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Le autorità iraniane hanno ordinato al famoso rapper Amir Tataloo di presentarsi immediatamente davanti alla procura. Per lui il regime ha pronta una nuova accusa di “promozione di valori immorali non islamici” e di “promozione di valori Occidentali non-iraniani” (Journalism Is Not A Crime). Non è la prima volta che il regime si accanisce contro Amir Tataloo, probabilmente uno dei rapper più famosi in tutto l’Iran. Già nel 2013, infatti, Amir era stato arrestato e imprigionato per aver preso parte ad un programma TV trasmesso per mezzo di canali satellitari (le parabole satellitari – e tutti i canali in farsi trasmessi tramite parabola – sono considerati illegali da Teheran).

Il fermo di Amir Tataloo è molto significativo e ben rende l’idea dell’attuale campagna politica che il regime iraniano sta portando avanti contro il cosiddetto “nufuz”, ovvero il pericolo dell’infiltrazione dei “valori Occidentali” in Iran per mezzo della cosiddetta “guerra culturale” o soft war. Amir Tataloo, pur non avendo una licenza ufficiale del Ministero della Cultura e della Guida Islamica, è un artista che il regime ha tollerato negli ultimi tre anni. Lo ha cosi tollerato che, alla vigilia della firma degli accurdi nucleare, l’esercito iraniano (Artesh) lo ha persino ospitato su una sua portaerei per girare un videoclip musicale (video sotto). Il videoclip per un verso intendeva sostenere l’accordo nucleare, ma per un altro voleva sottolineare come l’Iran mantenesse il diritto di autodifesa. Insomma, una canzone in pieno stile nazionalista, ma orientate a lanciare un messaggio di cooperazione.

Il nuovo accanimento contro Amir Tataloo, quindi, segna la fine definitiva di ogni clima di “appeasement” post Iran Deal. Un appeasement che sta costando carissimo. Per arrivare ad un accordo nucleare zoppo e discutibile nel contenuto, l’Occidente ha totalmente abiurato al suo diritto/dovere di pretendere dalla Repubblica Islamica il rispetto dei diritti umani e civili. Il prezzo di questo silenzio sta ricadendo pesantemente sulla testa di decine e decine di attivisti, oppositori politici, artisti e intellettuali, ormai considerati vere e proprie “quinte colonne”. Un “maccartsimo iraniano”, contro cui è necessario agire diplomaticamente, prima che sia troppo tardi.