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Nel mondo arabo e’ in corso una vera e propria ribellione contro il regime iraniano e le sue ingerenze negli affari interni dei Paesi sunniti. Una ribellione iniziata dalle monarchie del Golfo, che come noto ha prima coinvolto l’Arabia Saudita, il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti, poi ha addirittura determinato la crisi diplomatica ancora in corso con il Qatar. Successivamente, quindi, sia il Consiglio di Cooperazione del Golfo che la Lega Araba, hanno duramente condannato i proxy di Teheran, inserendo addirittura Hezbollah nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Negli ultimi mesi, quindi, sono particolarmente i Paesi arabi del Nord Africa a rigettare le ingerenze iraniane. Qualche settimana addietro, il Marocco ha deciso di rompere le relazioni diplomatiche con l’Iran, accusando la Repubblica Islamica di finanziare i ribelli Sharawi, per mezzo dell’Ambasciata iraniana ad Algeri. Il Ministero dell’Interno marocchino ha anche pubblicato un report speciale, denunciando che 40 miliziano filo iraniane stazionavano Dar al-Bayda, 6000 a Marrakesh e qualche centinaio nella capitale Rabat.

In Algeria, a sua volta, il Governo locale ha condannato Teheran, sostenendo che il locale addetto culturale iraniano Amir Mousavi, abbia messo in atto una strategia per indottrinare gli sciiti algerini e portarli a ribellarsi verso il Governo centrale. Infine, riportamo la notizia data dai media dell’uccisione di due Pasdaran in Libia (giunti dalla Tunisia). Notizia data dal canale arabo Al-Arabiya. 

Tutti questi rivolgimenti del mondo sunnita, che oggi coinvolgono direttamente il Nord Africa, devono rappresentare degli appunti molto importanti per il Governo italiano. Ribellioni che ben dimostrano come, per un Paese mediterraneo come l’Italia, l’Iran non possa certamente essere considerato un partner (o peggio un alleato). Soprattutto alla luce delle recenti prese di posizione russe contro la permanenza delle forze iraniane in Siria!

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May Day Rally in Trafalgasr Square, London, UK

Migliaia di arabi iraniani sono scesi in piazza in questi giorni, in protesta contro le discriminazioni che subiscono da parte del regime islamista. Questa volta, le proteste sono cominciate dopo la messa in onda sulla TV nazionale, di un video in cui – su una mappa dell’Iran – vengono apposti diverse bambole con i costumi tradizionali delle varie etnie iraniane. Come si vede nel video, vengono totalmente ignorati i tipici costumi degli arabi dell’Ahwaz. Di seguito il video incriminato.

Chiaramente, le ragioni della protesta sono molto più profonde. La discriminazione della TV iraniana, non e’ un caso o una dimenticanza, ma una politica che da sempre viene portata avanti dalla Repubblica Islamica. Da sempre il regime nega agli arabi Ahwazi il riconoscimento della loro identità e proibisce loro persino l’insegnamento dell’arabo nelle scuole. Non solo, la regione dell’Ahwaz e’ carente di acqua e da Teheran non sono mai state realizzate le promesse di creazione di nuove condutture idriche.

Negli ultimi anni, quindi, il regime iraniano sta favorendo il trasferimento di altre etnie, fedeli al regime, proprio nell’Ahwaz, altra ragione che ha provocato la recente protesta popolare. Secondo le informazioni che arrivano dalla regione, almeno 26 persone sono state arrestate sinora.

Nel rumore delle guerre intestine e settarie, drammatiche, che si stanno combattendo in Siria e Iraq, non si odono (per ora) le voci di dissenso interno ai vari schieramenti. Queste voci, però, esistono e, quando raccontate, offrono uno spaccato drammatico della situazione.

In un report speciale pubblicato dal think tant Washington Institute for Near East Policy, vengono riportate le voci di dissenso dei miliziani jihadisti di Hezbollah, nei confronti del regime iraniano. In particolare, grazie alla condizione di anonimato offerta, i miliziani di Hezbollah lamentano il fatto di essere considerate vite di serie B. Secondo quanto denunciano, infatti, il comandante iraniano Qassem Soleimani – a capo della Forza Quds dei Pasdaran – intepreta la sua missione principale come quella di salvare gli iraniani. A tale scopo, egli considera gli arabi sciiti impegnati in Siria e Iraq, come sacrificabili.

I vecchi combattenti di Hezbollah, consapevoli di questa situazione, si sono costantemente allontanati dal Partito di Dio, Questi combattenti, quindi, sono stati sostituiti da giovani ragazzi disoccupati a cui, più che l’ideologia, interessa un salario sicuro (almeno fino alla morte). La guerra in Siria, sta isolando le Comunità sciite del Libano e le sta allontanando anche dal regime iraniano. Un allotanamento che ha un effetto sugli stessi reduci sciiti della jihad siriana: una volta tornati nelle loro Comunità, dopo le cerimonie di facciata, questi miliziani restano spesso ai margini della società e diventano tossicodipendenti.

A quanto sembra, Qassem Soleimani non è molto disponibile al dialogo e alle critiche. Quando la leadership di Hezbollah non ha risposto alla richiesta di Soleimani di inviare nuovi jihadisti ad Aleppo, il comandante Pasdaran ha tagliato i salari per tre mesi, sino a quando Hezbollah non si è piegato. Insomma: una vera e propria relazione tra padrone e sottomesso che, ovviamente, ha creato una generale disilussione, soprattutto sul mito della possibile creazione di una “identità unita degli sciiti”.

Di seguito il link per leggere il report completo, in inglese:

http://www.washingtoninstitute.org/policy-analysis/view/hezbollah-losing-its-luster-under-soleimani

 

Tra il 13 e il 15 febbraio scorso, centianaia di manifestanti hanno affollato le strade di numerose città della Provincia del Khuzestan, ove vive prevalemtemente la minoranza araba (sunnita) iraniana. Le proteste, nuovamente, sono nate dalla mancanza totale del regime di attenzione verso questa zona, ove la disoccupazione è altissima, cosi come la crisi ambientale. Si tratta infatti di una zona dove l’inquinamento la fa da padrone e manca persino l’acqua potabile (Ahwaz Monitor).

Invece di accogliere le richieste sociali dei dimostranti, il regime ha reagito al solito modo, ovvero inviando le forze di sicurezza allo scopo di reprimere le manifestazioni. Il risultato è stato drammatico: un manifestante è stato brutalmente ucciso presso Falahyeh, il suo nome era Kazem Maniaat. Numerosi altri sono stati feriti e decine sono stati arrestati (Ahwaz Monitor).

A scatenare le proteste, è stata anche l’uccisione di un membro della minoranza Ahwazi, avvenuto lo scorso venerdì sempre presso Falahyeh. Il civile ucciso si chiamava Hassan Alboghobesh ed è stato colpito alla testa da colpi d’arma da fuoco sparati a caso da sconosciuti – in realtà agenti del regime – mentre le persone si recavano al lavoro. Con lui sono stati colpiti altre due persone, Syed Ali Moussawi e Syed Reza Moussawi, rimasti feriti. Come la foto di seguito dimostra, Hassan Alboghobesh è stato trasportato subito all’ospedale, ma per lui non c’è stato nulla da fare.

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Un video ripreso amatorialmente, che riportiamo di seguito, mostra Hassan Alboghobesh disteso a terra, in una pozza di sangue.

Ricordiamo che, solamente il 24 ottobre del 2016, una bambina di soli tre anni della minoranza araba Ahwazi, Raghad Abbas, venne uccisa brutalmente con un colpo di pistola, quando gli agenti del regime spararono senza pietà contro la macchina del padre Abbas Hassan Mashal Al-Sari. Riportamo di seguito una foto della piccolo Raghad (Counter Currets).

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Nonostante le repressioni, gli spari e gli arresti, le proteste sono continuate in decine di città del Khuzestan, tra le quali la capitale Ahwaz, e Abadan, Muhammarah, Hamidiyeh, Bandar-e Mahshor (Mahshar), Hendijan, Falahiyeh, Howeyzeh e Bowie. Purtroppo, insieme ai due decessi, numerosi manifestanti sono stati feriti e diversi sono stati arrestati. Qui di seguito vi mostriamo alcune immagini delle proteste.

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Mentre si insedia il neo Governo italiano presieduto da Paolo Gentiloni, dall’Iran arrivano nuove minacce alla stabilità della regione mediorientale. Parlando ad una conferenza sull’Asia Occidentale in merito alla elezione di Donald Trump alla Presidenza americana, il Ministro della Difesa iraniano Hossein Dehghan – un Pasdaran – ha affermato che il regime iraniano è pronto a “spazzare via” Israele e gli Stati arabi del Golfo, nel caso in cui arrivassero minacce dagli Stati Uniti (Kurdistan24).

Non solo: Dehghan ha anche rilevato che oggi i governi centrali di Yemen, Siria e Iraq sono deboli, per colpa di movimenti nazionalisti che minano, a suo dire, la sicurezza della regione. Chiaro il riferimento in particolare ai curdi, attualmente i principali alleati dell’Occidente democratico nella guerra contro il Califfato nero di Isis.

A questo punto, la palla passa al neo ministro degli esteri italiano, Angelino Alfano. Ci chiediamo se, almeno lui a differenza del suo predecessore, avrà il coraggio di prendere delle posizioni nette contro le minacce che Teheran esercita, nei confronti di Paesi notoriamente alleati dell’Occidente e dell’Italia. Sarebbe già un buon primo passo, partire con una presa di posizione – almeno verbale – di discontinuità rispetto al passato recente…

Di seguito due video prodotti in Iran, che simulano attacchi contro Israele e l’Arabia Saudita.

 

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Come ormai stranoto, Arabia Saudita e Iran sono arrivate nuovamente ai ferri corti. Oggetto del nuovo scontro, la riprovevole pena capitale inflitta al clerico sciita Nimr al-Nimr, condannato a morte da Riyadh come agitatore e considerato una quinta colonna di Teheran nel Regno degli al-Saud (Saudi Gazette). La storia potrebbe – tra le altre cose – ripetersi presto con la condanna a morte (per crocifissione) di Ali al-Nimr, nipote dello Sceicco Nimr al-Nimr.

La Repubblica Islamica dell’Iran aveva ripetutamente preannunciato “gravi conseguenze” se lo Sciecco al-Nimr fosse stato veramente condannato a morte. Dopo l’annuncio dell’esecuzione capitale, quindi, Khamenei ha dato il la’ ad una grande passione del Khomeinismo: l’assalto alle ambasciate straniere. Come avvenuto con l’Ambasciata americana a Teheran nel 1979 (Youtube) e come accaduto contro l’Ambasciata britannica nel 2011 (Youtube), le fazioni radicali del regime iraniano si sono scatenate contro la rappresentanza saudita a Teheran e contro il consolato saudita a Mashhad. Ancora una volta, ovviamente, in piena violazione delle normative internazionali sulla tutela delle missioni diplomatiche straniere. Come sempre, neanche a dirsi, il regime iraniano ha condannato l’assalto ma continuato ad aizzare la folla. Sembra che, in queste ore, quaranta persone siano state fermate per l’attacco contro le sedi diplomatiche dell’Arabia Saudita in Iran (ma ovviamente saranno tutte rilasciate molto presto…).

Cosa dobbiamo aspettarci ora? Una guerra diretta tra Iran e Arabia Saudita? Difficile. Teheran non ha alcun interesse oggi ad avviare una guerra diretta contro Ryiadh. Non ne ha l’interesse politico – leggi appeasement con l’Occidente – e non ne ha le facoltà economiche – leggi il peso di anni di guerra in Siria e di coinvolgimento in Iraq. Questo, pero’, non significa che non dobbiamo preoccuparci. Anzi, al contrario, e’ necessario che l’Occidente tenga in enorme considerazione le parole che arrivano da i maggiori centri di potere all’interno della Repubblica Islamica.

La Guida Suprema Ali Khamenei ha invocato una “punizione divina” contro l’Arabia Saudita (Tasnim News). Una punizione che, sempre secondo il Rahbar, arriverà “molto presto”. A fargli da eco sono arrivati i Pasdaran che, in un comunicato ufficiale, hanno dichiarato che “l’odioso regime dei Saud dovrà senza dubbio pagare un prezzo per la vergognosa azione” (Tasnim News). Fuori dall’Iran, l’ex Premier iracheno Nuri al Maliki ha promesso di rovesciare presto la monarchia saudita (Indipendent) e la milizia irachena Harkat Hezbollah al-Nujaba ha annunciato che presto compirà attacchi all’interno dell’Arabia Saudita (al Sumaria TV). Ovviamente, non e’ potuto mancare l’intervento del Segretario di Hezbollah, il terrorista Hassan Nasrallah, sempre pronto a far da sponda a qualsiasi posizione dell’Iran (al Manar). Infine, assai interessante e pericoloso, l’agenzia iraniana Fars News (vicina ai Pasdaran), ha pubblicato un comunicato di un sedicente gruppo saudita denominato “Fadaeeyoun al-Nimr” (i devoti di al-Nimr), che ha promesso vendetta per l’esecuzione del clerico sciita a Riyadh (Fars News).

Il regime iraniano, come noto, e’ professionista della guerra asimmetrica e dell’esportazione del terrorismo a livello internazionale. La destabilizzazione dell’Arabia Saudita e dei suoi alleati sunniti, quindi, rappresenterebbe per l’intera Comunità Internazionale un danno senza precedenti, soprattutto alla luce del drammatico fallimento delle Primavere Arabe, dell’irrisolta crisi siriana/irachena/yemenita e della guerra in corso contro Daesh. Impedire questa destabilizzazione, perciò, deve rappresentare un interesse prioritario per l’intero Occidente.

Ecco allora che urge immediatamente un ripensamento della strategia verso la Repubblica Islamica dell’Iran. Urge soprattutto una sospensione immediata del prossimo alleggerimento delle sanzioni internazionali verso Teheran. Anche se questo significherà indebolire la cosiddetta fazione pragmatica (non moderata…) vicina a Rouhani, esiste il rischio concreto che una parte sempre più cospicua dei soldi che l’Iran otterrà dalla fine delle sanzioni internazionali, venga immediatamente girato ai Pasdaran e alla Forza Quds (adibita all’esportazione del terrorismo iraniano nel mondo).  La sorte dei soldi che arriveranno presto nelle casse di Teheran, infatti, più che da Rouhani e Rafsanjani, dipende dalla Guida Suprema Khamenei, oggi in prima fila nella lotta ad ogni “infiltrazione Occidentale” nella Repubblica Islamica. La crisi con Riyadh, quindi, servirà unicamente Khamenei per amplificare lo scontro e rafforzare le Guardie Rivoluzionarie.

Il prezzo di una politica Occidentale “naive” (ingenua) verso l’Iran, potrebbe costare anni di violenze e morte non solo in Medioriente, ma anche a livello globale.

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Gli Azeri iraniani hanno detto basta. La loro soglia di tolleranza verso il razzismo costantemente promosso dalla TV di stato del regime (Irib), si e’ esaurita. Dopo l’ennesimo programma trasmesso dai canali statali in cui l’etnia Azera veniva totalmente negata, gli Azeri iraniani sono scesi in strada il 9 Novembre scorso, per manifestare contro il regime. Le manifestazioni – a cui hanno partecipato migliaia di persone – sono avvenute presso Tabriz, Urmia e Zanjan (Radio Free Europe). Alla questione della negazione della identità etnica, si aggiunge anche quella dell’indifferenza del regime verso diverse aree dell’Azerbaijan iraniano. Esempio per eccellenza e’ il dramma del Lago di Urmia, ad occidente del Mar Caspio e maggiore dei laghi iraniani. Patrimonio Unesco e area di sopravvivenza per molti Azeri iraniani, il lago sta lentamente sparendo. Nonostante tutto, il regime non ha avviato alcuna politica tesa al recupero ecologico della zona e al salvataggio delle Comunità  autoctone (The Guardian).

La scintilla che ha fatto scattare le nuove proteste, e’ stata una scena di un popolare programma per bambini, dal titolo “Fitilehha”. Nella puntata, si vedeva un bimbo Azero lavarsi i denti con lo scopettone del WC. Durante le proteste, i manifestanti hanno gridato slogan contro le istituzioni, chiedendo la fine del “razzismo di Stato”. Costretto dalla situazione, il capo della TV pubblica iraniana IRIB, Mohammad Sarafraz, ha posto le scuse pubbliche dell’emittente, promettendo dure punizioni per i responsabili.

La protesta Azera fa paura al regime, per diversi motivi. In primis, la protesta dimostra il fallimento della politica dell'”iranizzazione in nome di Khomeini”, quel tentativo di superare le differenze etniche all’interno della Repubblica Islamica, in nome del glorioso passato dell’Iran (o meglio della Persia) e della Rivoluzione islamica del 1979. Nonostante lo stesso Khamenei sia Azero, a quanto sembra questo non basta ad unire una minoranza di 10 milioni di persone, sotto una sola bandiera. Peggio, come molti cartelli delle recenti proteste hanno dimostrato, una parte importante degli Azeri iraniani si definiscono direttamente “turchi” (meglio turcofoni), riconoscendosi potenzialmente in una patria esterna al confine della Repubblica Islamica, quale potrebbe essere oggi guidata da un Governo (quello di Erdogan), che aspira ad avere una influenza oltre i confini della Turchia (anche se gli Azeri iraniani sono in buona parte sciiti). Se si considera le non buone relazioni diplomatiche tra Iran e Turchia – nonostante gli interessi economici – il grado di tensione e’ alto. 

Peggio, la protesta Azera fa paura per ragioni geopolitiche: solamente il 55% degli iraniani può definirsi “puramente persiana”. Dopo gli Azeri, altre importanti minoranze vivono all’interno della Repubblica Islamica, tra loro Curdi, Arabi e Balochi. Tutte etniche che si sentono escluse dal potere e dalla gestione dei privilegi di un regime estremamente corrotto. Non a caso, solamente qualche mese fa, dopo la tragica morte di una ragazza a Mahabad, violenti scontro erano scoppiati nel Kurdistan Iraniano (No Pasdaran). La situazione degli arabi nell’Ahwaz, infine, e’ quindi davvero tragica: seduti sui pozzi di petrolio iraniani e considerati una quinta colonna al servizio di Riyadh, gli Arabi iraniani sono praticamente visti come cittadini di terzo grado (Ahwaz News Agency).

In un Medioriente ormai Terra di Hobbes – seguendo la definizione di Limes – l’Iran teme che la protesta identitaria si allarghi a tutte le etniche del Paese. In quel caso, anche la Repubblica Islamica rischierebbe seriamente di scoppiare dal suo interno, restando preda di una costante instabilità. Per queste ragioni, in occasione della visita di Rouhani a Roma, e’ bene che il Governo italiano ricordi al Presidente-clerico, la necessita’ di rispettare i diritti umani delle etniche che compongono l’Iran e l’importanza della fine del razzismo di Stato della Velayat-e Faqih.

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