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Qualche ora fa la Reuters ha pubblicato una notizia interessante: a produrre le bandiere di Stati Uniti, Israele e Gran Bretagna che il regime iraniano fa bruciare in piazza durante le manifestazioni, e’ una fabbrica che si trova vicino Teheran, in una piccola cittadina che si chiama Khomein (la città che ha dato i natali all’Ayatollah Khomeini).

Secondo la Reuters, questa fabbrica produce almeno 2000 bandiere al mese dei Paesi considerati nemici del regime, per un totale annuale superiore a 1 milione e 500 bandiere da dare alle fiamme.

La fabbrica si chiama Diba Parcham e il proprietario, tale Ghasem Ghanjani sostiene di non avere alcun problema con i popoli dei Paesi le cui bandiere vengono bruciate, ma che si tratta di una protesta contro i governi, i loro presidenti e le loro politiche sbagliate.

Peccato che non sia proprio cosi che la pensano molti degli stessi iraniani, che proprio per protestare contro il regime, nelle ultime settimane, si sono rifiutati di calpestare le bandiere di Stati Uniti e Israele. Peccato che, in un contesto internazionale sano, non puo’ piu’ essere considerato accettabile il comportamento di uno Stato che non solo brucia le bandiere di Paesi ONU in piazza, ma ne invoca direttamente la morte o la distruzione.

E’ tempo di reagire, e’ tempo di mettere l’Iran e i sostenitori del regime davanti alle loro responsabilità, perché vengano educati. E’ tempo di mettere anche questa vergognosa “fabbrica dell’odio” e tutti i suoi dipendenti sotto sanzioni internazionali!

 

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Il prossimo 4 novembre, come tutti gli anni, l’Iran “celebrerà'” l’anniversario della presa degli ostaggi americani dell’Ambasciata USA a Teheran. Un fatto vergognoso – contro tutte le norme internazionali della diplomazia – che vide 52 ostaggi statunitensi rapiti dai jihadisti Pasdaran iraniani per oltre 400 giorni (dall’11 novembre 1979 al 20 gennaio 1981). Una storia che, teoricamente, dovrebbe far vergognare la Repubblica Islamica. Purtroppo, pero’, quel fatto increscioso fu sostenuto e benedetto da Khomeini e viene annualmente ricordato con celebrazioni di massa in oltre 700 città iraniane. 

Secondo alcune indiscrezioni provenienti dalla Repubblica Islamica, sembrava che quest’anno l’Organizzazione per la Propagazione dell’Islam (OPI) – materialmente responsabile per le celebrazioni del 4 Novembre – avesse dato ordine di non bruciare in piazza le bandiere americane. L’indiscrezione, parlava della richiesta di bruciare le sole bandiere israeliane (sic). Poche ore dopo la diffusione di questa notizia, pero’, l’OPI ha diramato un comunicato stampa, smentendo ufficialmente ogni ipotesi di cambiamenti nel programma. 

Spegnendo ogni speranza di aperture politiche (e mentali), l‘OPI ha chiarito che gli Stati Uniti rimangono il simbolo dell’arroganza e che la nazione iraniana continua a vedere negli USA il nemico numero uno. “Oggi” – precisa l’OPI – “l’America e’ lo stesso Grande Satana. Perciò, il 4 Novembre, la nazione iraniana sara’ presente a Teheran e in altre 770 città del Paese, contro l’arroganza guidata dagli USA” (Iran Press News).

D’altronde – parlando delle aperture possibili verso gli Stati Uniti in seguito all’accordo del 14 luglio – già lo stesso Ali Khamenei aveva chiarito i limiti da seguire. Infatti, come rimarcato dalla Guida Suprema davanti ad un gruppo di Pasdaran, “l’Iran non e’ contro il principio del dialogo; l’Iran e’ contro il dialogo con gli Stati Uniti“. Per rischiare di essere mal interpretato, Khamenei ha poi aggiunto: “Io non sono un diplomatico, sono un rivoluzionario. Io parlo direttamente. Quando un diplomatico parla, dice una cosa e ne intende un’altra. Io parlo chiaro e con sincerità“.

Cosa aggiungere? Ecco i nuovi amici dell’Occidente…

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