dei peggiori totalitarismi. Purtroppo, però, il dramma peggiore di questa storia, è il significato generale dell’arresto di Mehdi Khosravi. Un arresto che sconforta, sia per quanto concerne la gestione delle normative internazionali, sia per la loro applicazione da parte del mondo democratico.

Come fa rilevare lo stesso comunicato della Procura di Lecco, Mehdi Khosravi è stato arrestato non in base ad un giudizio emesso da un organo neutrale, ma da un Tribunale di Teheran, ovvero una corte di un regime in cui la magistratura è totalmente politicizzata e in cui l’imputato in questione, viene considerate un nemico dagli apparati del potere. Ora; che Mehdi Khosravi venga giudicato e condannato in Iran, considerato quanto suddetto, non deve stupire e soprendere. Al contrario, deve drammaticamente sorprendere e far rabbrividire, che una sentenza emessa a Teheran contro un oppositore politico venga non solo accettata passivamente dall’Interpol, ma anche applicata in un Paese democratico come l’Italia.

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E’ questa la parte più drammatica della storia di Mehdi Khosravi. Perchè questo passaggio indica come, non solo il regime iraniano stia riuscendo a ribaltare la verità storica, ma anche ad inserire la sua narrazione all’interno della politica internazionale. La cosiddetta Onda Verde, è stata come si ricorderà un movimento di protesta popolare, sorto contro la rielezione falsata di un presidente negazionista e terrorista. Quella protesta popolare, in Iran viene chiamata dal regime la “fitna dell’88”, per marcare la protesta come un movimento di sedizione che intendeva dividere il popolo iraniano per conto delle potenze estere occidentale. Oggi, lo stesso Occidente che l’Iran accusa di aver creato l’Onda Verde, sembra quindi accettare la narrazione di Khamenei & Co., ammazzando ancora una volta – stavolta spiritualmente – quelle decine e decine di attivisti democratici uccisi dal regime dei Mullah tra il 2009 e il 2011.

Ricordiamo che, proprio in questi giorni, i leader dell’Onda Verde Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, hanno “celebrato” i 2000 giorni di detenzione. Una detenzione illegale, imposta senza la formalizzazione di una accuasa contro gli imputati e senza neanche un processo. Anche in questo caso, l’Occidente ha scelto di tacere, preferendo un regime fondamentalista a chi ha provato a creare un Iran democratico (GaiaItalia.com).

Speriamo davvero che Renzi accolga l’appello per la liberazione di Mehdi Khosravi e che questo attivista non venga mandato a morire in una cella di isolamento in Iran. Speriamo davvero che Renzi ricordi nuovamente il periodo in cui era sindaco di Firenze, quando dichiarava appoggio e sostegno proprio al movimento dell’Onda Verde. Speriamo soprattutto, però, che si smetta di accettare la narrazione della storia che Teheran ci sta imponendo. Una narrazione falsa e artefatta. Ad essere arrestati in tutto il mondo per mandati di cattura dell’Interpol, semmai, dovrebbero essere proprio i membri del regime iraniano, responsabili quotidianamente dei peggiori abusi dei diritti umani e del peggior finanziamento del terrorismo internazionale.

Discorso di Renzi nel 2009, in supporto all’Onda Verde

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Mohammad Reza Fathi vive a Saveh, cittadina sita nella Provincia di Markazi (la Provincia ha per capitale Arak). Mohammad e’ un blogger e si e’ sempre occupato di denunciare tematiche sociali che coinvolgono la popolazione civile (Journalis Is Not a Crime).

Ovviamente, nella sua attività di informazione, Mohammad ha coraggiosamente denunciato le mancanze e gli abusi del regime, i privilegi e i crimini dei clerici e dei Pasdaran. Un coraggio che gli sta costando caro.

Il 10 giugno scorso, Mohammad Reza Fathi e’ stato condannato a 444 frustate, con l’accusa di “diffondere bugie” e “disturbare l’opinione pubblica”. Ovviamente Fathi ha rigettato le accuse, rivendicando la sua attività in difesa dei diritti dei cittadini e del loro accesso ai fondi pubblici”.

Intanto, da Youtube emerge un video clip esclusivo, che mostra concretamente cosa significa essere frustati pubblicamente in Iran. Il video mostra un detenuto iraniano, accusato di contrabbando, mentre viene frustato nel Sud della Repubblica Islamica (Good Morning Iran).

Non servono commenti

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Hossein Ronaghi Maleki, il famoso blogger iraniano incarcerato per ragioni politiche, ha dichiarato lo sciopero della fame lo scorso 26 Marzo.

La decisione di Hossein e’ la conseguenza della brutale repressioni che, ormai da anni, il regime porta avanti nei suoi confronti. Incarcerato dopo le proteste del 2009, Hossein e’ stato condannato a 15 anni di detenzioni per aver sostenuto il Movimento dell’Onda Verde e aver combattuto la censura iraniana.

In carcere le sue condizioni di salute sono costantemente deteriorate, fino a portarlo quasi vicino al decesso. Le autorità carcerarie – istruite dall’intelligence – hanno portato Hossein (e la sua famiglia) costantemente vicino allo stremo. Hanno negato per mesi il ricovero al blogger iraniano, per poi rilasciarlo una prima volta nel 2012, proprio per motivi di salute. Arrestato nuovamente poco tempo dopo il rilascio, Hossein e’ stato quindi rigettato in cella, privato delle opportune cure mediche e rilasciato nuovamente nel giugno 2015, guarda caso, ancora per motivi di salute e ovviamente dopo aver pagato nuovamente una condizionale…).

Dopo il nuovo rilascio la famiglia di Hossein pensava che la persecuzione fosse terminata. Purtroppo non era cosi: convocato in Procura a Teheran, Hossein e’ stato nuovamente riportato nel carcere di Evin nel gennaio 2016 (No Pasdaran). Questa volta per gli anziani genitori di Hossein e per lo stesso blogger, la misura era colma.

Dopo l’annuncio da parte del padre di Hossein, Ahmad Ronaghi Maleki, di un prossimo sciopero della fame, lo stesso blogger iraniano ha deciso di rifiutare il cibo. Un’amica di Hossein, Lelah R., parlando al sito Iran Wire ha dichiarato:

“Lui ha iniziato lo sciopero della fame perché gli sono state negate le cure mediche, dal momento del ritorno in carcere. Inoltre sta protestando contro la sua stessa detenzione, che considera illegale, secondo la stessa legge iraniana”

Lelah e’ molto preoccupata per Hossein, il cui gesto di protesta rischia di aver conseguenze drammatiche:

Ho detto ad Hossein che rischia di morire, che il suo corpo non può sopportare uno sciopero della fame. Lui mi ha risposto che lo status quo rappresenta unicamente una morte lenta e che lo sciopero della fame gli permette almeno lottare fino alla fine

Vogliamo ricordare che questa strategia del regime iraniano di far morire lentamente Hossein Ronaghi Maleki, e’ stata comunicata al prigioniero politico direttamente dal regime. Ricevendo in carcere la visita di un membro della magistratura iraniana, davanti alle proteste di Hossein per le sue condizioni carcerarie, il rappresentante del regime ha testualmente risposto:

“Al massimo morirai in carcere…avremo certo per qualche settimana dei problemi con i media, ma poi tutto tornerà tranquillo…”

Riteniamo non sia necessario aggiungere altro…

E se fosse tuo figlio...

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Se mio figlio non sara’ rilasciato, il prossimo 26 Marzo dichiarerò lo sciopero della fame. Con queste parole disperate Ahmad Ronaghi Maleki, padre del blogger iraniano Hossein Ronaghi Maleki, ha annunciato il suo prossimo gesto di protesta contro gli abusi del regime.

La storia di Hossein e’ nota da anni: blogger iraniano, ha preso parte alle proteste dell’Onda Verde del 2009, manifestazioni popolari represse nel sangue. Per il suo coraggio e il suo attivismo, Hossein e’ stato arrestato e condannato a 15 anni di carcere dal giudice Yahya Pirabbasi. Durante la sua prigionia, Hossein e’ stato rilasciato per due volte per ragioni mediche, avendo contratto importanti infezioni ai reni durante la detenzione ad Evin. Entrambe le volte, nonostante la necessita’ di cure mediche specialistiche, Hossein e’ stato rispedito in carcere. Nel 2013, addirittura, Hossein ricevette la visita in cella di un rappresentante della magistratura iraniana che, davanti alle proteste del detenuto, risposte “al massimo morirai in carcere” (No Pasdaran).

Nel Settembre 2014, quindi, ad Hossein venne concessa una nuova libertà su condizionale, ovviamente dopo aver pagato oltre 460 mila dollari di cauzione. La famiglia di Hossein sperava quindi di aver chiuso definitivamente il capitolo prigionia, prospettando per il loro caro una nuova rinascita. Ovviamente non era cosi: a sorpresa Hossein e’ stato convocato dal Procuratore che, il 19 gennaio del 2015, lo ha rispedito direttamente in cella…Una decisione presa nonostante il parere contrario di tutti i medici (Iran Human Rights).

Da oltre due mesi, quindi, Hossein e’ nuovamente rinchiuso nel braccio 7 del carcere di Evin (buttato in mezzo ai criminali comuni). Le sue condizioni di salute sono drammaticamente peggiorate e, appena qualche giorno fa, il prigioniero politico iraniano e’ stato trasferito dal carcere ad un centro medico, per una serie di visite di controllo. Tra i problemi di cui soffre Hossein, riportiamo: dolore al torace, problemi renali, gonfiore del viso, sanguinamento dello stomaco, densità del sangue, infezioni agli occhi, problemi polmonari e difficoltà respiratorie (Hrana). Praticamente la sua stessa vita e’ in pericolo all’interno del carcere. 

Qualche tempo fa, Ahmad Ronaghi Maleki ha duramente attaccato il Presidente americano, chiedendo perché Obama non si impegni personalmente per la liberazione di TUTTI i detenuti politici iraniani (e non solo quelli con cittadinanza americana).

Ovviamente non ha ricevuto nessuna risposta

 

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Come preannunciato il blogger iraniano Hossein Ronaghi-Maleki e’ tornato in carcere. Hossein aveva personalmente annunciato la sua prossima nuova carcerazione attraverso i social. Puntualmente, le porte di Evin si sono riaperte per il blogger iraniano il 20 gennaio 2016 (No Pasdaran).

Questo, nonostante le condizioni di salute di Hossein, condizioni per le quali il giovane attivista era stato rilasciato su cauzione il giugno del 2015. Purtroppo la pietà del regime iraniano era tutta una illusione. Hossein non solo e’ stato richiamato improvvisamente in carcere – guarda caso alla vigilia delle elezioni per il Parlamento e per l’Assemblea degli Esperti – ma non sta neanche ricevendo le attenzioni di cui ha diritto.

Secondo quanto denunciato dalla famiglia, infatti, ad Hossein non vengono garantite dalle autorità carcerarie le cure mediche di cui necessita, per gravi infezioni ai reni, contratte dopo l’inizio della sua prigionia ad Evin nel 2009. Ricordiamo che il blogger iraniano e’ stato arrestato nel 2009 per il suo contributo alle rivolte popolari dell’Onda Verde. Condannato a 15 anni di carcere, Hossein ha rischiato la vita e dichiarato più volte lo sciopero della fame per ottenere le cure mediche di cui necessitava (The Guardian).

Nel marzo del 2015, il padre di Hossein, Ahmad Ronaghi-Maleki, ha denunciato che lo scopo del regime e’ quello di far di Hossein un nuovo Sattar Beheshti, riferendosi ad un altro noto blogger iraniano ucciso dal regime nel 2012, mentre era in stato di arresto (Journalism Is Not a Crime). L’intervista rilasciata per Iran Wire, e’ costata ad Ahmad la condanna a quattro mesi di detenzione.

Profilo di Hossein Ronaghi Malekihttps://goo.gl/X0rzb0

Petizione per chiedere il suo immediato rilasciohttp://goo.gl/LJS1GK

Profilo Twitter di Hossein, inattivo dalla data del nuovo arresto: https://goo.gl/4M52fS

Firma la Petizione alla Presidente della Camera Boldrini: Change.org

MEME HOSSEIN RONAGHI MALEKI BOLDRINI