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Le bugie in merito al rapporto tra USA e Iran, stanno venendo a galla drammaticamente.L’ultima assurda menzogna, e’ stata ammessa direttamente dal Portavoce del Dipartimento di Stato John Kirby.

Incalzato in merito ad un video relativo alle relazioni USA – Iran sparito dagli account ufficiali del Dipartimento di Stato, Kirby e’ stato costretto a rivelare che non si e’ trattato di un errore tecnico, ma di una vera e propria censura.

Il video mostrava un briefing del dicembre 2013, tra diversi giornalisti americani e l’allora Portavoce del Dipartimento di Stato Jen Psaki. In quella occasione, il giornalista di Fox News James Rosen, chiede alla Psaki se ci fossero stati negoziati diretti tra Washington e Teheran prima del 2013. La risposta della Psaki fu:

Ci sono occasioni in cui la diplomazia ha bisogno di riservatezza per progredire. Questo e’ un ottimo esempio di questo genere di occasioni

Non ci sarebbe nulla di anomalo nella risposta delle Psaki, se non fosse per il fatto che le parole dell’allora portavoce, contraddicevano in pieno quanto affermato pochi mesi prima dalla sua collega Victoria Nuland. Nel Febbraio 2013, infatti, la Nuland aveva espressamente dichiarato che la Casa Bianca non aveva portato avanti negoziati segreti con l’Iran (Fox News).

Perché la Casa Bianca ha dovuto mentire?

La risposta e’ semplice. Ormai, infatti, e’ ben noto che i negoziati tra USA e Iran non c’entrano nulla con il “moderato” Rouhani. L’Amministrazione Obama aveva intenzione di avviare un riposizionamento geopolitico generale degli Stati Uniti e per questo necessitava di un accordo politico con la Repubblica Islamica.

I negoziati tra gli USA e l’Iran, quindi, partirono nel 2012 in Oman, quando ancora il Presidente iraniano era il negazionista (impresentabile) Pasdaran Mahmoud Ahmadinejad. Ovviamente, a benedire questi negoziati fu la Guida Suprema Ali Khamenei che, per portare avanti la pantomima e salvare il regime, fece eleggere Hassan Rouhani alla Presidenza dell’Iran.

Rouhani, un insider del regime iraniano da sempre, poteva essere “costruito” come moderato, essendo anche stato colui che aveva negoziato l’Accordo di Teheran per la sospensione dell’arricchimento dell’uranio nel 2003 (Washington Times , The Clarion Project). Peccato che, come lo stesso Rouhani ammise in TV, quell’accordo fu negoziato per ingannare l’Europa e permettere all’Iran di terminare la costruzione degli impianti nucleare di Isfahan e Natanz senza le pressioni internazionali.

Il Congresso Americano indaga sulle bugie dell’Amministrazione Obama

Non potendo firmare un accordo sul nucleare con l’impresentabile Ahmadinejad, Washington e Teheran hanno atteso l’elezione di Rouhani. Una volta eletto Rouhani, il meccanismo della finzione e’ scattato, portando alla firma di un accordo preliminare nel 2013 e poi di un accordo definitivo nel luglio del 2015 a Vienna.

Peccato che, questo accordo, ha lasciato completamente intatto tutto il programma nucleare iraniano, garantendo a Teheran la fine di buona parte delle sanzioni internazionali e di fatto legittimando anni di violazione delle normative internazionali.

Per far digerire un accordo simile, il Segretario di Stato americano Kerry ha dato delle rassicurazioni al Congresso che sono state presto smentite. Solamente dopo la firma dell’accordo, l’Iran ha testato per ben tre volte missili balistici capaci di trasportare ogive nucleari, in piena violazione della risoluzione ONU 2231.

Per questo, qualche mese fa, il Congresso ha deciso di avviare una indagine, per indagare se l’amministrazione Obama abbia mentito davanti ai Parlamentari americani, “vendendo” l’accordo con l’Iran su basi inesistenti (No Pasdaran).

Il NYT rivela come la Casa Bianca ha creato il falso consenso sull’Iran Deal

Il vaso di Pandora si scoperchia definitivamente il 5 maggio scorso, quando David Samuel sul New York Times, svela come l’Amministrazione americana ha lavorato per creare il falso consenso sull’Iran Deal.

La clamorosa rivelazione arriva direttamente per bocca di Ben Rohdes, Vice Capo Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’Amministrazione Obama. Parlando con Samuel, giornalista del NYT, Rohdes ammette che la Casa Bianca ha pagato indirettamente, per ottenere il sostegno di giornalisti, radio e think tank. Lo scopo di questa campagna, era quello di creare ad arte il sostegno per l’Iran Deal, per mezzo di opinionisti, lobby ed “esperti” di politica estera (No Pasdaran).

Nulla di legalmente punibile, ma una azione politica che ben rivela l’intero castello di carta costruito per legittimare il nuovo rapporto con Teheran. In questo senso, anche la stessa immagine di moderato di Rouhani, e’ stata costruita ad hoc, proprio come una sceneggiatura di un film.

Per queste ragioni, lo scorso 17 maggio, la Camera dei Rappresentati ha organizzato una audizione intitolata “La narrativa della Casa Bianca sull’accordo Nucleare con l’Iran”. A questa audizione, che potrete vedere per intero nel video in basso, era stato invitato anche Ben Rohdes. Rohdes, pero’, ha declinato l’invito rifiutandosi di spiegare quanto da lui stesso affermato al Congresso…

 

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Se mio figlio non sara’ rilasciato, il prossimo 26 Marzo dichiarerò lo sciopero della fame. Con queste parole disperate Ahmad Ronaghi Maleki, padre del blogger iraniano Hossein Ronaghi Maleki, ha annunciato il suo prossimo gesto di protesta contro gli abusi del regime.

La storia di Hossein e’ nota da anni: blogger iraniano, ha preso parte alle proteste dell’Onda Verde del 2009, manifestazioni popolari represse nel sangue. Per il suo coraggio e il suo attivismo, Hossein e’ stato arrestato e condannato a 15 anni di carcere dal giudice Yahya Pirabbasi. Durante la sua prigionia, Hossein e’ stato rilasciato per due volte per ragioni mediche, avendo contratto importanti infezioni ai reni durante la detenzione ad Evin. Entrambe le volte, nonostante la necessita’ di cure mediche specialistiche, Hossein e’ stato rispedito in carcere. Nel 2013, addirittura, Hossein ricevette la visita in cella di un rappresentante della magistratura iraniana che, davanti alle proteste del detenuto, risposte “al massimo morirai in carcere” (No Pasdaran).

Nel Settembre 2014, quindi, ad Hossein venne concessa una nuova libertà su condizionale, ovviamente dopo aver pagato oltre 460 mila dollari di cauzione. La famiglia di Hossein sperava quindi di aver chiuso definitivamente il capitolo prigionia, prospettando per il loro caro una nuova rinascita. Ovviamente non era cosi: a sorpresa Hossein e’ stato convocato dal Procuratore che, il 19 gennaio del 2015, lo ha rispedito direttamente in cella…Una decisione presa nonostante il parere contrario di tutti i medici (Iran Human Rights).

Da oltre due mesi, quindi, Hossein e’ nuovamente rinchiuso nel braccio 7 del carcere di Evin (buttato in mezzo ai criminali comuni). Le sue condizioni di salute sono drammaticamente peggiorate e, appena qualche giorno fa, il prigioniero politico iraniano e’ stato trasferito dal carcere ad un centro medico, per una serie di visite di controllo. Tra i problemi di cui soffre Hossein, riportiamo: dolore al torace, problemi renali, gonfiore del viso, sanguinamento dello stomaco, densità del sangue, infezioni agli occhi, problemi polmonari e difficoltà respiratorie (Hrana). Praticamente la sua stessa vita e’ in pericolo all’interno del carcere. 

Qualche tempo fa, Ahmad Ronaghi Maleki ha duramente attaccato il Presidente americano, chiedendo perché Obama non si impegni personalmente per la liberazione di TUTTI i detenuti politici iraniani (e non solo quelli con cittadinanza americana).

Ovviamente non ha ricevuto nessuna risposta

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Come ormai palese, l’accordo nucleare tra l’Iran e P 5+1 non ha molto di tecnico, ma e’ unicamente un agreement politico, inteso ad unire i coincidenti interessi delle democrazie Occidentali con quelli del regime di Teheran. Interessi geopolitici che, ovviamente, non coincidono al 100% in ogni settore del globo, ma che coincidono perfettamente sui temi importanti dell’attualità. Come il vertice Nato ha ben dimostrato, infatti, al centro degli attuali interessi Occidentali – e della Casa Bianca – più che la Repubblica Islamica o l’Isis, c’e’ l’isolamento della Russia. Un isolamento che, primariamente, passa per l’offerta all’Europa – ovvero a molti dei Paesi che compongono la Nato – di fonti energetiche alternative a quelle offerte da Gazprom. In tal senso, quindi, due Paesi rappresentano il centro di gravita’ della nuova strategia Occidentale: 1- la Turchia, come centro di snodo dei futuri gasdotti (pipeline) che arriveranno in Europa senza toccare il territorio russo (da qui anche la questione Ucraina e la costruzione del Trans-Adriatic Pipeline); 2- l’Iran, inteso non solo come attore con cui stabilizzare le relazioni diminuire l’impegno Occidentale in Medioriente, ma anche e soprattutto come futura fonte di gas da sommare alle risorse dell’Azerbaijan e del Turkmenistan. Ecco perché, l’accordo scritto a Vienna, non e’ impostato – anche testualmente – per poter essere cancellato, anche in caso di violazione da parte iraniana. Gli interessi geopolitici ed economici (pubblici e del settore privato), che l’accordo di Vienna metterà in moto, infatti, sono destinati a restare in piedi e lo stesso testo scritto dai negoziatori il 14 luglio, lo dimostra chiaramente.

Dimostriamo di seguito quanto affermato sopra. Lo facciamo usando il contenuto stesso dell’accordo di Vienna, evidenziando razionalmente l’impossibilita’ di ottenere uno ‘snapback in caso di mancato rispetto dell’accordo da parte dell’Iran. Lo snapback, in gergo americano, significa riportare l’Iran alla situazione precedente all’accordo (sanzioni internazionali), in caso di violazioni. Evidenziamo quindi i punti che contraddicono la propaganda in corso in questi giorni da parte dei diplomatici – e dei media – Occidentali. 

Ispezione ai siti nucleari: secondo quanto scritto nell’accordo di Vienna, il regime iraniano ha 24 giorni per ritardare la visita ai siti nucleari richiesta dall’AIEA. In questo lasso di tempo, quindi, Teheran potrà cancellare le prove – o la maggior parte delle prove – di attività illecite. I diplomatici Occidentali evidenziano come sia impossibile cancellare tracce di attività nucleari in meno di un mese. Una posizione davvero ingenua, che  Senza contare che, come ammesso dalla stessa Consigliera di Obama Susan Rice, gli ispettori di nazionalità americana non saranno parte del team che visiterà i siti nucleari iraniani. Ancora: al di la’ dei buon intenti espressi dal Segretario AIEA Amano nel documento firmato con Salehi, il regime iraniano ha chiaramente detto che i siti militari – dove sono stati portati avanti gli esperimenti sulla bomba nucleare – non saranno accessibili agli ispettori internazionali. Cosi come non sara’ accessibile all’AIEA il contatto con gli scienziati nucleari iraniani che, in questi anni, si sono occupati del programma nucleare. Ergo: non esisterà alcun tipo di monitoraggio del programma nucleare portato avanti “ovunque ed in ogni momento” (‘anytime-anywhere‘), come inizialmente affermato dalla diplomazia americana. Un dato di fatto che ha costretto la stessa Wendy Sherman, capo negoziatore americano, ad ammettere pubblicamente che l’ “anytime – anywhere” tanto sottolineato dai negoziatori occidentali, era unicamente una mera retorica (link);

Cosa succede in caso di violazione iraniana? Teoricamente, secondo l’accordo di Vienna, se la Repubblica Islamica viola l’accordo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU può riattivare le sanzioni approvate in questi anni. Praticamente, come il testo dell’accordo di Vienna dimostra, questa ri-applicazione e’ impossibile. La ri-applicazione delle sanzioni ONU, infatti, e’ la sola pena prevista in caso di violazione iraniana. Ovvero, come denuncia l’esperto Robert Satloff, sarebbe come punire un criminale con la pena di morte per ogni tipo di reato che commette (link). Nel mondo reale, quindi, e’ come dire che non esiste alcuna punizione prevista, se non per una “crimine punibile con la pena di morte”. Al  regime iraniano, quindi, basterà giocare con gli interessi delle potenze internazionali, facendo in modo di non superare nei prossimi 10 anni la linea rossa che divide un “reato di secondo grado” da un “reato di primo grado”. Come evidenziato da Richard N. Haas, Presidente del Council on Foreign Relations, il rischio maggiore sta proprio nella capacita’ dell’Iran di mantenere l’accordo per tutto il tempo previsto (link);

Cosa succede praticamente in caso di ‘snapback’? Qui sta il punto centrale della beffa dell’accordo di Vienna. Secondo quanto scritto nelle 100 pagine dell’accordo, infatti, anche se il Consiglio di Sicurezza dell’ONU decidesse di re-impostare le sanzioni internazionali, tutti i contratti firmati nel periodo dell’alleggerimento delle sanzioni internazionali (‘sanction lifting‘), non saranno toccati dalle nuove sanzioni. Cio’ significa praticamente che, nel momento in cui gli Stati (guidati dal settore privato), rimetteranno in moto i loro business nella Repubblica Islamica (lo stanno già facendo da mesi), avranno anche quindi il pieno interesse ad evitare che si torni alla situazione pre-Vienna.

Purtroppo, pero’, sulla questione delle sanzioni, nel testo di Vienna c’e’ qualcosa di peggio: nel testo dell’accordo, infatti, sta scritto chiaro e tondo che l’Iran considera il ritorno alle sanzioni come un via libera al non rispetto di tutti gli accordi presi con il 5+1 (si prega di leggere i paragrafi 29 e 37 dell’accordo di Vienna). In poche parole, per le potenze Occidentali riportare Teheran al Consiglio di Sicurezza, significa essere coscienti che la Repubblica Islamica cancellerà tutti gli impegni firmati nella capitale austriaca. Praticamente, quindi, nessun Paese si assumerà una responsabilità talmente grande fino alla fine, sapendo tutte le conseguenze che questo comporta, non solo in termini diplomatici, ma anche di interessi economici e geopolitici (link). In tal senso, basti solo ricordare che la Russia ha già firmato con l’Iran un accordo per la costruzione di altri 8 nuovi reattori nucleari

Quanto su-scritto, dimostra chiaramente come, tutte le ‘minacce’ Occidentali al regime iraniano sulla possibile ri-applicazione delle sanzioni internazionali, sono mera propaganda ad uso e consumo del pubblico Occidentale. La realtà ben diversa e troppo legata ad interessi geopolitici ed economici per essere modificata, con o senza violazioni dell’accordo da parte della Repubblica Islamica.

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Pubblichiamo il video dell’intervista rilasciata alla CNN da Susan Rice, Consigliere per la Sicurezza Nazionale di Barack Obama, in merito all’accordo nucleare tra il 5+1 e l’Iran. Come vedrete dal video, incalzata dal presentatore Wolf Blitzer, l’Ambasciatrice Rice e’ costretta ad ammettere che:

non ci saranno ispettori di nazionalità americana nel team AIEA che si andrà in Iran per ispezionare i siti nucleare. In altre parole, nessuno potrà assicurare che gli ispettori AIEA di altre nazionalità. In altre parole il giudizio dipenderà quindi da ispettori di Paesi che, potenzialmente, potrebbero non avere interesse riapprovare nuove sanzioni contro l’Iran…;

l’Iran potrà usare i soldi del sanction lifting per finanziare il terrorismo internazionale e che la questione del finanziamento internazionale del terrorismo, non era un argomento del negoziato con l’Iran. Un crimine per cui l’Iran e’ stato sanzionato con la Risoluzione 1803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (testo risoluzione)

l’Iran potrà usare i soldi del sanction lifting per aumentare i finanziamenti ai Pasdaran, ovvero coloro che controllano materialmente il programma nucleare e missilistico iraniano. Programmi clandestini per i quali l’Iran e’ stato soggetto alle risoluzione ONU e alle sanzioni internazionali (si legga la Ris. UNSC 1929 del 2010);

grazie al sanction lifting l’Iran potrà inviare liberamente i soldi per salvare il regime di Bashar al Assad. Soldi che permetteranno al regime siriano di restare in vita, di aumentare i massacri di Damasco contro i civili siriani e di perpetuare la continuazione del conflitto.

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Una lettera aperta e una pubblica presa di posizione contro l’accordo nucleare con l’Iran – o meglio, contro il tipo di agreement che si sta paventando durante i negoziati. E’ questa la notizia bomba che, in queste ore, sta agitando la Casa Bianca. Non solo perché la lettera aperta e’ stata pubblicata sul prestigioso Think Tank americano “Washington Institute for Near East Policy“, ma anche e soprattutto perché, quella stessa lettera, porta la firma di ben cinque ex Consiglieri del Presidente americano Barack Obama. 

L’accordo nucleare con l’Iran non e’ ancora concluso…la data finale e’ il 30 di giugno. Noi conosciamo molte cose a proposito dell’accordo che si sta per firmare. La maggior parte di noi, preferirebbe un accordo più duro“, cosi si apre la lettera aperta. La parte più forte, pero’ arriva immediatamente dopo: “l’accordo non eviterà che l’Iran si possa dotare della capacita’ di costruire un’ arma nucleare.  Non richiederà all’Iran di smantellare le infrastrutture per l’arricchimento dell’uranio…“. Ancora: “l’accordo non comprende una strategia comprensiva con l’Iran. Non affronta il sostegno iraniano alle organizzazioni terroriste (come Hezbollah e Hamas), l’intervento iraniano in Iraq, Siria, Libano e Yemen (la sua “egemonia regionale”), l’arsenale di missili balistici in possesso di Teheran e l’oppressione del regime verso la popolazione iraniana. L’Amministrazione americana ha preferito il negoziato, rispetto alla questione della minaccia nucleare…“.

La lettera aperta, quindi, entra nel merito della questione nucleare, evidenziando come l’accordo che si prospetta debba prevedere: 1- l’accesso ai siti militari da parte degli ispettori AIEA; 2- la limitazione dell’installazione di centrifughe avanzate per l’arricchimento dell’uranio, 3- una riduzione graduale delle sanzioni; 4- un meccanismo di re-imposizione delle sanzioni, in caso di violazione da parte dell’Iran. Non solo: gli esperti internazionali, richiedono al Presidente Obama di non posticipare nuovamente la deadline del negoziato (come già accaduto due volte).

Come suddetto, la lettera aperta rappresenta una botta pesantissima all’amministrazione Obama, perché firmata da ben cinque ex collaboratori diretti del Presidente USA. Tra loro ricordiamo il Generale Petraeus, ex capo della CIA, Dennis Ross, assistente speciale di Obama per la sicurezza nazionale dal 2009 al 2011, Gary Samore, ex consigliere di Obama per il controllo degli armamenti e delle armi di distruzione di massa, David Makovsky, ex inviato speciale di Obama per il conflitto israelo-palestinese e Robert Einhorn, special advisor del Segretario di Stato per il controllo degli armamenti dal 2009 al 2013. Insomma, una intera pletora di esperti, scelti direttamente dal Presidente americano o dai suoi collaboratori che, pubblicamente, attaccano il modello di accordo nucleare con la Repubblica Islamica. 

Un attacco che, va ricordato, arriva dopo il report pubblicato dal Dipartimento di Stato americano e le linee rosse menzionate nuovamente dalla Guida Suprema Ali Khamenei. Come noto, sebbene i media italiano abbiano ignorato la notizia, il Dipartimento di Stato americano ha denunciato che, profittando dell’appeasement internazionale durante il negoziato nucleare, il regime iraniano ha aumentato il finanziamento ai gruppi terroristi internazionali (qui il report per intero). Ali Khamenei, da parte sua, ha completamente chiuso la porta ad un qualsivoglia accordo nucleare che impedisca, veramente, alla Repubblica Islamica di non costruire una bomba nucleare. Parlando davanti ad una platea di impiegati governativi, Khamenei ha ribadito la sua contrarietà ad ogni tipo di ispezione ai siti militari, la necessita’ di eliminare le sanzioni immediatamente, di non accettare nessuna limitazione all’arricchimento dell’uranio nei prossimi 10-12 anni e di non accettare alcuna limitazione alla costruzione di nuova tecnologia nucleare.

Pubblichiamo di seguito, per intero, la lunga lettera aperta del Washington Institute for Near East Policy, consigliando ad ognuno di scaricarla, leggerla e diffonderla.

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Maziar Bahari, giornalista irano-canadese arrestato e abusato dalle autorità iraniane nel 2009, ha definito la storia dell’Iran una “storia di false confessioni”. Il senso di questa affermazione e’ chiaro: seguendo e peggiorando la linea imposta dallo Shah, l’Iran post rivoluzionario e’ stato un susseguirsi di arresti di nemici invisibili, costretti a confessare la loro colpevolezza in video televisivi, dopo aver subito le peggiori angherie. La loro colpa, ovviamente, non era quella di rappresentare un vero pericolo alla sicurezza nazionale, ma quella di agire, informare o semplicemente mettere in dubbio la linea imposta dai Mullah.

Questo dramma oggi lo sta vivendo Jason Rezaian, inviato del quotidiano americano Washington Post, arrestato con la moglie nel luglio del 2014. Ieri, dopo mesi di detenzione senza processo, Jason e’ stato portato per la prima volta davanti alla Corte Rivoluzionaria, per la precisione davanti al giudice Abolghasem Salavati. Il Giudice Salavati, a capo della sezione 15 del Tribunale Rivoluzionario, e’ conosciuto come uno dei più fedeli mastini della linea ultraconservatrice, ed e’ oggi anche responsabile del processo contro Narges Mohammadi, attivista e donna coraggiosa, in arresto per la sua opposizione alla pena di morte e per la sua lotta in favore dei prigionieri politici e dei diritti delle donne.

Il Giudice Salavati intende processare Jason Rezaian per due accuse: 1- spionaggio in favore di un Governo ostile (Stati Uniti), 2- propaganda contro il regime. Salavati, in particolare, mette sotto accusa le relazioni di Jason Rezaian con il Consolato americano a Dubai, sostenendo che l’inviato del Washington Post avrebbe inviato una lettera ad Obama, sostenendo di avere contatti con cittadini iraniani di ogni livello, dai semplici lavoratori ai Mullah. Tra le altre cose, inoltre, il Giudice Salavati ha messo in dubbio la natura dei contatti tra Jason Rezaian e Lara Setrakian, giornalista armeno-americana, inviata per il Medioriente di diversi canali, tra cui ABC e Bloomberg.  Davanti a tutte queste accuse, alquanto ridicole tra le altre cose, Jason Rezaian ha sempre risposto di aver solo svolto il suo lavoro di reporter e di aver portato avanti contatti con altri giornalisti solo come “normali rapporti tra colleghi” (ma in Iran, si sa, nulla e’ normale…). Tra le altre cose, in particolare, la colpa di Rezaian sarebbe stata – per il Giudice Salavati – quella di aver dato alla giornalista di ABC Lara Setrakian informazioni in merito ai possibili risultati delle elezioni presidenziali iraniane e le informazioni relative ai candidati accettati dal Consiglio dei Guardiani. A sua volta, quindi, Lara Setrakian avrebbe inviato queste informazioni ad Obama.

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Quanto sta accadendo nella Repubblica Islamica ha quindi del paradossale: mentre l’Iran manda in giro per il mondo Rouhani e Zarif a parlare della disponibilità del regime ad essere un attore di pace, all’interno del Paese la repressione contro i pericoli delle aperture verso l’Occidente si fa sempre più dura e repressiva. Come le accuse, ridicole, contro Jason Rezaian dimostrano, al centro dello scontro non c’e’ veramente lo spionaggio di un giornalista verso un “Governo ostile”, ma il suo lavoro di reporter per un giornale americano. Soprattutto, pero’, c’e’ il messaggio chiaro che – chi detiene il vero potere in Iran – intende inviare al mondo: “accordo nucleare o no, le regole del gioco le stabiliamo noi e ogni apertura verso la cultura Occidentale e’ ‘haram’ (un peccato)”.

Nonostante la chiarezza di questo messaggio, l’Occidente continua a mettere da parte il tema dei diritti umani in Iran, permettendo al regime di schiacciare ogni potenziale “nemico invisibile”. Il prezzo di questa indifferenza non sara’ un cambiamento del regime iraniano, ma un rafforzamento di coloro che intendono fare della Repubblica Islamica una potenza regionale e usare il potere per diffondere nella regione la Velayat-e Faqih. Con un solo risultato finale: una lunga Guerra dei Trent’anni tra Sciiti e Sunniti, il cui costo in termini di violenza sara’ altissimo.

Chiediamo ai giornalisti italiani di mobilitarsi – attraverso articoli, appelli e proteste contro il regime iraniano – per la liberta’ di un loro collega incarcerato con una sola colpa: essere un reporter!

Di seguito il trailer del film “Forced Confession” del giornalista irano-canadese Maziar Bahari (qui il documentario completo: http://goo.gl/wvquXf ) e alcuni video di confessioni forzate trasmesse dalla TV iraniana.

Trailer del film “Forced Confession”

[youtube:https://youtu.be/TUkaDo_zGiQ%5D

La confessione forzata dei ragazzi colpevoli di aver giurato il video Happy in Teheran

[youtube:https://youtu.be/hvT-UIWvzMk%5D

La confessione forzata di Sakineh Mohammad Ashtiani

[youtube:https://www.youtube.com/watch?v=HhSw4h3Cdeo%5D

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Dopo il caso dell’Arab Bank, accusata negli Stati Uniti di finanziare il terrorismo di Hamas, ora 200 veterani della guerra in Iraq e le loro famiglie, a ribellarsi contro il terrorismo internazionale. Questa volta, il dito è direttamente puntato sull’Iran e sui suoi alleati finanziari, accusati di aver permesso il passaggio di denaro dei Mullah, senza tenere in considerazione l’uso che Teheran faceva di quei soldi. Secondo l’accusa dei veterani americani, infatti, l’Iran ha usato sei istituti di credito per trasferire il denaro usato per finanziare i gruppi terroristi in Iraq, responsabili della morte di centinaia di militari statunitensi. L’inchiesta è stata aperta presso la Corte Federale di Brooklyn e coinvolge i seguenti istituti bancari: HSBC Holdings, Barclays, Standard Chartered, Royal Bank of Scotland e il Credit Suisse Group. A questi cinque istituti bancari, va aggiunta la sussidiaria inglese della banca iraniana Bank Sederat. Va specificato che tutti i gruppi bancari posti sotto accusa, hanno rifiutato di rilasciare dichiarazioni in merito alla loro posizione.

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L’avvocato delle vittime, Gary Osen, ha dichiarato che le Banche hanno agito in maniera irresponsabile, permettendo che i loro istituti si rendessero complici dei progetti criminali e assassini del regime iraniano. Le vittime hanno presentato centinaia di documenti a favore della loro accusa, rimarcando il ruolo centrale di Hezbollah e dei Pasdaran negli attentati contro i militari americani di stanza in Iraq, dopo la guerra del 2003. Robert Barlett, uno dei soldati che ha promosso l’azione legale e ferito nel 2005 in Iraq, ha dichiarato molto saggiamente: “Se loro non avranno i soldi, non avranno anche nessun proiettile”. Va aggiunto che, proprio in queste ore, il vice comandante della milizia sciita irachena Asaib Ahl al-Haq – finanziata e addestrata dalla Repubblica Islamica – si è pubblicamente vantato di aver contribuito alla morte del 70% dei militari americani uccisi in Iraq tra il 2003 e il 2007.

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