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L’Agenzia di stampa ISNA ha pubblicato una notizia davvero importante: secondo quanto riferito alla ISNA da una fonte anonima dell’Ambasciata libanese a Teheran ha dato notizia della cancellazione dei visti di ingresso e di uscita dall’aeroporto di Beirut, per i cittadini iraniani.

Se confermata, si tratterebbe di una decisione davvero pericolosa: entrando ed uscendo liberamente dallo scalo di Beirut, potrebbe aumentare esponenzialmente il numero di miliziani sciiti e Pasdaran iraniani che arriveranno in Libano. Ovviamente, con effetti drammatici non solo sulla tenuta del fragile equilibrio interno libanese – gia’ oggi schiacciato su Hezbollah – ma anche per quello della Siria e per il rischio di un approfondimento della crisi con Israele.

Questa decisione, indirettamente, avrebbe anche un effetto sull’Italia, avendo Roma un contingente davvero importante nel Sud del Libano, nella missione internazionale UNIFIL 2. Solamente negli ultimi mesi, comandanti iracheni di milizie sciite pro Iran si sono fatti fotografare e filmare ai confini tra Libano e Israele. Tensioni a cui si somma il nuovo rapporto tra Iran e Hamas a Gaza (dietro tutte le recenti proteste al confine tra Gaza e Israele, piu’ che la crisi umanitaria nella Striscia, ci sono i soldi di Teheran…).

Per il nuovo governo giallo – verde e’ fondamentale tenere in considerazione questa notizia. Soprattutto considerando le attuali non idiliache relazioni tra Mosca e Teheran (Putin ha chiesto il ritiro di tutte le milizie sciite dalla Siria, ricevendo il diniego iraniano), il ruolo che la Russia vuole continuare ad avere in Siria e le posizioni ondivaghe di Bashar al-Assad, capace di dire una cosa a Russia Today e negarla il giorno dopo ai media iraniani. Il Governo italiano, quindi, deve anche tenere conto delle mosse iraniane, considerando anche la crisi diplomatica in atto tra mondo arabo e Teheran, con i Paesi del nord Africa in rotta di collisione con l’Iran per le sue ingerenze nei loro affari interni.

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Il regime iraniano risponde picche al Presidente russo Vladimir Putin. Secondo quanto riporta l’agenzia IRNA, infatti, Bahram Qasemi – portavoce del Ministero degli Esteri iraniano – ha affermato che Teheran restera’ in Siria “sino a quando i siriani lo vorranno”. In altre parole, gli iraniani non hanno alcuna intenzione di ritirarsi da Damasco.

Le parole di Qasimi, piu’ che una risposta alle condizioni di Pompeo, rappresentano come suddetto una dura reazione alle richieste di Vladimir Putin. Qualche giorno fa, infatti, Putin ha convocato a Sochi il Presidente siriano Assad, e ha espressamente chiesto il ritiro di tutte le forze straniere dalla Siria.

Un pensiero che e’ stato esplicitamente spiegato successivamente da Alexander Lavrentiev, inviato speciale di Putin per la Siria. Secondo quanto dichiarato da Lavrentiev, ora che Assad ha praticamente ripreso tutta Damasco, tutte le forze straniere devono lasciare la Siria, “inclusi gli americani, i turchi, Hezbollah e gli Iraniani”. Praticamente Mosca ha posto un ultimatum molto chiaro ad Assad: se vuoi che noi restiamo al tuo fianco e ti salviamo la Presidenza, caccia via tutti quanti (esclusi i russi…).

Concludendo, come da tempo prospettato, sulla Siria rischia di incrinarsi il fragile equilibrio tra Teheran e Mosca. Alleate nella “lotta” contro l’Occidente, Iran e Russia sono competitors sulla visione strategica del futuro del Medioriente (relazioni con Israele, con l’Arabia Saudita, con la Turchia) e sono competitors in termini economici (petrolio e ricostruzione della Siria). Una alleanza facile da mantenere in tempi di guerra aperta, ma assai difficile quando si tratta di ricreare la pace e la stabilita’…e sul futuro della Siria

 

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Sta girando ovunque – fortunatamente – la notizia del report pubblicato da Human Rights Watch contro il regime iraniano: il report accusa Teheran di reclutare minori afghani di etnia Hazara, per combattere la jihad in Siria nel nome di Assad.

I minori vengono inquadrati nella Divisione Fatemiyoun, formata esclusivamente da Afghani (nata come brigata ed elevata al rango di Divisione, oggi composta da almeno 14000 jihadisti sciiti afghani). Il report, quindi, pubblica anche una lista di quattordici nomi di minori Afghani morti in Siria, con l’eta’ della morte e il cimitero dove sono sepolti in Iran.

Come scritto nel titolo, quanto denunciato da Human Rights Watch, rappresenta la scoperta dell’acqua calda. Da anni, infatti, si sa che il regime iraniano non solo recluta minori afghani per la sua jihad nel nome di Assad, ma sfrutta in generale gli immigrati illegali dall’Afghanistan, come mercenari. Sfruttando la loro vulnerabilità legale e sociale, il regime iraniano manda gli Afghani a morire in Siria, in cambio di un salario mensile e la promessa della cittadinanza. Peggio: ad addestrare questi mercenari, spesso minori, sono spesso i terroristi libanesi di Hezbollah

La denuncia di HRW, semmai, dimostra solo come per essere ascoltati dal grande pubblico, e’ necessario che la denuncia arrivi da qualche ONG che abbia un nome altisonante. Non basta, purtroppo, fornire i nomi, le eta’ e le immagini dei funerali, delle decine di minori afghani che sono morti in questi anni di guerra in Siria.

Cio’ che speriamo ora, quindi, e’ che avvenga quello che in questi anni non e’ mai avvenuto: ovvero che intervenga la politica, o meglio la diplomazia internazionale. Che intervenga magari quella Federica Mogherini che, da anni, fa finta di non vedere questi crimini internazionali, gli stessi che se compiuti da Isis vengono – giustamente – condannati senza remora alcuna.

Nel frattempo e’ intervenuto il Ministero degli Esteri afghano, che ha chiesto al regime iraniano di smettere di inviare rifugiati afghani in Siria. Una richiesta che cadrà nel vuoto, come quelle che da mesi Kabul fa a Teheran, per quanto concerne i rapporti tra i Pasdaran e i Talebani. Un altro crimine del regime iraniano, ad oggi, rimasto impunito…

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Ufficialmente, il documento e’ marcato “Memo 1455”, firmato in persona dal Presidente siriano Bashar al Assad e dal capo delle Forze Armate del regime di Damasco, Abdullah Ayyoub (Memri). Con questo documento, nei fatti, Assad trasferisce il controllo de facto della Siria all’Iran. Perché?  Perché grazie alla firma di Assad, Teheran ottiene il pieno controllo del comando e del finanziamento di tutte le milizie armate siriane, fedeli allo stesso Assad.

Secondo quanto e’ stato rivelato, il Memo 1455 e’ stato firmato l’11 aprile del 2017. Il Memo approva le conclusioni di una commissione speciale che, tra le altre cose, raccomanda di creare un esercito siriano composto da 90,000 uomini, che lavori in diretto coordinamento con l’Iran, attraverso una organizzazione parallela denominata Brigate di Difesa Locali. Queste brigate, sempre secondo quanto scritto nel documento, devono essere poste sotto comando e il finanziamento dell’Iran – ovvero dei Pasdaran – “sino alla fine della crisi in Siria”.

 

In aggiunta, il Memo ammette anche che il regime siriano ha seria difficoltà a comandare e sostenere le varie milizie locali e manca di manodopera nello stesso esercito siriano. Cio’, non solo a causa delle perdite in guerra, ma anche delle defezioni e dell’indisponibilità’ di molti soldati ad essere inviati al fronte.

Piu’ precisamente, il Memo specifica che ci sono almeno 88,723 combattenti renitenti alla leva che – invece di finire in carcere – devono essere inclusi delle Brigate di Difesa Locali, sotto il diretto controllo iraniano. Avendo ormai il regime siriano rinunciato a obbligare queste persone ad andare al fronte, Damasco sta cercando di impiegarli in compiti meno rischiosi, inserendoli in milizie con disciplina meno rigida e vicino a casa.

Il 2 maggio scorso, la fotografia del Memo 1455 e’ stata pubblicata sulla pagina Facebook della Brigata Majaba Tribe Ra’d al-Mahdi, una milizia siriana creata recentemente dal regime iraniano (link). Va quindi ricordato che, un giorno prima la pubblicazione del Memo, una delegazione militare siriana guidata dal Capo di Stato Maggiore Abdallah Ayyoub ha visitato l’Iran e incontrato il Ministro della Difesa Hossein Dehghan e il Vice Comandante dei Pasdaran, Jamaluddin Aberoumand.

Infine, va sottolineato che, sempre la pagina della milizia rigata Majaba Tribe Ra’d al-Mahdi, il 30 aprile aveva rivelato l’esistenza di un altro documento importante, una lettera firmata dal Gen. Adnan Muhriz ‘Ali, capo della Divisione organizzativa dell’esercito siriano, al Capo di Stato Maggiore Ali Abdullah Ayyoub e alle massime autorità siriane. Nella lettera, sempre facendo riferimento al Memo 1455, si chiedeva a tutti di non arrestare disertori siriani che collaborando con gli iraniani nelle Brigate di Difesa locali. 

Concludendo, possiamo dire senza ombra di dubbio che, con il Memo 1455, Bashar al Assad ha praticamente donato le chiavi della Siria al regime iraniano, con tutte le conseguenze che ne competeranno.

Il Memo 1455

La lettera del Generale Adnan Muhriz ‘Ali

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L’azienda italiana Pininfarina, attiva nel settore delle carrozzerie, ha annunciato la firma di un accordo triennale con la Iran Khodro, società iraniana leader nel settore automobilistico nella Repubblica Islamica. Secondo quanto reso noto, l’accordo ha un valore di 70 milioni di euro (Pininfarina).

Purtroppo, la Iran Khodro non e’ una normale società del settore automotive. Dietro la Iran Khodro, si nascondono le Guardie Rivoluzionarie iraniane, i famosi Pasdaran. La Iran Khodro, infatti, e’ controllata dalla IDRO – Industrial Development and Renovation Organization of Iran – un colosso statale, inserito per anni nella lista delle sanzioni internazionali (sia americane che europee), per il suo ruolo nel programma nucleare e missilistico del regime. Basti qui ricordare che, solamente fino a qualche tempo fa, nel board della IDRO sedeva Rostan Qasemi, Pasdaran ed ex Ministro del Petrolio iraniano, oggi uomo chiave nei rapporti finanziari tra il regime iraniano e quello di Bashar al Assad (Time.com).

Purtroppo, dopo l’accordo nucleare, la IDRO e’ stata rimossa totalmente dalla lista delle sanzioni da parte dell’UE e parzialmente anche dalle lista delle sanzioni da parte degli USA, anche se Washington continua a proibire le transazioni tra la IDRO e potenziali partners americani (Iran Watch).

Come già ricordato qualche mese addietro, quando si preannunciava la firma di un accordo di joint venture tra FIAT e Iran Khodro, il settore automobilistico iraniano non e’ un normale settore economico su cui investire. Il regime khomeinista, infatti, ha dimostrato di sfruttare questo settore per fini militari o per abusare dei diritti umani.

A dimostrazione di quanto affermato, basti qui ricordare ad esempio che, in molte parate militari iraniane, si vede chiaramente che dei veicoli IVECO – acquistati ufficialmente per ragioni industriali – sono stati trasformati in rampe di lancio mobili per missili balistici. Nel 2012, proprio per queste ragioni, la FIAT fu costretta a sospendere gli affari con il regime iraniano (UANI).

Concludendo, ricordiamo a tutti gli imprenditori – in primis Pininfarian e FIAT (FCA) – che investire in Iran nel settore automobilistico, e’ tutt’altro che sicuro e pacifico. Al contrario, si tratta di uno dei settori che, nel prossimo futuro, potranno rientrare nella lista delle sanzioni internazionali, soprattutto se il regime iraniano continuerà a portare avanti test di missili balistici capaci di trasportare ogive nucleari, in piena violazione della Risoluzione ONU 2231, Allegato B.

Per approfondire

No Pasdaran: https://nopasdaran2.wordpress.com/tag/iran-khodro/

Foundation for Defense of Democracies: http://www.defenddemocracy.org/media-hit/irans-car-industry-a-big-sanctions-buster/

United Against Nuclear Iran: http://www.unitedagainstnucleariran.com/autos

United Against Nuclear Iran: http://www.unitedagainstnucleariran.com/irgc

GaiaItalia.com: https://www.gaiaitalia.com/2015/11/30/ragazzi-di-tehran-e-se-fare-affari-con-liran-servisse-a-finanziare-la-destabilizzazione-mondiale/

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All’indomani del terribile attacco con armi chimiche in Siria, le domande che tutti si pongono sono le seguenti: 1- chi e’ stato?; 2- Perché’? Prima di provare a rispondere a queste domande, ricordiamo che il regime iraniano e’ stato fondamentale nella costruzione e nello sviluppo, di tutto il programma di armamenti chimici del regime siriano (No Pasdaran).

Chi? Perché? 

Alla prima domanda, quasi tutti gli attori internazionali sono concordi: l’attacco e’ stato compiuto dal regime di Bashar al Assad, contro la principale roccaforte dell’opposizione siriana, rimasta dopo la caduta di Aleppo, ovvero la regione di Idlib. Un attacco avvenuto nonostante il cessate il fuoco nazionale, promosso dalla Russia subito dopo la fine della battaglia di Aleppo. Unica posizione differente, ma da analizzare bene, e’ proprio quella di Mosca: per un verso, infatti, e’ vero che i russi si sono opposti ad una risoluzione ONU contro Assad. Per un altro, pero’, e’ anche vero che non hanno negato le responsabilità del regime nel bombardamento, affermando che gli agenti chimici provenivano da un deposito dell’opposizione bombardato dai jet siriani.

Bisogna allora cercare di rispondere alla seconda domanda: perché? Per quale motivo un attacco di questo genere, in un momento di ampio attivismo dei negoziati – seppur praticamente quasi fallimentare – e con un cessate il fuoco nazionale in atto. In questo processo di abbassamento delle tensioni generali, il maggior protagonista attuale della guerra siriana, ovvero la Russia, era uno dei promotori, in accordo anche con la Turchia di Erdogan.

Iran: il grande perdente del conflitto siriano

In tutto il processo negoziale, un attore e’ quasi sempre rimasto drammaticamente escluso: la Repubblica Islamica dell’Iran. Primo Paese ad intervenire nel conflitto siriano al fianco di Bashar al Assad, l’Iran e’ stato costretto nel 2015 ad inviare Qassem Soleimani a Mosca, per pregare in ginocchio Putin di intervenire in salvezza del regime di Damasco. Putin lo ha fatto, ma a modo suo. Lo ha fatto con una azione militare senza alcuna pietà per un verso, ma anche senza allinearsi completamente all’asse sciita. Al contrario, lo Zar russo ha continuato a mantenere un dialogo con il fronte sunnite, ma ha anche raggiunto un accordo con Israele, al fine di evitare un conflitto fra le due aviazioni. 

Non solo: Putin ha costretto l’Iran a umiliarsi concedendo la base militare di Hamadan. Peggio, nel recentissimo viaggio di Rouhani a Mosca, la Russia ha ottenuto l’uso completo delle basi militari iraniane (EAWorldView). Un vero smacco per gli islamisti iraniani, che dell’indipendenza “politica, culturale, economica o militare”, hanno fatto addirittura un mantra scritto nella costituzione (art. 9).

Cosa ci guadagna Teheran dall’attacco chimico in Siria?  

Il regime iraniano oggi e’ drammaticamente diviso al suo interno, soprattutto alla vigilia del voto Presidenziale di maggio. In questa divisione, i Pasdaran – controllori di oltre il 50% dell’economia del Paese – stanno cercando di ottenere due obiettivi:

  1. chiudere il Paese alle imprese straniere, al fine di non perdere i privilegi economici;
  2. costringere Putin a scegliere definitivamente l’asse sciita, aumentando la tensione tra Stati Uniti e Russia e soprattutto tra Russia e Turchia.

Con l’attacco chimico in Siria, le Guardie Rivoluzionarie iraniane ottengono molti dei loro obiettivi. La tensione fra Washington e Mosca e’ salita, considerando che Trump e Putin hanno preso due posizioni opposte sulla questione e lo scontro ha raggiunto il Consiglio di Sicurezza ONU. Le divergenze, pero’, si sono sentite anche fra Erdogan e Putin, dopo mesi di accordi tra le due parti (anche sull’Iraq): sebbene i due Presidenti abbiano annunciato di aver parlato al telefono, a Mosca hanno negato che il contenuto della telefonata abbia riguardato anche l’attacco chimico in Siria (versione opposta quella dei turchi).

Gli effetti interni in Iran

Tutto questo, chiaramente, avrà anche degli effetti interni in Iran, dove pochi giorni fa il Presidente Rouhani ha chiesto al Ministro dell’Interno di avviare una indagine sui numerosi arresti di giornalisti e blogger (Good Morning Iran). L’aumento delle tensioni regionali, infatti, permetterà ai Pasdaran e a Khamenei di indebolire ancora di più l’ala pragmatica di Rouhani (i riformisti in Iran, sono praticamente spariti da anni).

Attenzione: nonostante l’annunciata candidatura dell’ Hojatoleslam Seyed Ebrahim Raeesi, potente capo della Bonyad Astan Quds Razavi di Mashhad (Tasnim News), non e’ detto che alla fazione di Khamenei e dei Pasdaran interessi direttamente vincere le prossime elezioni Presidenziali. L’obiettivo reale e’ quello di avere un prossimo Presidente – anche Rouhani – debole e incapace di portare avanti reali riforme e possibilmente da inquisire se (e quando) necessario.

La caduta di Assad: un passo fondamentale

Purtroppo, nell’attuale conflitto siriano, e’ difficile scegliere da che parte stare: da una parte c’e’, infatti, il dittatore spietato Bashar al Assad. Dall’altra, una opposizione ormai spesso preda alle forze estremiste salafite. Nonostante tutto, per capire le priorità, bisogna distruggere la narrazione che intende salvare Assad.

La caduta del dittatore di Damasco, e’ un passo fondamentale per indebolire l’asse sciita, colpendo anche Hezbollah in Libano. Un processo centrale, non solo per costruire un nuovo Iran, ma anche per costringere il mondo sunnita ad abbandonare definitivamente le forze salafite e l’ideologia che portano avanti. 

Nuovo dramma in Siria: il regime di Bashar al Assad – coadiuvato dal regime iraniano e dalla Russia – ha attaccato con armi chimiche l’area di Khan Sheikon, vicino ad Idlib (città in mano ai ribelli). Secondo quanto riporta la ONG Syrian Observatory for Human Rights, almeno 35 persone  – ma c’è chi parla di 70 morti, tra cui almeno 9 bambini – sono morte per causa di una serie di attacchi aerie con gas chimici. Avvisiamo i lettori che, purtroppo, i video che riportiamo di sotto sono estremamente forti, per questo consigliati ad un pubblico con età superiore ai 18 anni.

Ad oggi, riportando le impressioni dei medici sul terreno, non è ancora chiaro se gli attacchi sono avvenuti con gas al cloro o con il sarin. In teoria, dopo l’attacco a Ghouta del 2013 e la firma dell’accordo di Ginevra, il regime di Assad si era impegnato a consegnare il gas sarin in suo possesso. La “Coalizione Nazionale Siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione – che riunisce la maggior parte delle forze di opposizione al regime di Assad – ha chiesto alle Nazioni Unite di avviare una immediate inchiesta internazionale, per accertare l’uso di armi chimiche.

Ricordiamo infine che, dopo la ripresa di Aleppo da parte del regime, era stato firmato un cessate il fuoco applicato anche a livello nazionale. Nonostante questo accordo, ormai da giorni, il regime ha ripreso a bombardare l’area di Idlib, in mano alle forze ribelli.