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Non solo i Pasdaran. Ora, dopo le dichiarazioni del Generale Ali Arasteh, apprendiamo che anche l’esercito regolare iraniano (Artesh) e’ pronto a dispiegare “forze speciali” in Siria e Iraq, ovviamente coperti dalla dicitura di “consiglieri”. Per essere precisi, il Generale Arasteh, ha dichiarato che saranno inviati a Damasco e Baghdad commandos e cecchini (Fars News).

Per la cronaca, il termine “consiglieri”, e’ lo stesso che e’ stato usato dalla Repubblica Islamica quando ha dovuto ammettere la presenza delle Guardie Rivoluzionarie al fianco delle forze fedeli a Bashar al Assad.

Le parole del comandante dell’Artesh,  indicano un pericoloso salto di qualità pericoloso nell’ingerenza del regime iraniano fuori dai suoi confini. I Pasdaran – in particolare la Forza Qods – hanno rappresentato dal 1979 la longa manus con cui i Mullah hanno provato ad estendere il loro potere all’esterno, ovvero a diffondere il verbo di Khomeini. Il dispiegamento dei Battaglioni dell’esercito regolare, pero’, implica un impegno diretto dell’Iran di lungo periodo e l’ennesima riprova del fatto che la Repubblica Islamica rappresenta una vera e propria forza di occupazione stabilmente dispiegata in territorio straniero. 

Tra le altre cose, l’annuncio dell’esercito regolare iraniano, rappresenta anche importante distanziamento dalla stessa missione Costituzionale dell’Artesh. L’esercito regolare, infatti, dovrebbe avere solamente il compito della tutela dell’integrità territoriale dell’Iran (The Long War Journal).

Va sottolineata la – certo non casuale – coincidenza temporale con l’annuncio del ritiro russo dalla Siria (o meglio dell’apparente parziale ritiro). Una coincidenza che può significare un mero cambio della guardia concordato, o l’ennesimo segnale di una competizione tra Mosca e Teheran per il controllo della Siria che verrà. Uno scontro silenzioso, su cui si gioca anche il futuro stesso del macellaio Bashar al Assad.

 

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L’Occidente e’ abituato ad una lettura unilaterale della storia. Questo vale per le conquiste positive – non tutte infatti vengono dall’Occidente – ma anche per gli errori negativi – non tutti vengono dall’Occidente. L’Occidente, quindi, e’ abituato anche a pensare la geopolitica intorno a se stesso, guardando alle regioni del mondo confinanti come parte di questa unilateralità. La questione della strategia da applicare contro il Califfato, ne e’ un esempio lampante. 

In questi giorni, infatti, l’Occidente non e’ solo preso a cercare una strada per sconfiggere Daesh con i propri mezzi, ma discute anche di come farlo con gli alleati regionali. Il tutto, senza veramente aver compreso l’altra parte della geopolitica, ovvero quella che riguarda gli interessi dei potenziali “alleati”. Ecco allora che, in questo contesto, in tanti propongono di creare una special relationship soprattutto con l’Iran e le forze sciite (Khomeiniste) in Medioriente, evitando di farsi una domanda centrale: ma l’Iran vuole davvero sconfiggere il Califfato? 

Beh, apparentemente la risposta sarebbe positiva. Il vicino Stato Islamico di al-Baghdadi, infatti, non solo e’ sunnita, ma e’ anche di tradizione Hanbalita, Salafita e jihadista. Ergo, i primi nemici del Califfato sono proprio gli sciiti, in particolare gli sciiti legati alla Repubblica Islamica dell’Iran, vista come un male assoluto. Per questo, dicono analisti e esponenti politici alla D’Alema, l’Iran ha inviato mezzi e Pasdaran per combattere Isis, rappresentando sul terreno una forza che l’Occidente deve sostenere.

Premessa: una tesi simile, apparentemente basata sul realismo, e’ di per se una strategia perdente. Come sottolineato da sempre, pensare di sostenere il jihadismo sciita contro quello sunnita, non farà che aumentare il conflitto settario all’interno della regione Mediorientale, garantendo la nascita di una nuova spirale di violenza e odio nel futuro remoto. Non solo: anche chi propende per una nuova demarcazione di parte dei confini mediorientali fondata sulle divisioni etniche e religione, dovrebbe ricordarsi che in questa parte del mondo non e’ ancora lontanamente giunto quel processo di “laicizzazione” della politica iniziato nel Vecchio Continente con il “Date a Cesare quel che e’ di Cesare” e con il “cuius regio, eius religio“.

Torniamo alla domanda precedente: ma l’Iran vuole davvero sconfiggere il Califfato? Ne siamo davvero certi? Beh, per dare una risposta a questa domanda, proviamo a farlo ripercorrendo alcune fasi storiche centrali e il loro significato sugli interessi del regime iraniano.

Partiamo da un nome: Nuri al Maliki. Ex Primo Ministro iracheno, al-Maliki era in carica quando gli Stati Uniti decisero il ritiro delle truppe dall’Iraq (ritiro definitivo nel dicembre 2011). Lo stesso momento in cui, per mezzo di una strategia impressa dall’allora Generale Petraus, gli Usa cercavano di recuperare il sostegno delle tribù sunnite irachene e riportarle ad essere parte del gioco politico di Baghdad. Fu al-Maliki, a terminare il sostegno alle tribù sunnite irachene e ai cosiddette “Comitati del Risveglio”, creati appositamente per combattere le forze salafite presenti in Iraq, quelle da cui e’ originato Isil (Che cos’e’ l’Isis?). Perché? La risposta e’ semplice: al-Maliki volle approfondire lo scontro settario all’interno dell’Iraq – non solo con i sunniti ma anche con i curdi – per aumentare il suo potere. Lo fece nonostante la sua alleanza formale con gli Usa e appoggiandosi totalmente all’Iran. Fu il regime iraniano, infatti, a sostenere maggiormente il Governo al-Maliki, non solo politicamente, ma anche militarmente, rafforzando la presenza nel Paese di milizie sciite al servizio dei Pasdaran, quali l’Organizzazione Badr e Khata’ib Hezbollah. Senza capire questo passaggio, senza comprendere il peso di questa decisione, non e’ possibile comprendere l’evoluzione di Isis e la sua presa del potere a Musul, avvenuta praticamente quasi senza combattere. Quale interesse geopolitico per l’Iran? Il regime iraniano, geograficamente parlando, ha una sola via naturale di espansione territoriale: quella nel pianeggiante Iraq sciita, per anni religiosamente controllato dall’Ayatollah al Sistani, da sempre contrario al Khomeinismo. Grazie ad al-Maliki e al vuoto di potere creatosi, l’Iran e’ riuscito ad infiltrare radicalmente questa area – sia militarmente che religiosamente – con lo scopo di cambiare la natura dello sciismo locale, una volta venuto a mancare il ‘competitor’ al Sistani.

Ora un secondo nome: Bashar al Assad. Il regime di Assad, dopo il 2003, ha favorito l’ascesa del jihadismo sunnita in Iraq in funzione anti-americana. Lo ha fatto esattamente come l’Iran: lasciando a disposizione il proprio territorio per il libero passaggio di milizie salafite legate ad al-Zarqawi, in quel momento naturale alleato contro l’Occidente. In seguito, centinaia di questi jihadisti sunniti – non più utili dopo il ritiro USA – sono finiti nelle carceri siriane. Dall’Ottobre 2011, quindi, il regime iraniano e Assad, hanno scientificamente avviato una campagna di delegittimazione dell’opposizione siriana. Lo hanno fatto, ovviamente, liberando dalle prigioni siriane i peggiori jihadisti sunniti e lasciandoli liberi di unirsi a quello che poi sarebbe diventato il Califfato. Quando Isis ha conquistato Raqqa, quindi, Assad e i Pasdaran iraniani, si sono ben guardati dall’attaccare quella città. Al contrario, hanno avviato una indiretta collaborazione con il Califfato, comprando indirettamente il petrolio da al-Baghdadi e avviando di concerto con Isis, una campagna di attacco alle altre formazioni ribelli presenti in Siria. Per la cronaca, tra coloro che sono stati liberati dalle carceri siriane, c’era anche Abu Musab al-Suri, ideologo di Isis e dei attentati terroristici nello stile di quelli recentemente avvenuti a Parigi. Quale interesse geopolitico per l’Iran? Grazie alla “jihadizzazione dell’opposizione siriana”, avvenuta in primis grazie a Isis, il regime iraniano e’ riuscito a dare nuova legittimita’ ad Assad, presentandolo al mondo come il campione della “Siria pluralista”. Salvando il sistema Assad – anche grazie all’intervento militare della Russia – l’Iran e’ riuscito a salvare i suoi sbocchi nel Mediterraneo (Alawiti e Hezbollah). Che si salvi o no Assad, il regime iraniano ora non teme più di vedere le aree Alawite e i contatti diretti con Hezbollah, cadere in mano ai ribelli siriani. 

Una indiretta conferma di quanto affermato, arriva anche da un altro fattore. Pur avendo a disposizione un esercito ufficiale – l’Artesh – il regime iraniano ha sempre e solo agito in Siria e Iraq per mezzo dei Pasdaran. In altre parole, ha sempre e solo agito per mezzo di quella Guardia Rivoluzionaria che, ufficialmente, non ha il compito di difendere la “nazione iraniana”, ma “l’Iran Khomeinista”. Allo stesso tempo, lo ha fatto privilegiando il potere della Forza Quds – controllata dal Generale Qassem Soleimani – il cui compito e’ quello di esportare la rivoluzione Khomeinista nel mondo. Eppure, logica vuole che, se davvero una realtà come il Califfato fosse una minaccia esistenziale per l’Iran, la Repubblica Islamica dovrebbe usare tutte le sue forze per eliminarla. Al contrario, l’Artesh non e’ praticamente nella “partita Isis”, se non in maniera secondaria, ovvero dopo i Pasdaran e gli stessi Basij. Quando il comandante delle Forze di Terra dell’Artesh, Generale Mohammad Pakpour, si azzardo’ qualche mese fa a denunciare i rischi di una presenza di Isis ai confini iraniani, ad azzittirlo fu direttamente il Capo di Stato Maggiore iraniano, Generale Hassan Firouzabadi, un uomo legato ai Pasdaran. Firouzabadi dichiaro’ perentoriamente che “l’Iran non ha preoccupazioni per la minaccia di Isis” (Critical Threats).

Diviene allora fondamentale ricordare quanto affermato dal Capo dei Pasdaran, Mohammad Ali Jafari, solamente qualche giorno fa. In un pubblico discorso, Jafari ha dichiarato che l’Iran sta formando una sola grande nazione Islamica con Siria, Iraq e Yemen (No Pasdaran). Un obiettivo di propaganda ovviamente, ma che ben disegna il quadro geopolitico perseguito dalla Repubblica Islamica. Un quadro che, per poter esser minimamente realizzato, ha bisogno della “contrapposizione”, ovvero di un “nemico provvidenziale”, come il Califfato islamico di al-Baghdadi. Proprio grazie a questo nemico provvidenziale – e a coloro che follemente propongono di sconfiggere il salafismo sunnita con il khomeinismo sciita – l’Iran può presentarsi al mondo Occidentale come il solo rappresentante di un “Islam del dialogo”. Peccato che, quando dalla propaganda si passa alla realtà, si tratta dello stesso Iran che, perseguendo questo imperialismo, sta ponendo in atto tutte le premesse per lo scoppio di una crisi senza fine. Che si chiami Isis o altro, nessun sunnita, infatti accettera’ di farsi dominare o rischiare di essere dominato da agenti dell’Iran.

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Il Presidente Rohani ha presentato al Parlamento la proposta di budegt del Governo iraniano per il 2013-2014. Il presidente, lo ricordiamo, è stato eletto da buona parte del popolo iraniano per ridare respiro all’economica del Paese, troppo preda della corruzione e dei Pasdaran. Le Guardie Rivoluzionarie, come noto, controllano ben il 30% dell’economica del Paese, mentre il resto è praticamente nelle mani della Guida Suprema o del Governo stesso. Considerando la crisi, quindi, gli osservatori si erandett sicuri che il bilancio preventivo che il Presidente Rohani avrebbe presentato – soprattutto in questo periodo di distensione politica internazionale (o meglio appeasement) verso la Repubblica Islamica – sarebbe stato orientato ad incrementare le spese per la creazione di nuovi posti di lavoro.

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Bene, possiamo sicuramente dire che le aspettative sono state pesantemente deluse. Nonostante gli attacchi contro l’ex Presidente negazionista Ahmadinejd in merito alle sue scelte economiche, quello che Hassan Rohani ha presentato al Parlamento è praticamente un bilancio da Paese in guerra. Il Governo iraniano, infatti, ha previsto di aumentare nel 2013-2014 del 50% le spese per l’esercito (Artesh), del 60% le spese per il Ministero degli Esteri e per il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione e del 30% le spese per i Pasdaran. Hassan Rohani, colui che ha giocato la sua elezione sulla crisi economica e sulla necessità di tagliare i costi, ha presentato un budget che prevete una spesa totale di 74 millioni di dollari, il 30% in più di quanto previsto dalla previsione di bilancio presentata da Ahmadinejad un anno fa.

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La decisione di Rohani, indirettamente, si ricollega alle affermazioni di Ali Akbar Velayati – consigliere militare della Guida Suprema – sul Presidente siriano Bashar al Assad. Parlando del conflitto in Siria, infatti, Velayati ha detto che il Presidente Assad rappresenta per Teheran una linea rossa. Ben si capisce allora quali sono le linee che il Governo iraniano intende seguire nel prossimo anno: continuare ad esportare la violenza fuori dai confini dell’Iran (tramite i Pasdaran) e prepararsi militarmente per un prossimo conflitto esterno (Artesh e Pasdaran). Allo stesso tempo, però, il Presidente Rohani non intende fermare l’offensiva diplomatica avviata in questi mesi e per questo ha previsto anche un solido aumento delle spese per la diplomazia.

L’inganno iraniano, purtroppo, continua senza tregua…