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Il 10 aprile scorso, le forze di sicurezza iraniane hanno arrestato nuovamente Yasaman Aryani, attivista per i diritti civili e per i diritti delle donne. Ufficialmente, non sono note le ragioni del nuovo arresto.

A denunciare il fatto e’ stata Mnireh Arabshahi, la madre di Yasaman che, in un video postato sui social (vedere sotto), ha denunciato come le forze di sicurezza iraniane sono entrate nella loro casa, e hanno portato via la figlia. Nel raid, come sempre avviene, sono stati anche requisiti gli effetti personali della ragazza, tra cui il computer e il cellulare.

La stessa Mnireh Arabshahi, l’11 aprile scorso, e’ stata a sua volta fermata lei perche’ si e’ recata presso il centro detentivo di Vozara, per denunciare la detenzione illegale dalla figlia. E’ possibile che l’arresto della Arabshahi sia connesso a quanto accaduto in queste settimane in Iran, dopo i disastri causati dalle alluvioni.

Come denunciato, il regime sta arrestando tutti coloro che hanno denunciato il ritardo o l’assenza dei soccorsi e che hanno autonomamente portato conforto (cibo e coperte), alle vittime delle alluvioni. La donna si erano recate della Provincia del Lorestan – precisamente nella citta’ di Mamulan – per aiutare i sopravvissuti delle alluvioni.

Ricordiamo infine che Yasaman Aryani e’ stata arrestata la prima volta dal regime nel dicembre del 2018 e condannata ad un anno di carcere per essersi tolta il velo in pubblico, per protestare contro l’hijab obbligatorio.

Roya-Saghiri

Oggi vi presentiamo un’altra grande eroina iraniana, ovvero un’altra di quelle normali ragazze iraniane che in questo periodo si stanno ribellando al regime e alle sue regole oppressive.

L’eroina di oggi e’ Roya Saghiri, 24 anni, studentessa dell’Universita’ di Tabriz. Roya e’ stata arrestata a gennaio 2018, per aver preso parte alle proteste anti-regime di quei mesi. Oltre a protestare contro il regime, Roya ha anche rimosso in pubblico l’hijab. Per queste ragioni, nel luglio del 2018, Roya e’ stata condanna a due anni di carcere (accusata di “propaganda contro lo Stato”, “insulto alla Guida Suprema”, “disturbo della quiete pubblica per aver partecipato a proteste illegali” e “aver rimosso il velo islamico in pubblico”).

Di Roya esiste esisteno una foto straordinaria che la immortala mentre sorride durante l’arresto e un video che la mostra mentre cammina al fianco di una agente della polizia morale iraniana.

Gholam-Hossein-Karbaschi

L’ex Sindaco di Teheran Gholamhoseein Karbaschi e’ stato condannato ad un anno di carcere, per aver pubblicamente criticato il coinvolgimento del regime iraniano nella guerra in Siria.

I fatti risalgono all’aprile del 2017 quando, durante un incontro pubblico presso Isfahan, Karbaschi ha affermato: “Dobbiamo essere fieri del fervore religioso nel nome del quale si difendono i luoghi santi (in Siria, NdA)? Ascoltate! Noi anche vogliamo la pace in Siria, Libano e Yemen. Noi vogliamo difendere gli oppressi e rafforzare le popolazioni sciite in quei Paesi. Ma, possiamo davvero ottenere tutto questo solamente fornendo soldi e armi, per uccidere?” (video in basso). In seguito a queste parole, il Procuratore di Isfahan ha aperto una inchiesta contro Karbaschi, accusandolo di “insulto ai martiri difensori dei luoghi santi”.

Il Capo della Fondazione dei Martiri iraniana, nel maggio del 2018, ha dichiarato che almeno 2100 iraniano sono morti in Siria, durante la guerra. Per molti esperti – e anche per molti iraniani – il numero dei morti e’ molto piu’ alto.

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Il regime iraniano ha nuovamente arrestato Nasrin Sotoudeh, famosa avvocatessa impegnata da sempre nella difesa dei diritti umani.

A dare notizia del nuovo arresto di Nasrin, e’ stato il marito Reza Khandan, con un post pubblicato sulla sua pagina Facebook. Nel post, Khandan ha anche scritto che – ricevendo gli agenti incaricati in casa – ha affermato: “Con tutte le cose che il Governo dovrebbe fare per il Paese, la sola cosa che fa e’ arrestare persone”.

Ricordiamo che Nasrin e’ stata gia’ arrestata nel 2010 e condannnata a sei anni di carcere per “propaganda contro lo Stato” e “cospirazione”. Nel 2012 Nasrin ha dichiarato lo sciopero della fame, che duro’ addirittura 50 giorni, per protestare contro le persecuzioni alla sua famiglia.

Alla fine la Magistratura scelse di liberarla nel settembre del 2013, ma da anni le e’ pratiamente impedito di  svolgere liberamente la sua professione di avvocato. Ultimamente Nasrin ha preso parte anche al movimento di protesta per i diritti delle donne, contro l’obbligatorieta’ di portare il velo.

MahmoudSahlehi

Il 28 ottobre 2017, il sindacalista iraniano Mahmoud Salehi e’ stato arrestato dagli agenti di sicurezza, proprio mentre faceva la dialisi nell’ospedale di Saqqez, nel Kurdistan iraniano.

La notizia dell’arresto di Mahmoud Salehi e’ stata data dal figlio, Samerand Salehi. Samerand ha denunciato che suo padre e’ privo di reni e per sopravvivere ha bisogno di effettuare la dialisi diverse volte settimana. L’arresto e’ avvenuto per una condanna che Mahmoud Salehi ha ricevuto nel febbraio del 2017 – ad un anno di reclusione – per “propaganda contro lo Stato”.

“Potete immaginare lo stato di mio padre quando e’ stato trasportato direttamente dall’ospedale al carcere”, ha detto Samerand Salehi. “Noi siamo molto preoccupati per lui, perche’ ha bisogno di prendere numerose pillole e di ricevere speciali cure dall’ospedale almeno due volte a settimana, tra cui la dialisi. Mio padre ha perso entrambi i reni dopo l’ultima detenzione e ora temiamo per la sua vita”.

Ricordiamo che Mahmoud Salehi e’ stato arrestato numerose volte dal regime. L’ultima volta nell’aprile del 2015, arresto che ha portato alla condanna a nove anni di carcere per “propaganda contro lo Stato” e “creazione di un gruppo di opposizione”, ovvero di un sindacato autonomo (in Iran sono vietati). Quando venne arrestato, Mahmoud Salehi aveva contribuito alla creazione di una Commissione di Coordinamento dei Sindacalisti di Saqqez.

Dopo essere stato rilasciato, nel novembre del 2015, Mahmoud Salehi scrisse una lettera aperta all’inviato speciale dell’ONU per i diritti umani in Iran, denunciando l’abuso dei diritti umani in Iran e protestando contro lo stato di detenzione in cui era stato tenuto e la perdita conseguente dei due reni. Secondo quanto scritto da Salehi, dopo l’arresto, le forze di sicurezza l’avevano tenuto in isolamento e gli avevano negato le necessarie cure di cui aveva bisogno.

Tra le altre cose, nell’agosto del 2016, anche la moglie di Mahmoud Salehi, la Signora Najibeh Salehzadeh, e’ stata convocata dalla Corte Rivoluzionaria di Saqqez, per aver scritto un post su Facebook sgradito al regime. Su di lei pende quindi una accusa di “propaganda contro lo Stato” e potrebbe presto essere condannata al carcere.

Nel video commomente qui sotto, si vede Mahmoud Salehi durante un breve ricovero ospedaliero nel 2007 (fu subito riportato in cella). Vicino alle sbarre del letto si vedono chiaramente le manette che lo tenevano imprigionato.

 

 

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Il 21 Maggio scorso, il Tribunale Rivoluzionario di Dezful ha condannato otto persone al carcere – sette maschi e una donna – con l’accusa di aver letto e diffuso testi che promuovono la “cultura del femminismo”.

Gli otto condannati – Ali Nejadi, Ezzatollah Jafari, Abdolreza Shakeri Roshan, Shapour Rashno, Ashraf Rahim-Khani, Ali Mohammad Jahangiri e Pejman Mirzavand – provengono da Andimeshk, nella Provincia del Khuzestan. Sono stati arrestati il 17 Settembre del 2015 da parte dei Pasdaran. Gli otto, erano tutti membri di un Club del Libro che, periodicamente, si riuniva per leggere dei testi inerenti alla vita in Iran, alle questioni sociali e anche a quelle di genere (IranHumanRights).

Nonostante tutti i testi letti fossero stati preventivamente approvati dal Ministero della Cultura e della Guida Islamica del regime, il Club del Libro era sgradito ai Pasdaran. Per questo, nel 2015, fu deciso di trarre in arresto gli otto attivisti. Gli arrestati sono quindi stati rilasciati su cauzione qualche mese dopo, mentre il Club del Libro e’ stato definitivamente chiuso. Purtroppo, appena dopo il rilascio, i Pasdaran hanno deciso di arrestare  Zeinab Keshvari – moglie di Shapour Rashno – che in quel periodo era incinta: in seguito al fermo, la donna ha avuto un aborto spontaneo.

Dopo due anni senza alcun processo, gli otto attivisti iraniani sono stati richiamati in giudizio. Il loro diritto alla difesa si e’ limitato alla facoltà di poter scrivere delle lettere indirizzate al giudice, in cui tutti gli imputati si sono dichiarati innocenti. Il 21 maggio, infine, il giudice ha emesso la sentenza, condannando tutti gli imputati a pene che variano dai 29 giorni di carcere, ai quattro anni. 

E’ molto significativo che questa condanna arrivi a pochi giorni dalla rielezione di Hassan Rouhani: e’ chiaro che, la guerra tra fazioni in Iran avrà ancora una volta come principali vittime gli attivisti democratici, ormai abbandonati al loro destino da un Occidente distratto e indifferente ai diritti umani nella Repubblica Islamica.

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Meno di due settimane fa, si e’ tenuto a Teheran un Forum tra Iran e Italia relativo all’innovazione e alla ricerca. In quella occasione, la Ministra dell’Istruzione Fedeli si e’ recata nella Repubblica Islamica, seguita da una delegazione di oltre 150 persone, tra cui alti rappresentanti della CRUI.

Prima di andare in Iran, la Ministra ha sottolineato che uno dei temi che avrebbe toccato con il regime, sarebbe stato il caso del ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali, incarcerato in Iran dall’aprile del 2016, con l’accusa di contatti con “entità nemiche” (Gaiaitalia.com). Ricordiamo che Djalali si era recato in Iran su invito di una locale università, per partecipare ad una conferenza relativa alla sua specializzazione in medicina di intervento in caso di emergenze relative a disastri. Una specializzazione che Ahmadreza aveva preso anche grazie alla Università del Piemonte Orientale, ove il ricercatore aveva lavorato per oltre quattro anni, prima di trasferirsi in Svezia nel 2015.

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Non sappiamo cosa la Ministra italiana abbia detto alla controparte iraniana, quello che sappiamo e’ cosa e’ successo ad Ahmadreza in questi giorni. Invece di allentare la pressione nei suoi confronti, il regime ha aumentato le minacce e gli abusi.

Secondo quanto riporta Iran Human Rights, Teheran ha negato ad Ahmadreza Djalali il diritto alla scelta indipendente di un avvocato difensore, per la terza volta. Un diniego che, nuovamente, ha fatto spostare il processo nei suoi confronti, già rimandato da mesi (per questo Ahmadreza aveva anche dichiarato lo sciopero della fame e della sete). Il processo contro Ahmadreza Djalali e’ in mano al giudice Salavati, noto per la sua vicinanza alle ali più conservatrici e repressive del regime.

Ricordiamo che, nel gennaio del 2017, la moglie di Ahmadreza Djalali ha inviato una lettera direttamente al Presidente iraniano Rouhani, chiedendo il rilascio del marito, padre dei loro due piccoli bambini. Sinora, la sola risposta che Ahmadreza ha ricevuto, sono state le continue minacce di morte da parte delle autorita’ del regime…