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La scorsa settimana in Iran si e’ riunita la potentissima Assemblea degli Esperti, organo che in Iran nomina la Guida Suprema. Nel comunicato ufficiale rilasciato a fine seduta, e’ scritto nero su bianco che la Repubblica Islamica farebbe un grave errore a sottoscrivere le normative anti finanziamento del terrorismo internazionale previste dal Financial Action Task Force, dalla Convenzione ONU di Palermo e dal CFT (Combacting Financing of Terrosim).

Si tratta dell’ennesima conferma che, davanti al bivio fra stato di diritto e terrore, il regime iraniano sceglie ancora una volta il secondo. D’altronde, non potrebbe essere altrimenti, visto che Teheran sin dagli anni ’80 del XX secolo, e’ considerato il primo Paese al mondo per finanziamento del terrorismo intenazionale. Oggi, quindi, la politica estera del regime iraniano non potrebbe andare avanti senza gruppi armati quali Hezbollah, la Jihad Islamica, Hamas e il finanziamento alle decine e decine di milizie paramilitari sciite presenti in Siria e Iraq.

La questione pero’ e’ preponderante: l’adesione ai parametri anti-ricilaggio del FATF, soprattutto, e’ precondizione di ogni accordo intenazionale con Teheran e dello stesso Instex, il meccanismo UE creato per aggirare le sanzioni americane approvate nel novembre 2018. Come noto, il Parlamento iraniano ha provato due volte ad approvare una norma di riforma del settore bancario iraniano, ed entrambe le volte la norma e’ stata cassata dal Consiglio dei Guardiani.

Ora, davanti al conflitto tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani, la parola ultima e’ nelle mani del Consiglio per il Discernimento, organo creato appositamente per dirimere le controversi instituzionali. La scelta, pero’, sembra essere scontata verso il diniego: in tal senso si sono espressi sia Ahmad Vahidi – ex Capo dei Pasdaran e ex Ministro della Difesa, responsabile egli stesso di attentati nel mondo (come quello al centro ebraico AMIA di Buenos Aires) – e Mohsen Rezaei, Segretario del Consiglio per il Discernimento che, con due tweet, ha espresso i suoi dubbi verso l’adesione al FATF, al CFT e alla Convenzione di Palermo.

Insomma, come suddetto, ancora una volta la Repubblica Islamica decide di andare nella direzione sbagliata. E’ tempo quindi di finirla con le illusioni ed e’ tempo quindi di smettere di pensare che fare affari con il regime iraniano possa essere privo di rischi e di conseguenze!

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Nel Parlamento iraniano si sta discutendo di riformare il sistema politico della Repubblica Islamica. L’idea e’ quella di ritornare ad avere un Primo Ministro, ma diversamente da quanto accadeva sino al 1989, quando la figura del Premier fu abolita.

L’ultimo premier iraniano fu Mir Hossein Mousavi, nominato a capo del Governo proprio da Khamenei nel 1981, all’epoca Presidente dell’Iran. Lo stesso Mousavi che, dal 2011, si trova agli arresti domiciliari, senza processo, per aver guidato il movimento di protesta Onda Verde. All’epoca Khamenei avrebbe preferito nominare Primo Ministro Ali Akbar Velayati, oggi suo consigliere personale, ma il Parlamento (allora dominato dalla sinistra), riusci’ ad imporre Mousavi. Alla fine comunque, la spunto’ Khamenei che, dopo anni di contrasti con Mousavi, riusci a far abolire la figura del Premier, in favore di quella del Primo Vice Presidente.

La nuova riforma del sistema politico iraniano, quindi, vedrebbe la cancellazione definitiva della figura del Presidente, oggi eletto direttamente dal popolo, dopo una scrematura dei candidati fatta dal Consiglio dei Guardiani. Il Primo Ministro, quindi, verrebbe nominato dal Parlamento, anche in questo caso in accordo con il Consiglio dei Guardiani.

Se questa riforma passasse, si tratterebbe dell’ennesimo passo del regime iraniano, verso la dittatura della Guida Suprema e delle istituzioni parallele da lui controllate. I candidati ammessi alle elezioni parlamentari, infatti, vengono centellinosamente selezionati dal Consiglio dei Guardiani, un organo praticamente nominato interamente dalla Guida Suprema (sei membri nominati dal Rahbar, su dodici, devono essere confermati anche dal Parlamento, ma si tratta di una formalità).

A questo si aggiunga quanto accaduto qualche settimana fa, quando Khamenei ha invitato l’Assemblea degli Esperti a divenire un organo di controllo del potere esecutivo, legislativo e giudiziario rispetto agli “obiettivi della rivoluzione khomeinista”. Cosi facendo, Khamenei ha completamente stravolto la vigente Costituzione.

L’obiettivo, come subscritto, e’ uno solo: fare in modo che le istituzioni parallele del regime iraniano – Consiglio dei Guardiani, Assemblea degli Esperti, Guida Suprema e Pasdaran – siano i veri padroni del Paese. In questo contesto, realtà come il Parlamento e il Governo diverrebbero mere scatole vuote, utili a dare un’immagine di normalità ad un regime autoritario e fondamentalista.

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La Guida Suprema iraniana ha praticamente deciso di cancellare ufficialmente la Costituzione della Repubblica Islamica. Come noto, infatti, secondo quanto codificato compito dell’Assemblea degli Esperti – eletta da voto popolare – e’ quello di nominare la Guida Suprema e, se necessario, di rimuoverla.

Khamenei, in un colpo solo, ha deciso di cancellare quanto scritto: parlando davanti all’Assemblea degli Esperti il 21 settembre scorso, il dittatore iraniano ha chiesto agli 88 membri dell’Assemblea, di fungere da controllori dei tre rami istituzionali – esecutivo, legislativo e giudiziario. In particolare, agli anziani clerici dell’Assemblea, da pochi giorni, spetta il compito di verificare che i tre livelli istituzionali siano stati capaci di raggiungere gli obbiettivi della rivoluzione khomeinista (o se al contrario stiano fallendo). Tra le altre cose, Khamenei ha anche chiesto all’Assemblea degli Esperti di verificare che non ci siano “interferenze di elementi legati alla cultura Occidentale”.

Si tratta di un cambiamento epocale, che può avere delle drammatiche conseguenze. L’Assemblea, infatti, e’ il cane da guardia della Guida Suprema, insieme ai Pasdaran e al Consiglio dei Guardiani. In pratica, Khamenei dispone di un sistema istituzionale parallelo capace, in ogni momento, di accusare gli organi ufficiali di non conformità agli obiettivi della rivoluzione e di tradimento. Accuse che, se necessario, possono anche portare all’arresto dello stesso Presidente.

D’altronde, Khamenei e’ abituato all’illegalità: la sua stessa elezione a Rabar – Guida Suprema – fu viziata dal dolo. Khamenei, infatti, non aveva le credenziali religiose per essere nominato in quella posizione. Grazie all’intervento di Rafsanjani, le credenziali di Khamenei furono alzate artificialmente, consentirgli di essere eletto.

 

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L’elezione del capo dell’Assemblea degli Esperti era attesa da settimane in Iran. Da questa elezione, infatti, si sarebbe capito veramente dove pendeva l’ago della bilancia. La guerra intestina, come noto, era tra due fazioni: quella conservatrice-pragmatica di Hassan Rouhani e Hashemi Rafsanjani; e quella ultraconservatrice-rivoluzionaria-movimentista sostenuta neanche troppo segretamente da Ali Khamenei e soprattutto dai Pasdaran.

Candidati alla poltrona dell’Assemblea degli Esperti erano tre anziani clerici: l’ultraconservatore Ahmad Jannati, 90 candeline, Ebrahim Amini, 92 anni e considerati vicino a Rafsanjani e Mahmoud Hashemi Shahroudi, un giovanotto di 67 anni, ex capo della Giustizia iraniana e anche lui vicino a Rafsanjani. Ricordiamo che l’Assemblea degli Esperti elegge la Guida Suprema, ovvero eleggerà il successore di Khamenei.

Nonostante i due candidati di Rafsanjani – a sua volta ex Presidente dell’Assemblea degli Esperti – ad averla vinta e’ stato Ahmad Jannati, eletto nella capitale Teheran, insieme ad altri 15 rappresentanti dell’Assemblea degli Esperti. Jannati ha vinto senza troppi problemi, ottenendo il 60% dei voti.

Jannati e’ da sempre un insider dell’establishment iraniano. Ironicamente, pur essendo lui un estremista khomeinista, uno dei suoi figli, Hossein Jannati, venne ucciso dai Pasdaran nel 1981, perché membro dei Mojahedin del Popolo, gruppo di opposizione islamico-marxista, oggi considerato terrorista in Iran (ShamNews). L’altro figlio di Ahmad Jannati, Ali Jannati, e’ oggi Ministro della Cultura nel Governo Rouhani. Considerato un moderato, Ali Jannati non ha fatto nulla per confermare questa “fama”. Al contrario, sotto la sua guida, il Ministero della Cultura e della Guida Islamica non solo ha censurato numerosi intellettuali, giornalisti e artisti (e permesso il loro arresto), ma ha anche sostenuto la nuova “mostra” di vignette contro l’Olocausto, recentemente organizzata Teheran (Equality Italia).

Con la vittoria di Jannati, si apre un capitolo dai risvolti imprevedibili. In primis a livello interno e per lo stesso Rafsanjani, la cui famiglia e’ recentemente finita nell’occhio del ciclone, per un incontro avvenuto tra la figlia dell’ex Presidente iraniano Rafsanjani, Faezeh Hashemi, e una prigioniera politica Baha’i in permesso premio di cinque giorni (Iran Wire). Come noto i Baha’i sono considerati eretici in Iran e ultimamente e’ cominciata contro di loro una nuova campagna per additare i Baha’i come spie al servizio dell’MI6 britannico e del Mossad israeliano.

Nulla ci si deve aspettare, inoltre, per quanto concerne la promozione dei diritti civili del popolo iraniano. Al contrario, Jannati farà del suo scranno all’Assemblea degli Esperti, un trono per denunciare il “nofuz, ovvero il tentativo del nemico Occidentale di infiltrare la Repubblica Islamica dell’Iran. Come dimenticare quando, proprio Jannati, paragono’ le donne che non indossavano il velo opportunamente ai narcotrafficanti e ai terroristi (Los Angeles Times)

Secondariamente, l’elezione di Jannati avrà dei risvolti pesanti anche a livello internazionale. Fu proprio questo anziano clerico a negare pubblicamente che Ali Khamenei avesse mai approvato l’accordo nucleare, sottolineando che si trattava di una decisione del Parlamento.

Altro possibile risvolto negativo a livello internazionale, e’ quello legato al rapporto tra Teheran e Riyadh: mentre Rouhani segretamente sta cercando un nuovo dialogo con i sauditi, gli al-Saud non dimenticheranno che proprio Ahmad Jannati si era espressamente congratulato con il mondo islamico per la morte del monarca saudita Abdullah.

Infine, l’elezione di Jannati darà una spinta maggiore ai Pasdaran per intensificare la loro azione in Siria (e Iraq): Jannati, infatti, e’ da sempre un convinto sostenitore che le rivolte contro Assad non sono state altro che un complotto dell’Occidente contro il mondo islamico.

L’elezione di Jannati, in poche parole, renderà la Repubblica Islamica ancora più instabile e aumenterà la guerra intestina in corso all’interno dell’establishment politico. Una ottima ragione per gli investitori Occidentali, per tenere in tasca i loro soldi e pensarci dieci volte prima di investire in Iran.

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In queste ore milioni di iraniani si stanno recando ai seggi per eleggere il nuovo Parlamento e la nuova composizione dell’Assemblea degli Esperti. Al di la’ di quello che sara’ il risultato, si tratta di elezioni falsate già in partenza, considerando che il potente Consiglio dei Guardiani ha squalificato il 60% dei candidati sgraditi all’establishment.

I mesi intercorsi tra la firma dell’accordo nucleare e le elezioni di oggi in Iran, sono stati mesi di durissime repressioni all’interno della Repubblica Islamica. In carcere sono finiti indiscriminatamente artisti, giornalisti sgraditi, politici non allineati e soprattutto attivisti per i diritti umani e civili. Sul loro arresto, sui falsi processi e sulle assurde condanne, l’Occidente e’ rimasto colpevolmente zitto. Invece di porre chiare condizioni per un nuovo dialogo, l’Occidente – prima fra tutti Federica Mogherini – ha scelto la linea del silenzio assenso, avviando una serie di vergognose processioni a Teheran o coprendo simboli culturali nazionali, per non offendere Hassan Rouhani (leggi Italia).

Cosi, non stupisce che, mentre gli iraniani si recano ai seggi, le repressioni nella Repubblica Islamica continuano liberamente. In queste ore arriva la notizia del trasferimento in cella di isolamento del giornalista e politico riformista Isa Saharkhiz, già responsabile del dipartimento stampa del Ministero della Cultura ai tempi di Khatami, arrestato la prima volta nel 2009 in seguito alle proteste popolari dell’Onda Verde.

Liberato nell’Ottobre del 2013, Isa Saharkhiz e’ stato arrestato nuovamente il 3 novembre del 2015 – insieme ad altri quattro giornalisti riformisti – con l’accusa di essere parte di un network in contatto con “nemici Occidentali” (Journalism Is Not A Crime). Subito dopo il suo arresto, Isa ha dichiarato un estenuante sciopero della fame per protestare contro la detenzione illegale. Uno sciopero durato ben 48 giorni e terminato solo dietro la promessa del rispetto dei suoi diritti legali. Uno sciopero della fame che ha fatto perdere al politico riformista – già fisicamente debilitato – ben 20 kg (Journalism Is Not A Crime).

Il 19 febbraio scorso, quindi, Isa Saharkhiz ha avuto modo di parlare brevemente con la famiglia, informandola del suo trasferimento in cella di isolamento. I parenti hanno denunciato di non aver avuto nessuna spiegazione in merito alle ragioni di questo trasferimento. Non solo: Mehdi Saharkhiz, ha denunciato che nonostante il processo contro suo padre inizierà il prossimo 6 marzo, Isa non ha avuto ancora modo di parlare con un avvocato (Iran Wire). Per la cronaca, in Iran, il trasferimento in isolamento significa stare in una cella di due metri per 1,5 metri, senza bagno, con un paio di coperte e nessun letto. 

In una intervista rilasciata poco dopo l’inizio della prigionia del padre, Mehdi Saharkhiz ha collegato l’arresto con le elezioni iraniane e ha accusato direttamente l’Ayatollah Khamenei, incapace di accettare ogni minima forma di critica. Tra le altre cose, anche Mehdi e’ un perseguitato politico ed e’ stato costretto a rifugiarsi negli Stati Uniti per poter vivere liberamente (Journalism Is Not A Crime).

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Hassan Rouhani, Presidente iraniano, arriva in Italia e in Francia (e presto in Austria e Belgio), accolto come un Papa e venerato come la voce di un nuovo Iran. Un nuovo Iran che, secondo chi se la canta e se la suona da solo, sarebbe moderato, aperto all’Occidente e pronto a rappresentare un fattore di stabilizzazione regionale.

Peccato che il tutto resta solamente una grandissima e pericolosa scommessa. Non solamente perché Hassan Rouhani, in due anni e mezzo di Presidenza, non ha impresso alcun nuovo corso al regime iraniano, ma anche perché all’interno della Repubblica Islamica e’ in corso una vera e propria “guerra” istituzionale. La “guerra”, si badi bene, non e’ fra attori democratici e attori teocratici, ma semplicemente fra interessi economici. Da un lato, infatti, la fazione di Hassan Rouhani – legata a doppio filo con il super corrotto ex Presidente Rafsanjani – e dall’altra la fazione dei Pasdaran e dei clerici di Qom, interessati a mantenere i privilegi ottenuti per mezzo delle sanzioni internazionali.

Prima di entrare nella questione ribadiamo un punto chiave: tutto ciò, purtroppo, non ha nulla a che vedere con i diritti umani e la libertà di espressione degli iraniani. Sotto Rouhani, oltre 2200 detenuti sono stati impiccati, nessuna apertura e’ stata per favorire una minima discussione sulla parità di genere, decine e decine di attivisti sono stati condannati al carcere e l’Iran continua ad essere una tomba per il giornalismo non inquadrato al regime.

Come suddetto, in gioco ci sono cose molto più’ materiali dei diritti umani: gli interessi economici e il potere di eleggere la prossima Guida Suprema (Rahbar), ovvero colui che succederà ad Ali Khamenei. Il 2016 in questo senso, rappresenta un anno chiave, perché sono previste ben due elezioni di rilievo: l’elezione per il rinnovo del Parlamento (Majlis, 290 seggi) e l’elezioni per il rinnovo dell’Assemblea degli Esperti, ovvero l’organo a cui la Costituzione iraniana demanda il potere di eleggere il prossimo Rahbar. Le elezioni per il Parlamento e per l’Assemblea degli Esperti si svolgeranno entrambe il 26 febbraio prossimo.

Ali Khamenei, teoricamente, ha pubblicamente affermato di sostenere una ampia partecipazione popolare alle elezioni, anche per coloro che non condividono “il sistema”. Ovviamente tutte chiacchiere: chi non “condivide il sistema” nella Repubblica Islamica finisce direttamente dietro le sbarre. La Guida Suprema ha semplicemente usato i media e i social network per dare una parvenza di democraticità alle prossime elezioni (Payvand). Peccato che, a togliere ogni illusione, ci ha pensato il Consiglio dei Guardiani, ovvero quell’istituzione che nel folle sistema politico iraniano decide chi ha la facoltà di essere inserito nella lista dei candidati. Il Consiglio dei Guardiani e’ composto da 12 membri, 6 nominati dal potere giudiziario e 6 direttamente da Ali Khamenei. Neanche a dirlo, in Iran il sistema giudiziario dipende direttamente dalla Guida Suprema. Ovviamente, le condizioni per esser parte delle liste dei candidati non sono date tanto dall’età e dalle capacita’ professionali, quanto dalla maggiore o minore fedelta’ che il candidato stesso ha dimostrato verso il regime khomeinista.

Il Consiglio dei Guardiani – su 12000 candidati registrati alle elezioni – ha squalificato oltre il 60% dei candidati legati alla fazione di Hassan Rouhani e Rafsanjani e quei pochi candidati riformisti che hanno azzardato una candidatura. Tra i grandi nomi squalificati, anche quello dell’Ḥojjatoleslām Hassan Khomeini, figlio di Ahmad Khomeini e nipote dei Ruhollah Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica dell’Iran. Se Rouhani e Rafsanjani hanno reagito con rabbia alle esclusioni dei loro candidati (EA WorldView), Khamenei ha indirettamente appoggiato il Consiglio dei Guardiani, affermando di aver detto che, chi non condivide il sistema, deve prendere parte al voto “non essere membro del Parlamento” (Twitter). In altre parole, chi ha delle critiche può recarsi al seggio, ma non può pensare di vedere il suo candidato eletto…(Iran Primer). Chissà cosa ne pensano i Cinque Stelle a tal proposito, tanto amanti dell’Iran…

Nel frattempo, in Iran Khamenei e i Pasdaran parlano costantemente di “nufuz“, ovvero il rischio di una possibile infiltrazione della cultura e delle cospirazioni nemiche (Occidentali), all’interno della Repubblica Islamica. Tutta questa situazione, deve preoccupare enormemente gli investitori Occidentali (tra cui gli Italiani), interessati ad entrare nel mercato iraniano. Non esiste, infatti, alcuna vera normativa che sia in grado di proteggere questi investitori dalle “atmosfere del sistema”, soprattutto quando a fare il buono e il cattivo tempo non e’ il sorridente Hassan Rouhani, ma i Pasdaran e Khamenei.

Ai loro occhi, infatti, in gioco c’e’ la sopravvivenza del sistema stesso iraniano e Teheran non ha alcuna voglia di fare la fine dell’Unione Sovietica sotto Gorbačëv. Perché la Velayat-e Faqih sopravviva, ovviamente, i miliziani iraniani sono ben disposti a passare sulla pelle di chiunque, all’interno e all’esterno della Repubblica Islamica. Soprattutto quando chi viene dall’esterno, prova a toccare delicati interessi economici.

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Quando parliamo di programma nucleare e di Iran non dobbiamo applicare il cosiddetto realismo Occidentale, quello basato su una razionalità’ “laica” e su teorie delle relazioni internazionali quali il containment e il soft power. Quando parliamo di nucleare e Iran, anzi, il termine “Iran” non dovrebbe nemmeno essere usato. Gia’, perché questo nome (che ha sostituito la parola Persia), deriva dai tempi dello Shah, anni in cui sicuramente non esisteva una democrazia, in cui indubbiamente il monarca di Teheran si credeva invincibile, ma nei quali il Paese era inserito pienamente nella Comunita’ Internazionale come attore razionale, partecipando attivamente anche alla sicurezza della regione del Golfo.

Con la rivoluzione del 1979 e più propriamente con l’instaurazione della dittatura Khomeinista, il cosiddetto Iran si trasforma in una Repubblica Islamica, uno Stato in cui il Giureconsulto – prima l’Imam Khomeini e oggi l’Imam Khamenei – si sente il rappresentante in terra dell’Imam Nascosto (il Mahdi) e sente su di se una missione ultraterrena, esterna alle regole naturali della convivenza intestatale. Non solo: obiettivo dichiarato di questo Stato, quindi, non e’ solo quello di applicare internamente i dettami della Sharia, ma anche di avviare un jihad militare attivo, allo scopo di trasformare il mondo stesso in senso islamico e creare il contesto per il ritorno del Mahdi (visto in altro modo, l’arrivo del Messia).

Ora, di gruppi estremisti e radicali ce ne sono in ogni religione e rappresentano davvero un pericolo gravissimo ancora oggi. Quando, pero’, questi gruppi si fanno Stato, applicare con questo “Stato messianico” le naturali regole delle relazioni diplomatiche bilaterali e multilaterali, ha davvero poco senso. Soprattutto, non va mai fatto un errore fondamentale: non bisogna mai sottovalutare l’effetto pratico delle parole messianiche e apologetiche che i clerici iraniani hanno espresso ed esprimono continuamente. Al contrario di quanto avviene in Occidente infatti – ove alle parole populiste e ideologiche, quasi sempre seguono azioni diverse – nella Repubblica Islamica e’ bene prendere molto seriamente quanto e’ stato detto e scritto dall’Ayatollah Khomeini, da Khamenei e dagli altri Ayatollah del Paese. Cio’, perché se la Repubblica Islamica non aderisse completamente ai suoi obiettivi ideologici e fanatici, non avrebbe motivo di esistere: per questo motivo, sin dal 1979, l’Iran ha messo in atto tutti i mezzi possibili per “esportare la rivoluzione”, teoria e pratica permanente di un regime che si vede solo come un tramite tra la Terra e il Cielo.

Ecco perché vogliamo riproporvi alcuni passaggi della lettera scritta dall’Imam Khomeini nel 1988, quando l’Ayatollah fu costretto a “bere il calice avvelenato”, ovvero a firmare il cessate il fuoco con l’Iraq. In quella lettera (qui il testo completo dal sito del CFR: http://goo.gl/PdgpJk), Khomeini rivela che i capi dei Pasdaran e dell’Artesh (l’esercito regolare iraniano), hanno avvisato che la vittoria non arriverà a breve termine. Anzi, per poter sconfiggere l’Iraq sarebbero necessari almeno altri cinque anni, uniti ad processo di ampio riarmo. In tal senso, e qui sta il punto centrale, Khomeini scrive (riportiamo testualmente in lingua inglese):

with the grace of God, he can embark on offensive operations if after 1371 [1992] the Islamic republic is able to have 350 infantry brigades, 2,500 tanks, 300 fighter planes and 300 helicopters as well as having the ability to make a substantial number of laser and atomic weapons which will be the necessity of the war at that time.

In poche parole, Khomeini raccontava le necessita’ richieste dal capo dei Pasdaran per lanciare una grande offensiva nel 1371 (ovvero nel 1992). Tra le richieste, come si puo’ leggere, anche la produzione di un sostanziale numero di bombe laser e atomiche, necessarie durante il periodo di guerra. La lettera, si badi bene, venne resa nota dall’Ayatollah Rafsanjani nel 2006 e quando venne pubblicata, la parola bomba atomica venne cancellata dalla lettera su richiesta del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Nonostante l’uso del bianchetto, pero’, il vero contenuto della missiva e’ stato reso noto ed e’ straordiariamente coincidente con quello che e’ stato lo sviluppo del programma nucleare militare clandestino del regime iraniano.

Della lettera, quindi, va sottolineato un altro fondamentale passaggio. Eccolo:

He also said that America should be evicted from the Persian Gulf, otherwise he would not succeed

Ancora il Capo dei Pasdaran, quindi, faceva notare all’Ayatollah Khomeini che per ottenere un pieno successo, il regime iraniano doveva eliminare completamente la presenza americana nel Golfo Persico.

Il programma nucleare clandestino dell’Iran, come noto, e’ partito – coerentemente con quanto scritto nella lettera di Khomeini – proprio alla fine della guerra contro l’Iraq. Nonostante l’Iran fosse un membro del Trattato di Non Proliferazione Nucleare e avesse quindi il diritto di sviluppare un programma nucleare civile pacifico in cooperazione con la Comunità Internazionale (tra l’altro a costi bassissimi), la Repubblica Islamica ha preferito seguire una via clandestina, costosissima, affiancato da un altro costosissimo programma, ovvero quello dello sviluppo dei missili balistici. 

Vogliamo quindi ricordare che, lo stesso Ayatollah Khamenei, ha dichiarato fondamentale per la Repubblica Islamica costruire una bomba nucleare. Le sue parole, dette durante un incontro con gli alti dirigenti della Repubblica Islamica nel 1984, sono state rivelate da un documento interno dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica-AIEA. Secondo questo documento, quindi, Khamenei riteneva necessario lo sviluppo di armi nucleari per sconfiggere i nemici dell’Iran e per determinare il ritorno dell’Imam Mahdi. 

Solamente in un secondo momento, dopo l’esposizione del programma nucleare clandestino dell’Iran, Khamenei e la diplomazia iraniana hanno cominciato a diffondere il mito di una “fatwa sulle armi nucleari” pronunciata dalla Guida Suprema. Piccolo problema, di questa fatwa non c’e’ alcuna traccia sul sito ufficiale della Guida Suprema in farsi. Sono riportati articoli e discorsi in cui Khamenei assicura che l’Iran non vuole costruire armi nucleari, ma nel senso legislativo del termine – centrale per la validità di un editto legislativo islamico – non esiste alcuna traccia. Al contrario, esiste traccia di una risposta in Farsi sulla pagina Facebook di Khamenei, in cui la Guida Suprema nega l’esistenza stessa della fatwa sulle armi nucleare e le parole dell’Ayatollah Meshba Yazdi – potente membro dell’Assemblea degli Esperti – nega l’esistenza di un divieto di produzione di armi nucleari nell’Islam.

Vogliamo chiudere proprio con le parole dell’Ayatollah Mesbah Yazdi, perche’ siano un  monito per tutto l’Occidente e per tutti coloro che si illudono sul negoziano con l’Iran:

i leader spirituali [in Iran] hanno accettato l’uso delle armi nucleari come conforme alla shari’a. Va chiarito che molti ritengono che l’uso delle armi di distruzione di massa siano vietate nell’Islam perché colpiscono indiscriminatamente i civili. La teologia sciita, però, dimostra il contrario e basti qui ricordare che, nel XIX secolo, il giurista Sayyed Ali Tabatabai disse chiaramente che è possibile combattere con ogni mezzo per arrivare alla vittoria‘ ”.

[youtube:https://youtu.be/Kg18xe2EE9o%5D