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D'ALEMA

E ci risiamo: dopo l’intervista rilasciata a Repubblica qualche settimana fa, ora Massimo D’Alema si ripete, con nuove dichiarazioni sulla politica estera e sul Medioriente. Stavolta, lo spazio lo concede il Corriere della Sera, pronto addirittura ad inviare Aldo Cazzullo per l’occasione. Guarda caso – ma dai – la prima intervista rilasciata dal buon D’Alema era a poca distanza dall’arrivo del Presidente Rouhani in Italia, visita poi cancellate per i drammatici fatti di Parigi. La nuova intervista al Corriere, guarda caso (ma tu guarda…), arriva invece poco prima della nuova prevista visita di Rouhani a Roma, in programma per il 26 gennaio prossimo…

Sempre guarda caso, quante causalità, il tema dell’intervista dell’ex Ministro degli Esteri e’ lo stesso: il problema del Medioriente sono Israele e Arabia Saudita, Hezbollah e’ un alleato per l’Occidente e sull’Iran e’ stato sbagliato l'”ostracismo”. Cambiano le parole ma, tra le due interviste ai due più grandi giornali italiani, le differenze sulla sostanza praticamente non esistono.

Peccato che, come la volta scorsa, “baffino” ha annusato male anche stavolta. Il “Caro Leader” Massimino, infatti, ha annusato male sia in senso storico che pratico. Per dimostrare quanto affermato, non serve ritornare alla diatriba fra Sciiti e Sunniti e alla recente guerra americana contro Saddam Hussein. In questo senso basterebbe dire che, la Repubblica Islamica dell’Iran, e’ stato il primo Paese a sostenere l’azione USA del 2003 e il completo – e disastroso – disfacimento di tutto il sistema Baathista in Iraq (per non parlare del ruolo iraniano dopo il ritiro USA nel 2011…). Non serve neanche ricordare all’ex Ministro degli Esteri che, nessun conflitto mediorientale (la guerra a Isis in testa), può esser vinto se l’Occidente promuove una alleanza strategica con l’Iran e con Hezbollah, considerati da tutto il mondo sunnita la vera ragione dell’attuale conflitto settario all’interno dell’Islam. Per dimostrare quanto il baffo di Massimino annusi male, basta analizzare quanto sta succedendo oggi in Iraq, particolarmente nella Battaglia di Ramadi.

La Battaglia di Ramadi e’ diventata nota in questi giorni come simbolo della liberazione dell’Iraq dalla follia di Isis, anche se non e’ ancora terminata completamente (un po’ come Kobane fu per la Siria). Come Kobane dimostro’ che solo i curdi potevano liberare la loro città occupata, Ramadi ha dimostrato come solo i sunniti possono veramente liberare le città sunnite da Daesh e – speriamo veramente – l’intera Provincia dell’Anbar (anche nota come il Triangolo Sunnita). Se la Battaglia di Ramadi ha avuto successo, infatti, e’ perché finalmente non e’ stata lasciata nelle mani delle milizie sciite filo – iraniane. Al contrario, a guidare le Forze di Sicurezza Irachene, sono stati 5000 membri delle locali tribù sunnite, coadiuvate da altri 500 combattenti sunniti che hanno assicurato il controllo della parte Nord della città. Al contrario delle altre battaglie di Tikrit e di Baiji, il Premier iracheno al Abadi ha deciso di tenere fuori dal conflitto le milizie sciite, responsabili di atroci massacri contro la popolazione locale sunnita.

La reazione iraniana alla Battaglia di Ramadi e’ stata la dimostrazione lampante degli ‘errori Dalemiani’. Pur, di facciata, elogiando il successo delle Forze Irachene, Teheran e’ rimasto estremamente deluso dalla non presenza delle milizie sciiti nel conflitto. Non solo: i Pasdaran hanno preso come un vero e proprio affronto da parte del Premier iracheno al Abadi, la scelta di lasciare le parti liberate di Ramadi in mano unicamente alle tribù sunnite. Per questo, non casualmente, gli iraniani hanno scelto di mostrare al pubblico una foto della superstar Qassem Soleimani – ormai oggetto da poster e cartelle scolastiche – nella parte orientale della Provincia dell’Anbar (foto). Un pietoso tentativo di dimostrare un protagonismo iraniano nella Battaglia di Ramadi, praticamente inesistente.

C’e’ qualcosa di più drammatico nel ragionamento di D’Alema, qualcosa che parte evidentemente dall’ignoranza sulla situazione reale delle partite in gioco. In Iraq, ad esempio, dalla sua nomina il Premier al Abadi sta faticosamente tentando di sganciarsi – almeno parzialmente – dall’Iran. Per questo, non solo l’Iran e’ stato contrariato dai fatti di Ramadi, ma ha anche duramente condannato il sostegno aereo dato dalla coalizione americana anti-Isis. L’esecuzione del clerico sciita al Nimr a Ryadh, quindi, ha dato la scusa alle forze irachene filo-iraniane – in primis la Forza di Mobilitazione Popolare – di iniziare una protesta per chiedere la fine dei rapporti con Arabia Saudita e Stati Uniti e un legame ancora più forte con la Repubblica Islamica dell’Iran (ISW). Fortunatamente, almeno per ora, al Abadi ha deciso di restare neutrale, proponendo l’Iraq come mediatore tra i due Paesi in guerra diplomatica.

Sostenere la versione Dalemaniana della soluzione alla crisis – ovvero aumentare la legittimazione di Hezbollah e dell’Iran – significherebbe quindi vanificare ogni sforzo che sta facendo al Abadi per diminuire il conflitto settario in Iraq. Quel conflitto incrementato e sostenuto dall’ex Premier iracheno al-Maliki, internazionalmente considerato come un puppet dei Pasdaran iraniani. Al contrario, se davvero l’ex Ministro degli Esteri italiano fosse sincero nel suo ragionamento “geopolitico”, dovrebbe invocare un maggiore coinvolgimento dei sunniti nel Governo centrale iracheno a Baghdad. Un coinvolgimento oggi impossibile, proprio per l’opposizione dell’Iran, naturalmente proiettato a realizzare il suo imperialismo regionale in Iraq (Stratfor). Eppure, basterebbe leggere le parole di Struan Stevenson, ex Presidente del Parlamento Europeo e attuale Presidente del ‘European Iraqi Freedom Association’ (EIFA). Secondo Stevenson, infatti, un coinvolgimento dei sunniti nel Governo di Baghdad, potrebbe garantire all’esercito iracheno un sostegno di oltre 100.000 combattenti sunniti. Una forza che potrebbe spazzare via Isis in poco tempo, garantendo il sostegno delle forze locali al Governo centrale.

A quanto pare, pero’, al buon D’Alema i fatti interessano poco…sicuramente meno di una rilassante passeggiata a braccetto con Hezbollah…

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L’Iran ha paura del Kurdistan iracheno, particolarmente dei piani del Presidente della Regione autonoma curda, Massoud Barzani. Particolarmente, a far paura a Teheran, sono i piani per l’indipendenza del Kurdistan Iracheno che Barzani sta portando avanti e il sostegno che sta ricevendo da diversi Paesi Occidentali (recentemente Barzani si e’ recato in Europa – Ungheria e Repubblica Ceca – e negli Stati Uniti). Nella visita di maggio negli USA, in particolare, Barzani ha ricevuto un forte sostegno dal Congresso e, pare, la neutralità del Presidente Obama rispetto al piano di organizzare un referendum per l’autodeterminazione dei curdi nel Kurdistan iracheno. Una neutralità, letta dai curdi come una implicita’ “green line”.

I piani di Barzani spaventano la Repubblica Islamica per tre motivi:

1- l’effetto domino che l’indipendenza del Kurdistan iracheno avrà sulle aree curde iraniane;

2- gli interessi energetici iraniani nell’area del Kurdistan iracheno;

3- il sostegno dell’Arabia Saudita all’indipendenza del Kurdistan.

Partiamo dall’inizio: Massoud Barzani e’ un uomo scaltro, che ama giocare più partite contemporaneamente. Per questo, sin dal 2013, Barzani ha portato avanti con la Repubblica Islamica diversi negoziati. Come noto, Barzani ha sottoscritto diversi accordi con Teheran per quanto concerne le risorse energetiche, con l’obiettivo di importare gas iraniano, far raffinare da Teheran il petrolio curdo e re-importarlo per fini domestici. Il problema per Teheran, pero’, e’ che Barzani non ha alcuna intenzione di farsi risucchiare nel nuovo “Impero Safavide”. Cosi’, nello stesso modo in cui il Kurdistan Iracheno promuove relazioni economiche con l’Iran, inizia a rigettare duramente le ingerenze politiche e militare: se all’inizio della guerra contro Isis, Barzani aveva aperto al sostegno iraniano, con il tempo questa presenza si e’ fatta asfissiante. Per questo motivo, le milizie curde Peshmerga hanno cominciato a denunciare duramente le azione dei gruppi armati Sciiti finanziati dall’Iran e l’uso dei fondi pubblici dello Stato iracheno per finanziare queste milizie. Un tira e molla che, proprio la scorsa settimana, ha raggiunto l’apice, con un vero e proprio scontro armato tra i Peshmerga curdi e la milizia sciita Hashd al-Shaabi: lo scontro armato si e’ risolto con l’espulsione dei jihadisti sciiti dalla citta’ di Jalawla. Nello stesso tempo, quindi, i Peshmerga hanno aumentato del 40% il controllo interno all’area della città irachena di Kirkuk, considerata dai curdi la loro Gerusalemme. Proprio nell’area di Kirkuk, vogliamo ricordarlo, l’Iran ha ordinato il rapimento di un alto comandante curdo, membro del Partito Democratico del Kurdistan.

Lo scoppio della rivolta curda presso Mahhabad, l’inizio della guerra saudita in Yemen e l’annuncio da parte americana della costruzione di una base militare per addestratori nella Provincia dell’Anbar in Iraq, hanno aumentato le preoccupazioni iraniane. La rivolta curda in Iran, ha dimostrato la fragilità dell’area e il rischio di una vera e propria Primavera Curda. La guerra dell’Arabia Saudita ai ribelli Houthi in Yemen, ha rimesso al centro della geopolitica mediorientale l’Arabia Saudita che, ormai pubblicamente, ha iniziato a sostenere la necessita’ di creare un Kurdistan indipendente (i curdi, tra l’altro, sono sunniti e non sciiti). La decisione americana di costruire una base militare per addestratori nell’area dell’Anbar – se pur ufficialmente diretta contro Isis – rappresenta il riconoscimento americano della necessita’ di riportare i sunniti al centro della politica irachena.

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La risposta dell’Iran a tutte queste preoccupazioni, e’ stata la scelta di attivare una strategia per dividere i curdi, sfruttando le fratture politiche tra i diversi partiti. Nel Kurdistan iracheno, quindi, Teheran ha iniziato a complottare contro Massoud Barzani, provando a promuovre un putsh contro i lui e cercando di portare al potere un rappresentante del rappresentante dell’Unione Patriottica Curda (PUK). In un incontro con i leader curdi del PUK, il Generale iraniano Soleimani avrebbe richiesto loro di iniziare una campagna di attacco mediatico contro Barzani. A sua volta, quindi, il rappresentante iraniano presso Erbil, avrebbe chiesto agli organi di stampa curdi – vicini al PUK – di fare la stessa cosa. Il piano di Soleimani sarebbe fallito per l’opposizione di Kosrat Rasul Ali, Vice Presidente del Kurdistan iracheno. In queste ore, quindi, dall’Iran e’ stata diffusa sui media iracheni e sui social networks, la falsa notizia della morte di Massoud Barzani, prontamente smentita dai collaboratori del Presidente curdo.

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Nel Kurdistan iraniano, quindi, l’intelligence iraniana ha iniziato ad usare il PJAK (Party of Free Life of Kurdistan) – braccio del PKK turco – contro il principale partito curdo iraniano, ovvero il PDKI (Kurdistan Democratic Party of Iran). Poco dopo le rivolte scoppiate nella città iraniana di Mahhbad, i leader del KDPI hanno dichiarato di essere pronti a riprendere le armi contro il regime clericale iraniano. Caso strano, proprio successivamente a questa dichiarazione, il 24 maggio scorso, e’ avvenuto uno scontro armato tra i combattenti del PDKI e quelli del PJAK nell’area di frontiera di Kelashin. La crisi, ha fatto fallire – almeno per il momento – il progetto di organizzare una grande conferenza nazionale di tutti i partiti curdi del Medio Oriente (ben 39…).  In questo contesto, va ricordato che un anno fa, il PJAK ha annunciato la nascita di un nuovo soggetto politico denominato KODAR – Organization of Free and Democratic Society for East Kurdistanorientato a promuovere il dialogo con Teheran. Lo scontro tra i due partiti curdi, ovviamente, ha fatto il gioco del regime iraniano, tanto che il PDKI ha addirittura denunciato la presenza di Pasdaran iraniani – vestiti con uniformi del PJAK- all’interno del commando “curdo”, durante lo scontro nell’area di frontiera di Kelashin. Tra le altre cose, nonostante lo scontro, armato, il PDKI si e’ comunque offerto di inviare i suoi Peshmerga in aiuto ai curdi siriani (legati al PKK), nella lotta contro Isis (a patto, pero’, che la guerra fosse su due fronti, ovvero anche contro Bashar al Assad). Ieri, quindi, i Peshmerga del PDKI hanno ucciso sei Pasdaran – tra loro il comandante Jabbar Gul Mohammadi – in uno scontro sul Mount Shaho, nel Nord-Est dell’Iran.

Nell’epoca in cui la geografia del Medio Oriente si sta ridisegnando, la questione del Kurdistan e’ vitale per la Comunità Internazionale. I curdi, infatti, sono i soli che veramente stanno combattendo contro il Califfato Islamico, promuovendo allo stesso tempo una politica laica, non settaria e orientata alla protezione delle minoranze etniche e religiose. Contro l’autodeterminazione curda, pero’, sono attivi attori molto meschini, in primis la Turchia a e la Repubblica Islamica dell’Iran. Stati che, guardando alla Siria, portano teoricamente avanti scelte politiche diverse, ma che sono uniti nella volontà di impedire ai Curdi di ottenere uno Stato indipendente, pluralista e secolare. Se davvero la diplomazia Occidentale intende avere in futuro un partner stabile e affidabile in Medio Oriente, sostenere il diritto democratico dei Curdi di autodeterminarsi, deve rappresentare una priorità assoluta.

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