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Riassumendo: gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo nucleare, gli iraniani sono estremamente scontenti della situazione e accusano anche gli europei di non aver rispettato quanto sottoscritto a Vienna. E allora, la domanda sorge spontanea: perché l’Iran, invece di “limitarsi” a ridurre i suoi impegni verso il JCPOA, non si ritira definitivamente dall’accordo nucleare?

Le risposte potrebbero essere diverse, andando dal tema della legittimazione del programma nucleare iraniano – regalata a Teheran da Obama – ai vantaggi (neanche incredibili) che comunque possono arrivare all’Iran dal sistema dell’Instex (anche solo le divisioni politiche tra Stati Uniti e Paesi europei).

La vera ragione, pero’, e’ diversa e non ha nulla a che fare con le sanzioni, con il benessere del popolo iraniano e con il business per le compagnie private della Repubblica Islamica. A spiegarcelo e’ lo stesso Hassan Rouhani: ad inizio novembre, parlando davanti ad gruppo di sostenitori nella Provincia del Kerman, il Presidente iraniano ha affermato che continuare ad implementare il JCPOA, permetterà a Teheran di ottenere un grande obiettivo il prossimo anno: la fine dell’embargo alla compravendita di armi da parte della Repubblica Islamica!

Gia’ perché nell’ottobre del 2020, passati cinque anni dalla firma dell’accordo nucleare, finiranno le sanzioni ONU contro la Repubblica Islamica per la compravendita di armamenti (secondo la risoluzione 2231). Non solo: se nulla cambierà, come si prevede, anche terroristi come Qassem Soleimani godranno della fine delle sanzioni internazionali, garantendosi il diritto di viaggiare liberamente fuori dai confini della Repubblica Islamica.

Il regime iraniano, nel 2015, arrivo’ al negoziato con gli Stati Uniti praticamente sull’orlo del collasso economico, grazie al lavoro decennale della diplomazia internazionale che – per la prima volta – era riuscita ad approvare sanzioni ONU contro Teheran anche con il sostegno di attori come la Cina e la Russia. Obama non uso’ quella leva per ottenere un accordo comprensivo con l’Iran, ma regalo’ al regime iraniano unicamente il riconoscimento del programma nucleare, senza mettere sul piatto temi centrali come la questione missilistica e il sostegno iraniano al terrorismo internazionale. Oggi, i frutti di quel patto scellerato si vedono tutti, anche grazie al costante appeasement dell’Europa, che pare non aver imparato niente dal recente passato…

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Hassan Rouhani, politicamente parlando, è un “dead man”. Premessa: in Iran il Presidente conta di suo poco e niente. Eletto direttamente dal popolo, detiene nelle sue mani un potere di carta, che è utile di facciata per diffondere nel mondo la novella che la Repubblica Islamica è un sistema democratico.

La realtà è ben diversa e nulla viene deciso in Iran se non ottiene il permesso della Guida Suprema, del Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione, dell’Assemblea degli Esperti e dei Pasdaran. Tutte “istituzioni” che non vengono elette dal popolo (tranne l’Assemblea degli Esperti, la cui composizione però è rigidamente controllata dal Consiglio dei Guardiani).

Ergo, nel sistema iraniano il Presidente conta quando ha una sua moral suasion e ha una qualche benedizione da parte di chi veramente ha il potere nel Paese, in primis la Guida Suprema. Fatte queste premesse, possiamo assolutamente dire che oggi Rouhani – politicamente parlando – è un fantasma che cammina, la cui influenza nel sistema istituzionale è pari a zero, o quasi.

Rouhani, infatti, ha perso ogni sorta di appeal verso la Guida Suprema, cosi come ha perso ogni sorta di appeal verso la fascia elettorale che l’aveva sostenuto, sia nel 2013 che nel 2017. Questo perchè, ben prima delle nuove sanzioni americane, Rouhani non è stato capace di mantenere le sue promesse verso la popolazione civile, non riuscendo a combattere realmente la presenza delle Guardie Rivoluzionarie nell’economia nazionale e non migliorando realmente la situazione finanziaria del Paese, troppo intrappolata in una spirale di corruzione e mancanza di trasparenza. In questo contesto, quindi, l’arrivo di Trump e la morte de facto del JCPOA, hanno dato a Rouhani la “mazzata” definitiva.

Politicamente disperato, Rouhani sta ora provando a recuperare terreno, sposando acriticamente tutte le folli posizioni di Khamenei e dei Pasdaran. Solamente ieri, quindi, Rouhani ha elogiato il regime per aver evitato il golpe interno delle potenze imperialiste, reprimendo nel sangue le manifestazioni popolari contro il caro vita (oltre 140 morti…). Peggio, per salvare il JCPOA, piuttosto di sottolineare i vantaggi che (teoricamente) potrebbe apportare alla politica estera iraniana e all’economia nazionale, Rouhani ha evidenziato come, il mantenimento dell’accordo di Vienna per ancora un anno, garantirà all’Iran di poter eliminare l’embargo contro la compravendita delle armi, permettendo a Teheran di comprare e vendere armi liberamente. Affermazioni che, indubbiamente, non possono essere inserite nel quadro del “moderatismo”.

Purtroppo per Rouhani, nonostante i tentativi disperati, probabilmente è troppo tardi. Il solo che può salvarlo, infatti, sta alla Casa Bianca e si chiama Donald Trump. Solo un incontro con Trump e un affievolimento delle sanzioni americane, potrebbero infatti dare a Rouhani un gancio per riprendere fiato. Il problema per Rouhani, però, è quello suddetto, ovvero che lui non conta nulla e che l’unico che potrebbe benedire questo incontro – ovvero Khamenei – non ha alcuna intenzione permettere questo nuovo dialogo tra Stati Uniti e Iran.

La sola che continua a restare zitta sui crimini iraniani, sperando di favorire Rouhani, è Federica Mogherini. Ovvero, colei che di Iran non ha mai capito nulla – cosi come il think tank IAI, diretto dalla numero 2 della Mogherini, Nathalie Tocci – e che ha contribuito a diffondere una narrativa sul regime iraniano non solo falsa, ma totalmente inventata. Proprio per questo, nel contesto della crisi iraniana, la UE contava poco o nulla, cosi come oggi conta praticamente niente…

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