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Attivisti per i diritti umani, attivisti per i diritti delle donne e animalisti: ribellatevi e aiutateci!!! Il video che vi proponiamo qui sotto, infatti, vi mostra tutti i motivi per i quali e’ necessario che la società civile Occidentale si attivi, per impedire che l’Iran goda di un appeasement mondiale, senza pre-condizioni.

Nel video che vedete, infatti, e’ possibile vedere le forze di sicurezza iraniane sequestrare ad una povera donna il suo cane. Come la donna stessa denuncia nella pagina Facebook My Stealthy Freedom (la mia libertà rubata), ella e’ sottoposta nella Repubblica Islamica a due discriminazioni: e’ discriminata come donna, trattata secondo la legge come cittadina di Serie B e vessata quando non porta adeguatamente il velo obbligatorio (hijab), e come proprietaria di un cane. I cani, infatti, sono considerati impuri nell’Islam. Purtroppo, molto probabilmente, il cane del video verrà presto ucciso dai miliziani del regime.

Le donne iraniane, pero’, hanno deciso di continuare la loro quotidiana ribellione: continuando a portare il velo in maniera alternativa e affrontandone le conseguenze (spesso anche l’attacco con l’acido) e continuando a possedere un cane come animale domestico. Per vincere la loro guerra, pero’, hanno bisogno dell’aiuto delle democrazie mondiali. Un aiuto che, in questo momento, viene negato dai Governi Occidentali e dalle diplomazie Occidentali, troppo impegnate a fare affari con il regime iraniano.

Ecco allora che, ancora una volta, ben si capisce quanto conti la pressione dal basso – la pressione di chi ha umanità, prima che interesse materiale. Una leva importante, che sappiamo avere spesso la forza di costringere i Governi a rivedere le loro politiche interne e internazionali.

Condividete e denunciate!!! Questo e’ l’Iran dei Mullah, questo e’ l’Iran dei Pasdaran, questo e’ l’Iran che le diplomazie Occidentali vorrebbero portavi in casa…

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Apprendiamo dalle agenzie di stampa dell’arrivo oggi a Teheran del Ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni. Secondo quanto riportato dai media, il viaggio di Gentiloni nella Repubblica Islamica durerà sino al primo marzo e avrà come temi principali il negoziato nucleare, le crisi che attraversano il Medioriente e i rapporti bilaterali tra Italia e Iran. Vogliamo precisare subito una cosa: potremmo scrivere righe e righe, come è noto, da indirizzare al rappresentante italiano in merito al ruolo dei Pasdaran negli attuali massacri in Siria e Iraq, sul modo in cui i Mullah stiano ingannando l’Occidente sul nucleare o sull’abuso quotidiano dei diritti umani all’interno della Repubblica Islamica. Questa volta, però, piuttosto che spenderci in mille parole che – siamo certi – alla Farnesina leggerà, vogliamo usare questa occasione per fare al Ministro Gentiloni due richieste precise, entrambe relative a due prigionieri iraniani, arrestati dal regime per ragioni politiche. Per entrambi, ovviamente, chiediamo al Ministro Gentiloni di intercedere verso il regime, chiedendo il loro rilascio immediato per ragioni umanitarie e civili.

La prima prigioniera politica di cui chiediamo aiuto per il suo rilascio è Atena Farghadani. Di Atena vi abbiamo già parlato qualche settimana fa. Si tratta di una ragazza giovanissima, attivista per i diritti dei bambini. Atena è anche una artista ed è stata arrestata dal regime per aver disegnato una serie di caricature di personaggi politici – tra cui la caricatura di Khamenei – che ha fatto infuriare il regime. Da 16 giorni, Atena è in sciopero della fame per protestare contro il abusi da lei subiti. Per la sua libertà, da giorni ormai, si stanno attivando gli attivisti per i diritti umani e in suo nome sono state creare pagine Facebook e petizioni. Atena ha bisogno di essere operata urgentemente e la sua vita è a rischio. La sua permanenza in carcere è diventata ormai intollerabile e la stessa Nasrin Sotoudeh, all’interno dell’Iran, si sta battendo per la sua liberazione.

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Il secondo prigioniero politico per cui chiediamo aiuto al Ministro Gentiloni è l’Ayatollah Kazameini Boroujerdi. Dell’Ayatollah Boroujerdi vi abbiamo parlato diverse volte e vi abbiamo detto che è conosciuto al mondo come il “Mandela iraniano”. Un soprannome che si è guadagnato per la sua coraggiosa battaglia contro il khomienismo, in nome del ritorno alla vera natura dell’Islam sciita, una natura politicamente quietista e improntata al dialogo e alla pace. Al contrario, come ha sempre denunciato da Qom l’Ayatollah Boroujerdi, la Repubblica Islamica si è fatta sempre portatrice di un messaggio violento, improntato al mero sostegno al terrorismo internazionale e all’abuso dei diritti umani. Dal 1994, per questo motivo, l’Ayatollah Boroujerdi si batte per la democrazia in Iran e per la separazione netta tra potere politico e potere religioso. L’Ayatollah Boroujerdi sta pagando a caro prezzo il suo coraggio: l’Ayatollah si trova ormai in carcere dal 2006 e le sue condizioni di salute sono davvero drammatiche, tanto che la stessa Associazione Mondiale dei Medici ne ha recentemente chiesto l’immediato rilascio. Nel settembre del 2014, Borujerdi è stato visitato da un rappresentante del tribunale clericale del regime che, minacciando di applicare la pena di morte, lo ha invitato ad accettare una pubblica confessione di colpevolezza. L’Ayatollah, ovviamente, ha rifiutato e iniziato uno sciopero della fame. Per la sua libertà, addirittura, si sono esposti diversi prigionieri politici iraniani che, denunciando gli abusi da lui subiti, ne hanno chiesto il rilascio immediato. Da parte sua, lo stesso Ayatollah ha inviato lettere al Segretario dell’Onu, la Pontefice precedente e ad altri esponenti di primo piano a livello mondiale. Purtroppo, nonostante gli appelli degli attivisti, il regime non ha sinora voluto sentire alcuna ragione.

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Chiediamo, anzi imploriamo, il Ministro Gentiloni di farsi mediatore per la libertà di questi due prigionieri politici. Lo facciamo con la consapevolezza che, parlando di sole due persone, lasciamo da parte una lista lunghissima di prigionieri politici e di coscienza attualmente detenuti nel carceri iraniani. Allo stesso tempo, però, riteniamo che inziare dalla libertà di due attivisti attualmente in serio pericolo di vita, sia un passo fondamentale. Soprattutto, crediamo che questo approccio sia centrale soprattutto nell’attuale atmosfera di appeasement Occidentale verso Teheran. Al di là della questione nucleare, infatti, all’Iran non può e deve essere permsso di rientrare a pieno titolo nella Comunità Internazionale, senza il rispetto dei diritti umani e civili che spetta al popolo iraniano. In particolar modo, la liberazione dell’Ayatollah Borujerdi avrebbe un significato profondo, in un contesto internazionale in cui la religione è usata come scudo per esportare jihadismo e terrorismo (e l’Iran è il capostipide di questo approccio).

Sperando in una risposta positiva alla nostra richiesta, ringraziamo e porgiamo al Ministro Gentiloni i nostri cordiali saluti.

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Se in Occidente si mettesse in carcere qualcuno per aver avuto contatti con le Nazioni Unite, probabilmente, l’opinione pubblica e la diplomazia ufficiale si rivolterebbero chiedendo a gran forza la liberazione del prigioniero. Purtroppo, questo non avviene con la Repubblica Islamica dell’Iran. Dall’ottobre scorso – data del rilascio dell’ultimo rapporto dell’inviato speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani in Iran – il regime iraniano ha inziato a perseguitare chiunque avesse avuto contatti il rapprsentante Onu Ahmad Shaheed.

Il primo caso che vi riportiamo è quello di Atena Daeimi, attivista per i diritti dei bambini e per i diritti civili. Arrestata nell’ottobre scorso e posta in isolamento, Atena è stata incolpata di aver avuto contatti con l’inviato Onu Shaheed. Per questo, la povera attivista è stata portata davanti al giudice con l’accusa di “propaganda contro lo Stato”. Dopo essere stata fermata, Atena Daeimi è stata trasferita nel carcere di Evin, ove sono detenuti la maggior parte dei prigionieri politici. Qui, come protesta contro il regime, Atena ha iniziato lo sciopero della fame. In queste ore, gli attivisti hanno reso noto che Atena è soggetta a dure pressioni da parte di un magistrato di nome Moghise. Secondo le informazioni che arrivato dall’Iran, infatti, questo agente del regime avrebbe minacciato di trasferire l’attivista iraniana nel terribile carcere di Gharchak, presso Veramin. Questo carcere, come denunciato numerose volte, è tristemente noto per l’assenza di servizi e lo stato pessimo delle condizioni igeniche.

Il secondo caso che vi riportiamo è quello sindacalista Behnam Ebrahimzadeh. Behnam non è stato arrestato di recente, ma si trovava già in carcere sin dal 2010, quando è stato arrestato dal regime per la sua attività di sindacalista e attivista per i diritti dell’infanzia. Accusato di essere parte dle MeK – una parte dell’opposizione iraniana in esilio – Behnam si trovava nel carcere di Evin quando è scoppiato il cosiddetto “Giovedi Nero”, ovvero l’assalto delle forze di sicurezza all’interno del braccio 350, quello dove sono rinchiusi i prigionieri politici (aprile, 2014). Per essersi difeso dai Pasdaran, Bahenam è stato trasferito nel braccio 209 della prigione di Evin e un nuovo caso giudiziario è stato aperto nei suoi confronti. Nel gennaio scorso, quindi, Behnam Ebrahimzadeh è stato condannato dal giudice Salavati a 9 anni e mezzo di carcere. Da notare che, tra le motivazioni della sentenza, c’è anche l’accusa di contatti con Ahmad Shaheed, l’inviato delle Nazioni Unite per i diritti umani in Iran. Il caso di Behnam, inoltre, è particolarmente triste, perchè si tratta di un padre disperato con un figlio malato di cancro.

E’ vergognoso che la Repubblica Islamica, parte delle Nazioni Unite, metta in carcere e perseguiti senza conseguenze internazionali coloro che hanno avuto contatti con un rappresentante dell’Onu. Un rappresentante ufficiale, accusato da Teheran di essere solo un agente al servizio della cospirazione. Per il mondo occidentale, che i diritti umani pretende di difendere e sostenere, dovrebbe però essere naturale opporsi a coloro che umiliano l’intera Comunità Internazionale. Purtroppo, ormai troppo stesso, questo dovere viene dimenticato…

L'attivista Behnam Ebrahimzadeh, con il figlio malato di cancro

L’attivista Behnam Ebrahimzadeh, con il figlio malato di cancro

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Attivisti dei diritti umani in Iran hanno denunciato l’arresto, avvenuto domenica 27 luglio, di sette ragazzi, attivisti sul social network Facebook. L’azione degli agenti in borghese è avvenuta presso Mashaad. Tra gli attivisti arrestati ci sono Hamid Hekmati, Esmail Izadi Farid Saremi, Ali Chinisaz, Zahra Kaebi e Farhad Saleh. Tutti sono stati prelevati brutalmente da uomini in borghese presso il Centro Culturale Khak. Nello stesso momento dell’arresto presso il centro Khak, altri uomini in borghese sono penetrati nella casa di Esmail Izadi e in quella di Farid Saremi, requisendo praticamente tutti loro effetti personali. Questa nuova ondata di arresti rappresenta un proseguimento della repressione che il regime sta mettendo in atto contro gli attivisti della Rete.

Solamente poche settimane fa, una corte rivoluzionaria iraniana, ha condannato altri otto attivisti di Facebook a 127 anni di carcere (di questa notizia vi avevamo già parlato in un altro articolo). Tutti, chiaramente, con l’accusa di aver insultato il regime, di blasfemia e di insulti verso il Governo. Secondo gli attivisti, prima dell’arresto avvenuto nel luglio del 2013, sono stati i Pasdaran della base di Sarallah h monitorare le attività  dei ragazzi sulla Rete. Una delle ragazze arrestate, Roya Saverinejad Nobakht – condannata a 20 anni di carcere – possiede anche il passaporto britannico ed è stata condannata dal regime unicamente per aver scritto su Facebook che l’Iran è uno Stato “troppo islamico”.

Il 28 luglio scorso, Reporters Senza Frontiere, ha rilasciato un nuovo report in merito alla libertà di espressione nel mondo: l’Iran è il peggior paese per persecuzione di giornaliste donne e si trova al 173° posto (su 180 paesi) per quanto concerne la libertà di informazione.

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