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“Non e’ islamica”. Con queste parole Ali Majad Ara, il Capo della Federazione per Tutti gli Sport – organizzazione nata in Iran per promuovere uno stile di vita sano – ha annunciato la decisione di bandiere la zumba, il popolare fitness musicale a ritmo di musica afro-caraibica.

Nella Repubblica Islamica, nonostante tutte le proibizioni del regime, negli ultimi anni sono nate sempre più paleste e centri fitness. La Zumba, quindi, ha iniziato a prendere piede anche in Iran, trovando numerosi appassionati.

Nonostante il divieto appena imposto, pare che gli iraniani non abbiano alcuna intenzione di accettare di abbandonare il popolare sport. Come ha dichiarato Sunny Nifisi, istruttore di Zumba iraniano, la Zumba e’ “divertente e positiva e – malgrado questi ultimi giorni siano stati molto tristi – sicuramente non ci fermeremo” (NYT).

Al fine di bloccare il divieto, alcuni si stanno anche appellando a clerici considerati moderati come Hossein Ghayyoumi, vicino al Presidente Hassan Rouhani. Ghayyoumi, 66 anni e sofferente di artrite, ha ammesso che la Zumba e’ molto salutare. Come clerico, pero’, ha ribadito il fatto che si tratta di uno sport “haram”, ovvero peccaminoso e illegale. 

Ricordiamo che, appena qualche mese fa, il regime iraniano aveva vietato alle donne di andare in bicicletta in pubblico, al fine di non provocare la libido maschile. Un divieto, anche in questo caso, costantemente sfidato dalle donne iraniane, ormai stanche delle decisioni fondamentaliste di clerici anziani e misogini.

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Lei si chiama Sadaf Taherian ed e’, non solo una bravissima attrice iraniana, ma anche una bellissima donna. Una donna sinora costretta ad indossare l’hijab – il velo islamico – per poter lavorare. Un velo che, evidentemente, Sadaf ha sempre portato unicamente per dovere. E’ cosi che funziona nella Repubblica Islamica se vuoi vivere in pace, e’ cosi che funziona sotto la Presidenza di Hassan Rouhani.

Qualche giorno fa, pero’, Sadaf Taherian ha preso coraggio e, anche se intimorita, ha pubblicato una sua foto senza velo nel profilo Instagram. La foto che vi mostriamo sotto, ritrae non solo l’intera bellezza di Sadaf, ma anche la sua gioia nel poter mostrare liberamente il suo intero viso.

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Ovviamente, neanche a dirlo, la risposta del regime clericale non si e’ fatta attendere: il Governo iraniano ha accusato Sadaf Taherian di essere asservita alla cultura Occidentale. Non solo: con Sadaf e’ stata minacciata anche un altra attrice iraniana, Chekameh Chamanmah, anche lei per aver pubblicato su Instagram una fotografia senza il velo. Impaurita dalle minacce, la povera Chekameh ha deciso di cancellare la foto appena pubblicata. 

Sadaf Taherian, invece, ha detto no: ha rifiutato di cancellare la foto dal suo profilo social e ha sfidato apertamente l’establishment. Il primo ad attaccarla, neanche a dirlo, e’ stato il Ministro della Cultura iraniano, un certo Ali Jannati, ricevuto con alti onori in Italia e con cui il Ministro Franceschini ha firmato un Memorandum of Understanding (No Pasdaran). Non solo: parlando con la giornalista iraniana Masih Alinejad – creatrice della pagina Facebook My Stealthy Freedom – Sadaf ha denunciato anche di aver subito numerosi insulti via Internet (My Stealthy Freedom). Chiaramente, come sempre, si tratta dei cani sciolti di Ansar Hezbollah, primi responsabili dell’oppressione della donna in Iran. Gli stessi che hanno bruciato con l’acido decine di ragazze malvelate in tutta la Repubblica Islamica (No Pasdaran). Per questi crimini, per la cronaca, il Governo di Rouhani non ha arrestato neanche un responsabile (The Indipendent).

Il 14 – 15 Novembre, il Presidente iraniano Hassan Rouhani arriverà in Italia. Riteniamo che sia dovere del Governo italiano, denunciare gli abusi dei diritti umani all’interno della Repubblica Islamica. Abusi aumentati sotto la presidenza di Hassan Rouhani (le condanne a morte, nel solo 2015, hanno raggiunto il numero di 1000!). E’ tempo di dire basta ad un dialogo unilaterale e ad una serie di concessioni importanti, senza alcuna condizione. 

#No2Rouhani

 

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Il regime iraniano, come noto, ha fatto della causa palestinese la madre di tutte le battaglie ideologiche. Chiaramente, non lo ha fatto per un sincero interesse verso il popolo palestinese, ma come scusa per portare avanti le sue posizioni estremiste contro gli Stati Uniti – il ‘Grande Satana’ – e Israele – il ‘Piccolo Satana’. In nome di questa costante campagna di odio, l’Iran finanza i peggiori gruppi terroristi palestinesi, giustifica ogni sorta di attacco violento contro gli israeliani e promuove vere e proprie campagne di negazionismo e odio verso il popolo ebraico. Nella sua propaganda, ad ogni modo, Teheran ha sempre teso a rappresentare tutti i palestinesi oppressi, primi fra tutti quelli presenti all’interno del territorio israeliano. Nonostante la propaganda, pero’, la vera natura degli Ayatollah – e il loro sincero disinteresse verso la sorte dei Palestinesi – alla lunga esce sempre allo scoperto.

Quanto successo alla rock star di origine iraniana Sami Yusuf e’ davvero emblematico. Sami Yusuf e’ un cantante di origine iraniana, popolare in tutto il Medioriente. i cui dischi hanno venduto milioni di copie. Durante l’ultimo Ramadan, Sami Yusuf e’ arrivato in Israele per esibirsi a Nazaret, una città del nord in prevalenza abitata da cittadini da arabi israeliani, di cui almeno il 30% di fede cristiana. Nonostante le fatiche del digiuno, il concerto di Sami Yusuf e’ stato un successo. Un successo sgradito al regime iraniano. Poco dopo l’esibizione di Sami Yousuf a Nazaret, infatti, il sito iraniano Entekhtab ha annunciato la decisione delle autorità iraniane di bandire da TV e radio nazionali tutta la produzione musicale di Sami Yusuf. Tra le accuse contro Sami Yusuf, udite udite, non c’era solo quella di aver visitato i territori occupati (per Teheran tutta Israele e’ un ‘territorio occupato’), ma anche quella di aver visitato i siti religiosi ebraici e cristiani. Tra i siti visitati da Yusuf e sgraditi ai Mullah, anche l’area dove – secondo la tradizione cristiana – Gesù ha ricevuto il battesimo da parte di Giovanni Battista.

Sami Yusuf ha personalmente commentato il bando del regime iraniano sul suo sito internet: “non sapevo che portare dei sorrisi ai miei amati fratelli e sorelle palestinesi, avrebbe causato una tale offesa al Governo dell’Iran. Mi spiace per i miei fan in Iran a cui sara’ negata la mia musica per diverso tempo, ma non ho intenzione di scusarmi…la musica e’ permeabile e non può essere chiusa in confini per fini politici“. Tra le altre cose, vogliamo ricordare che Yusuf non e’ mai stato un artista di rottura con il regime iraniano. Al contrario, ha collaborato con registi come Majid Majidi, da sempre considerato vicino agli altri vertici di Teheran. Il bando imposto dall’Iran al popolare cantante iraniano – oggi residente in Gran Bretagna – e’ legato solamente all’odio del regime iraniano verso Israele. Un odio ad uso e consumo della propaganda interna dei Mullah che, chiaramente, non ha nulla a che vedere con la solidarietà verso il popolo palestinese.

Immagini del concerto di Sami Yusuf a Nazaret

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Come vi abbiamo già detto, il regime iraniano ha teoricamente condannato l’attentato di Parigi. Scriviamo teoricamente perchè, come denunciato dal sito Good Morning Iran, il testo della condanna del Ministero degli Esteri iraniano mette sullo stesso piano l’ideologia barbara dei terroristi con la libertà di espressione delle vittime (giudicata da Teheran eccessiva). Una presa di posizione vergognosa che, indubbiamente, non può rappresentare una vera condanna del terribile attentato di Parigi.

Purtroppo, però, il regime dei Mullah è riuscito a fare di peggio. L’Associazione dei Giornalisti Iraniani, infatti, aveva organizzato un evento di solidarietà per i colleghi del Charlei Hebdo. L’evento di solidarietà si sarebbe dovuto tenere proprio nella sede l’Associazione dei Giornalisti, chiusa dal regime iraniano nell’Agosto del 2009. Quando i coraggiosi reporter iraniani si recati con una candela e dei fuori presso il luogo dell’appuntamento, le forze di sicurezza sono immeditamente intervenute, bloccando ogni iniziativa. A nulla sono serviti i tentativi di convincere i Pasdaran a lasciar passare i giornalisti. Vogliamo ricordare che, nel giugno del 2013, durante la campagna elettorale, il Presidente Rouhani aveva promesso di intervenire personalmente contro la messa al bando dell’Associzione dei Giornalisti. Sinora nulla è accaduto e la magistratura iraniana ha da poco riconfermato la chiusura dell’Associzione e le misure restrittive contro i 4000 iscritti.

Proprio a proposito della magistratura iraniana, dobbiamo riportare la decisione di emettere un ordine di blocco verso tre social networks: Line, WhatsApp e Tango. Tutte applicazione, come noto, create per connettere le persone. Un chiaro simbolo di debolezza del regime e di paura di possibili proteste organizzate da parte della popolazione. Cosi, mentre il mondo si mobilità per la libertà di espressione, al popolo iraniano è sempre piu’ negata ogni possibilità di interagire e di decidere liberamente.

Vi riportiamo, qui sotto, l’intervista della BBC al vignettista iraniano Kianoush Ramezani, costretto a lasciare la Repubblica Islamica dopo le repressioni del 2009. Ramezani dichiara di aver avvisato del pericolo i colleghi del Charlei Hebdo, ricordando loro la minaccia del fondamentalismo islamico e la necessità di stare allerta.

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Mentre la crisi siriana diventa sempre più cruenta e il regime Bahatista continua a massacrare i civili innocenti, l’Iran entra sempre di più nella partita e inizia ad invocare la Jihad per salvare  Bashar al-Assad. Il coinvolgimento della Repubblica Islamica è ormai noto ed ormai tutti sono consapevoli che Teheran invia quotidiamente a Damasco – via Baghdad – soldi, armi e uomini per aiutare l’esercito siriano. In questa sede, a proposito del coinvolgimento iraniano, vogliamo solamente ricordare le parole dell’ex Primo Ministro siriano Riad Hijab quando, immediatamente dopo aver disertato, ha dichiarato testualmente “la Siria è occupata dal regime iraniano. La persona che guida il Paese non è Bashar al-Assad, ma Qassem Suleimani, il capo della Forza Quds“.

Oltre al sostegno attivo degli Ayatollah, adesso la Repubblica Islamica ha indetto un vero e proprio bando pubblico per chiamare a raccolta i cittadini iraniani al fine di “salvare la Siria”. Una campagna di reclutamento in stile afghano, diffusa direttamente da siti internet governativi (come irdiplomatic.com) o da siti vicini alla Guida Suprema Ali Khamenei. Coloro che volessero “aiutare direttamente” il regime di Bashar al Assad, infatti, vengono caldamente invitati a chiamare il numero 2617201 0251, oppure a mandare un sms al numero 3000282860.

Sebbene appaia ovvio che il regime iraniano non rilascerà direttamente a questi volontari un documento ufficiale di “combattenti”, sembra chiaro che si tratta di uomini che dovranno recarsi al fronte per aiutare l’esercito siriano ad uccidere i “ribelli”. Il bando stesso, infatti, parla apertamente di lotta contro i “takfir” ovvero coloro che – secondo la legge islamica – sono compevoli di “apostasia”, un reato punito con la morte.

La pubblicazione di un simile bando segna un approfondimento drammatico del coinvolgimento iraniano in Siria: Khamenei sta investendo tutti i suoi poteri nel salvataggio del regime di Bashar al-Assad, dalla cui sorte dipenderà il futuro geopolitico dell’intero Medioriente.

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